Duecentocinquantennale del Dei delitti e delle pene

by gabriella

Nel 1764, 250 anni fa, a Livorno, veniva stampato Dei delitti e delle pene, opera di Cesare Beccaria dedicata alla pena di morte e alla tortura, un caposaldo della civiltà giuridica occidentale (che due anni dopo veniva messo nell’Indice dei libri proibiti) non ancora integrato completamente nelle legislazioni di molti paesi del mondo, tra i quali l’Italia che pure ha sottoscritto venticinque anni fa la Convenzione Internazionale contro la tortura. Un video tratto dal servizio dedicato all’anniversario dal TG2 delle 20,30 del 1 dicembre 2014 (dal minuto 19:18).

 

Radiorai3 – Dei delitti e delle pene

“Apriamo le istorie, e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo più che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità: non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero. Felici sono quelle pochissime nazioni che non aspettarono che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio dall’oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi lungamente infruttuosi delle utili verità”.



La tortura in Italia

Salvatore Marino

Salvatore Marino

Marino calciatore

Salvatore Marino, 25 anni

I casi più noti sono quelli di Cucchi, Aldrovandi, Uva, osserva il servizio del TG2, ma ce ne sono molti altri, a partire da Salvatore Marino, 25 anni, calciatore del pro Bagheria, che nel 1985 porta in serie D dopo quarant’anni di calcio giocato nella categoria inferiore.

“Due mesi dopo, il mediano dai piedi d’oro conosce l’inferno nei locali della questura di Palermo: la squadra mobile vuole estorcergli una confessione sull’omicidio del commissario Montana a suon di botte e acqua di mare sparata in gola, ma ottiene soltanto un cadavere.

Un caso Cucchi ante litteram che fece il giro del mondo, ma nelle carceri, nelle stazioni di polizia, negli ospedali penitenziari, si continua a morire, oggi come allora. Tante storie che non arrivano neanche nelle aule di Tribunale, troppe per un paese civile: dal 2000 ad oggi 2364 sono morti in carcere, di cui 842 suicidi, secondo il dossier di Ristretti orizzonti che aggiorna quotidianamente i dati di questa ecatombe. Quasi un decesso ogni due giorni, 150 morti all’anno: 1/3 suicidi, 1/3 cause naturali e 1/3 di cosiddetti casi da accertare, con almeno 30 casi dal 2009 che richiederebbero un approfondimento nelle sedi opportune.

Manuel Eliantonio

Manuel Eliantonio, 22 anni

“Era veramente irriconoscibile: non trovavo gli zigomi talmente era gonfio”:

Manuel Eliantonio cadavere

Manuel Eliantonio

Manuel Eliantonio, morto nel carcere di Marassi a 22 anni è uno di questi, ufficialmente morto per incidente, l’inalazione di un gas, ma le foto mostrano altro. Poco prima di morire alla madre aveva detto: “qui mi ammazzano di botte, mi riempiono di psicofarmaci”.

Marcello Lonzi, arrestato per furto nel 2003, muore nel carcere di Livorno dopo due giorni. Versione ufficiale: collasso cardiaco, ma anche qui le foto mostrano un corpo e un volto straziati dalle tumefazioni.

“A me non mi ha avvertito né polizia, né carabinieri, né polizia penitenziaria” – dice la madre.

Marcello Lonzi

Marcello Lonzi, 29 anni

Casi senza giustizia, a volte senza neppure un’indagine, bloccati dall’indifferenza, dall’omertà o dalla prescrizione, come per il G8 di Genova: la macelleria messicana della scuola Diaz, le violenze del carcere di Bolzaneto. Reato di tortura, secondo Amnesty International, se il nostro codice penale lo prevedesse. La verità giudiziaria arriva, per ora per pochi, grazie alla tenacia delle famiglie, come per Giuseppe Uva, massacrato in una stazione dei carabinieri di Varese nel 2008 e Federico Aldrovandi, ucciso nel 2005 dalla polizia di Ferrara. Per tanti altri ci sono soltanto le morti per cause incerte, destinate a rimanere tali.

Introdurre il reato di tortura è necessario. Sarà la richiesta di Amnesty International, Antigone e Arci per la giornata internazionale dei diritti umani, il 10 dicembre.

 

20 luglio 2001: la macchia indelebile del G8 di Genova

 

Il reato di tortura, interviste

Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone

Per esserci reato di tortura deve esserci un pubblico ufficiale, lo dicono le Nazioni Unite, il reato è un un reato proprio, ci dev’essere violenza o minaccia nei confronti di coloro che hanno in custodia.

Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty Italia

Gli scopi possono essere diversi: non solo quello di ottenere una confessione, anche una forma di intimidazione, di coercizione, in generale, una manifestazione violenta e arbitraria del potere.

 

Perché è necessario il reato di tortura?

Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty Italia

Nel nostro paese non c’è: chi viene accusato di tortura viene incriminato per reati molto generici, puniti anche con pene piuttosto lievi, poi in molti casi la prescrizione comporta che non siano puniti affatto. L’impunità per uan violazione così grave dei diritti umani è un vero problema perché è ciò che più di ogni altra cosa permette che queste torture siano praticate impunemente.

Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone

Ci sono stati casi in cui giudici in Italia, almeno 3 casi, hanno scritto che non possono punire perché non c’è il delitto di tortura: ultimo episodio per un divieto di estradizione; la Cassazione ha detto: “non posso estradare questo sacerdote che era accusato di tortura negli anni di Videla in Argentina, perché manca il crimine quindi i fatti sono andati in prescrizione”.

Perchè ancora non esiste?

Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty Italia

Un po’ forse per disinteresse, un po’ anche per contrarietà vera e propria, sulla base dell’idea che col reato di torura si possano criminalizzare le forze di polizia, che è un’idea del tutto sbagliata.

Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone

Invece, introdurre un delitto di questo genere è una garanzia per le forze dell’ordine, perché va a distinguere il lavoro di quei tanti che si comportano in modo proprio, regolare, coerente con la legge, rispettoso dei diritti, da coloro che non lo fanno.

Dove esiste il reato di tortura?

Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty Italia

In Europa esiste in Spagna, esiste nel Regno Unito, in Germania, in Olanda, esiste in molti paesi europei. Esiste negli Stati Uniti ed esiste anche in molti paesi in via di sviluppo. L’Italia, da questo punto di vista, dovrebbe adeguarsi, avendo ratificato 25 anni fa la Convenzione contro la tortura che impone questo obbligo.


Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: