Calcio

by gabriella

Eric Cantona e la Coppa del mondo dei senzatetto

Il motto: A ball can change the World.

“Credo che quello che trovo qui responsabilizzi la gente. Non sono assistiti qui, uno ha una proposta da fare la poporrà al gruppo, e farà la coppa del mondo. E se tu vuoi giocare ti trascina … lo sport è straordinario per questo, è straordinario per loro, per noi .. perché bisogna rimettere in questione tutto. Se si vuole giocare ci si deve rimettere in questione ogni due giorni, ogni tre giorni. …. si è vinto tutto, si arrivati in cima e invece si resta concentrati, pieni di umiltà e si continua a lavorare tutto il tempo”.  

Dopo aver appeso la maglia al chiodo, Cantona è stato attore, poi è tornato al calcio come dirigente. Si può vederlo in Il mio amico Eric di Ken Loach dove interpreta (il mito di) se stesso che riconquista alla vita un uomo che ha perso tutto ma non la solidarietà degli amici.

 Emiliano Viccaro, St.Pauli: storia di un quartiere e di una squadra di calcio

Anteprima del libro St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo di Marco Petroni […] per DeriveApprodi. La storia di una squadra di calcio, di una tifoseria, di una città e di un quartiere, ma anche una riflessione sul mondo del pallone. La prefazione al libro di Emiliano Viccaro.

Quella che avete tra le mani è una cassetta degli attrezzi multiuso, a metà tra l’inchiesta sociologica e il saggio storico, rivolta a chi vede nel calcio e nella passione popolare che lo anima lo specchio della società europea contemporanea, stretta tra neo-liberismo, crisi, politiche di controllo e possibilità di trasformazione. In queste pagine non troverete la liturgia spuntata dell’«oppio dei popoli», ma nemmeno il richiamo salvifico, seppur nobile e generoso, del «calcio amatoriale» o del ritorno (impossibile) all’innocenza (presunta) delle origini.

La storia del St.Pauli è la storia della sua tifoseria partigiana, meticcia e anticonformista, che ha rovesciato tradizioni e consunti clichè, trasformato identità conservatrici, raccolto ed esteso il vento di rivolta degli anni Settanta, scaraventandolo nelle ferite aperte degli anni Ottanta, tra case occupate, spazi liberati, controcultura punk, fin dentro le mura del mitico stadio del Millerntor. Se la fabbrica diventa davvero sociale, se la metropoli si presenta come terreno generalizzato di conflitto, valorizzazione e contropotere, anche gli spalti di una piccola società calcistica, da sempre all’ombra del blasonato Hamburger SV, diventano il proscenio di un corpo a corpo tra processi mercantili e partecipazione diretta.

Non si tratta di una storia liscia, ma di una sperimentazione materiale che procede per tentativi, che affonda le sue radici nell’esperienza storica degli autonomen, memoria viva che segna indelebilmente l’anima pirata del St. Pauli, ma che da questa viene rielaborata, trasformata, reinventata. È un guanto di sfida che prova a rompere la tenaglia in cui si è ficcato il neo-calcio: da una parte, i processi di finanziarizzazione e privatizzazione del «giocattolo», attorno alla sacra triade pay tv-proprietà multinazionali-militarizzazione degli stadi; dall’altra, il tunnel senza uscita in cui sembra precipitato il «mondo ultras» (soprattutto italico) tra chiusure identitarie, strumentalizzazioni razziste e neofasciste, opportunismo commerciale, autoreferenzialità.

Al centro di tutto non c’è un’ideologia pronta all’uso, ma un’altra idea di calcio, di tifo e di organizzazione del club. Per questo la passione per i colori bianco e marrone, il sostegno incessante durante i 90 minuti di gioco va di pari passo con un modello di tifo emancipato dal razzismo, dal sessismo e dall’omofobia, dal nazionalismo. Su questa onda si muovono i tentativi di democratizzare la gestione della società, creare strumenti di partecipazione dal basso, impedire i processi di gentrification del quartiere e di speculazione commerciale (come accaduto pochi anni fa nella mobilitazione contro il progetto di spettacoli di lap-dance, dentro il nuovo stadio, da parte di un noto locale a luci rosse di St.Pauli).

Al calcio business del caro biglietti, dei controlli esasperati, degli stadi vetrina e blindati, al dominio delle tv a pagamento che dettano legge e riscrivono i calendari, le tifose e i tifosi del Jolly Roger oppongono una ostinata resistenza culturale e organizzativa, che passa per le sedi autogestite, per il coinvolgimento attivo dei giocatori nelle campagne contro il razzismo e l’omofobia, in difesa delle case occupate e del diritto d’asilo per i rifugiati. Una radicalità che non cede un millimetro nemmeno al populismo o alle inerzie qualunquiste presenti anche in certe curve che si dichiarano «di sinistra». Uno stile e un modello di tifo caldo e viscerale, che non si sottrae allo scontro fisico come strumento di difesa collettivo, nelle mura amiche come in trasferta, contro gli attacchi delle tifoserie di estrema destra e della polizia.

Questo libro, con passione, rigore storico e una partecipazione diretta a prova di lacrimogeno, tenta di gettare il sasso nello stagno in cui è finito oggi il «mondo ultras», nel punto esatto raccontato fino a pochi anni fa dal mai troppo compianto Valerio Marchi, skinhead antirazzista e massimo studioso delle culture di strada. Quel passaggio storico che trasforma lo stadio in laboratorio privilegiato in cui testare le tecniche repressive e le curve in spazi di soggettivazione post-ideologica. Una trasformazione antropologica, che una sinistra miope e distratta non ha potuto né voluto comprendere, a partire dalla composizione sociale e dai comportamenti «impolitici» delle nuove leve ultras. Ma oggi questa istantanea, qui e ora, non basta più per fermare e invertire la deriva a specchio che segna il calcio moderno.

La storia del St.Pauli apre un varco sul confine del non più e del possibile, sui passi di una comunità ribelle che decide di rifiutare sia il ghetto autoreferenziale che l’opportunismo subalterno alle logiche del mercato e della politica. «If the kids are united then we’ll never be divided», cantavano sul finire degli anni Settanta gli Sham 69, storico gruppo street punk inglese, alludendo a una nuova possibile unità delle giovani generazioni tradite dalle ideologie e da un sistema omologante. Per anni si è teorizzata e spesso praticata, in tante curve italiane, una traduzione volgare di questo slogan, alludendo a una trasversalità post-politica che, nei fatti, ha aperto la strada a una egemonia dell’estrema destra.

Nella Germania post unificazione, che vedeva le curve ribollire di bonehead e rigurgiti xenofobi, le ragazze e i ragazzi del St.Pauli non si sono potuti permettere alcuna sbandata «apolitica» o vagamente post-ideologica, sapendo che non si stava giocando una semplice partita di calcio, ma anche un bel pezzo di futuro delle nuove generazioni. Di più: hanno rovesciato un modello che vedeva l’aggregazione dello stadio solo come esito finale, meccanico, di una socialità che si produceva in una militanza tradizionale sempre più in crisi. Invece, hanno ricostruito l’idea di attivazione politica a partire da un investimento soggettivo antagonista sugli spalti di una modesta società di calcio, sottraendosi però a un modello di colonizzazione ideologica simmetrico e speculare a quello delle curve di destra.

Le ragazze e i ragazzi della mitica Hafenstrasse hanno lavorato sul linguaggio, sull’immaginario, sulle pratiche ultras e sulle forme di contropotere nel club come nella città. Alcune volte hanno vinto, molte altre hanno perso, ma continuando a battersi come pirati nell’oceano del calcio business. Pronti ogni domenica a giocarsi il tutto per tutto, per un calcio da sogno ma non impossibile.

La presentazione del libro a Fahrenheit

Girolamo De Michele, La filosofia è come il calcio

 


Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: