La costruzione dell’ostilità sociale negli esperimenti di Muzafer Sherif

by gabriella

Gli esperimenti di Sherif sulle condizioni che favoriscono il conflitto o che lo attenuano confermano le tesi freudiane sulle dinamiche dell’identità e sull’utilità del nemico per la coesione dei gruppi.

Nel 1954, lo psicologo sociale turco-americano Muzafer Sherif ha condotto con un team di collaboratori alcuni celebri esperimenti in un campo estivo per ragazzi in Oklaoma (Rubbers Cave).

Sherif experiment

Oklaoma, 1952 – esperimento di Robbers Cave tenuto da Muzafer Sherif

I ricercatori crearono due gruppi a partire da persone che prima avevano svolto tutte le attività in comune. I membri dei due sottogruppi svilupparono, in breve tempo, un forte attaccamento al proprio gruppo nel quale emerse una struttura (posizioni, compiti), un nome specifico (“Aquile” e “Serpenti a sonagli”), simboli ad identificarlo (bandiere e colori) e norme di comportamento a cui attenersi. I ricercatori organizzarono quindi una serie di situazioni che mettevano in competizione due gruppi, tra le quali un torneo sportivo con premi per i vincitori. Osservarono come, in conseguenza di queste decisioni, crescesse l’aggressività reciproca tra i ragazzi dei due gruppi che rapidamente si trasformarono in fazioni ostili, compatte all’interno (ingroup) e aggressive verso l’outgroup. Infatti, appena la gara ebbe inizio le differenze esistenti “noi”/”loro” si amplificarono e nacquero soprannomi spregiativi nei confronti dei membri dell’altro gruppo, considerato ormai avversario. Con il passare dei giorni e con il susseguirsi delle competizioni, la svalutazione del gruppo esterno divenne ancora più marcata, culminando in aggressioni fisiche e in reciproci atti di teppismo, anche quando le gare erano terminate.

Dopo questa fase in cui l’aggressività tra i due gruppi era stata portata al massimo livello, i ricercatori cercarono di ridurne l’ostilità reciproca, sostituendo gli scopi competitivi con scopi sovraordinati, cioè obiettivi dell’intera collettività, per conseguire i quali non era sufficiente l’azione di un solo gruppo:  fu simulato un guasto al furgone che trasportava i pasti al campo in modo da evidenziare la necessità di spingerlo insieme perché l’impegno di un unico gruppo non sarebbe stato sufficiente. Dopo aver affrontato una serie di queste situazioni, i rapporti tra i due gruppi cambiarono e divennero meno ostili fino a divenire progressivamente cooperativi.

Ciò mostra che la separazione spaziale e la differenziazione dei compiti in un gruppo, creano distinzioni, norme e identità separate. Mostra inoltre che, se i gruppi sono in competizione, l’aggressività verso l’outgroup tende a crescere, rafforzando la coesione interna (ingroup) mentre, la presenza di scopi sovraordinati tende a farla diminuire.

Pogrom dei rom di Porticelli

Pogrom dei rom di Porticelli

In condizioni di difficoltà, trovarsi un nemico esterno e dirigere verso di esso l’aggressività del gruppo (outgroup) può quindi rinsaldare i legami interni e favorire la coesione dell’ingroup.

A volte i gruppi si creano ad arte un nemico esterno [spingendosi, nei casi estremi, fino al pogrom]: nell’immagine a sx la fuga dei rom di Porticelli (periferia napoletana densa di problematiche sociali acutissime) dal loro campo in fiamme, nel 2008, dopo l’accusa ad una giovane, poi prosciolta, di aver tentato di rapire un bambino. 


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