La paura. Storia di un’idea politica

by gabriella

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Le note seguenti sono tratte dalle lezioni tenute da alcuni storici svizzeri al seminario sulla Storia politica e sociale della paura e del suo  sfruttamento organizzato a Losanna dal Groupe d’étude des didactiques de l’histoire de la Suisse romande et italienne (GDH) e dall’Università di Losanna (UNIL) dal 9 all’11 maggio 2012. L’idea che emerge da queste giornate di studio è che la paura è motore di coesione sociale e di rappresentazione del mondo (Heimberg). Le pagine degli storici illustrano le formazioni dossastiche dell’angoscia istillate da politici (Jost) o religiosi (Ostorero, Bugnard) in una costruzione sociale dell’altro – streghe, eretici, ebrei, comunisti, mendicanti – (Tabin) funzionale alla costruzione della propria identità – di dominanti, borghesi, onest’uomini.

Il programma del seminario, a cui ho partecipato nel contesto del Programma Pestalozzi per la formazione dei docenti, è in coda al post, insieme alla webquest pensata per un terzo liceo [qui il lavoro della 3F, a.s. 2015/16] e a due esercitazioni (Tipologia A. Trattazione breve). Le traduzioni sono mie.

Pharmakói per le strade d’Argo e d’Atene, streghe ed eretici nelle cristianissime piazze d’Europa, ebrei e zingari nei campi di sterminio […]: è questo il prezzo della paura che non si paga, ma viene fatto pagare. Affinché la peste sia una volta ancora arginata, affinché il diabolico sia una volta ancora localizzato e (provvisoriamente) trasfigurato in simbolico, infelici creature – quasi-uomini, sotto-uomini, non-uomini – sono negate, massacrate, bruciate.

[…] Se, per un caso improbabile, i cittadini rinserrati nelle loro mura non disponessero di vittime, non faticherebbero a trovare un numero congruo di semplificatori, ben decisi a produrne di nuove e d’antiche. Sono, questi semplificatori, coloro che producono e dispensano “senso” e “sicurezza” trovando colpevoli. Sono coloro che, ancora oggi, ponendo mano al loro mai terminato Malleus maleficarum – controllando gli strumenti di persuasione mediante la drammatizzazione o rappresentazione dell’immaginario -, rafforzano e amministrano il sistema sociale d’illusione vittimariaSono coloro che amministrano il complesso coerente e autoriproducentesi dei “ segni” [con] titoli di giornale, notizie accortamente date o taciute alla radio e in televisione, parole d’ordine, slogan che diventano terribile, inappellabile vox dei [Roberto Escobar, Metamorfosi della paura, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 204-205].

 

Si può insegnare la storia di un’emozione?

Julien Wicki

«Siccome la paura è il principale strumento umano di sopravvivenza,
si prendono più bastoni per serpenti che l’inverso»

Nel simpatico intervento in stile “decostruzionista” che ha aperto i lavori, l’ideatore del seminario, Julien Wicki, (Univ. Lausanne) ha posto la domanda cruciale se la paura, nella sua natura di strumento biologico al servizio della sopravvivenza, possa assumere forme storiche. Il ricercatore si è soffermato sul funzionamento del “circuito della paura” talamo-amigdale-corteccia sensoriale, osservando che all’istantanea reazione fobica davanti all’oggetto temuto, risponde successivamente la corteccia sensoriale che “dà senso alla paura”.

L’ipotesi che permette di passare dal punto di vista biologico-individuale all’osservazione di dinamiche collettive è che, se le modalità di attivazione dell’allarme sono invarianti (cioè sono uguali ovunque e non cambiano nelle diverse epoche), l’oggetto delle paure è invece socialmente costruito, così che nel momento in cui una società vive un’angoscia, tende a liberarsene fabbricando paure particolari, specifiche, legate al momento storico che sta attraversando. Il brano seguente, tratto dall’introduzione di Robin Corey al suo La peur, histoire d’une idée politique, è stato quindi scelto come filo conduttore del seminario.

I lettori avranno notato che ho sottotitolato questo libro Storia di un’idea politica. L’ho fatto perché penso che la paura è un’idea che è cambiata nel corso dei secoli. Una storia intellettuale della paura può sembrare far poco al caso della natura intuitiva di questa emozione. Dopo tutto, ci sono pochi aspetti della soggettività umana che sembrano meno suscettibili di un esame razionale o storico quanto la paura.

La paura è in effetti ritenuta gravitare fuori dei limiti dell’intelletto, come un’invasore soprannaturale che si terrebbe pronto in ogni momento, a infrangere i limiti della civilizzazione. Essa non ha storia. Essa è, per citare Raymond Aron, «un sentimento elementare e, per così dire, infrapolitico». Quindi è raro che faccia irruzione nella sfera pubblica spogliata di ogni ornamento, come quella di cui parlava Franklin Delano Roosevelt. Perché la paura, quando nasce – l’11 settembre l’ha  mostrato ancora – è velata da un alone di presupposizioni intellettuali, di cui alcune datano da più secoli, che modellano le nostre percezioni e i nostri comportamenti.

In quanto oggetto di dibattito pubblico, la paura prende forma in seno ad élites politiche e culturali che seguono esse stesse in questa via le élites che le hanno precedute. La paura, in altri termini, ha una storia e questa storia, per quanto sorprendente possa sembrare, è di gran lunga una storia delle idee. Esplorandola, possiamo comprendere come le nostre concezioni hanno potuto evolvere o meno, ciò che ci permette di valutarne meglio il tenore, cioè di cambiarle se necessario.

 

Charles Heimberg, La paura nella storia

«La rabbia d’essere inclusi, la paura d’essere esclusi»

Dopo aver fatto il punto sull’insegnamento scolastico della storia, il prof. Charles Heimberg (Univ. Génève) si è chiesto se la storia sia il terreno di paure vere o fittizie. E’ sua opinione che la storia confronti gli uomini con vere paure – ma queste sono occultate, mentre emergono paure fittizie, dossasticheben descritte dagli storici, come quella dei “barbari” (Todorov), dei poveri (Lefevre), degli untori ecc.. Queste forme dossastiche, come ha spiegato Bourdieu (si veda Come si fabbrica l’opinione pubblica), si legano al «punto di vista dominante che è quello dei dominanti»:

il senso comune (doxa) è un punto di vista particolare, il punto di vista dei dominanti, che si presenta e s’impone come punto di vista universale; il punto di vista di quelli che dominano dominando lo Stato e che hanno costituito il loro punto di vista in punto di vista universale facendo lo Stato [P. Bourdieu, Raisons pratiques, 1994].

la doxa est un point de vue particulier, le point de vue des dominants, qui se présente et s’impose comme point de vue universel ; le point de vue de ceux qui dominent en dominant l’Etat et qui ont constitué leur point de vue en point de vue universel en faisant l’Etat. Raisons pratiques, p. 129

Tra le proposte didattiche per parlare di paura in un corso di storia, Heimberg ha pensato alla narrazione della grande paura del 1789 di Lefebvre, episodio relativo alle rivolte scoppiate tra luglio e agosto 1789 alla notizia che un gruppo di briganti al soldo degli aristocratici era stato incaricato di tagliare il grano ancora verde per provocare una carestia. Le voci attribuivano le ragioni del gesto alla decisione del conte d’Artois che voleva conquistare l’est della Francia alla guida di un esercito imponente o a un complotto fomentato dalla regina per far saltare gli Stati Generali e massacrare Parigi. Il panico si diffuse in tutta la Francia e sollevò le campagne contro i nobili. Osservando la mappa delle rivolte che infiammano tutto il paese sulla linea di diffusione di voci infondate si può capire come la paura sia motore di storia. In questo caso, particolarmente come la reazione gli abusi e all’oppressione (effettivi) passi storicamente per la sua rappresentazione narrativa (vera o falsa che sia).

 

Martine Ostorero, La caccia alle streghe: stigmatizzazione dell’Altro e paura del diavolo

Martine Ostorero

«L’immaginario del sabbah è una costruzione colta al servizio della strumentalizzazione delle credenze»

Secondo Martine Ostorero (Univ. Lausanne), la descrizione delle pratiche di demonolatria e dell’immaginario legato al sabbah (etimo legato, non a caso, alla festività ebraica dello shabbat, sabato) è stata la prima condizione della caccia alle streghe. La seconda è stata invece la diabolizzazione della magia e di tutte le eresie, azione che si è sviluppata come una costruzione colta al servizio della strumentalizzazione delle credenze. Il momento d’avvio fondamentale della stigmatizazione delle streghe è la bolla papale del 1325-27 che identifica magia ed eresia, producendo il fondamentale slittamento che porterà all’assimilazione dell’eresia alla stregoneria a cui aderirà lo stesso Tommaso d’Aquino.

Questa azione di diabolizzazione, dispiegatasi come un meccanismo di costruzione dell’alterità, ha colpito i fenomeni della magia, dell’eresia (apostasia e idolatria), delle azioni contro-natura (quali l’infanticidio, il cannibalismo, la congiunzione carnale con il diavolo, la sodomia, le pratiche innominabili, criminali, contrarie all’ordine, come ad esempio la fabbricazione dell’unguento di morte o la diffusione della peste di cui la ricercatrice parlerà in seguito), dei fantasmi e della paura del complotto.

In questo contesto, il sabbah delle streghe è costruito come una contro-Chiesa, con precisi rituali e procedure che gli inquisitori rinvengono nelle confessioni. La sua esistenza configura una possibilità di decolpevolizzazione (o scagionamento) della popolazione in relazione a quanto di male accade nella comunità: la colpa è degli altri, degli eretici, delle streghe. Della peste del 1348 sono così incolpati gli ebrei, accusati di aver propagato il male per distruggere la società cristiana.

Si definisce così il pericolo che giustifica la nascita del Tribunale della Santa Inquisizione, accompagnata da una propaganda anti-stregoneria che fa parlare Ostorero di un vero e proprio regime di accumulazione delle accuse alla base del processo inquisitorio (qui un approfondimento


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