La rivoluzione digitale

by gabriella

internet source code - cyberspaceTre video per capire Internet e il Web 2.0.

Michael Wesch, professore di antropologia digitale alla Kansas University ha realizzato alcuni ottimi video per illustrare i cambiamenti radicali che in dieci/quindici anni hanno rivoluzionato irreversibilmente il nostro modo di usare, creare e condividere l’informazione.

In Information R/evolution, Wesch insiste giustamente sulla gigantesca semplificazione che si accompagna all’abbandono delle gerarchie, delle categorie e della logica stessa che presiedeva alla costruzione del sapere pre-digitale. Una semplicità che permette ad un web libero e non proprietario (internet è il più grande bene pubblico mai costruito dall’uomo) di crescere esponenzialmente e surclassare qualunque impresa individuale, singola, privata (ad eccezione di Google). Il sapere prodotto collettivamente e al di fuori dell’organizzazione industriale (o capitalistica) del lavoro è ora quantitativamente maggiore e qualitativamente migliore di quello generato dal mercato. Il video di Wesch sottolinea, così, come la Wikipedia degli autori occasionali abbia superato in qualità e accuratezza la blasonata Enciclopedia Britannica. [Se i sottotitoli non si attivano automaticamente, cliccare sull’icona CC e selezionarli manualmente].

In The Machine is Us/ing (che, come si vede, gioca fin dal titolo sul rapporto uomo/macchina, chiedendosi a chi spetti la piena soggettività), Wesch approfondisce le caratteristiche del Web 2.0, il passaggio dall’HTML all’XML e la differenza fondamentale tra i due linguaggi che porta Internet in una nuova dimensione (quella dell‘interattività generale, o 2.0 appunto), nonché le modalità attraverso cui gli utenti “insegnano” alla macchina a riconoscere l’informazione che pubblicano. E’ in virtù di questa interazione che la macchina siamo noi/ci sta usando/siamo noi.

Non è il caso però di sottovalutare la gigantesca contraddizione insita nel web 2.0. Infatti, i produttori dell’informazione siamo noi e noi ne siamo i consumatori, ma da quando l’infrastruttura di Internet è stata privatizzata (nel 1995, Clinton ha dismesso il backbone universitario dell’antica Arpanet e lo ha aperto ai servizi commerciali) lo spazio digitale non è più un ambiente autonomo e market-free, ma un luogo dove le aziende fanno profitti. Prima di questa data, l’enorme creatività intellettuale della rete (all’epoca solo americana, non ancora globale) era rappresentata dal software libero e da tutte le soluzioni inventate «just for fun» dagli utenti e dagli hacker: il Dos, il mouse e le interfacce grafiche, persino i primi giochi online, tutto è stato creato per amore della ricerca, fuori del mercato. Dopo questa data, molte di queste creazioni sono state appropriate dal mercato (cioè brevettate, benché fossero state realizzate da altri senza fini di lucro, come il kernel del S.O. Microsoft), mentre una parte dei servizi gestiti dagli utenti  è entrata in una strana dinamica in parte simbiotica (reciproco vantaggio) in parte parassitaria (sfruttamento dell’ospite da parte del parassita), nella quale ciò che noi produciamo è diventato una merce e come tale è quantificato da Wall Street e distribuito inegualmente (ça va sans dire) ai gestori dei servizi in cui “pascoliamo”.

Questo aspetto resta in sordina nel video di Wesch, ma è un elemento a cui il dibattito americano ha dedicato molta attenzione (si veda, ad es. Tim O’Reilly, What is Web 2.0. Design, Patterns ans Business Models for the Next Generation of Software e Henry Jenkins, Critical Information Studies for a Participatory Culture)

La rete anarchica e senza centro conserva quindi una fondamentale ambiguità: se da un lato è capace di sfidare il commercio e di distruggere le barriere d’accesso ai beni che circolano su internet, rendendo pubblico, gratuito e condiviso tutto ciò che passa (vedi il finale del video sottostante), dall’altro, dopo la sua commercializzazione del 1995, non solo ha chiuso e appropriato quanto era stato creato dalle comunità digitali ma è anche divenuta il principale strumento e la principale infrastruttura mondiale della globalizzazione economica, e dunque una realtà intimamente connessa o compromessa (si veda su questo R. Barbrook, The Hi-Tech Gift Economy) con gli esisti distruttivi della tarda modernità.

Il versante distopico della rivoluzione informazionale è rappresentato (anche se, paradossalmente, nel tipico trionfalismo americano, visto che gli USA sono l’unico paese che riesce persino ad estinguersi con squillo di fanfare) nel video seguente che mostra la velocità indotta dalla digitalizzazione intrecciarsi alla volatilità del lavoro e all’obsolescenza accelerata di qualunque corso di studi, trascinando con sé un’umanità resa inutile dal trionfo della macchina elettronica. Mentre il silicio surclassa la vita, l’umanità esprime la propria vitalità moltiplicandosi esponenzialmente, gli USA sono ormai un piccolo paese, per demografia, per concentrazione di cervelli, per penetrazione broadband (e potremmo aggiungere,  aggiornando il video, per potenza militare, per influenza politica, per crescita economica). Tutto questo in Information Overload, pubblicato da Snotr (nome collettivo di un team digitale) nel 2008.


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