Philip Zimbardo, L’origine del male e l’effetto Lucifero

by gabriella
Philip Zimbardo nel 1971

Philip Zimbardo nel 1971

Un esempio importante dell’«errore fondamentale di attribuzione» (la sopravvalutazione della responsabilità individuale e la corrispondente sottovalutazione delle cause ambientali nell’attribuzione delle cause di un fenomeno) che, secondo lo psicologo sociale Fritz Heider, caratterizza il modo di pensare del senso comune (1958) è la visione corrente del crimine, fondata sull’idea che i comportamenti delinquenziali e la violenza siano il prodotto di volontà malate o perverse.

Secondo questo punto di vista, il male è commesso da criminali che scelgono di essere tali e nient’altro: un’attribuzione ingenua che fa presa sul senso comune perché, oltre ad essere una forte semplificazione, rassicura le persone circa l’eccezionalità del male e la sua presenza solo in certe persone (i criminali) e in certi ambienti (ad esempio, le periferie degradate), permettendo agli individui di proiettare il male sull’altro [vedi la lezione sulla psicanalisi, in particolare la sesta videolezione sui meccanismi di difesa dell’ioe conservare una buona immagine di sé (l’esecrazione del comportamento altrui si conclude implicitamente con un «io non mi macchierei mai di un simile misfatto»).

Escher 1Questo atteggiamento nei confronti del crimine è scontato in società individualiste come la nostra, ma ha anch’esso una storia, cioè momenti di successo e di declino.

Storico, da questo punto di vista, è il discorso del 14 ottobre 1982 con cui Ronald Reagan annunciava la nuova politica criminale della propria amministrazione, rendendo familiare lo slogan della “tolleranza zero” (che ha quintuplicato in trent’anni il tasso di carcerazione) e attaccando esplicitamente i saperi storico-sociali:

«La crescita di una classe criminale senza scrupoli è stata in parte il risultato di una filosofia sociale sbagliata, che in modo utopico considera l’uomo come prodotto del suo ambiente, mentre la trasgressione è vista sempre come conseguenza di condizioni socio-economiche svantaggiate. Questa filosofia predica che dove si verifica un crimine è responsabile la società, non l’individuo. Ma il popolo americano sta finalmente riaffermando alcune verità indiscutibili: il bene e il male esistono, gli individui sono responsabili delle proprie azioni, il male è spesso frutto di una scelta, e la pena deve essere certa e immediata per chi si fa strada a danno degli innocenti».

Di psicologia del male si è occupato Philip Zimbardo, uno psicologo americano figlio di immigrati siciliani cresciuto nel Bronx, che ha raccolto trent’anni di ricerche iniziate con l’esperimento carcerario di Stanford del 1971 in Effetto Lucifero (The Lucifer Effect), testo del 2007 dall’illuminante sottotitolo Undersanding How Good People Turn Evil [interamente accessibile in lingua originale nell’Internet Archive].

La mente è il proprio luogo, e può in sé fare un cielo dell’inferno,
un inferno del cielo.

John Milton, Paradiso perduto

Escher2Zimbardo riassume il problema nel modo seguente:

L’idea che un abisso invalicabile separi le persone buone da quelle cattive è consolante per almeno due ragioni. Anzitutto, crea una logica binaria, in cui il Male è essenzializzato. La maggior parte di noi percepisce il Male come un’entità, una qualità intrinseca di certe persone e non di altre. Alla fine, un cattivo seme dà cattivi frutti, come mostra il loro destino… Inoltre, sostenere che esiste una dicotomia Bene-Male assolve “le persone buone” dalla responsabilità. Le libera dal dover prendere anche soltanto in considerazione il loro possibile ruolo nel creare, difendere, perpetuare o ammettere le condizioni che contribuiscono alla delinquenza, al crimine, ai vandalismo, alle molestie, al bullismo, allo stupro, alla tortura, al terrore e alla violenza. “Così va il mondo, non si può fare granché per cambiario, e certo non posso farlo io”.

 

Concezione Disposizionale e Situazionale del “male”

Abu Ghraib: torture sui prigionieri iraqeni

Abu Ghraib: torture sui prigionieri iracheni (2004). Allo scoppio dello scandalo fu chiamato ad esaminare il caso il prof. Philip Zimbardo

Nelle società individualiste come la nostra è radicata la convinzione che i comportamenti siano sempre il risultato delle disposizioni interiori delle persone (locus interno), mentre si sottovaluta il peso che hanno le situazioni in cui queste si trovano ad agire nel determinare i loro comportamenti. La tesi situazionale sostenuta da Zimbardo porta invece a considerare determinante la situazione sociale in cui l’individuo si viene a collocare e che può portare un individuo ad agire in modo anche radicalmente difforme a quelli che sono i suoi valori e comportamenti abituali.

 

L’esperimento carcerario di Stanford

Gustave Le Bon (1841 - 1931)

Gustave Le Bon (1841 – 1931)

L’Esperimento carcerario di Stanford o Stanford Prison Experiment fu ideato e condotto da un team di psicologi guidati dal prof. Philip Zimbardo dell’Università di Stanford dal 14 al 20 agosto del 1971, con l’intento di studiare il condizionamento operato dalle istituzioni sul comportamento dell’individuo.

Zimbardo riprese alcune idee dello studioso francese del comportamento sociale Gustave Le Bon, in particolare la teoria della deindividuazione, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali. Tale processo fu analizzato da Zimbardo nel celebre esperimento, realizzato nell’estate del 1971 nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto, dove fu riprodotto in modo fedele l’ambiente di un carcere.

L’esperimento consisteva in una simulazione di vita carceraria condotta su 24 volontari che dovevano ricoprire i ruoli di prigionieri (12) e di guardie (12) per un periodo di 2 settimane. Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti [i volontari furono ulteriormente selezionati con la somministrazione di test psico-attitudinali per eliminare tutti coloro che potevano presentare problemi di personalità, comportamenti devianti e violenti ecc.]; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. Zimbardo impersonava il ruolo di direttore del carcere. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, erano dotate di manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.

L’esperimento iniziò con la simulazione dell’arresto dei futuri prigionieri che furono prelevati dal dormitorio dell’Università di Stanford da una vera volante della Polizia che rispettò in ogni dettaglio ciò che accade realmente. Zimbardo associò ad ogni ruolo dei simboli distintivi: i prigionieri vestivano una casacca numerata e fu loro posta una catena alla caviglia, così da preparare il terreno per un processo di deumanizzazione; alle guardie invece vennero consegnati dei simboli di potere quali uniformi anonimizzanti, occhiali a specchio (in modo da non poter essere guardati negli occhi), manganelli, fischietti e manette. Ai carcerieri fu concessa un’alta discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l’ordine.

Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie che reagirono iniziando opere di intimidazione e umiliazione, cercando di spezzare il legame tra i prigionieri. Questi vennero costretti a pulire le latrine a mani nude, a defecare in secchi che non avevano il permesso di svuotare, a simulare atti di sodomia, a cantare canzoni oscene e spesso venivano denudati. I detenuti tentarono di evadere e tale fuga venne sventata con difficoltà dalle guardie e dal direttore del carcere (Zimbardo). Dopo 36 ore, delle crisi di nervi colpirono i prigionieri e uno di essi sentì la necessità di lasciare la sperimentazione.

Dopo 5 giorni i detenuti mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: erano docili e passivi e il rapporto con la realtà si stava deteriorando, mostravano seri disturbi emotivi. Le guardie continuarono a praticare comportamenti vessatori e sadici dimostrando un distacco dalla realtà anche nel loro ruolo. Sia le guardie che i prigionieri si erano identificati in maniera forte e impressionante al proprio ruolo tanto che pur soffrendo, questi ultimi non presero in considerazione l’idea di lasciare l’esperimento ma continuarono a rimanere nella prigione intraprendendo continui tentativi di evasione.

Dati gli esiti drammatici, al sesto giorno Zimbardo decise di interrompere l’esperimento con grande sollievo dei prigionieri ma rammarico da parte delle guardie [qui il racconto delle giornate].

Il problema da cui partiva Zimbardo può essere riassunto nella domanda: Come è possibile che una persona abitualmente corretta, giunga a comportarsi in modo crudele in determinate circostanze? A tale domanda, Zimbardo rispose che

«il male è l’esercizio del potere sugli altri in una situazione in cui non ci si sente responsabili delle proprie azioni».

Zimbardo sostenne che la trasformazione che avviene in un individuo e lo porta a commettere azioni mostruose, è il risultato di quello che chiama Effetto Lucifero, risultato dell’interazione tra fattori disposizionali (conformismo e scarso spirito critico), situazionali e sistemici (il sistema sociale influenza le due variabili precedenti e definisce le norme implicite o esplicite che prescrivono come agire, fornendo i ruoli cui gli individui devono attenersi supportandoli e legittimandoli dal punto di vista delle risorse, dell’ideologia delle regole dell’azione ecc).

Secondo Zimbardo, lEffetto Lucifero scatta in un sistema politico-economico fortemente ideologizzato, burocratizzato e retto da un rigoroso sistema gerarchico e funzionale, determinando situazioni che fungono da bed barrel (contenitore malvagio) in cui gli individui si trasformano in “mele marce”, adottando un comportamento efferato, differente da quello abituale. La dinamica è la seguente:

1. Deindividuazione (o anonimizzazione): il comportamento dell’individuo non è più espressione della sua personalità ma del suo essere parte di un gruppo. La persona che si trova in questa condizione non si sente più responsabile delle sue azioni in quanto la sua condotta è dettata dalle norme della situazione specifica in cui agisce e non dalle proprie norme interne.

2. Deumanizzazione (o despecificazione): si relega in una sfera sub-umana l’individuo appartenente a un gruppo esterno, che viene ridotto al rango di oggetto o di essere inferiore. In questo modo viene meno il legame di di empatia con l’altro e anche il senso di colpa viene disinnescato. Questo facilita l’esecuzione di atti di violenza nei confronti della “vittima”.

3. Conformismo: tendenza, per bisogno di approvazione, ad allineare totalmente il proprio comportamento a quello della maggioranza anche quando questa si caratterizza per una condotta riprovevole in base agli stessi parametri del soggetto che ad essa si adegua (esperimento di Asch).

4. Eterodirezione: allentamento o rimozione della responsabilità individuale che si ottiene in quanto l’individuo interpreta il suo comportamento non come proprio, ma come diretto dalle norme a lui esterne e imposte dalla situazione e/o dalla struttura gerarchica o funzione nella quale si trova inserito (esperimento di Zimbardo e di Milgram).

5. Obbedienza: propensione a sottomettersi agli ordini, anche immorali, di figure istituzionali dotate di autorità o status elevato in un determinato contesto gerarchico e/o funzionale (esperimento di Milgram).

6. Diffusione della responsabilità: il venire meno del dovere di intervenire dinanzi a una emergenza laddove siano presenti altri potenziali soccorritori, con i quali, per l’appunto, si divide la responsabilità e che conduce all’inazione o indifferenza (il caso Genovese).

In conclusione, Zimbardo sottolinea il peso del sistema nel determinare l’effetto Lucifero. La condizione di normalizzazione della violenza e la deumanizzazione dell’altro e di se stessi, sono il risultato delle situazioni, sono queste che creano le mele marce e non il contrario. Le situazioni sono prodotte dal contesto e sono i cattivi sistemi che creano le cattive situazioni, pertanto i cattivi comportamenti non sono il risultato del comportamento di mele marce:

i sistemi forniscono il supporto istituzionale, l’autorità e le risorse che permettono alle situazioni di funzionare.

La causa da cui dipendevano i comportamenti degli individui in tali esperimenti è dunque da ricercare nelle “variabili situazionali” e non nella disposizione a commettere atti crudeli da parte delle persone.

 La concezione situazionale del male

 

Conclusioni

Secondo l’opinione di Philip Zimbardo, la prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera. Assumere una funzione di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, assumere cioè un ruolo istituzionale, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, induce cioè quella “ridefinizione della situazione” utilizzata anche da Stanley Milgram per spiegare le conseguenze dello stato eteronomico (assenza di autonomia comportamentale) sul funzionamento psicologico delle persone.

Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

L’ipotesi dello psicologo accentua e per certi aspetti estremizza quella di Milgram sulla forza del controllo in presenza di fattori predisponenti, quali la mancanza di senso critico e la propensione all’obbedienza.

Qui il sito (in italiano) dell’esperimento di Stanford.

 

Altre emergenze sociali da indagare

I frequenti casi di maltrattamenti agli anziani nelle case di riposo e sui bambini negli asili e nelle scuole materne e primarie, ci interrogano quanto le prigioni.

Maltrattamenti sugli anziani 

Maltrattamenti sui bambini a scuola

Umberto Galimberti, Cattivi


3 Comments to “Philip Zimbardo, L’origine del male e l’effetto Lucifero”

  1. Hai visto anche il video del suo Ted Talk in cui parla sempre dell’esperimento e di Abu Graib?

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