Victor Hugo, Il rospo

by gabriella

RospoUn gruppo di ragazzi tortura un rospo e lo abbandona in mezzo alla strada perché sia schiacciato da un carro, ma l’asino che conduce il biroccio, pur frustato e sanguinante, lo risparmia.

In questo emozionante racconto, Hugo, che era tra i giovani torturatori, pone a confronto l‘ottusità inconsapevole del giovane uomo (o dell’uomo, tout court) con la materiale consapevolezza dell’animale. Echi schopenhaueriani nella conclusione [traduzione di Barbara X].

Che vai cercando, filosofo? Oh, pensatore, stai elucubrando?
Volete forse trovare la verità fra queste nebbie maledette?

[…]

La bontà che rischiara il volto del mondo,
La bontà, questo sguardo ingenuo del mattino,
La bontà, limpido raggio di sole che scalda l’ignoto,
L’istinto che, nella tenebra e nella sofferenza, ama,
E’ quel legame ineffabile e supremo
Che equipara nell’ombra – ahimè, spesso così lugubre! –
Il grande innocente, l’Asino, a Dio il grande sapiente.

Victor Hugo, Le crapaud

Cosa ne sappiamo noi? Chi dunque conosce il fondo delle cose?
Il tramonto sfavillava fra le nuvole rosa;
Era la fine d’un giorno di tempesta, e l’occidente
Tramutava l’acquazzone in fiamma nel suo braciere ardente;

Sul ciglio d’un sentiero, vicino a una pozzanghera,
Un rospo guardava il cielo, abbagliato, affascinato;
Serio, egli meditava; l’orrore contemplava lo splendore.
(Oh! Perché la sofferenza e perché la bruttezza?

Ahimè! Il basso Impero è pieno di Augustucoli,
I Cesari di misfatti, i rospi di pustole,
come il prato di fiori e il cielo di sole!).

Le foglie bagnate s’imporporavano sugli alberi;
L’acqua luccicava, in mezzo all’erba, sul sentiero;
La sera si dispiegava come un vessillo;
Gli uccelli abbassavano il canto indebolito durante il giorno;

Tutto s’acquietava d’intorno; e, in pieno oblio di sé,
Il rospo, senza timore, senza vergogna, senza collera,
Dolce, ammirava la grande aureola del sole;
Forse il maledetto si sentiva benedetto.

Non v’è un solo animale che non abbia un riflesso d’infinito;
Non v’è pupilla abietta e vile che non tocchi
La vetta in un lampo, sia essa tenera o selvaggia;
Non v’è mostro, disprezzabile, torbido, impuro,
Che non abbia l’immensità degli astri negli occhi.

Un uomo che passava notò l’orrida bestia,
E, rabbrividendo, gli mise un piede sulla testa;
Era un sacerdote che stava leggendo un libro;
Poi una donna, con un fiore sul corsetto,
Gli ficcò nell’occhio la punta dell’ombrello;

Il sacerdote era vecchio, la donna era bella.
Spuntarono quattro scolari, sereni come il cielo.
-Ero bambino! Ero piccolo! Ero crudele!-

Chiunque in questa terra, ove la purezza dell’anima è spesso
Una chimera, potrebbe iniziare così la recita della sua vita.
Si hanno il gioco, l’ebbrezza e l’alba negli occhi,
Si ha una madre, si è degli scolari gioiosi,

Dei piccoli uomini felici, che respirano l’atmosfera
A pieni polmoni, amati, liberi, contenti; che fare
Se non torturare qualche essere sventurato?

Il rospo saltellava verso il fossato del sentiero.
Era l’ora in cui nei campi si azzurrano gli orizzonti;
Selvatico, egli cercava la notte; i ragazzi lo scorsero
E gridarono: “Ammazziamo quest’animale schifoso!
E siccome è così brutto, facciamogli anche del male!”

E ognuno di loro, ridendo –il ragazzo ride quando uccide-
Si mise ad infilzarlo con un ramo puntuto,
Allargando la cavità dell’occhio maciullato, infierendo
Sulle ferite, rapiti, compiaciuti di ciò che accadeva;

I passanti ridevano; e l’ombra sepolcrale
Copriva questo nero martirio privo di rantoli,
E il sangue, spaventoso, colava da tutte le parti
Sulla povera creatura, la cui sola colpa era d’esser brutta;
Egli fuggiva; aveva una zampa fracassata;

Un ragazzo lo colpiva con un badile scheggiato;
E ogni colpo faceva schiumare quel proscritto
Il quale, anche quando il sole sorrideva su di lui,
anche sotto il grande cielo, strisciava nel fondo d’un fosso;

E i ragazzi dicevano: “E’ malvagio! Sbava!”
La sua fronte sanguinava; il suo occhio penzolava; fra il rovo
E la ginestra, raccapricciante a vedersi, egli avanzava;
Si sarebbe detto che uscisse da qualche terribile gabbia;

Oh! Quale oscuro atto, peggiorare la miseria!
Aggiungere l’orrore alla difformità!
Distrutto, sballottato fra i sassi,
Continuava a respirare; senza riparo,
arrancava; si sarebbe detto che la morte, schizzinosa,
lo trovasse così orrendo da rifuggirlo;

I ragazzi volevano prenderlo in un laccio,
Ma egli scappò loro, scivolando lungo una siepe;
Il passaggio era sgombro, vi trascinava le sue piaghe
E ci si inoltrava, insanguinato, sfiancato, il cranio squarciato,

Avvertendo brividi di freddo in quella verde cloaca,
Lavando la crudeltà dell’uomo in quella melma;
E i fanciulli, con la primavera sulle gote ridenti,
Biondi, graziosi, non s’erano mai divertiti tanto;

Parlavano tutti assieme e i grandi ai più piccoli
Gridavano: “Venite a vedere! Adolphe, Pierre, che ne dite?
Finiamolo con una grossa pietra!”
Tutti assieme, su quell’essere dall’esecrabile destino,
Essi appuntarono gli sguardi, mentre il disperato
Vedeva incombere su di lui quei visi spaventosi.

Ahimè! Magari avessimo delle mete, senz’avere dei bersagli;
Quando miriamo un punto dell’orizzonte umano,
avessimo la vita, e non la morte, nelle nostre mani.-

Tutti quegli occhi seguivano il rospo nel fango;
esprimevano al tempo stesso furore ed estasi;
Uno dei fanciulli ritornò, portando con sé una lastra di pietra,
Più pesante ancora per averla sollevata malagevolmente,

E disse: “Adesso vedremo come se la caverà.”
Ora, in quel medesimo istante, proprio in quel punto della terra,
Il destino faceva sopraggiungere un carro molto pesante
Trainato da un vecchio asino storpio, magro e sordo;

Quest’asino sfinito, zoppicante e penoso,
Dopo un giorno di marcia si approssimava alla stalla;
Tirava il carretto e portava un paniere;
Ogni passo che faceva sembrava fosse il penultimo;

Quest’animale avanzava estenuato, battuto,
Tempestato da un nugolo di colpi;
Aveva negli occhi offuscati dai fumi della fatica
Quell’enigmatica espressione che pare ottusità ma è stupore;

La carreggiata era impervia, piena di fango,
E in quei solchi così aspri ogni giro di ruota
Dava come un lugubre e rauco strappo;

L’asino arrancava gemendo, il barrocciaio bestemmiava;
La strada declive pressava il carro dietro il povero animale;
L’asino meditava, sottomesso, colpito dalla frusta e dal bastone,
E il suo pensiero toccava una profondità sconosciuta all’uomo.

I ragazzi, avvertendo il rumore di quelle ruote e di quel passo,
Si voltarono chiassosamente e videro il carretto:
“Eh! Non far cadere la lastra di pietra sul rospo. Fermati!”

Gridarono. “Guarda, sta giungendo quel carro
E gli passerà sopra, sarà molto più divertente.”
Tutti si misero ad osservare. D’improvviso, avanzando pel sentiero
Ove la martoriata e orrida creatura attendeva il supplizio finale,

L’asino vide il rospo e, triste – ahimè! Chinandosi
Verso chi era ancora più triste-, oppresso, sfinito, cupo,
Abbassò il muso fin quasi a terra e parve fiutarlo;
Questo forzato, questo dannato, questo pio martire, lo graziò;

Rinfocolò le proprie forze ridotte al lumicino e, tendendo
La catena e la cavezza sui suoi muscoli insanguinati,
Opponendosi al barrocciaio che gli gridava: “Avanti!”,
Dominando la spaventosa vicinanza del suo fardello,
Affrontando la sfida pur con la sua spossatezza,
Tirando il carro e sollevando il basto,
Stravolto, portò a deviare l’inesorabile traiettoria della ruota,
Lasciando vivere dietro di lui quel miserabile;
Poi, ricevuto un colpo di frusta, riprese il suo cammino.

Allora, liberando le mani dalla lastra di pietra che scivolò via,
Uno dei fanciulli – proprio quello che racconta questa storia –
Sotto l’infinita volta del cielo azzurro e tenebroso a un tempo,
Ebbe modo di udire una voce ferma che gli disse: “Sii buono!”
La bontà nell’incoscienza è il diamante in mezzo al carbone!

Il divino enigma della luce maestosa che squarcia le tenebre!
L’armonia celeste nulla avrebbe più delle cose morte,
Se le cose morte, triste accozzaglia di castighi e cecità,
Riflettessero, e, private d’ogni gioia, provassero pietà.

Oh, quale ineffabile spettacolo! L’ombra misericordiosa,
L’anima costretta al buio soccorre l’anima nelle tenebre,
L’idiota, mosso a compassione, si curva sull’essere ripugnante,
Il buon dannato dà speranza a chi è stato accusato di malvagità!

L’animale che si eleva, mentre l’uomo indietreggia!
Nell’irreale serenità del pallido crepuscolo,
L’orrenda bestia meditò per un istante e scoprì d’esser parte
Di quella misteriosa e profonda dolcezza;
Bastò che un lampo di grazia splendesse nel suo essere
Per renderla del tutto simile a una stella eterna.

L’asino che era rientrato la sera, sovraccarico, distrutto,
Morente, e sentiva sanguinare i suoi poveri zoccoli consunti,
Aveva fatto qualche passo in più, aveva scartato e deviato
Per non schiacciare un rospo nel fango.
Quest’asino meschino, sudicio, straziato dai colpi di bastone,
Ha mostrato d’esser più nobile di Socrate e più grande di Platone.

Che vai cercando, filosofo? Oh, pensatore, stai elucubrando?
Volete forse trovare la verità fra queste nebbie maledette?
E allora credete, piangete, immergetevi nell’insondabile amore!
Chi è buono vede chiaro quando giunge all’oscuro bivio;
Chi è buono dimora in un angolo di cielo. Oh, saggio,

La bontà che rischiara il volto del mondo,
La bontà, questo sguardo ingenuo del mattino,
La bontà, limpido raggio di sole che scalda l’ignoto,
L’istinto che, nella tenebra e nella sofferenza, ama,
E’ quel legame ineffabile e supremo
Che equipara nell’ombra – ahimè, spesso così lugubre! –
Il grande innocente, l’Asino, a Dio il grande sapiente.

 

Le crapaud

Que savons-nous ? qui donc connaît le fond des choses ?
Le couchant rayonnait dans les nuages roses ;
C’était la fin d’un jour d’orage, et l’occident
Changeait l’ondée en flamme en son brasier ardent ;

Près d’une ornière, au bord d’une flaque de pluie,
Un crapaud regardait le ciel, bête éblouie ;
Grave, il songeait ; l’horreur contemplait la splendeur.
(Oh ! pourquoi la souffrance et pourquoi la laideur ?

Hélas ! le bas-empire est couvert d’Augustules,
Les Césars de forfaits, les crapauds de pustules,
Comme le pré de fleurs et le ciel de soleils !)
Les feuilles s’empourpraient dans les arbres vermeils ;

L’eau miroitait, mêlée à l’herbe, dans l’ornière ;
Le soir se déployait ainsi qu’une bannière ;
L’oiseau baissait la voix dans le jour affaibli ;
Tout s’apaisait, dans l’air, sur l’onde ; et, plein d’oubli,

Le crapaud, sans effroi, sans honte, sans colère,
Doux, regardait la grande auréole solaire ;
Peut-être le maudit se sentait-il béni,
Pas de bête qui n’ait un reflet d’infini ;

Pas de prunelle abjecte et vile que ne touche
L’éclair d’en haut, parfois tendre et parfois farouche ;
Pas de monstre chétif, louche, impur, chassieux,
Qui n’ait l’immensité des astres dans les yeux.

Un homme qui passait vit la hideuse bête,
Et, frémissant, lui mit son talon sur la tête ;
C’était un prêtre ayant un livre qu’il lisait ;
Puis une femme, avec une fleur au corset,

Vint et lui creva l’œil du bout de son ombrelle ;
Et le prêtre était vieux, et la femme était belle.
Vinrent quatre écoliers, sereins comme le ciel.
– J’étais enfant, j’étais petit, j’étais cruel ; –

Tout homme sur la terre, où l’âme erre asservie,
Peut commencer ainsi le récit de sa vie.
On a le jeu, l’ivresse et l’aube dans les yeux,
On a sa mère, on est des écoliers joyeux,

De petits hommes gais, respirant l’atmosphère
À pleins poumons, aimés, libres, contents ; que faire
Sinon de torturer quelque être malheureux ?
Le crapaud se traînait au fond du chemin creux.

C’était l’heure où des champs les profondeurs s’azurent ;
Fauve, il cherchait la nuit ; les enfants l’aperçurent
Et crièrent : « Tuons ce vilain animal,
Et, puisqu’il est si laid, faisons-lui bien du mal ! »

Et chacun d’eux, riant, – l’enfant rit quand il tue, –
Se mit à le piquer d’une branche pointue,
Élargissant le trou de l’œil crevé, blessant
Les blessures, ravis, applaudis du passant ;

Car les passants riaient ; et l’ombre sépulcrale
Couvrait ce noir martyr qui n’a pas même un râle,
Et le sang, sang affreux, de toutes parts coulait
Sur ce pauvre être ayant pour crime d’être laid ;

Il fuyait ; il avait une patte arrachée ;
Un enfant le frappait d’une pelle ébréchée ;
Et chaque coup faisait écumer ce proscrit
Qui, même quand le jour sur sa tête sourit,

Même sous le grand ciel, rampe au fond d’une cave ;
Et les enfants disaient : « Est-il méchant ! il bave ! »
Son front saignait ; son œil pendait ; dans le genêt
Et la ronce, effroyable à voir, il cheminait ;

On eût dit qu’il sortait de quelque affreuse serre ;
Oh ! la sombre action, empirer la misère !
Ajouter de l’horreur à la difformité !
Disloqué, de cailloux en cailloux cahoté,

Il respirait toujours ; sans abri, sans asile,
Il rampait ; on eût dit que la mort, difficile,
Le trouvait si hideux qu’elle le refusait ;
Les enfants le voulaient saisir dans un lacet,

Mais il leur échappa, glissant le long des haies ;
L’ornière était béante, il y traîna ses plaies
Et s’y plongea, sanglant, brisé, le crâne ouvert,
Sentant quelque fraîcheur dans ce cloaque vert,

Lavant la cruauté de l’homme en cette boue ;
Et les enfants, avec le printemps sur la joue,
Blonds, charmants, ne s’étaient jamais tant divertis ;
Tous parlaient à la fois et les grands aux petits

Criaient : «Viens voir! dis donc, Adolphe, dis donc, Pierre,
Allons pour l’achever prendre une grosse pierre ! »
Tous ensemble, sur l’être au hasard exécré,
Ils fixaient leurs regards, et le désespéré

Regardait s’incliner sur lui ces fronts horribles.
– Hélas ! ayons des buts, mais n’ayons pas de cibles ;
Quand nous visons un point de l’horizon humain,
Ayons la vie, et non la mort, dans notre main. –

Tous les yeux poursuivaient le crapaud dans la vase ;
C’était de la fureur et c’était de l’extase ;
Un des enfants revint, apportant un pavé,
Pesant, mais pour le mal aisément soulevé,

Et dit : « Nous allons voir comment cela va faire. »
Or, en ce même instant, juste à ce point de terre,
Le hasard amenait un chariot très lourd
Traîné par un vieux âne éclopé, maigre et sourd ;

Cet âne harassé, boiteux et lamentable,
Après un jour de marche approchait de l’étable ;
Il roulait la charrette et portait un panier ;
Chaque pas qu’il faisait semblait l’avant-dernier ;

Cette bête marchait, battue, exténuée ;
Les coups l’enveloppaient ainsi qu’une nuée ;
Il avait dans ses yeux voilés d’une vapeur
Cette stupidité qui peut-être est stupeur ;

Et l’ornière était creuse, et si pleine de boue
Et d’un versant si dur que chaque tour de roue
Était comme un lugubre et rauque arrachement ;
Et l’âne allait geignant et l’ânier blasphémant ;

La route descendait et poussait la bourrique ;
L’âne songeait, passif, sous le fouet, sous la trique,
Dans une profondeur où l’homme ne va pas.

Les enfants entendant cette roue et ce pas,
Se tournèrent bruyants et virent la charrette :
« Ne mets pas le pavé sur le crapaud. Arrête ! »
Crièrent-ils. « Vois-tu, la voiture descend
Et va passer dessus, c’est bien plus amusant. »

Tous regardaient. Soudain, avançant dans l’ornière
Où le monstre attendait sa torture dernière,
L’âne vit le crapaud, et, triste, – hélas ! penché
Sur un plus triste, – lourd, rompu, morne, écorché,

Il sembla le flairer avec sa tête basse ;
Ce forçat, ce damné, ce patient, fit grâce ;
Il rassembla sa force éteinte, et, roidissant
Sa chaîne et son licou sur ses muscles en sang,

Résistant à l’ânier qui lui criait : Avance !
Maîtrisant du fardeau l’affreuse connivence,
Avec sa lassitude acceptant le combat,
Tirant le chariot et soulevant le bât,

Hagard, il détourna la roue inexorable,
Laissant derrière lui vivre ce misérable ;
Puis, sous un coup de fouet, il reprit son chemin.

Alors, lâchant la pierre échappée à sa main,
Un des enfants – celui qui conte cette histoire, –
Sous la voûte infinie à la fois bleue et noire,
Entendit une voix qui lui disait : Sois bon !

Bonté de l’idiot ! diamant du charbon !
Sainte énigme ! lumière auguste des ténèbres !
Les célestes n’ont rien de plus que les funèbres
Si les funèbres, groupe aveugle et châtié,
Songent, et, n’ayant pas la joie, ont la pitié.

Ô spectacle sacré ! l’ombre secourant l’ombre,
L’âme obscure venant en aide à l’âme sombre,
Le stupide, attendri, sur l’affreux se penchant,
Le damné bon faisant rêver l’élu méchant !

L’animal avançant lorsque l’homme recule !
Dans la sérénité du pâle crépuscule,
La brute par moments pense et sent qu’elle est sœur
De la mystérieuse et profonde douceur ;

Il suffit qu’un éclair de grâce brille en elle
Pour qu’elle soit égale à l’étoile éternelle ;
Le baudet qui, rentrant le soir, surchargé, las,
Mourant, sentant saigner ses pauvres sabots plats,

Fait quelques pas de plus, s’écarte et se dérange
Pour ne pas écraser un crapaud dans la fange,
Cet âne abject, souillé, meurtri sous le bâton,
Est plus saint que Socrate et plus grand que Platon.

Tu cherches, philosophe ? Ô penseur, tu médites ?
Veux-tu trouver le vrai sous nos brumes maudites ?
Crois, pleure, abîme-toi dans l’insondable amour !
Quiconque est bon voit clair dans l’obscur carrefour ;

Quiconque est bon habite un coin du ciel. Ô sage,
La bonté, qui du monde éclaire le visage,
La bonté, ce regard du matin ingénu,
La bonté, pur rayon qui chauffe l’inconnu,

Instinct qui, dans la nuit et dans la souffrance, aime,
Est le trait d’union ineffable et suprême
Qui joint, dans l’ombre, hélas ! si lugubre souvent,
Le grand innocent, l’âne, à Dieu le grand savant.

Print Friendly, PDF & Email

6 Comments to “Victor Hugo, Il rospo”

  1. Debole tra i più deboli, non hai difesa alcuna,
    specie quando l’uomo entra in azione.

    A difesa tua hai la pelle, le zampe,
    gli occhi, persino la goffaggine e bruttezza.

    Ugualmente, non ti lasciano in pace. E non fai
    danno alcuno, alla razza umana.

    E, capita, che tra i tuoi torturatori e boia, ci sia
    la schiera di coloro che per empatia e debolezza

    dovrebbero stare al tuo fianco, a difenderti e amarti,
    in quei momenti in cui, spazio e habitat, vengono distrutti.

    E non è vero che la tua vita e quella dei tuoi simili,
    serve all’uomo solo per uccidervi e divorarvi, o farne

    tiro a segno, impallinamento, trofeo di caccia, circo equestre,
    tortura e sfruttamento e qualche lacrima di commozione

    per le atrocità che molto spesso subite e patite, fino a
    morire in silenzio, clamorosamente capri espiatori,

    tenendovi, in silenzio, anche dopo la morte, il vostro dolore.
    Che non finirà mai fino a che ci sarà quest’uomo.

  2. Bello, anche se gli avrei messo un diverso finale (anche tu, io ed Hugo siamo uomini): il rospo è sempre stato il mio animale preferito, ma solo da adulta ho capito perché.

  3. Aggiungi il tuo di finale. Insomma una cosa a quattro mani. E spiegaci anche perché è il tuo animale preferito, il rospo. Negli ultimi tempi io mi sono innamorate della civetta, che fin da piccolo mi dicevano, che portasse sventura perché annunciava la morte.

  4. Comincio con la spiegazione (il mestiere mi facilita, la poesia è troppo per me :). Un’istintiva tenerezza per quello sguardo severo in un tale corpicino; il fatto poi che mia mamma raccontasse che i rospi sospirano tra l’erba (perciò li pensavo malinconici): insomma il più umano tra gli animali che avevo intorno. Nessuno è capace di dolore quanto l’uomo: oggi so che li ho amati proprio per questo.

    PS: Temo che ci accomuni semplicemente la tragedia.

  5. Lui sa, per istinto di sopravvivenza, che deve difendersi, quindi in qualche modo, usa la sua maschera-sguardo, severo ma maestosamente micro, quasi ridicolo, rispetto alla potenza distruttiva del pianeta e degli uomini, come arma di difesa. E tu, gli hai concesso la tua infinita tenerezza. Certo, tu, io e Hugo, siamo la razza umana, ma come mi insegni, anche filosoficamente oltre che fisicamente, siamo in lotta. Volenti o nolenti, lottiamo. E lotteremo sempre, anche se per un puro capriccio non volessimo. Forse ciò che accomuna (…) gli animali e gli uomini, (e direi, innanzitutto, il pianeta terra), è la lotta; unicamente la lotta. Ma, per essere pignolo, non sto esaltando il comunismo, sarebbe fin troppo facile, semmai la vita, ecco. E con la vita, ecco, rispunta lui …

  6. Il rospo
    Trad Nino Muzzi

    Cosa sappiamo? Chi conosce a fondo le cose?
    Il sole al tramonto irradiava fra nuvole rosee;
    dopo il giorno di uragano, mutava l’occidente
    l’onda in fiamma, nel suo braciere ardente;
    a una pozza, presso un solco di carreggiata,
    mirava il cielo un rospo, una bestia abbagliata;
    grave e assorta; la bruttezza e lo splendore.
    (Ma perché la sofferenza e perché mai l’orrore?
    Ahimè! il Basso Impero è pieno di Augustoli,
    pieni i Cesari di misfatti, i rospi di pustole,
    come il prato è di fiori e il cielo è pieno di astri!)
    Le foglie erano porpora sugli alberi rossastri;
    nel fosso, fra l’erba, fremeva l’acqua allo sguardo;
    la sera si spiegava simile ad uno stendardo;
    l’uccello velava il canto nel giorno estenuato;
    tutto era pace, l’aria, l’onda, e smemorato
    il rospo, senza vergogna, né rabbia, né timore,
    guardava, dolce, la grande aureola del sole;
    forse il maledetto si sentiva benedetto,
    non c’è una sola bestia a cui manchi un tratto
    d’infinito, né occhio vile che non sia toccato
    dall’alto lampo, sia tenero o spietato;
    non c’è mostro esile, bieco, impuro, lordo,
    senza l’immensità degli astri nello sguardo.
    Un passante si avvide della schifosa bestia
    e fremendo le pigiò il calcagno sulla testa;
    era un prete che leggeva il suo libretto,
    poi una donna, con un fiore al corsetto,
    giunse e gli bucò l’occhio con l’ombrella;
    e il prete era vecchio e la donna era bella.
    Giunsero quattro allievi, sereni come il cielo.
    – Ero fanciullo, ero piccolo, ero crudele –
    Ognuno sulla terra, dove l’anima asservita
    erra, può far così il racconto della sua vita.
    C’è il gioco, l’ebbrezza e l’aurora negli occhi,
    c’è la madre, si va a scuola da vispi marmocchi,
    allegri ometti, l’aria a respirare
    a pieni polmoni, amati, liberi, gai; che fare
    se non dare il tormento a qualche poveretto?
    Il rospo arrancava nel cavo viottolo.
    Era l’ora dei campi dagli sfondi azzurrini;
    scontroso, lui cercava la notte; i bambini
    lo videro e gridarono: “Morte all’animale,
    e, siccome è anche brutto, facciamogli del male!”
    e tutti ridendo, – quando uccide il bimbo ride, –
    si misero con un ramo puntuto che incide
    ad allargare il buco dell’occhio sanguinante
    e le ferite, estasiati, applauditi dal passante;
    ché i passanti ridevano e l’ombra sepolcrale
    copriva quel martire che neppure sa urlare,
    e il sangue, sangue atroce, colava da ogni parte
    su chi per sola colpa d’esser brutto ebbe in sorte;
    lui fuggiva, avendo una zampa sciancata,
    un bimbo lo picchiò con una pala scheggiata,
    schiuma il proscritto a ogni colpo che gli assesta
    lui che quando il sole gli sorride sulla testa,
    a cielo aperto, striscia laggiù, nell’ombra cava;
    e i fanciulli dicevano: “Lui è cattivo! sbava!”
    La fronte sanguinava, l’occhio che gli pendeva,
    fra ginestre e fra rovi, orrendo, si muoveva;
    l’avresti detto uscito da un’orrida serra,
    oh! quale turpe azione, aggravar la miseria!
    Aggiungere terrore all’essere deforme!
    Slogato, lasciando sui sassi le sue orme,
    respirava ancora, senza asilo di sorta,
    strisciava, avresti detto che la morte per scelta
    lo rifiutasse trovandolo troppo schifoso;
    una trappola i bimbi gli avevano teso
    ma lui scivolò via, lungo l’erboso limite,
    il fosso era aperto, vi trascinò le ferite
    e vi affondò, sanguinante, il cranio aperto, stremato,
    sentendo un po’ di fresco in quel verde fossato,
    lavando la ferocia dell’uomo in quella mota,
    mentre i bimbi, la primavera sulla gota,
    biondi, attraenti, divertiti com’erano,
    parlavano tutti insieme e i grandi gridavano
    ai piccoletti: “Guarda! Adolfo, vieni Pietro,
    per finirlo prendiamo ora una grossa pietra!”
    Tutt’insieme, sull’essere senza causa esecrato,
    fissavano gli sguardi e il povero disperato
    vedeva chinati su di lui tutti i cipigli.
    – Si scelgano le mete, ahimè! non i bersagli;
    mirando a un punto dell’orizzonte umano,
    si tenga la vita, non la morte in mano. –
    Ogni occhio seguiva il rospo nel pantano,
    era come un furore ed un’estasi in uno;
    venne un bimbo con la pietra, pesa da portare,
    ma, a fine di male, leggera da alzare,
    e disse: “Guardiamo se con questa funziona.”
    Ora, in quell’istante, sulla Terra, in quella zona,
    il caso fece giungere un carro ben pesante
    con un asino, magro, sordo e zoppicante.
    Un asino sfinito, che arranca e che traballa,
    e dopo lunga marcia si avvicina alla stalla.
    Tirava la carretta e portava un cestone,
    ogni passo compiuto annunciava la fine,
    quella bestia avanzava, battuta, estenuata,
    da un nugolo di frustate tutt’avviluppata;
    aveva gli occhi come avvolti in un vapore
    quella stupidità che è forse stupore
    e il solco era vuoto ma così pieno di mota,
    da un lato così duro che ogni giro di ruota
    era come un rantolo, rauco e sepolcrale,
    l’asino gemeva, bestemmiava il vetturale.
    La strada in discesa sospingeva il carretto,
    l’asino, sotto frusta e randello, derelitto,
    pensava nel profondo, come l’uomo non pensa.

    I bimbi odono il passo e la ruota che avanza
    si volgono chiassosi e vedono la carretta:
    “Non gettare la pietra sopra il rospo, aspetta!”
    gridano. “Vedi, la vettura scende giù
    e gli passerà sopra, ci divertiamo di più.”

    Tutti guardavano. In quel solco intanto
    dove il mostro attendea di essere infranto,
    l’asino vide il rospo e, triste, – ahimè! piegato
    sopra un più triste, – greve, rotto, cupo, escoriato
    sembrò fiutarlo con la testa bassa;
    quel forzato, dannato, rassegnato, gli fece grazia.
    Radunate le spente forze e irrigiditi
    catena e basto sui muscoli spellati,
    resistendo al mulattiere che urlava: Avanza!
    tollerando del fardello l’atroce convivenza,
    pur con tanta stanchezza accettando la lotta,
    e sollevando il basto, tirando la carretta,
    stremato deviò la ruota inesorabile,
    e lasciò dietro a sé vivere il miserabile,
    poi sotto la frusta riprese il suo cammino.

    Lasciando allor cadere quella pietra di mano
    uno di loro – chi narra questa storia –
    sotto la volta infinita azzurra e nera
    sentì una voce che diceva: “Sii buono!”

    Bontà dall’idiota! Diamante dal carbone!
    Santo enigma! Luce augusta dalle tenebre!
    Il celestiale non è di più rispetto al funebre,
    se il funebre, cieco e vittima, pensa,
    e, se anche non ha gioia, pietà dispensa.
    O spettacolo sacro! L’ombra un’altr’ombra aiuta,
    l’anima oscura va in soccorso all’anima smarrita,
    lo stupido, commosso, che si piega sull’orribile,
    il dannato buono che fa meditar l’eletto crudele!
    L’animale che avanza quando l’uomo recede!
    Il bruto a volte nel pallido crepuscolo si avvede,
    e, in quel preciso momento, sente e apprezza,
    di esser fratello della strana e profonda dolcezza:
    e se un lampo di grazia dentro gli balena,
    lo rende simile alla stella eterna.
    Il ciuco carico che rientrando a sera, stracco,
    morto, sente sanguinare lo zoccolo piatto,
    fa qualche passo in più, si forza e cambia mano
    per non voler schiacciare un rospo nel pantano,
    quel ciuco abietto, sporco, martire sotto il bastone,
    è più sacro di Socrate e più saggio di Platone.
    Il Filosofo ricerca? Il Pensatore riflette?
    Vuol trovare del vero in queste brume infette?
    Creda, preghi, affondi nell’amore insondabile!
    Chi è buono vede chiaro al bivio indecifrabile,
    chi è buono abita un angolo di cielo. O saggio,
    la bontà che del mondo svela il volto col suo raggio,
    la bontà, questo sguardo del mattino inviolato,
    la bontà, puro raggio che riscalda l’ignoto,
    l’istinto che, nella notte in sofferenza, ama,
    è la mano che unisce ineffabile e suprema
    nell’ombra, ahimè! così lugubre sovente,
    il grande ingenuo, l’asino, a Dio, il gran sapiente.

Leave a Reply to Transit


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: