Christian Caliandro, La distopia italiana

by gabriella

Una bella riflessione sulla condizione giovanile contemporanea sullo sfondo della marcescenza dell’immaginario collettivo e del declino, prima di tutto culturale, dell’Italia. Molti aspetti in evidenza, dal malaffare al cinismo della classe dirigente, fino alla stupidità dilagante, dalla crisi della produzione culturale al successo dei sessantenni evergreen, trovano una convincente lettura unitaria in questo articolo che si conclude spiegando come precario venga da prece, perché indica colui che è costretto ad implorare per ottenere ciò che sarebbe suo diritto.

Nel 1961 Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America «senza tempo»), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di

«trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello».

Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante «uguaglianza», basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

Ecco, l’Italia degli ultimi trent’anni ha funzionato più o meno così. Nel 1982 – agli albori cioè di questa dinamica – Antonio Porta consegnò a «Nuovi Argomenti» alcune riflessioni illuminanti, chiamando esplicitamente «schizofrenia» l’incipiente e costante dissociazione italiana dalla realtà:

Italiani significa essere esposti a continue e improvvise lacerazioni, essere quasi inermi di fronte al pericolo di una schizofrenia costante. L’essere dell’italiano è fatto di sostanza schizoide. Ciò accade senza alcun sovraccarico di patetismo; nulla di meno straziante o intimo di questa schizofrenia: essa accade come a “un altro”, e di fatto molti italiani vivono esattamente come se accadesse sempre a “un altro”. Il metafisico “altro” di lacaniana memoria è utilizzato dall’essere italiano per scaricare “fuori” ogni possibile disturbo privato, conseguenza dello stato di schizofrenia costante Schizofrenia italiana, «Nuovi Argomenti», n. 4, terza serie, ottobre-dicembre 1982.

Harrison BergeronCiò che più impressiona è che la cultura abbia svolto nel nostro paese un ruolo del tutto analogo a quello prefigurato da Vonnegut. Invece di criticare radicalmente la realtà, spiegando chiaramente, ostinatamente e anche crudamente quello che accade, la produzione culturale italiana – quella maggioritaria, certo, e con le dovute eccezioni: ma il discorso non per questo cambia – ha scelto progressivamente di dedicarsi all’acquiescenza, supportando attivamente l’immensa opera di rimozione e negazione che nel frattempo prendeva forma in ogni settore della società.

Il problema riguarda quindi da vicino il tipo di percezione della cultura nel nostro paese: perché a ogni taglio (sempre più devastante di quello precedente) imposto a un singolo settore culturale non segue di fatto alcuna reazione dell’opinione pubblica? Dell’opinione pubblica, non degli appartenenti a quel settore, degli operatori, degli «addetti ai lavori»: è una domanda sgradevole, ma bisogna sul serio cominciare a porsela per capirci qualcosa. Perché negli ultimi mesi il dibattito pubblico sulla cultura si è fatto vivace e a tratti anche serio, ma nella maggior parte dei casi non sembra che ci sia un’idea abbastanza chiara di che cosa in definitiva sia questa «cultura» di cui si parla, e del perché sia così importante(a dire il vero, spesso non sembra che si avverta neanche l’esigenza di averla, un’idea del genere).

La cultura, in Italia, non è purtroppo percepita a livello diffuso come un bene primario e comune, come un servizio di cui non si possa proprio fare a meno. La cultura, anzi, è considerata al contrario nella maggior parte dei casi – con ostilità e fastidio – appannaggio di pochi, privilegio senza neanche le attrattive dei privilegi socialmente desiderabili: una produzione del tutto autoreferenziale, connessa cioè a cricchecaste – gruppetti, assolutamente non popolare (nel senso vero e profondo del termine) – e per questo fondamentalmente scollegata dalla vita di ognuno, dalle proprie esigenze reali, dal mondo in cui le esistenze individuali e collettive si svolgono.

La produzione culturale nazionale, cioè, tranne sporadiche eccezioni, non «racconta» più nulla di rilevante per la nostra identità, per capire chi siamo e che diavolo ci sta succedendo. Non costruisce mitografie in cui riconoscersi. Come si può dunque pretendere, con queste premesse, che un popolo intero scenda in piazza a difendere un bene che non sente come proprio, come una parte importante di se stesso? Ciò è accaduto non per caso, ma perché si è voluto che accadesse, perché si è scelto che accadesse: è sufficiente pensare a quali sono i prodotti culturali di massa che hanno formato le ultime due, tre generazioni di italiani, per capire di cosastiamo parlando.

Eppure non è sempre stato così: pensiamo solo alla commedia italiana (Monicelli, Risi, Scola), o al cinema politico e d’inchiesta (Rosi, Petri, Damiani) dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Per dire, è sufficiente che consideriate tre film come Roma bene (1971) di Carlo Lizzani, Vogliamo i colonnelli (1973) di Mario Monicelli e Signore e signori, buonanotte (1976) per avere un’idea di come questi autori – questi uomini – si relazionavano con il proprio contesto, e che cosa facevano dei materiali che la realtà (sotto gli occhi di tutti, allora come oggi: e, in molti casi, pressoché immutata) metteva a loro disposizione.

Quei registi – e quegli scrittori, e quegli artisti – riuscivano a portare avanti, insieme e senza spocchia, un intero e articolato processo di costruzione identitaria, rendendolo fruibile e popolare. Certo, c’erano anche gli scrittori, gli artisti e i registi che in pochi capivano: ma anche i loro contenuti trovavano il modo di essere veicolati, attraverso lo strumento dell’ironia (Gassman- Bruno nel Sorpasso che dice a Trintignant- Roberto: «L’hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ’na bella pennichella… Bel regista Antonioni!»; oppure Elide, la moglie di Gassman-Gianni Perego in C’eravamo tanto amati, che al culmine del suo processo di formazione intellettuale si trova a riflettere sull’incomunicabilità allestendo addirittura intere pareti di cornici vuote preconcettuali, e dunque ancora Antonioni: cioè, a tradurre in termini culturali la sua personale assenza di comunicazione con il marito, che non l’ha mai amata).

Ovviamente, c’è sempre il rischio che questa sia una versione idealizzata e ipersemplificata, ma io non credo: Monicelli

fingeva orrore alla sola idea che potesse volersi far considerare un artista o che qualcuno pensasse che si dava delle arie, o peggio ancora, che facesse del cinema per parlare di sé. La sua disponibilità lo fece considerare poco “autore” da una critica che prendeva sul serio solo i registi che visitavano il proprio universo inconfondibile. Masolino D’Amico, Quell’ultimo sorriso contro la retorica, in «La Stampa», 15 settembre 2012, p. 31

Il punto è sempre quello: collegare dati, fatti, eventi, personaggi, processi storici, osservarli da vicino e produrre senso (un senso che possa essere condiviso), anche a costo di rinunciare a una fetta di «autorialità» (tutta di facciata, in ogni caso). La narrazione – coinvolgente, efficace, ulcerante, oltraggiosa – è ciò che veicola questo meccanismo. Esattamente ciò che manca, quasi del tutto, nell’Italia di oggi. Risultato: è assente la rappresentazione culturale di un’intera epoca; non esiste racconto per la nostra nuova, terrificante condizione. Quindi, non c’è ancora comprensione diffusa (e, del resto, confusione e paura e bisogno di rassicurazione sono gli ingredienti imprescindibili di ogni distopia che si rispetti: ogni forma di controllo sociale si fonda cioè su periodici «due minuti d’odio», come in 1984).

E qual è questa nostra condizione? Basta considerare con attenzione il linguaggio della distopia italiana (a suo modo, una peculiare variante di neolingua): per Mario Monti, ad esempio, i giovani italiani sono stati ridotti senza mezzi termini negli ultimi anni a «scudi umani», alla mercé dei diversi corporativismi nazionali. La nostra si configura cioè da tempo come una distopia «generazionale», in gran parte inedita nella storia occidentale: come ha scritto di recente Nicola Lagioia,

attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso». (E c’è sempre questa idea del sequestro, della costrizione in spazi claustrofobici, che sembra perseguitare e ossessionare come un fantasma attitudinale, sin dal 1978 di Moro e dal 1981 di Alfredino, la nostra società e i suoi testimoni: questo sequestro riguarda i discorsi e le interpretazioni, cioè ancora una volta la cultura, prima ancora che i beni, le risorse, le opportunità.)

Sono metafore crudeli, ma indubbiamente efficaci – e umilianti.

L’umiliazione collettiva è stata del resto riconosciuta da più parti come un tratto caratteristico, fondante addirittura, per comprendere ciò che è accaduto agli italiani negli ultimi decenni:

un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socio-economico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo. Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginario e viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia:in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata (Giorgio Vasta, La narrativa dell’umiliazione, in «minima & moralia», 6 dicembre 2011.

La differenza principale tra questo momento storico e il secondo dopoguerra è che la maggior parte degli italiani, oggi, sembrano preda di una specie di malattia spirituale: sono tristi, avviliti, non rabbiosi; sono inerti, frustrati e quasi totalmente negativi. Sono passivi. È la malattia morale della passività il problema centrale, l’incazzatura senza oggetto perché l’oggetto è dentro di sé.

Il nostro è un Paese stanco, ma non stanco della propria irresponsabilità: dopo che intere generazioni hanno generato un disastro, e hanno lasciato che le condizioni per il disastro si generassero, ci tocca adesso anche l’oltraggio di contemplarle mentre continuano tristemente a negare ogni evidenza. A sprofondare nella finzione; a cercare questa finzione, disperatamente.

“Ma che volete da noi, noi non c’entriamo, non siamo stati noi; non è mica colpa nostra se tutto questo sta avvenendo, se tutto questo è avvenuto: sono i politici, è il ‘sistema’, noi siamo brava gente”: l’eterna italianità si ripropone. Con l’indispensabile e immancabile corollario “genitoriale”: “Ma come, vi abbiamo dato tutto!”

È questa la natura distopica del presente italiano, come lo stiamo (ri)conoscendo. La potete verificare, in fondo, praticamente in ogni situazione pubblica – meglio ancora se di carattere culturale. Un evento culturale-tipo: sul palco, individui 50-60enni sentenziano su problemi epocali che loro stessi hanno contribuito a creare e sproloquiano di argomenti che generalmente conoscono pochissimo, su cui hanno al massimo un’infarinatura obsoleta e un livello di informazione rudimentale e scadente (i social network; il futuro dell’editoria; lo stato del romanzo; il degrado del patrimonio culturale; il coma del cinema italiano; l’erosione dei diritti; l’antipolitica e la fuga dalla politica; la “piaga” del precariato…).

Gli individui 50-60enni sono ammirati dal pubblico, laggiù, composto da spettatori-consumatori quasi sempre della stessa età. Sullo sfondo, nelle posizioni meno visibili, più oscure e degradanti, i giovani 20-30enni fanno funzionare la macchina: sono i “macchinisti” e i “fuochisti” che mandano avanti la baracca, che fanno tutto ciò che serve a mettere in piedi i “megaeventi-culturali-con-protagonisti-e-pubblico-adorante” (e ne hanno le competenze, faticosamente acquisite e destinate con ogni probabilità a rimanere sottoimpiegate: progettazione, organizzazione, elaborazione dei contenuti, comunicazione).

In mezzo e attorno e dentro a questo spettacolo, il buco nero, il pozzo profondo in cui l’Italia intera è precipitata più o meno trent’anni fa: un pozzo fatto di rappresentazioni spettrali percezione alterata della realtà, finzionalità avvelenata, dissociazione identitaria, distacco dalla vita. Nella costruzione di questa bolla distopica che chiamiamo Italia contemporanea, l’immaginario collettivo ha cominciato ad assomigliare sempre di più al percolato: come il percolato è un liquido che trae prevalentemente origine dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi (Wikipedia), ciò che resta dell’immaginario cola dai rifiuti e dalle scorie e dagli avanzi marciti della culturale nazionale – tv, altri media, cinema, libri e ‘libroidi’, ecc. – e si innesta nei cervelli di tutte le età. Determinando la comprensione dell’esistente.

Come scriveva Curzio Malaparte al suo ritorno dalla devastazione europea, incredulo di fronte all’ostinazione dei nobili e dei gerarchi nel negare ciò che avevano sotto gli occhi:

“Nulla è cambiato in Italia, non è vero?’ mi domandò Paola. ‘Oh, tutto è cambiato,’ dissi ‘è incredibile come tutto è cambiato’. Paola disse: ‘È strano, io non me ne accorgo’. Guardava verso la porta, e a un tratto esclamò: ‘Ecco Galeazzo! Lo trovi cambiato anche lui?’. Io risposi: ‘Anche Galeazzo è cambiato. Tutti sono cambiati. Tutti aspettano con terrore il gran Koppȃroth, il Kaputt, il gran Gatto’. ‘Che cosa?’ esclamò Paola spalancando gli occhi”. Kaputt, Adelphi, 2009, pp. 400-401.

Il sistema di valori che orienta le scelte di un’intera società è una struttura. Immateriale. Questa struttura immateriale sostiene la distopia realizzata che è l’Italia presente.

La distopia perfetta è quella in cui quasi tutti negano di abitare una distopia (nella distopia non è pensabile nessun “fuori”; essa si rende trasparente e irriconoscibile in quanto tale, scompare del tutto perché pervade tutto; e il momento in cui emerge chiaramente l’idea del “fuori” coincide con la fine vera e propria della distopia), negano di viverci fin da quando sono nati, fin da quando esistono e hanno memoria, o di esserci scivolati a un certo punto (in questo caso non ricordano com’era prima, e se lo ricordano rimuovono il dolore della perdita, il disagio della sconfitta): negano questa qualità, e negano anche la loro vita.

Così, l’ideologia perfetta, l’ideologia più potente è quella che dichiara da un certo punto in poi la morte di tutte le ideologie, e che non esistono più ideologie. Quel “punto” coincide con la sua, completa, affermazione: non esistono più le altre ideologie; tutte le altre ideologie sono morte. (Insepolte).

Un uomo corpulento alla guida di una grossa auto è impaziente, perché tre passanti stanno attraversando la strada; l’uomo ha una sessantina d’anni e un’auto grossa, abbastanza potente, e non deve andare da nessuna parte – ma è aggressivo, impaziente, insolente e volgare. Noi tre abbiamo tra i trenta e i trentasette anni. Dentro e dietro quella faccia, l’ideologia più potente, l’unica esistente negli ultimi trenta (o trecento?) anni, è pienamente in azione: l’egoismo; il distacco dalla realtà; l’esclusione dell’altro e dei suoi bisogni dalla propria percezione; la pavidità; la meschinità; la disponibilità ad ogni turpitudine e infamia pur di salvare il proprio; l’incapacità totale di assumersi le proprie responsabilità, e il vizio connesso di attribuire la colpa a qualcun altro; la faciloneria e il pressapochismo, anche e persino nelle situazioni che richiederebbero il massimo self-control e la più grande disciplina – e poi, quando succede qualcosa di brutto che poteva benissimo essere evitato, addirittura previsto, è sempre e comunque una disgrazia.

È l’egoismo di chi si pensa costantemente su un palcoscenico, o dentro un reality: gli altri sono semplicemente comprimari dello spettacolo: e quindi i pedoni devono aspettare, anche se sono sulle strisce. È l’eggramscioismo di chi ha rimosso la nozione stessa di comunità, o non l’ha mai conosciuta e valutata in quanto tale: gli altri sono indistinti come fantasmi, fattori intercambiabili della scena o accessori di una location.

Si osserva da alcuni con compiacimento, da altri con sfiducia e pessimismo, che il popolo italiano è ‘individualista’ (…) Ma questo ‘individualismo’ è proprio tale? Non partecipare attivamente alla vita collettiva, cioè alla vita statale (e ciò significa solo non partecipare a questa vita attraverso l’adesione ai partiti politici ‘regolari’) significa forse non essere ‘partigiani’, non appartenere a nessun gruppo costituito? Significa lo ‘splendido isolamento’ del singolo individuo, che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica e morale? Niente affatto. Significa che al partito politico e al sindacato economico ‘moderni’, come cioè sono stati elaborati dallo sviluppo delle forze produttive più progressive, si ‘preferiscono’ forme organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo ‘malavita’, quindi le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari, sia legate alle classi alte”. Antonio Gramsci, Il Risorgimento e l’Unità d’Italia, in Quaderni del carcere, 1929-‘35.

E dentro di noi? In noi tre, tra i trenta e i trentasette anni, quale ideologia sta emergendo, sta prendendo corpo, si sta formando elaborando strutturando? Un’ideologia opposta, che sconfigge questa potenza morente, già morta, in via di esaurimento? Oppure semplicemente il suo triste prolungamento, la sua fase terminale, la sua essicazione? Per ora, c’è solo il disprezzo inarticolato nei confronti di quest’uomo nell’auto grigia. Qualcosa vorrà pur dire.

P. S. Vale sempre la pena ricordare che “precariato” viene da prece: il precario è cioè colui che è costretto a supplicare per ottenere ciò che sarebbe suo di diritto.

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2 Comments to “Christian Caliandro, La distopia italiana”

  1. Due rapide considerazioni: assieme -e forse più che- alla crisi dei valori, assistiamo anche alla crisi della giustizia, ovvero di quella capacità di contemperare, mediare e scegliere fra diversi valori.
    Qui ognuno canta solo i propri e non vede aldilà di essi.
    In secondo luogo, son sempre più convinto che ci troviamo in quella “crisi dell’esempio” di cui parlava Mario Benedetti. E’ imperativo che le voci contrarie si facciano incessanti.

    • Credo (con Marx, Nietzsche, Weber ..) che i “valori” siano semplicemente l’espressione di stati e posizioni specifiche da far valere verso altri. Per questa ragione, più che contemperare si disputa, si vince e si perde, visto che l’adozione di un punto di vista è vantaggiosa per alcuni quanto svantaggiosa per altri. Ciò non toglie che sul piano politico si possa anche negoziare, magari ad alto livello, come nel caso della costituente.

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