Un adattamento della lezione inaugurale sul contemporaneo che Agamben ha tenuto allo IUAV di Venezia nell’a.a. 2006-2007, per la prima lezione di Sociologia in una quinta classe, il cui programma è dedicato alla comprensione del proprio tempo, attraverso lo studio del presente, la lettura dei classici e l’analisi critica della contemporaneità.
Contemporaneo è l’inattuale, osserva il filosofo, colui che sa vedere
«come un male, un inconveniente, un difetto, qualcosa di cui la sua epoca va giustamente orgogliosa» [F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, II, 1874].
Il contemporaneo è «una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze», è un’abilità particolare, che equivale a «neutralizzare le luci che provengono dall’epoca per scoprire la sua tenebra, il suo buio speciale» [in G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo e altri scritti, Roma, Nottetempo, collana I sassi, 2010, pp. 22-33].
C’è una roccia a Plymouth, in Massachussets, sulla quale è inciso che gli Stati Uniti sono nati sull’sola di Gorée.
Da questo frammento di terra africana al largo del Senegal partivano infatti le rotte degli schiavi, e di lì veniva il passeggero del Mayflower che fu il primo ad essere formalmente venduto e acquistato come schiavo, nel 1619, in terra americana [Cfr. Encyclopedia of Race and Racism, Thomson Gale, p. 134].
Gorée, in senegalese Bir che significa “ventre femminile”, si trova a tre km. da Dakar, la capitale del Senegal.
Dichiarata patrimonio dell’Umanitàdall’ONU nel 1978, Gorée ha rappresentato, per chi l’ha attraversata in catene fin dal lontano 1444, «la porta per l’inferno» della schiavitù, alla quale sono stati sottoposti milioni di uomini e donne africani, strappati alla loro terra ed inviati, con le imbarcazioni portoghesi, spagnole ed olandesi, nelle Americhe del Sud e nei Caraibi per lavorare nei campi di cotone e di canna da zucchero.
La porta del non ritorno
La porta del non ritorno
Nella Casa degli Schiavi sull’isola si può ancora visitare la porta del non ritorno da dove uscivano gli schiavi catturati in tutta l’Africa occidentale per essere poi caricati sulle navi che li avrebbero portati in America.
Molti degli schiavi (dai 9 a 15 milioni di uomini, donne e bambini) lasciarono le coste dell’Africa da Gorée durante i tre secoli interessati alla deportazione. Tenuti in celle fino alla partenza delle navi, imboccavano il corridoio che portava direttamente al mare attraverso la porta del non ritorno. I più forti erano imbarcati, i deboli gettati in mare.
They will remember that we were sold, but not that we were strong. They will remember that we were bought, but not that we were brave. William Prescott, former slave, 1937
Il traffico di schiavi ha avuto un ruolo determinante nella costruzione della civiltà occidentale, delle sue fortune, del suo splendore.
Il Merseyside Museum of Liverpool ricorda la storia dei tre secoli di commercio transatlantico, più del 10% del quale passato proprio dal porto inglese – dal 1780 la capitale del traffico di schiavi -, nel bellissimo International Museum of Slavery, aperto nel 2007.
Vi si racconta la storia di milioni di persone (dai 9 ai 15), la cui vita in cattività durava in media cinque anni, durante i quali dovevano subire ogni tipo di violenza e sopraffazione. I testi seguenti sono mie traduzioni dei documenti del Museo, visitato nel luglio 2016.
Il primo documento ufficiale da cui scaturirono le leggi razziali italiane è il Manifesto sulla purezza della razza pubblicato il 14 Luglio 1938. Questo testo rappresenta un esempio, tra i più noti e drammatici, della distorsione ideologica di principi e conoscenze scientifiche al servizio delle leggi e delle pratiche discriminatorie del fascismo, promulgate 70 anni fa, il 3 settembre 1938 (in coda, una sintesi delle leggi razziali curato dall’ANCI).
1. Le razze umane esistono
L’esistenza delle razze umane non è già un’astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2. Esistono grandi razze e piccole razze
Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, l’esistenza delle quali è una verità evidente.
Uno stralcio dei materiali di studio di Salvatore Palidda per il corso di Sociologia della devianza di Scienza della comunicazione dell’Università di Genova, a.a. 2015/16.
Questa prospettiva di studio si fonda su un’accezione della devianza che comprende non solo la trasgressione o violazione delle regole e delle norme socialmente condivise, ma anche tutto ciò che contribuisce alla produzione e alla riproduzione di essa come fenomeno insito nei mutamenti sociali.
Si propone quindi una prospettiva di interpretazione della devianza attraverso lo studio delle sue molteplici manifestazioni e delle numerose reazioni che queste suscitano in diversi momenti storici, in diversi contesti sociali e politici. Si potrà allora comprendere come ogni mutamento sociale è mutamento dell’ordine della società, ossia cambiamento del controllo sociale e del disciplinamento dei comportamenti collettivi e individuali e quindi cambiamento di ciò che si considera deviante.
Il 31 agosto 2018 è morto a 96 anni Luigi Cavalli Sforza, il genetista che aveva studiato le migrazioni umane e aveva dimostrato che esiste una sola razza umana.
Le nozioni di «razze superiori» e «razze inferiori» nascono nell’Ottocento con la pubblicazione del Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane (1853-55) di Joseph Arthur de Gobineau (1816-82). Il saggio stabiliva, infatti, l’ineguaglianza originaria delle razze, creando una tipologia fondata su criteri di gerarchizzazione ampiamente soggettivi come la «bellezza delle forme, forza fisica e intelligenza».
Non esistono oggi, almeno in ambito scientifico, sostenitori delle tesi di de Gobineau, perché gli studi di genetica umana hanno dimostrato che lo stesso concetto di razza, fondato su presunte differenze biologiche, è privo di senso. Nei brano seguente il genetista Luigi Cavalli Sforza (1922-2018) rintraccia le origini del razzismo in osservazioni di carattere culturale, smentendo la validità delle motivazioni biologiche [L. L. Cavalli Sforza, Introduzione alla genetica umana, trad. it. di A. Ramazzotti Cavalli Sforza, Milano, Mondadori, 1976, pp. 146-50 e 165-66].
Ugualmente Suman, in quello successivo, ne La mela di Newton che prende spunto dalle dichiarazioni preelettorali di politici e giornalisti.
È facile distinguere le tre razze umane principali: africana, caucasica e orientale. Grossolanamente corrispondono alle razze nera, bianca e bruna; vi sono però molti gruppi di transizione e non è facile, ad esempio, decidere se classificare come africani o caucasici molti africani del nord [ . ..].
Nel settantatreesimo anniversario del bombardamento atomico, un articolo di Simona Maggiorelli uscito su Left.it due anni fa e una clip di RepTV.
Fu il texano Claude Robert Eatherly (1918-1978), pilota e meteorologo, a dare il via libera allo sgancio della prima bomba atomica della storia, “little boy”, che colpì Hiroshima il 6 agosto 1945. Earthely aveva solo 27 anni, ma era già un esperto nel suo settore. Quel giorno agì sulla base di considerazioni pratiche e razionali: il cielo era sgombro e non c’erano perturbazioni in arrivo su Hiroshima.
Le conclusioni di un panel di esperti consultati dall’Ente nazionale di valutazione americano: gli studenti non imparano più a leggere perché a scuola si fanno solo test e si trascurano storia e letteratura, arte e scienze. Tratto dal Corriere.it.
Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica?
Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum.
Era il 2001 – presidente George W. Bush – quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi – ricchi o poveri – delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo.
Costruendo una civiltà ad alto consumo energetico, ogni giovane popolazione produce conseguenze sul proprio ecosistema.
I modelli matematici costruiti da un team di astrofisici ipotizzano che l’esito catastrofico delle conseguenze indotte da una popolazione sia probabile in rapporto di 3 su 4 ma che esista una possibilità residuale che qualche civiltà abbia potuto rendersi conto prima della fine delle conseguenze del proprio modello di sviluppo.
Una delle domande più importanti per la sopravvivenza a lungo termine della specie umana è il modo in cui le civiltà gestiscono i cambiamenti che apportano ai loro ambienti a mano a mano che diventano più tecnologicamente avanzati. Questa domanda potrebbe anche aiutarci a valutare le possibilità che nell’universo esistano altre forme di vita intelligente.
Uno studio, recentemente pubblicato sulla rivista Astrobiology, suggerisce che ci sono quattro diversi scenari che una civiltà può seguire mentre si sviluppa. Uno di questi quattro percorsi conduce all’esistenza sostenibile. Ma negli altri tre casi le civiltà sfruttano troppo le risorse e collassano e di conseguenza si estinguono.
La domanda più logica, quindi, è: quale dei quattro percorso abbiamo intrapreso?
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