Il discorso di Aristofane

by gabriella

simposio

Platone costruisce il Simposio con i discorsi sull’eros di sette commensali: il retore Fedro, protagonista del dialogo che porta il suo nome anch’esso a tematica erotica (178a – 180 b), il sofista Pausania (180c – 185e), il medico Erissimaco (186a – 188e), il commediografo Aristofane (189a – 193d), il drammaturgo Agatone (195a – 197e) e il filosofo Socrate, il quale riferisce dell’insegnamento ricevuto dalla sacerdotessa di Mantinea Diotima (202d – 212c). L’ultimo discorso è quello di Alcibiade, il pupillo di Pericle, innamorato di Socrate, che sopraggiunge alla fine e interviene ubriaco nella conversazione. I logoi che i partecipanti al banchetto si scambiano tra loro, articolano un coro polifonico su un unico soggetto, su quella realtà sfuggente e quotidiana rappresentata dall’esperienza dell’amore e del soggiogamento alla bellezza.

androgino

androgino

Aristofane illustra la propria concezione dell’amore attraverso una narrazione che ha al centro l’originaria pienezza della natura umana: un tempo gli esseri umani erano sferici, possedevano due braccia, due gambe e due volti sui due lati della testa. Anche i loro genitali erano doppi, alcuni ne possedevano maschili e femminili, gli androgini appunto, altri di un sesso soltanto.

Erano così perfetti e completi da tentare la scalata all’Olimpo e insidiare il potere degli dèì, scatenando così l’ira di Zeus che decise di dividerli in due, determinando per sempre la loro insufficienza e incompletezza. Da allora, le metà ottenute dal taglio di Zeus si cercano, avendo nostalgia dell’antica perfezione, desiderando la propria metà maschile o femminile con la quale un tempo erano congiunte.

Il mito è ricco di significati: l’uomo è un essere incompleto, incapace di essere senza gli altri. Egli è sempre metà (symbolon) di qualcosa, riflesso di una realtà che gli è esterna sulla quale non ha mai presa definitiva. Egli è per natura, mancante di una parte, la cultura, cioè il particolare riferimento al mondo che gli sarà trasmesso dalla società umana entro cui vivrà.  Ogni uomo è poi parte entro una relazione: nessuno può definire se stesso (essere qualcosa) se non identificandosi o differenziandosi dagli altri, specchiandosi nell’alterità. Emerge così in Aristofane il ruolo dell’altro, il quale può corrisponderci, creando il clima emotivo/cognitivo che ci permette di esprimerci e di essere ciò che vogliamo, rendendoci stabili e appagati, o non corrisponderci ed essere per noi limite, ostacolo, impedimento [Sartre: l’enfer c’est les autres].

Amore è allora trovare corrispondenza, l’altra metà di ciò che vuoi essere: è un uomo che ti fa essere la donna che hai scelto di essere (o la donna che ti fa essere l’uomo che sei), è entrare in una classe che ti permette di essere il prof. che hai scelto di diventare (o il professore che ti fa diventare ciò che hai voglia di diventare). Amore è la perfetta armonia tra il dentro e il fuori, il completamento senza scarti di ciò che siamo, di cui un pezzo è sempre fuori di noi.

Bisogna innanzi tutto che sappiate qual è la natura dell’uomo e quali prove ha sofferto; perché l’antichissima nostra natura non era come l’attuale, ma diversa. In primo luogo l’umanità comprendeva tre sessi, non due come ora, maschio e femmina, ma se ne aggiungeva un terzo partecipe di entrambi e di cui ora è rimasto il nome, mentre la cosa si è perduta. Era allora l’androgino, un sesso a sé, la cui forma e nome partecipavano del maschio e della femmina: ora non è rimasto che il nome che suona vergogna.

In secondo luogo, la forma degli umani era un tutto pieno: la schiena e i fianchi a cerchio, quattro bracci e quattro gambe, due volti del tutto uguali sul collo cilindrico, e una sola testa sui due volti, rivolti in senso opposto; e così quattro orecchie, due sessi, e tutto il resto analogamente, come è facile immaginare da quanto se detto. […] Possedevano forza e vigore terribili, e straordinaria superbia; e attentavano agli dèi. Pertanto Zeus e gli altri dèi andavano arrovellandosi che dovessero fare ed erano in grave dubbio perché non se la sentivano di ucciderli e farli sparire fulminandoli come i giganti, né potevano lasciarli insolentire. Ma finalmente Zeus, pensa e ripensa: “Se non erro, dice, ce l’ho l’espediente perché gli uomini, pur continuando a esistere ma divenuti più deboli, smettano questa tracotanza. Ora li taglierò in due e così saranno più deboli, e nello stesso tempo più utili a noi per via che saranno aumentati di numero. E cammineranno ritti su due gambe; ma se ancora gli salterà di fare gli arroganti, e non vorranno vivere quieti, li taglierò in due una seconda volta: così
cammineranno su una gamba zoppa a balzelloni”.

Ciò detto prese a spaccare gli uomini in due. […] Quando dunque la natura umana fu tagliata in due, ogni parte, vogliosa della propria metà le si attaccava, e gettandosi le braccia attorno, avviticchiandosi l’un l’altra, nella brama di fondersi insieme morivano di fame e in generale di inazione, perché nulla volevano fare l’una staccata dall’altra. E ogni volta che una parte moriva e l’altra restava sola, questa superstite andava cercando un’altra metà […].

Ecco dunque da quanto tempo l’amore reciproco è connaturato negli uomini: esso ci restaura l’antico nostro essere perché tenta di fare di due una creatura sola e di risanare così la natura umana. Ognuno di noi è dunque la metà (symbolon) di un umano resecato a mezzo come al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà. E quando ad alcuno di questi avvenga di incontrare la propria metà, allora restano entrambi così impetuosamente soggiogati dall’amicizia e dall’intimo amore che soffrono di restare staccati l’uno dall’altro per così dire nemmeno per poco tempo. E se ad essi, mentre insieme giacciono, apparisse Efesto con i suoi strumenti e chiedesse: “Cos’è che volete o uomini, voi, l’uno dall’altro?”. E rimanendo quelli dubbiosi, di nuovo chiedesse:

“Forse che desiderate soprattutto essere sempre quanto più possibile una cosa sola l’uno con l’altro, affinché notte e giorno mai dobbiate lasciarvi? Se questo desiderate voglio fondervi e plasmarvi in un essere solo, affinché, di due divenuti uno, possiate vivere entrambi così uniti come un essere solo, e quando vi colga la morte, anche laggiù nell’Ade siate uno, invece di due, in un’unica morte. Orsù vedete se è questo che volete e se vi farebbe lieti ottenerlo”.

A queste parole, sappiamo bene che nessuno contraddirebbe, né mostrerebbe di desiderare altra cosa, ma semplicemente avrebbe l’impressione di aver udito proprio quello che da sempre desiderava, di congiungersi cioè e di fondersi con l’amato per formare, di due, un essere solo. E la spiegazione di questo sta qui, che tale era l’antica nostra natura, e noi eravamo tutti interi: a questa brama di interezza, al proseguirla, diamo il nome di amore» [189 d 5 -193 a 1].

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