Posts tagged ‘animali’

marzo 27th, 2018

Felice Cimatti, Filosofia dell’animalità

by gabriella

orang-outanIn occasione dell’uscita del suo nuovo libro, Filosofia dell’animalità [Laterza, 2013], Asinus Novus ha intervistato Felice Cimatti sul suo persorso di ricerca e sulle implicazioni che il tema dell’animalità ha per la filosofia.

Il tuo interesse per il tema della natura non-umana risale ormai a molti anni fa. Ricordo i tuoi studi importanti sulla zoosemiotica e un’opera importante come La scimmia che si parla in cui hai provato a trarre un primo bilancio sul nostro rapporto con l’animalità, la questione spinosa della “specificità” dell’umano ecc. Puoi dirci che posto occupa questo libro nel percorso della tua ricerca?

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marzo 27th, 2018

Lorenza Ghinelli, Gli animali per cibo

by gabriella

Questo intervento non è animalista. O meglio, credo che il problema degli allevamenti intensivi e della pesca industriale necessiti da diverso tempo di essere posto su un piano differente: un piano razionale.

L’articolo è uscito su Carmilla.

Non è possibile (purtroppo) chiedere alle persone di amare necessariamente gli animali, e nemmeno di ritenerli degni di diritti. Non è possibile, e forse non è nemmeno giusto, dire alle persone cosa possono o non possono mangiare. Per questo, prima di partire dalle differenze tra chi ha scelto di non mangiare carne prodotta in allevamenti intensivi e chi invece la mangia, penso sia più opportuno partire da quello che ci accomuna.

In questo non aiutano nemmeno le statistiche, perché le statistiche hanno a che fare coi numeri, e quando si parla di numeri diventa difficile immaginare che a quelle cifre corrispondano persone e animali, insomma, esseri viventi. Il successo degli allevamenti intensivi e della pesca industriale nasce soprattutto da questo: dalla distanza siderale tra noi e tutti quei numeri, tra quello che accade e quello che ci è dato (e non ci è dato) vedere, tra quello che amiamo immaginare e quello che invece sistematicamente si verifica. Per tentare di cambiare le cose, temo sia necessario dare per assodati l’egoismo e l’indifferenza che ci caratterizzano: siamo l’unica specie a non avere a cuore il suo mantenimento e la preservazione del suo habitat.

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marzo 26th, 2018

Dialogo sull’antispecismo

by gabriella

Traggo da Asinus Novus il video della conferenza Antispecismi in discussione tenuta presso la Facoltà di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma e il Dialogo tra un antispecista politico e un antispecista debole di Marco Maurizi e Leonardo Caffo.

Antispecismo debole

Marco: Caro Leonardo, potresti spiegare in poche parole ai lettori quali sono le caratteristiche essenziali della tua proposta teorica? Cosa intendi per “antispecismo debole”?

Leonardo: Caro Marco qualche tempo fa, diciamo dopo la pubblicazione e lettura del tuo Al di là della Natura (Novalogos, 2011), mi è capitato di ragionare attentamente sull’antispecismo politico di cui tu sei, a mio avviso, il teorico più preciso (non solo in Italia). Non è una ruffianata di contesto, ma una constatazione legata ad un mio personale problema: mentre esistono formulazioni abbastanza precise delle teorie antispeciste, sole per dirne alcune, “utilitariste” (penso a Singer) o “giusnaturaliste” (penso a Regan), mancano invece descrizioni abbastanza meticolose del concetto di antispecismo politico (penso a Nibert, che può esserne considerato il padre ispiratore). Ora, so che il paragone regge fino a un certo punto: “antispecismo politico” è la denotazione di un approccio teorico, più che di una teoria in quanto tale; potremmo dire che è al suo interno che mancano definizioni delle diverse teorie che esprime, come ad esempio l’antispecismo marxista, quello anarchico, quello ecofemminista, ecc. Ma non sono del tutto d’accordo.

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marzo 26th, 2018

Marco Lorenzi, Senzienza, antispecismo e aborto

by gabriella

embrioniTraggo da Asinus novus l’intervento di Marco Lorenzi nel dibattito bioetico sull’acquisizione dei diritti soggettivi da parte dei viventi.

Amavo tutti gli animali a sangue caldo, che hanno un’anima come la nostra e con i quali – così pensavo – ci comprendiamo d’istinto, perché essi sono così vicini a noi e partecipano della nostra ignoranza. Siamo accomuinati ad essi da gioia e dolore, amore e odio, fame e sete, paura e fiducia – da tutti gli aspetti essenziali dell’esistenza, ad eccezione della parola, di un’acuta coscienza, della scienza.

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni 

Il dibattito etico sui diritti degli animali e sull’aborto condividono una strana sorte, quella di essere da sempre funestati dallo stesso problema e di aver bisogno dello stesso approccio razionale per giungere ad una soluzione condivisa. Il problema che accomuna i dibattiti è la palese inadeguatezza delle argomentazioni addotte dalle parti che si contrappongono nel dibattito pubblico, incapaci di andare al di là di slogan strillati tanto più forte quanto meno sono ragionati.

Gli antiabortisti sostengono che l’aborto equivale ad un omicidio dato che la persona umana è “sacra” fin dal concepimento. Dal mero incontro tra uno spermatozoo e un ovocita umano si avrebbe la creazione di una “persona” che in quanto umana è “sacra” e dunque da difendere a qualunque costo. In una prospettiva antiabortista cristiana l’immoralità dell’aborto è dunque assoluta, implicita nella stessa idea che si possa sopprimere una vita umana a qualunque stadio, per qualunque motivo. Seguono le solite accuse di omicidio per le donne che abortiscono e per i medici che praticano interruzioni di gravidanza oltre che di eugenetica nazista in caso di aborto di feti portatori di patologie congenite.

Nel dibatto pubblico i fautori della liceità dell’aborto spesso rispondono a queste accuse con argomentazioni francamente deboli, non decisive e che comunque non affrontano alla questione etica di fondo sollevata dagli abortisti. Argomentare infatti che l’aborto legale è il minore dei mali perché si minimizzano i rischi per la salute delle donne o che queste ultime hanno il diritto di gestire liberamente il loro corpo e dunque anche la gravidanza e la sua interruzione, è pienamente legittimo solo dopo aver argomentato persuasivamente che lo status morale dell’embrione e del feto è fondamentalmente diverso da quello del neonato o dell’adulto.

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settembre 18th, 2017

Max Horkheimer, La struttura sociale del presente

by gabriella
Max Horkheimer (1895 - 1973)

Max Horkheimer (1895 – 1973)

Echi brechtiani nella visione di Horkheimer della civiltà, un presente senza riscatto e senza remissione, basato sull’accumulazione della sofferenza e dello sfruttamento.

Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: Su, in alto, i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra di loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi, suddivise in singoli strati, le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di rango inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capoufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti gli altri, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi, ai malati.

Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato soltanto dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta da un’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo.

Larghi territori del Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa, la miseria di massa supera ogni immaginazione. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali […]. Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.

Max Horkheimer, Crepuscolo. Appunti presi in Germania (1926-31), trad. it. Einaudi, Torino, 1977.

 

Carlo Emilio Gadda, Una mattinata ai macelli

Gadda

Carlo Emilio Gadda (1893 – 1973)

“ … qualche animale appoggia la fronte a una barra (bavando una sua schiuma dalla bocca, a fiocchi) quasi per raggelare al contatto del ferro, dopo la scombussolata notte, il tumulto doloroso del proprio sangue. Qualche altro ha un corno mezzo divelto, e ne sanguina: il caglio scarlatto gli si è raggrumato giù per il muso, l’occhio immalinconito sembra dimandarne la cagione alle cose, al mondo” [Le meraviglie d’Italia, Einaudi, 1964].

luglio 26th, 2017

Marco Maurizi, Le bestie che dunque siamo

by gabriella

manoSpecismo e antispecismo nella chiara esposizione di uno dei principali filosofi animalisti italiani. Tratto da Asinus Novus.

L’uomo ha sempre sentito il bisogno di dare un nome a ciò che gli appare ignoto in modo da renderselo più presente e, dunque, meno oscuro e minaccioso. Ma esistono nomi che assolvono il compito esattamente opposto: di una vicinanza e di una continuità fanno un’abissale lontananza e un’invalicabile barriera. Se, come ha osservato Derrida, quando diciamo “l’animale” cerchiamo attraverso un singolare aberrante di annullare tutte le differenze tra le specie e di contrapporle così in massa al genere umano (Jacques Derrida, L’animale che, dunque, sono, trad. it. di M. Zannini, Jaca Book, Milano 2006, p. 73), una funzione non diversa assolvono termini come “bestia”, “belva”, “bruto” o “fiera”. In ognuno di questi termini e, ancor di più, nel sistema simbolico che essi costituiscono nel loro insieme, è facile leggere il tentativo da parte degli umani di marcare una differenza insormontabile tra sé e il resto del vivente, soprattutto rispetto a quei viventi che maggiormente li inquietano con sguardi che, probabilmente a causa di una certa vicinanza evolutiva, sono più difficili da ignorare. In tutti i casi in cui l’umano ritiene di dover ricorrere a queste espressioni linguistiche è facile mostrare il gioco di prestigio attraverso il quale ciò che potrebbe meritare una qualche forma di considerazione emotiva ed etica viene, attraverso la parola, risospinto al di là, marchiato dall’infamia di una condizione altra, gettato nel vortice dell’esistenza più abietta. È questo meccanismo occulto e perverso che fa sì che persino un amante degli animali come Leonardo potesse scrivere senza apparente contraddizione:

“chi non raffrena la volontà colle bestie s’accompagni” (Leonardo Da Vinci, Scritti letterari, Rizzoli, Milano 1974, p. 71).

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settembre 27th, 2016

Il tuo cane si ricorda quello che fai

by gabriella

Fido ha una memoria episodica per certi versi simile a quella umana: è in grado di rievocare esperienze vissute in un passato recente, anche se non si aspetta di essere messo alla prova. Tratto da Focus.it.

canememoria
Attenti a quello che fate: se il vostro cane vi ha visto, se lo ricorderà, almeno per un po’. L’uomo non è il solo a poter vantare una memoria episodica (la capacità di ricordare eventi passati, anche se non particolarmente significativi). Secondo una ricerca pubblicata su Current Biology, anche i cani ne hanno una, per alcuni versi simili alla nostra.

I nostri amici a quattro zampe riescono a rievocare e ripetere un’azione che hanno visto fare all’uomo anche a distanza di un’ora, nonostante non gli sia stato espressamente richiesto di ricordarla. Lo prova un esperimento del MTA-ELTE Comparative Ethology Research Group di Budapest, Ungheria.

IMPRESA ARDUA. Dimostrare l’esistenza di una memoria episodica nel mondo animale è più difficile di quanto si pensi. Non è possibile infatti chiedere direttamente a un cane che cosa si ricordi, e se l’animale viene addestrato, biosogna saper distinguere la sua effettiva capacità di ricordare dalla semplice ripetizione di un’azione in cambio di una ricompensa.

DUE FASI. Per l’esperimento, i ricercatori hanno usato un “trucco” chiamato Do as I do (“fai come faccio io”). Hanno compiuto alcune azioni, come toccare con la mano la punta di un ombrello, e addestrato i cani a ripeterle al comando: Do it! (“fallo!”). Dopo aver addestrato 17 cani a Do as I do, gli scienziati li hanno abituati a guardare una serie di azioni umane e poi sedersi a terra, senza ripeterle e senza ricevere nuovi comandi.

Terminato anche il secondo addestramento, quando ormai i cani non si aspettavano più di dover ripetere l’azione, i ricercatori li hanno sorpresi con il comando: “Do it!”.

IMPRESSA. Gli animali hanno dimostrato di ricordare l’azione che avevano visto sia dopo un minuto, sia dopo un’ora dal suo svolgimento da parte dell’addestratore (anche se la loro memoria è sembrata affievolirsi con il passare del tempo). Il metodo potrebbe essere in futuro utilizzato per testare la memoria episodica di altri animali.

febbraio 16th, 2016

A come animale

by gabriella

topoA partire dalla puntata di “Zettel. Filosofia in movimento” dedicata agli animali, Rai filosofia propone un percorso che esamina la storia del pensiero sul tema e affronta l’attuale dibattito tra specismo e antispecismo.

Qual è la differenza, se c’è, tra noi e gli animali? Gli animali pensano? E in quale maniera? Hanno un’anima? Vicini ma estranei, amici ma misteriosi, simili ma diversi: gli animali vengono qui affrontati con una recensione di Matteo Nucci al libro di Fernando Savater “Tauroetica”, con l’intervista a Leonardo Caffo, con il materiale d’archivio di Ramjee Singh e la puntata integrale di Zettel a loro dedicata.

 

Zettel, Animale

L’animale nella filosofia e nell’arte

Leonardo Caffo, A come animale

Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione

Simone Pollo, Bioetica e animali

cigno nero

gennaio 3rd, 2016

Victor Hugo, Il rospo

by gabriella

RospoUn gruppo di ragazzi tortura un rospo e lo abbandona in mezzo alla strada perché sia schiacciato da un carro, ma l’asino che conduce il biroccio, pur frustato e sanguinante, lo risparmia.

In questo emozionante racconto, Hugo, che era tra i giovani torturatori, pone a confronto l‘ottusità inconsapevole del giovane uomo (o dell’uomo, tout court) con la materiale consapevolezza dell’animale. Echi schopenhaueriani nella conclusione [traduzione di Barbara X].

Che vai cercando, filosofo? Oh, pensatore, stai elucubrando?
Volete forse trovare la verità fra queste nebbie maledette?

[…]

La bontà che rischiara il volto del mondo,
La bontà, questo sguardo ingenuo del mattino,
La bontà, limpido raggio di sole che scalda l’ignoto,
L’istinto che, nella tenebra e nella sofferenza, ama,
E’ quel legame ineffabile e supremo
Che equipara nell’ombra – ahimè, spesso così lugubre! –
Il grande innocente, l’Asino, a Dio il grande sapiente.

Victor Hugo, Le crapaud

Cosa ne sappiamo noi? Chi dunque conosce il fondo delle cose?
Il tramonto sfavillava fra le nuvole rosa;
Era la fine d’un giorno di tempesta, e l’occidente
Tramutava l’acquazzone in fiamma nel suo braciere ardente;

Sul ciglio d’un sentiero, vicino a una pozzanghera,
Un rospo guardava il cielo, abbagliato, affascinato;
Serio, egli meditava; l’orrore contemplava lo splendore.
(Oh! Perché la sofferenza e perché la bruttezza?

Ahimè! Il basso Impero è pieno di Augustucoli,
I Cesari di misfatti, i rospi di pustole,
come il prato di fiori e il cielo di sole!).

Le foglie bagnate s’imporporavano sugli alberi;
L’acqua luccicava, in mezzo all’erba, sul sentiero;
La sera si dispiegava come un vessillo;
Gli uccelli abbassavano il canto indebolito durante il giorno;

Tutto s’acquietava d’intorno; e, in pieno oblio di sé,
Il rospo, senza timore, senza vergogna, senza collera,
Dolce, ammirava la grande aureola del sole;
Forse il maledetto si sentiva benedetto.

Non v’è un solo animale che non abbia un riflesso d’infinito;
Non v’è pupilla abietta e vile che non tocchi
La vetta in un lampo, sia essa tenera o selvaggia;
Non v’è mostro, disprezzabile, torbido, impuro,
Che non abbia l’immensità degli astri negli occhi.

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novembre 4th, 2015

L’Abécédaire de Gilles Deleuze

by gabriella

Deleuze a VincennesLe immagini di Deleuze tra i suoi allievi a Vincennes (Paris 8) scorrono sulle note di Quand je serai K.O (Alain Souchon), a ricordare il patto del filosofo con Claire Parnet, l’intervistatrice, sua ex-allieva, che impegnò a pubblicare la ripresa (1988) solo dopo la sua morte, avvenuta il 4 novembre 1995.

Davanti alla richiesta, per lui inconcepibile, di commentare una lista di parole senza aver adeguatamente riflettuto, Deleuze ironizza: “ciò che mi salva è la clausola”, 

“[…] mi sento così ridotto – come puoi immaginare – allo stato di puro spirito, di mero archivio di Pierre- André Boutang (il regista), di foglio di carta e questo mi conforta, mi consola molto. E quasi allo stato di puro spirito, io parlo dopo la mia morte. E’ noto, se si è fatto delle sedute spiritiche, che un puro spirito, non è qualcuno che dà delle risposte molto profonde o molto intelligenti ..”.

Gilles è insomma uno “spirito” paradossale che, non credendo ad alcuna dimensione ultraterrena, espone liberamente e si deresponsabilizza sia verso le proprie parole che verso il proprio lascito. Si tratta, per questo, di una ripresa avvincente, a tratti folgorante, spiritosa e commovente (come il sorriso luminoso del filosofo, gravemente malato, giunto alla fine della sua fatica, alla lettera Z).

A – C

3:20 A comme Animal; 23:40 B comme Boisson; C comme Culture 35:24

A proposito di animali, segni e territorio:

la filosofia ha bisogno di inventare un termine nuovo, barbaro per rendere conto di una nozione con pretese innovative. La nozione con pretese nuove è che non c’è territorio senza uno strumento d’uscita dal territorio e che non c’è strumento d’uscita dal territorio, cioè deterritorializzazione, senza uno sforzo per reterritorializzare se stessi altrove.

Gli animali domestici sono espressamente “sopportati” da Deleuze che dei gatti non tollera il loro strofinarsi continuo conro di noi (“non amo chi si strofina, in generale”) e dei cani l’abbaiare (“decisamente meglio l’ululare alla luna, sempre che non si prolunghi troppo”). Insomma, ciò che Deleuze non perdona agli animali domestici è proprio il loro essere “familiari”, mentre si dichiara vicino a qualcosa che è nell’animale non addomesticato. Ciò che è importante è d’“avere un rapporto animale con l’animale“, non un rapporto umano con esso. Da questo punto di vista, perfino i cacciatori (che non ama) hanno un rapporto con gli animali preferibile a quelli che li trattano in modo “umano”. Ciò che gli ripugna degli animali domestici è così proprio ciò che lo affascina in quelli selvatici.

 

D – F

D comme Désir x; E comme Enfance; F comme Fidélité

G – F

G comme Gauche;: H comme Histoire de la philosophie; I comme Idée; J comme Joie; K comme Kant; L comme Littérature

M – Z

M comme Maladie; N comme Neurologie; O comme Opéra (musique); P comme Professeur; Q comme Question; R comme Résistance; S comme Style; T comme Tennis; U comme Un; V comme Voyage; W comme Ludwig Wittgenstein; X et Y comme Inconnues; Z comme Zigzag


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