Archive for ‘Antropologia’

gennaio 26th, 2018

Il Manifesto della razza

by gabriella

Il primo documento ufficiale da cui scaturirono le leggi razziali italiane è il Manifesto sulla purezza della razza pubblicato il 14 Luglio 1938. Questo testo rappresenta un esempio, tra i più noti e drammatici, della distorsione ideologica di principi e conoscenze scientifiche al servizio delle leggi e delle pratiche discriminatorie del fascismo. In coda, una sintesi delle leggi razziali curato dall’ANCI.

1. Le razze umane esistono

L’esistenza delle razze umane non è già un’astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze

Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, l’esistenza delle quali è una verità evidente.

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gennaio 3rd, 2018

Pablo Servigne, La collaborazione, l’altra legge della giungla

by gabriella

Pablo Servigne è un ingegnere agronomo e ricercatore francese dedito alla costruzione di una cultura dell’oltrepassamento della civiltà industriale, ormai al collasso. Il suo lavoro, di cui la presentazione sottostante è un esempio, mi è sembrato quanto di più vicino all’ideale moriniano di un sapere all’altezza della complessità per il nuovo millennio, tessuto su conoscenze interdisciplinari, non riduzionista, scientifico-umanista.

L’entraide, l’autre loi de la jungle (2017), scritto in collaborazione con Gauthier Chapelle, è l’ultimo di diversi volumi dedicati a problemi ecologici e scientifici. Servigne vi si concentra sulla tesi, corredata di evidenze sperimentali, che i risultati migliori si ottengono in presenza della collaborazione oltre che della competizione tra individui. Esperimenti interessanti mostrano infatti come la presenza delle sole spinte competitive impedisce ai gruppi di conseguire i propri obiettivi in ambienti ostili.

Non si tratta, però, dell’ennesima petizione di principio confermata da esempi eccezionali, ma di un cambio di paradigma della sociobiologia che dopo decenni di studi ha dovuto rovesciare le proprie ipotesi sperimentali, ipotizzando che all’origine ci sia la cooperazione e che sia sulla base di questa necessità irresistibile, la seconda legge della giungla in vigore da 3 miliardi e 800 milioni di anni, che gli uomini hanno costituito gruppi di consanguinei.

Non è quindi la prossimità genetica a spingere all’aiuto reciproco ma, al contrario, è l’esigenza originaria della sopravvivenza in ambiente ostile a costituire la premessa per la consanguineità. Non è la famiglia, la trasmissione dei geni, ad essere originaria, ma la solidarietà, la quale ha trovato forme biologiche, quanto culturali, per imporsi ai viventi.

Sotto la traduzione italiana del video [che avrei voluto sottotitolare se le versioni circolanti di questa presentazione non fossero entrambe bloccate]. Seguirlo resta un po’ scomodo per chi non conosce il francese, ma ne vale la pena.

Pablo Servigne, La collaborazione, l’altra legge della giungla

Non sono necessariamente i più forti che sopravvivono, ma sono i gruppi più cooperativi.

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dicembre 22nd, 2017

La giornata dell’Australia

by gabriella

L’articolo che il giornalista John Pilger ha dedicato alla Giornata dell’Australia, la manifestazione commemorativa della colonizzazione dell’isola, iniziata il 26 gennaio 1788. Tratto dal blog di Mauro Poggi.

Il 26 gennaio in Australia si celebra uno dei più tristi giorni nella storia dell’umanità. È “un giorno per le famiglie”, dice il magnate dell’editoria Rupert Murdoch. Vengono distribuite bandiere nelle strade, si indossano buffi cappelli. La gente manifesta il proprio orgoglio di comunità, la propria gratitudine.

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ottobre 11th, 2017

L’identità e i processi di soggettivazione

by gabriella

Il tema dell’identità attraversa problemi e concetti trasversali a tutte le scienze umane e richiede di essere studiato con strumenti antropologici, sociologici, storici, giuridici, psicologici e pedagogici.

Nel testo seguente cerchiamo di mettere a fuoco il problema della costruzione del Sé (collettivo, attraverso l’appartenenza a gruppi – famiglia, classi, nazione ecc. – e individuale, attraverso la formazione della personalità) e dell’Altro, partendo dalla definizione dell’identità sociale per arrivare a quella fisica e psicologica.

1. La questione dell’identità

1.1 Appartenenza e distinzione
1.2 Il campanile e il palo sacro

2. Il corpo

2.1 La conoscenza incorporata
2.2 Modellare il corpo, differenziarsi dalla natura

2.2.1 Capelli 
2.2.2 Decorazioni temporanee e tatuaggi
2.2.3 Modellamento
2.2.4 Mutilazioni
2.2.5 Vestirsi e svestirsi

2.3 Il caso del velo islamico
2.4 Il mercato di organi: una forma di neocannibalismo contemporaneo

3. In tutte le culture l’uomo è soggetto (o persona), solo per l’Occidente è individuo

3.1 Sesso e genere

4. Emozioni e sentimenti come elementi costitutivi del sé
5. Identità e alterità collettive

5.1 Hutu e Tutsi
5.2 Classi e caste
5.3 Classi o caste nel Medioevo: la società dei tre ordini

Videolezioni: 1. Introduzione all’identità

Test: Introduzione

 

1. La questione dell’identità

operaiGli esseri umani percepiscono e organizzano concettualmente il mondo che li circonda (la natura e i fatti umani) attraverso gli strumenti forniti loro dalla cultura.

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settembre 30th, 2017

Clifford Geerz, La formazione di sé a Giava

by gabriella

Nel brano seguente, tratto da Dal punto di vista dei nativi [in Antropologia interpretativa, Il Mulino, Bologna, pp. 76-79], Clifford Geerz illustra il punto di vista giavanese sull’identità e la formazione di sé (o del carattere) in relazione all’espressione dei sentimenti e ai comportamenti tenuti in pubblico. L’antropologo fa risaltare, in questo modo, il significato profondo della compostezza e dell’essere alus, divenire capaci di «appiattire le vallate e le colline delle proprie emozioni».

giavaneseA Giava, dove ho lavorato negli anni Cinquanta, ho studiato un piccolo e grigio posto di provincia; due strade assolate formate da negozi di legno bianco e da uffici, e dei tuguri ancora più fragili di bambù tirati su in fretta e furia dietro di essi, il tutto circondato da un grande semicerchio di villaggi densamente popolati e dalla forma di tazze di riso. Vi era scarsità di terra, di lavoro, la situazione politica era insta­bile, la salute scarsa, i prezzi in aumento, e la vita non era certo promettente, una sorta di stagnazione agitata in cui, come ho detto una volta, pensando alla curiosa mi­stura di frammenti di modernità presi a prestito e di relit­ti di tradizione ormai logori che caratterizzavano il luogo, il futuro sembrava altrettanto lontano del passato.

Tuttavia nel mezzo di questa scena deprimente vi era una vitalità intellettuale assolutamente sorprendente, una passione filosofica, oltre che popolare, a interrogarsi sul­le questioni dell’esistenza. Poveri contadini discutevano i problemi connessi al libero arbitrio (concezione della libertà individuale che ritiene possibili scelte autonome senza costrizioni esterne, NDR), commercianti analfa­beti discutevano delle proprietà divine, lavoratori comuni avevano teorie sui rapporti tra ragione e passione, la natura del tempo, o l’affidabilità dei sensi. E, forse ancora più importante, il problema del Sé la sua natura, funzione e modo di operare – era analizzato con quel tipo di intensità riflessiva che tra noi occidentali si può trovare solo negli ambienti più ricercati.

JavaLe idee centrali nei termini in cui pro­cedeva la riflessione, e che quindi defi­nivano i suoi confini e il senso giava­nese di che cos’è una persona, si collo­cavano in due coppie di contrasti, fondamentalmente religiosi, uno tra “interiore” e “esterio­re” e l’altro tra “raffinato” e “volgare”. Queste glosse sono ovviamente rozze e imprecise; deter­minare in modo esatto che cosa questi termini significa­vano, far emergere le ombre dei loro significati, era tutto ciò che si proponeva la discussione. Ma insieme esse for­mavano una concezione particolare del Sé che, tutt’altro che essere puramente teorica, era quella nei cui termini i Giavanesi percepivano se stessi e gli altri.

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settembre 25th, 2017

Margaret Mead, La prima educazione e la formazione del carattere presso gli Arapesh

by gabriella

Tratto da Margaret Mead, Sesso e temperamento, 1935.

Come viene modellato il bambino arapesh in quella persona accomodante, gentile, ricettiva che è l’Arapesh adulto? Quali sono i fattori determi­nanti della prima educazione infantile, cui si deve se il ragazzo crescerà tranquillo e soddisfatto, non aggressivo e non incline a prendere l’iniziativa, incapace di sentire lo stimolo della concorrenza e invece pronto a capire e a corrispondere, ricco di calore umano, docile e fiducioso? È vero che io in qualsiasi società semplice e omogenea i bam­bini riveleranno da adulti gli stessi tratti generali di carattere di cui i genitori avranno dato loro il modello. Però non si tratta di imitazione. C’è un rapporto più sottile e preciso fra il modo in cui il bambino viene nutrito, messo a dormire, discipli­nato, educato all’autocontrollo, vezzeggiato, puni­to e incoraggiato, e la formazione del suo caratte­re di adulto.

In qualsiasi società, presso qualsiasi popolo, il modo come uomini e donne trattano i loro bambini è una delle cose più significative nella formazione della personalità dell’adulto, ed è anche uno dei punti sui quali si manifestano più acutamente i contrasti tra i sessi. Possiamo com­prendere gli Arapesh, e il temperamento caldo e materno tanto degli uomini quanto delle donne, soltanto se ci rendiamo conto della loro esperien­za infantile e di quella che a loro volta fanno vivere ai figli.

Nei primi mesi il bambino non è mai lontano dalle braccia di qualcuno. Andando in giro, la ma­dre lo porta o sul dorso, in un sacco di rete specia­le sostenuto dalla fronte, o sospeso sotto uno dei due seni in una specie di bilancia di scorza d’albe­ro intrecciata. Il secondo è il costume delle popolazioni della costa, il primo delle popolazioni delle pianure; le donne della montagna usano l’uno o l’altro, generalmente a seconda delle condizioni di salute del bambino. […] Allattato ogni volta che piange, tenuto sempre vicino a qualche donna che possa, all’occorrenza, dargli il suo seno, messo a dormire di solito a contatto con il corpo materno, portato col sacco di rete sul dorso o tenuto ran­nicchiato fra le braccia oppure in grembo, se la madre siede a cucinare o a fare lavori di intreccio, il bambino gode costantemente di una sensazione di calore e di sicurezza. […]

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settembre 7th, 2017

Susan Moller Okin, Multiculturalismo e femminismo. Il multiculturalismo danneggia le donne?

by gabriella

Un classico illuminista del conflitto tra diritti delle donne e multiculturalismo, pubblicato in Boston Review nell’ottobre/novembre 1997 e tradotto da Maria Chiara Pievatolo per Swif. Okin vi argomenta, da un punto di vista liberale, contro il riconoscimento di diritti speciali per un diverso gruppo culturale, alla luce delle disuguaglianze interne, particolarmente di genere, del gruppo stesso.

Proprio in virtù di questa struttura di diseguaglianza, le richieste dei componenti maschi non andrebbero infatti considerate rappresentative dell’intero gruppo, né volte ad assicurarne universalmente il benessere.

Fino a pochi decenni fa, ci si aspettava tipicamente dai gruppi minoritari che si assimilassero nelle culture di maggioranza. Ora questa attesa di assimilazione è spesso considerata oppressiva e molti paesi occidentali cercano di escogitare nuove linee di condotta politica, più sensibili alla persistenza delle differenze culturali. Paesi che, come l’Inghilterra, hanno chiese nazionali o una educazione religiosa patrocinata dallo stato, trovano difficile resistere alla richiesta di estendere il sostegno statale alle scuole religiose minoritarie; paesi che, come la Francia, hanno una tradizione di istruzione pubblica laica, sono lacerati da dispute sul permesso di vestire, nelle scuole pubbliche, gli abiti richiesti da religioni minoritarie. Ma una questione è ricorrente in tutti i contesti, sebbene non sia quasi stata notata nel dibattito attuale: che fare quando le pretese di culture o religioni minoritarie collidono col principio dell’uguaglianza di genere che è per lo meno formalmente sottoscritta dagli stati liberal-democratici – per quanto continuino a violarla nella pratica?

Ad esempio, nella seconda metà degli anni ‘80, scoppiò in Francia un’aspra controversia sul permesso, per le ragazze maghrebine, di frequentare la scuola portando il velo tradizionale delle giovani donne musulmane uscite dalla pubertà. I difensori dell’’educazione laica si schierarono con alcune femministe e con i nazionalisti dell’estrema destra, e gran parte della sinistra tradizionale sostenne le richieste multiculturaliste di flessibilità e rispetto per la diversità, accusando gli avversari di razzismo o imperialismo culturale. Nello stesso tempo, però, l’opinione pubblica rimase praticamente in silenzio su un problema di gran lunga più importante per molte immigrate francesi di origine araba o africana: la poligamia. Nel corso degli anni ‘80, il governo francese consentì tacitamente agli immigranti di condurre più di una moglie nel paese, tanto che, secondo le stime, 200.000 famiglie parigine sono ora poligame. Il sospetto che l’’interesse delle istituzioni sul velo fosse motivato da un desiderio di uguaglianza fra i generi è messo fuori gioco da questa facile adozione di una linea di condotta permissiva sulla poligamia, nonostante l’’oppressione che questa pratica impone alle donne e gli avvertimenti fatti dalle donne delle culture interessate. Su tale questione, non si levò una opposizione politica reale. Ma quando i cronisti finalmente riuscirono a intervistare le mogli, scoprirono qualcosa che il governo avrebbe potuto imparare qualche anno prima: che le donne che subivano la poligamia la consideravano una istituzione inevitabile e a malapena sopportabile nei loro paesi africani d’origine, e una insopportabile imposizione nel contesto francese. Gli appartamenti sovraffollati e la mancanza d spazio privato provocavano enorme ostilità, risentimento e addirittura violenza sia fra le mogli sia contro i figli dell’’una o dell’’altra.

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settembre 5th, 2017

Cultura, diversità, culturale, inculturazione

by gabriella

Clyde Kluckhohn, Cultura e diversità culturale

In questo frammento de Lo specchio dell’uomo, l’antropologo americano si sofferma sull’apparente stranezza dei costumi degli Altri.

Kamikaze giapponese

L’antropologia fornisce una base scientifica per trattare il cruciale dilemma del mondo attuale: come possono popoli di aspetto diverso, di lingue reciprocamente inintellegibili o di diversi sistemi di vita coesistere pacificamente? […] Perché il latte e i latticini non piacciono ai cine­si? Perché i giapponesi accettano volentieri di mo­rire in una «carica della morte» che sembra senza senso agli americani?

Perché alcuni popoli calco­lano la discendenza attraverso il padre, altri attra­verso la madre e altri ancora attraverso ambedue i genitori? Non perché popoli diversi abbiano istinti diversi, non perché fossero destinati da dio o dal fato a diverse consuetudini, non perché il clima sia diverso in Cina, in Giappone e negli Stati Uniti. Tal­volta il perspicace senso comune ha una risposta che è vicina a quella dell’antropologo: «perché sono stati allevati così». Per «cultura» l’antropologia in­tende il complesso del modo di vivere di un popolo, il patrimonio sociale che l’individuo riceve dal suo gruppo. Oppure la cultura può essere considerata quella parte dell’ambiente che è creata dall’uomo.

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settembre 5th, 2017

Elena Giorza, Il problema dell’identità

by gabriella

La riflessione dell’autrice sul tema dell’identità, prende le mosse da due fondamentali contributi: Contro il fanatismo [Feltrinelli, Milano 2010] di Amos Oz e Intervista sull’identità [Editori Laterza, Roma-Bari 2003] di Zygmunt Bauman.

Obiettivo di Elena Giorza è cercare di fornire un quadro delle principali posizioni attualmente diffuse sull’identità personale e mostrarne i limiti in relazione alla fondamentali sfide storiche, politiche e culturali della contemporaneità.

Le concezioni esaminate sono:
1. la concezione degli individui come isole separate e autonome e in uno stato neutrale rispetto alle persone
2. la prospettiva che fonda l’appartenenza su un’identità comunitaria forte e omogenea
3. la concezione che rifiuta la costruzione di identità personali forti in quanto ostacolo alla tolleranza e anche alla libertà individuale vista come avere tutto e subito.

Seguendo Bauman, l’autrice sostiene la tesi che di fronte agli attuali problemi rappresentati da multiculturalismo, globalizzazione, inclusione digitale, l’identità debole sia una soluzione inefficace e pericolosa, perché produce intolleranza, esclusione, fondamentalismo, conflitto. Assumendo come meta ideale la comunità universale kantiana, inclusiva dell’intero genere umano, la sola soluzione sembra essere quella di una “identità forte”, capace di non “dissolversi” nella società liquida e di non sentirsi minacciata dall’altro.

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settembre 5th, 2017

Ugo Fabietti, L’identità etnica come costruzione

by gabriella
Un giovane nativo appresenta se stesso per i bianchi

Un giovane nativo rappresenta se stesso per i bianchi

In questo brano tratto da L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco [Roma, Carocci, 1995, pp. 129-132] l’antropologo illustra, attraverso il caso degli indiani Uroni, le modalità dell’etnogenesi, cioè il modo in cui un gruppo costruisce la propria identità e si prepari a farne uso politico. 

Un tipico caso problematico di definizione dell’indianità è costituito dalla comunità degli Uroni del Québec, la provincia di lingua francese dello Sta­to canadese. […] Gli Uroni hanno un passato tragico. Stanziati lungo le sponde del lago che oggi porta il loro nome – il lago Huron – essi prosperarono fino a quando, alla metà del XVII secolo, si incontrarono con i francesi. Questi li chiamarono Uron, da hure, che nel francese del tempo voleva anche dire “selvaggio”. Gli Uroni invece chiamavano se stessi Wendat, probabilmente “coloro che parlano la stessa lingua”.

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