Archive for ‘Scuola Pubblica’

giugno 16th, 2018

Serve a diventare uomini

by gabriella

.. non a dare competenze utili al lavoro, e a costruire l’uguaglianza, non a valutare ossessivamente quanto non sanno o non sanno fare i nostri studenti.

maggio 3rd, 2018

L’America fa dietrofront: più conoscenze, meno competenze

by gabriella

Il giovani Leopardi che trascorse sette anni nella biblioteca paterna per uno “studio matto e disperatissimo”

La scorsa settimana, un gruppo di esperti del Naep (l’INVALSI americano) si è riunito a Washington per discutere del fallimento delle politiche di miglioramento della capacità di lettura negli studenti, concludendo che per capire un testo occorre mobilitare le conoscenze che le ultime politiche ventennali hanno impoverito. L’articolo di Orsola Riva uscito su Il Corriere.it.

Perché gli studenti americani non riescono a migliorare le loro capacità di lettura nonostante tutti gli investimenti fatti negli ultimi due decenni proprio per rafforzare questa competenza strategica?

Per tentare di rispondere a questa domanda il Naep, l’Invalsi americano, la settimana scorsa ha convocato un gruppo di esperti a Washington. E la risposta finale è stata: perché leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze, mentre il sistema scolastico americano da vent’anni a questa parte ha puntato tutto e solo sulle competenze, a scapito della ricchezza del curriculum.

Era il 2001 – presidente George W. Bush – quando il Congresso americano approvò con un voto bipartisan la legge chiamata No child left behind che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a dare a tutti i ragazzi – ricchi o poveri – delle solide competenze in lettura e matematica grazie a un sistema di test diventato negli anni sempre più pervasivo.

Dai risultati di queste prove standardizzate, infatti, dipendeva una buona parte dei fondi federali, cosicché le scuole pian piano finirono per appiattire i programmi sui test (il cosiddetto «teaching to the test») impoverendo la qualità della didattica. Risultato: i livelli dei ragazzi sono rimasti gli stessi mentre la forbice fra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata tanto che nel 2015 – presidente Barack Obama – la vecchia legge è stata sostituita dal nuovo Every Student Succeeds Act, che ha modificato (delegandoli ai singoli Stati) ma non eliminato il sistema di test standardizzati obbligatori in tutte le scuole dal terzo all’ottavo grado (cioè dalla quarta elementare alla terza media).

 

«Don’t know much about history»

La storia di questo fallimento educativo è stata ricostruita da The Atlantic in un lungo e documentato articolo in cui si rimarca come il meccanismo perverso dei test abbia agito negativamente soprattutto sulle scuole dei distretti più poveri, quelle che avevano più difficoltà a raggiungere i traguardi prefissati dal governo e che dunque erano più facilmente esposte al rischio di tagliare materie come la storia e la letteratura, l’arte o la scienza che, non essendo misurate dai test governativi, venivano considerate dei rami secchi, per concentrarsi solo sui test. Col risultato paradossale che così finivano per moltiplicare lo svantaggio di chi non aveva alle spalle una famiglia con un patrimonio culturale da trasmettergli.

Perché la lettura è un’abilità complessa che richiede non solo la capacità di decodificare un testo ma quella assai più articolata di comprenderlo. E nelle comprensione di un testo scritto conta più il nostro bagaglio di conoscenze che le cosiddette abilità di letturale reading skills misurate dai test standardizzati.

Daniel Willingham

Come ha spiegato uno degli esperti che hanno partecipato alla riunione di martedì scorso, lo psicologo cognitivo Daniel Willingham, il fatto che i lettori capiscano o meno un testo dipende molto di più dalle loro conoscenze e dalla ricchezza del loro vocabolario che da quanto si sono esercitati in test con domande del tipo «Qual è l’argomento principale del testo?» o «Che conclusioni trai dalla lettura di questo brano?». Se un ragazzo arriva alle superiori senza sapere nulla della Guerra civile americana perché non l’ha mai studiata a scuola, non importa quanti test ha fatto: farà molta più fatica di un suo collega più colto e magari meno allenato di lui nei test a rispondere a qualsiasi domanda relativa a quell’argomento.

 

Ceretta al linguine e cortelli affilati. Gli errori di grammatica più comuni

 

Alzare l’asticella

Timothy Shanahan

Ma non basta. Come osservato da Timothy Shanahan, professore emerito all’Università dell’Illinois e autore di oltre 200 pubblicazioni sulla «reading education», il sistema dei test commette un altro errore gravissimo: quello di misurare le capacità dei ragazzi usando dei testi considerati alla loro altezza. Mentre al contrario diverse ricerche dimostrano che gli studenti imparano molto di più quando leggono testi che sono al di sopra del loro livello di competenze e che proprio per questa ragione li portano a sforzarsi arricchendo il loro vocabolario e le loro capacità di comprensione. Perciò se vogliamo davvero migliorare le capacità di lettura degli alunni smettiamola di farli esercitare con i bugiardini dei farmaci o le istruzioni degli elettrodomestici. E semmai puntiamo su un curriculum ricco in storia scienze letteratura e arte che fornisca ai ragazzi una cassetta degli attrezzi – intesa come un sistema di nozioni e un vocabolario ricco e articolato – servibile per ogni occasione.

aprile 29th, 2018

Carlo Scognamiglio, La società della prestazione

by gabriella

Nella recensione di Carlo Scognamiglio a La società della prestazione di Federico Chicchi e Anna Simone [Ediesse, 2017] uscita su Micromega, l’autore esamina l’origine e le conseguenze del dispositivo ideologico dell’emporwement e dell’investire su di sé, con il suo portato di ipercompetizione, eccesso di valutazione e strumentalizzazione utilitaria di ogni competenza e qualità personale che sfocia nel dilagare dell’ansia e della depressione giovanile.

L’ipotesi di un burattinaio occulto capace di costruire l’immaginario collettivo, o di pilotare le dinamiche strangolanti dell’economia mondiale, somiglia molto a un teorema privo di fondamento e credibilità. Le strutture sociali, i progressi tecnologici, i residui di passato e le azioni di singoli o gruppi, si incrociano producendo effetti non sempre prevedibili. Tuttavia, chi li studia a posteriori tende a tracciarne l’evoluzione come se si trattasse di una dinamica univoca e di facile lettura. Siamo noi, con le nostre analisi, a disegnare la linearità dei processi storici. Perché li srotoliamo a partire dal punto d’arrivo.

Tuttavia, questo lavoro archeologico di scavo tra le tracce di un sistema di trasformazioni è necessario e interessante, sebbene non debba cadere nel tranello della presunta intenzionalità (nel senso psicologico del termine), per riconoscere l’impersonalità delle dinamiche sociali. Il che non deresponsabilizza affatto chi quei processi è deputato a governare e controllare, né chi alimenta le crisi più drammatiche per trarne profitti personali.

Un esempio concreto. In un loro recente lavoro, Federico Chicchi e Anna Simone hanno studiato La società della prestazione (Ediesse, 2017). Analizzando in modo sistematico letteratura scientifica e dati empirici, essi rintracciano, come linea di sviluppo sociale degli ultimi decenni, il passaggio dalla società salariale alla società prestazionale. I primi processi di precarizzazione del lavoro hanno universalizzato una condizione (con aggregata retorica) precedentemente propria dei lavoratori autonomi e della dimensione d’impresa. In particolare la piccola impresa. La trasformazione del mercato del lavoro, con annessa sovrastruttura ideologica rapidissimamente capace di penetrare linguaggi e modelli, ha sgretolato tutto, e tale frammentazione sociale si configura come dato talmente evidente, che i nostri contemporanei hanno dimenticato che sia frutto di un passaggio epocale.

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aprile 10th, 2018

April 19, 2015 Keukenhof, Netherlands

by gabriella

Acquerello del XVII sec. raffigurante il Semper augustus, venduto a un prezzo record

Il primo giorno dello scambio culturale dell’anno scorso con il Liceo Marianum di Groenlo (NL), dove stiamo per tornare. Il giardino dei tulipani più celebre e grande del mondo, fa tornare alla mente il commercio dei bulbi in cui gli olandesi si impegnarono fin dal ‘600, inventando le vendite allo scoperto (short selling), i futures, la speculazione. La “bolla dei tulipani” fu il primo caso di crack finanziario della storia.

Jean-Léon Gerôme, The Tulip Folly, 1882

Tra il 1636 e il 1637, nel Secolo d’Oro olandese, la crescita della domanda dei pregiati bulbi di tulipano (divenuto uno status symbol della classe media), l’impennata del loro prezzo (un singolo bulbo giunse a costare un migliaio di fiorini, il reddito medio di un anno in Olanda) e la speculazione (si vedevano bulbi anche fuori delle borse merci, sell-over-the counter, nelle locande e negli ostelli), generarono una bolla finanziaria causata dall’allontanamento del prezzo di mercato dei bulbi dalle condizioni di mercato.

Un’asta di bulbi andata deserta (febbraio 1637), scatenò così il primo caso di panico da vendite della storia e il catastrofico crollo del valore del tulipano che travolse l’economia e migliaia di famiglie in Olanda e in tutta Europa.

Keukenhof Wind Mill

Keukenhof Wind Mill

flo3

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aprile 8th, 2018

Alessandro Volpi, L’Erasmus della classe disagiata

by gabriella

La scuola di adattamento al disadattamento in cui consiste l’Erasmus nell’efficace racconto di Alessandro Volpi per Senso Comune.

Come molti giovani europei anche io sono partito per uno scambio Erasmus: dopo quasi tre mesi mi concedo qualche riflessione che vuole essere il più generale possibile, in cui i soggetti che compaiono sono – citando Marx – delle semplici “maschere di rapporti sociali”, per cui non se ne abbia a male nessuno, visto che lo stesso scrivente è ben dentro quei processi che cerca di descrivere.

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febbraio 10th, 2018

Alessandro Cravera, Per governare la complessità bisogna farsi le domande giuste

by gabriella

In questo articolo del Sole24Ore una riflessione antieconomicista stimolata dall’osservazione della complessità che il management deve fronteggiare.

Le considerazioni dell’autore, sebbene non nuove nella letteratura sull’organizzazione, colpiscono particolarmente chi ha assistito, con la “Buona scuola”, all’ingresso del management a scuola (il regno della complessità per eccellenza) con Rapporti di Autovalutazione, Piani di Miglioramento, Analisi SWOT ecc.

Scopriamo, in pratica, che per essere efficaci, occorre (tornare ad) essere filosofi.

Al di là dei toni, chiaramente ironici, quanti manager sono davvero consapevoli della fallacia dei principi descritti in tutte le formazioni? In fondo, molti dei suggerimenti rappresentano prassi quotidiane nelle aziende. Vi sono tre princìpi che continuano a caratterizzare il management, pur non essendo funzionali al governo della complessità:

1. L’ossessione per il controllo e per la misurazione: le imprese seguendo il principio «ciò che non si può misurare non si può gestire» hanno determinato un proliferare di KPI, forme di reporting, audit e strumenti di controllo che hanno appesantito e rallentato l’agire organizzativo.
2. La modellizzazione: nonostante la difficoltà di prevedere gli scenari, l’azione manageriale si basa ancora fortemente sulla stesura di piani d’azione, piani strategici e business plan. L’analisi a tavolino prevale sul «try&learn».
3. La ricerca di efficienza e ottimizzazione: l’assunto di base è che se tutte le Funzioni/Dipartimenti raggiungono i loro obiettivi, l’azienda nel complesso raggiungerà i propri target complessivi.

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dicembre 20th, 2017

Lettura e dispersione scolastica

by gabriella

dropoutUna ricognizione del problema del Dropout o dispersione scolastica e i risultati dell’indagine condotta nel nostro Liceo nell’a.s. 2015/2016 in collaborazione con la cattedra di Pedagogia sperimentale del Dipartimento di Filosofia e Scienze umane dell’UniPg.

Il progetto Schola del Dipartimento di Filosofia a cui la scuola ha partecipato nell’a.s. 2016/17.

La videolezione TED (con testo italiano) di Ken Robinson: How to escape education’s death valley.

In coda i materiali del convegno su Lettura e dispersione scolastica tenutosi il 20 dicembre 2017 presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze umane (FISSUF) dell’Università di Perugia.

I cosiddetti dropout sono studenti rinunciatari che, per diverse ragioni, si sono ritirati dagli Istituti scolastici. Il termine drop-out, infatti, significa “caduti fuori”, e si riferisce appunto a quei ragazzi che “abbandonano”. Per “abbandono scolastico” si intende l’abbandono dell’istruzione e della formazione prima del completamento dell’istruzione secondaria superiore o dei suoi equivalenti nella formazione professionale.

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novembre 29th, 2017

Università: Ci sono un tedesco, un francese e un italiano che ….

by gabriella

Il confronto tra le università italiana, francese e tedesca in un video realizzato da studenti e docenti di Roma3.

http://www.corriere.it/video-articoli/2017/11/28/ci-sono-tedesco-francese-italiano-che-barzelletta-che-mette-nudo-mali-dell-universita/5a550c2e-d444-11e7-b070-a687676d1181.shtml?vclk=video3CHP%7Cci-sono-tedesco-francese-italiano-che-barzelletta-che-mette-nudo-mali-dell-universita

Sul tema è intervenuto un giovane universitario siciliano che ha telefonato a Prima pagina (8:20) per denunciare i tagli al diritto allo studio della Regione Sicilia.

giugno 16th, 2017

Orientamento in uscita. Relazione a.s. 2016-2017

by gabriella
giugno 8th, 2017

Noi non vogliamo essere i migliori, noi vogliamo che il meglio della vita ci appartenga

by gabriella

plutotlavie2Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere, come gli orti che i disoccupati e i più deboli non hanno ancora avuto l’immaginazione di piantare nelle grandi città sfondando il bitume e il cemento

Raoul Vaneigem

La scuola ricorda i penitenziari – osserva Vaneigem – la sua bruttezza e il suo degrado incitano al vandalismo. Bisogna allora distruggerla? Domanda doppiamente assurda. Prima di tutto perché è già distrutta. Sempre meno interessati da ciò che insegnano e studiano – e soprattutto dalla maniera di istruire e istruirsi – professori e allievi non sono forse indaffarati a far colare a picco insieme il vecchio piroscafo pedagogico che fa acqua da tutte le parti?

La noia genera la violenza, la bruttezza degli edifici incita al vandalismo, le costruzioni moderne, cementate dal disprezzo degli impresari immobiliari, si screpolano, crollano, prendono fuoco, secondo l’usura programmata dei loro materiali di paccottiglia. Alle stupide pretese del maestro di regnare tirannicamente sulla classe rispondono con eguale stupidità il baccano e il chiasso che servono da sfogo alle energie represse.

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