La natura umana 1. Esiste una natura umana?

by gabriella

La prima parte della lezione sulla natura umana dedicata a due dibattiti filosofici: quello seicentesco tra Cartesio e Pascal e quello contemporaneo di Chomsky e Foucault ad Eindhoven. Qui la seconda parte.

Ho una gran paura che questa natura [la natura umana]
sia anch’essa un primo costume, così come il costume è una seconda natura […]. Il costume è la nostra natura.

Blaise Pascal, Pensée,

 

L’uomo ha una «natura»? Cartesio vs Pascal

Blaise Pascal (1623 – 1662)

Réné Descartes (1596 – 1650)

In pieno seicento, nel pensiero francese, Cartesio e Pascal sviluppano due opposte concezioni della natura umana: nel Discorso sul metodo Descartes parla di una natura umana salda come roccia rintracciabile sotto la sabbia dei costumi, viceversa, Pascal, seguendo Montaigne, mostra che sotto la sabbia dei costumi non c’è che una profonda indeterminatezza.

Per Pascal, quindi, l’uomo non avrebbe «una natura», ma determinerebbe la propria azione a seconda delle circostanze, delle abitudini e dei costumi costruiti collettivamente. La condizione generale dell’umanità è per il filosofo, una condizione di incertezza e di brancolamento, «noi navighiamo in questo mare sempre incerti e fluttuanti» (Pensieri) proprio perché siamo sprovvisti di una natura che orienti e determini permanentemente le nostre azioni.

Ortega y Gasset (1883 – 1955)

Jean Paul Sartre (1905 – 1980)

L’antropologia post-cartesiana, insistendo sul primato dell’agire sull’essere, ha finito per negare l’esistenza di una natura umana precostituita e per concepire l’individuo come un ente creatore della propria identità.

L’uomo, secondo l’efficace definizione di Ortega y Gasset, è un gerundio, non un participio, un faciendum non un factum; un farsi. Per Sartre, la natura indefinita, progettuale, in fieri, dell’uomo è sintetizzata nell’affermazione che l’uomo è quell’essere la cui esistenza precede l’essenza.

L’uomo ha una «natura»? Il dibattito di Eindhoven: Chomsky vs Foucault

Nel 1971, a Eindhoven (Olanda) Noam Chomsky e Michel Foucault si incontrarono in un dibattito televisivo che si incentrò sul tema della natura umana (qui la trascrizione inglese). In virtù dei suoi studi sulla grammatica universale, Chomsky sostenne l’esistenza di uno sfondo biologico universale su cui si dipanerebbe la variabilità delle vicende storiche, mentre Foucault si disse convinto dell’inutilità di postulare un concetto di dubbia scientificità come quello di natura umana:

non è studiando la natura umana che i linguisti hanno scoperto le leggi della mutazione consonantica, né Freud i principi dell’analisi dei sogni, né gli antropologi culturali la struttura dei miti (Foucault, Dibattito di Eindhoven).

 

Le ragioni di Chomsky

Noam Chomsky

Chomsky basava la sua convinzione sul carattere innato del linguaggio umano, la cui presenza attesterebbe l’esistenza di una natura “linguistica” che farebbe di ogni uomo, unico tra i viventi, un essere capace di fare «un uso infinito di mezzi finiti», cioè di usare creativamente la facoltà di elaborare simboli e codici linguistici.

Secondo lo scienziato americano, l’apprendimento del linguaggio è determinato dal patrimonio genetico, e la presenza nella nostra specie di questa facoltà (cioè di un LAD, Language Acquisition Device) spiegherebbe molti aspetti ancora oscuri come ad esempio, come fanno i parlanti di una lingua a capire o produrre frasi che non hanno mai sentito prima (ogni frase è creativa, non necessariamente dobbiamo averla sentita per capirla) o come fa un bambino di due anni a padroneggiare la complessa struttura grammaticale della propria lingua madre. Nessuno dei meccanismi di apprendimento può, infatti, spiegare il fenomeno del linguaggio, a meno di non essere potenziato da alcune informazioni innate, codificate su base genetica.

Secondo l’ipotesi della grammatica generativa, i bambini dovrebbero imparare solo come la loro lingua costruisce i contenuti proposizionali, non che esistono i riferimenti e i contenuti proposizionali (perché i loro geni glielo avrebbero già comunicato). L’esistenza del LAD è dimostrata, secondo Chomsky, dal fatto che tutti bambini percorrono le stesse tappe nello sviluppo linguistico, indipendentemente dalla lingua madre. Attraverso questo dispositivo innato i bambini imparano perciò rapidamente le regole grammaticali della loro lingua, per esempio il rapporto tra agente e azione (soggetto e predicato verbale) e sarebbero precocemente capaci di individuare la struttura profonda di ogni frase.

Dall’ipotesi della «natura linguistica» dell’uomo, Chomsky fece derivare alcuni tratti specifici dell’essere uomo e i relativi diritti di cui l’uomo sarebbe portatore. Ad esempio, la natura creativa del linguaggio umano, quale caratteristica biologica della nostra specie, va difesa, per il linguista, contro tutti i poteri costituiti che la limitano o la inibiscono (oppressione politica, lavoro alienato ecc.). Così, edificare una «società decente» richiede per Chomsky una correzione naturalistica delle distorsioni prodotte dalla storia.

Le ragioni di Foucault

Michel Foucault (1926 – 1984)

Foucault contestò a Chomsky di collocare nella mente individuale, invece che in una dimensione storica, sovraindividuale, quei principi normativi che rendono specifica la condizione umana.

Le regole a cui ogni singolo si conforma e da cui eventualmente devia – sostenne – non sono innate, ma prendono corpo nelle pratiche economiche, sociali e politiche.

Le condizioni di possibilità della conoscenza (in questo caso, nell’acquisizione del linguaggio) non sono interiori, ma esteriori, non psicologiche, ma storiche. Il filosofo porta ad esempio la follia, la cui nozione nasce storicamente ed è frutto di un paradigma storico-sociale, non di una condizione psico-biologica data.

All’idea chomskiana che ci si possa appellare a una «natura umana» per progettare un mondo migliore, Foucault rispose che

le nozioni di natura umana, di giustizia, di realizzazione dell’essenza umana sono nozioni formatesi all’interno della nostra civiltà, nel nostro tipo di sapere, nella nostra forma di filosofia; di conseguenza esse fanno parte del nostro sistema di classe e non possono valere per descrivere o giustificare una lotta che dovrebbe scuotere gli stessi fondamenti della nostra civiltà  […] anziché pensare alla lotta sociale in termini di giustizia, bisogna pensare alla giustizia in termini di lotta sociale.

In un’intervista del 25 ottobre 1982, pubblicata in Italia in Tecnologie del sé (Bollati Boringhieri, 1992, p. 5) Foucault ha precisato il suo punto di vista:

Uno dei miei obiettivi è mostrare alla gente come tante cose che fanno parte del suo orizzonte abituale non sono che il risultato di mutamenti storici molto precisi […] le mie analisi si muovono tutte in direzione opposta all’idea che ci siano delle necessità universali nell’esistenza umana. Esse mettono in luce l’arbitrarietà di certe istituzioni e fanno vedere come noi possiamo ancora godere di un notevole spazio di libertà e come si possano ancora operare molti cambiamenti.

Nella seconda parte, vedremo che nelle scienze sociali si può parlare di una «natura umana» solo in termini di attitudine a colmare la propria indeterminatezza biologica (l’uomo non ha istinti o comportamenti predeterminati biologicamente) attraverso la cultura (e non invece in termini positivi). In sintesi, non si parla di natura, ma solo di condizione umana, perché l’uomo non è un ente di cui è possibile cogliere l’essenza, dato che essa si completa culturalmente sia dal punto di vista filogenetico – cioè della specie homo – che ontogenetico – cioè dello sviluppo dell’individuo, dalla nascita alla morte.

Bibliografia

Francesco Remotti, Contro natura, Bari, Laterza, 2008

Paolo  Virno, Scienze sociali e natura umana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003

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3 Responses to “La natura umana 1. Esiste una natura umana?”

  1. Così, ad instinto (non ho ancora visto i video), mi sento relativamente più vicino alle posizioni di Foucault.
    Anche se, ovviamente, vanno entrambe almeno in parte relativizzate: che si ammetta o meno una “natura comune” di fondo dell’uomo, si innestano poi delle differenze culturali o, viceversa, le differenze si innestano su tratti più o meno condivisi.
    Mi pare questo sia confermato anche dagli studi sul genoma.
    Direi, in definitiva, che si potrebbe applicare la “logica fuzzy” con mille gradazioni attorno ad un centro (modello di uomo) non definito e forse neppure identificabile.
    Ma la cosa interessante è che questo dibattito riporta alla “disputa di Valladolid”….
    http://it.wikipedia.org/wiki/Giunta_di_Valladolid

    La questione pare irrisolvibile.

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