Le teorie della personalità

by gabriella

Una definizione

personalitàLa personalità è un’organizzazione più o meno durevole di forze nell’ambito dell’individuo. Queste forze persistenti della personalità contribuiscono a determinare la risposta in varie situazioni, e a queste si può quindi attribuire in gran parte la coerenza del comportamento, sia esso verbale o corporeo. Ma il comportamento, per quanto coerente, non è la stessa cosa che la personalità; la personalità sta dietro al comportamento e all’interno dell’individuo. Le forze della personalità non sono risposte ma disposizioni alla risposta […]. Le forze della personalità sono primariamente bisogni (spinte, desideri, impulsi emotivi) che variano da un in­dividuo all’altro per quanto concerne la qualità, l’intensità, il modo di gratificazione e gli oggetti del loro attaccamento, e che interagiscono con altri bisogni in modelli armonici o contrastanti. Esistono bisogni emotivi primitivi, esistono bisogni di evitare la punizione e di con­servare il favore del gruppo sociale, esistono bisogni di mantenere l’armonia e l’integrazione all’interno dell’ego. […] la perso­nalità è essenzialmente un’organizzazione di bisogni, [essa] non dev’essere tuttavia ipostatizzata come determinante ultima. Lungi dall’essere un dato iniziale che rimanga co­stante e agisca sul mondo circostante, la personalità si evolve sotto l’influenza dell’ambiente sociale e non può mai venir isolata dalla to­talità sociale nella quale si manifesta. Secondo la presente teoria, gli effetti delle forze ambientali nella formazione della personalità sono in generale tanto più profondi quanto più presto esercitano la loro influenza sulla storia di vita dell’individuo. Le influenze principali sullo sviluppo della personalità si manifestano nel corso dell’educazione del bambino, in quanto condotta in un ambiente di vita fami­liare. Ciò che accade a questo livello è profondamente influenzato da fattori economici e sociali.

T. W. Adorno, La personalità autoritaria

 

La psicanalisi

Freud nel suo studio

Freud nel suo studio – 1938

Secondo Freud, la personalità è il risultato – il punto di equilibrio raggiunto – del conflitto che oppone coscienza e inconscio, Es e Super-Io e delle modalità attraverso cui l’Io costruisce le proprie modalità di relazione con gli altri. Per il padre della psicanalisi, la componente originaria della vita psichica è infatti l’Es (o principio di piacere), il complesso di pulsioni e desideri che preme per esprimersi e che lo psichiatra interpreta essenzialmente come energia erotica o libido. Ad esso si oppone il Super-Io, sede dei valori etici e del codice morale interiorizzati attraverso l’educazione in senso ampio, cioè l’inclusione dell’individuo nel sistema di regole, visioni, comportamenti del suo ambiente. Dal conflitto tra l’istintualità primitiva dell’Es e i divieti posti dal Super-Io emerge l’Io (o principio di realtà): la funzione psichica che ha il compito di mediare, trovare un equilibrio tra le due istanze opposte, vale a dire di decidere se, quando e come autorizzare l’espressione delle pulsioni individuali. E’ proprio il tipo di equilibrio che l’Io riesce a stabilire a determinare lo stato psichico e a decidere se il suo funzionamento sia normale o patologico.

Freud ha usato il mito di Edipo per spiegare la natura conflittuale dello sviluppo della personalità e dell’identità di genere. Secondo Freud, la conquista della maturità psicologica e dell’identità sessuale richiedono un duro lavoro che caratterizza l’età infantile, durante la quale lo sviluppo della personalità procede parallelamente allo spostamento dell’area del piacere sessuale da un’area erogena ad un’altra. Ciò avverrebbe perché l’energia psichica, che Freud chiama libido, tende a scaricarsi su zone erogene il cui valore altamente simbolico rappresenta proprio il grado di equilibrio psichico o maturità dell’Io conquistato dal bambino ad ogni tappa del proprio sviluppo.

Il culmine dello sviluppo psicosessuale è la fase genitale alla quale si perviene a partire dall’adolescenza, la cui caratteristica più importante è la comparsa dell’interesse per una relazione reciprocamente gratificante con gli altri.

L’aspetto rilevante dell’intepretazione freudiana è che è la fase genitale non viene conseguita automaticamente, ma rappresenta il compimento di uno sviluppo armonico della personalità che può essere mancato. In questo modo, il padre della psicanalisi sottolinea (kantianamente) che lo stato di immaturità cognitiva ed emotiva (la personalità fallica, orale, o anale) può non essere superato e l’autonomia (etico-morale) non essere raggiunta dall’individuo.

Il momento più critico dello sviluppo infantile si situa dunque proprio nella fase fallica e nel tentativo infantile del suo oltrepassamento per approdare alla fase genitale, che è in ogni caso un traguardo dell’età adulta.  E’ durante la fase fallica, infatti, che il bambino vive un passaggio edipico che, se irrisolto, si fissa in un vero e proprio complesso di Edipo (nella bambina in un complesso di Elettra che ha però caratteristiche diverse). La fase edipica è caratterizzata dall’attrazione sessuale del bambino per la madre e dal timore della riprovazione del padre che il maschio vive come ansia di castrazione.

Ne L’interpretazione dei sogni, Freud scrive:

Il caso più semplice si struttura, per il bambino di sesso maschile, nel modo seguente: egli sviluppa assai precocemente un investimento oggettuale per la madre, investimento che prende origine dal seno materno e prefigura il modello di una scelta oggettuale del tipo “per appoggio”; del padre il maschietto si impossessa mediante identificazione. Le due relazioni per un certo periodo procedono parallelamente, fino a quando, per il rafforzarsi dei desideri sessuali riferiti alla madre e per la constatazione che il padre costituisce un impedimento alla loro realizzazione, si genera il complesso edipico. L’identificazione col padre assume ora una coloritura ostile, si orienta verso il desiderio di toglierlo di mezzo per sostituirsi a lui presso la madre. Da questo momento in poi il comportamento verso il padre è ambivalente; sembra quasi che l’ambivalenza, già contenuta nell’identificazione fin da principio, si faccia manifesta. L’impostazione ambivalente verso il padre e l’aspirazione oggettuale esclusivamente affettuosa riferita alla madre costituiscono per il maschietto il contenuto del complesso edipico nella sua forma semplice e positiva.

Secondo Freud, il principio di realtà (l’Io) in via di formazione permette al bambino di rendersi conto che il desiderio sessuale che egli prova per la propria madre è irrealizzabile a causa del padre che vanta i propri diritti su di lei. Il bambino si darebbe allora una serie di spiegazioni magico-simboliche (tipiche dell’attività psichica primitiva) della propria impossibilità di competere col padre, osservando che il proprio potere-fallo è molto più piccolo del suo. Nella visione freudiana, il bambino associa il pene al potere grazie all’osservazione della propria supremazia domestica su sorelline e cuginette che, come sperimenta rapidamente, sono considerate molto meno importanti di lui perché non hanno il pene. Il bambino dunque teme che insistendo nella propria opposizione al padre per la conquista della madre, egli sarà punito dal genitore con la privazione del pene, cioè con la riduzione allo stato di impotenza femminile.

E’ proprio per tenere sotto controllo queste pericolose pulsioni che il bambino finisce per vivere mediatamente, cioè attraverso il padre, la gratificazione sessuale ricercata con la madre, identificandosi con il genitore del proprio sesso e interiorizzandone gran parte dei valori, dando forma al super-Io. L’interiorizzazione del divieto per eccellenza (che Lacan chiamerà, infatti, Legge) e la prima frustrazione del desiderio vissuta dal bambino costituiscono quindi il primo elemento della costruzione dell’Io, non solo perché attraverso la dinamica edipica la personalità infantile sviluppa l’identità di genere, ma soprattutto perché l’emergere del super-Io e dei primi limiti posti alla libido del bambino dà forma alla possibilità stessa della vita relazionale, impossibile nella precedente fase di onnipotenza egocentrica del bambino, ancora privo di senso di realtà o Io.

Oltre all’elaborazione del conflitto edipico, un ruolo fondamentale nella costruzione della personalità individuale è giocato, secondo Freud, dai meccanismi di difesa, strategie psichiche che l’Io mette in campo per controllare il disagio e i conflitti generati dalle proibizioni riguardanti l’Es, pulsioni sessuali e aggressive incompatibili con la vita sociale [vedi Introduzione alla psicanalisi].

Crisi edipica

 

la_crisi_edipica

Le teorie neoanalitiche

Lo studio di Freud

Lo studio di Freud

Si tratta delle teorie elaborate dai primi psicanalisti, allievi e colleghi di Freud che si riunivano inizialmente nello studio di Freud nel quale avevano dato vita alla Società Psicoanalitica Viennese (1902). Dopo i primi anni di attività, l’elaborazione della SPV iniziò a elaborare tesi divergenti dal pensiero del maestro. Nel 1910 fu eletto presidente Alfred Adler che stava sviluppando una teoria della personalità che attribuiva grande rilievo al rapporto tra l’individuo e il suo ambiente, più che alle dinamiche intrapsichiche. Avendo avanzato queste critiche di fondo al sistema freudiano, l’anno dopo (1911) si dimise per fondare la scuola di psicologia individuale. Nel 1913 lasciò la SPV anche Jung (1875-1961), lo psichiatra svizzero allievo prediletto di Freud, il quale, oltre a considerare la psicanalisi astratta e priva di spessore storico (lo sviluppo psichico di un aborigeno australiano obbedirebbe per Freud alle stesse dinamiche “edipiche” proprie dell’individuo della società borghese patriarcale), negò la natura sessuale dell’Es.

 

La psicologia analitica di Jung

Carl Jung (1875-1961)

Carl Jung (1875-1961)

I primi impegni clinici di Jung furono con i pazienti schizofrenici. Colpito dalle analogie tra i deliri dei suoi pazienti e i miti delle antiche civiltà, lo psichiatra si convinse che la coscienza umana si estende ben al di là dei ricordi derivanti dalla coscienza personale. La sua ricerca lo portò ad incontrare Freud con il quale iniziò una intensa collaborazione che si interruppe nel 1913 quando le divergenze erano ormai insanabili. Jung infatti disconobbe la tesi che l’energia umana sia di natura sessuale. Secondo Jung, l’energia psichica implica un’energia legata ai processi vitali di cui quella sessuale è solo un esempio.

Gli altri aspetti di differenziazione della psicologia analitica junghiana da quella di Freud, marcatamente materialista, sono il rilievo di elementi spirituali e mistici nella descrizione del processo di crescita individuale (o individuazione); il minor rilievo attribuito da Jung alla psicopatologia e la scoperta del carattere storico-culturale, non universale, dei processi psichici.

 

Le componenti dell’identità junghiana

Per Jung, tutta l’energia psichica deriva dai conflitti che si vengono a creare fra i vari elementi della personalità. Il fine dello sviluppo della personalità è quello di evitare di attribuire troppa importanza a un unico aspetto e di ottenere, invece, un equilibrio o integrazione fra i vari elementi (nel Sé).

Nell’immagine sottostante è rappresentato il complesso modello della struttura della personalità. Al centro della coscienza si trova l’Io, che contiene i pensieri consci, i ricordi e i sentimenti; il centro dell’esperienza individuale che fornisce la sensazione di continuità e identi­tà.

personalità Jung

Il modello junghiano della personalità

Al di sopra dell’Io c’è la persona,le maschere o ruoli che indossiamo per affrontare efficientemente gli al­tri nel nostro quotidiano (il termine maschera viene dal teatro latino, nel quale indicava i personaggi che gli attori impersonavano indossando appunto delle maschere). Il pericolo che si ce­la nella persona è che possa ipersvilupparsi e tagliarci fuori dai contatti con il nostro reale Sé.

Al di sotto dell’Io si trova, invece, linconscio personale, che contiene le esperienze individuali non più accessibili alla nostra coscienza. Ancora più nascosto è l’inconscio colletti­vo, l’aspetto più controverso e mistico della teo­ria junghiana. Secondo Jung, infatti, a causa della no­stra comune ereditarietà evolutiva e delle strut­ture cerebrali, noi ereditiamo la predisposizione a rispondere in un determinato modo a certe esperienze. Questi temi universali, definiti archetipi, forniscono essenzialmente una “me­moria” collettiva della nostra ascendenza evolu­tiva. Ne sono un esempio l’archetipo madre-figlio, che guida su basi innate le madri a pro­teggere i figli e l’archetipo di Dio che porta le persone che si trovano in condizioni ambigue o dense di pericoli a creare una divinità onni­potente.

Un altro archetipo affascinante è l’ombra, la parte oscura della personalità che comprende sia quegli impulsi sessuali e aggressivi rimossi che Freud incorporava nel­l’inconscio, sia i temi universali del male e del demonio.

L’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito.

Altri due temi universali sono l’ani­ma, l’archetipo femminile, e l’animus, l’arche­tipo maschile che rappresentano l’immagine interiore del femminile e della virilità presente ad ogni individuo. Dal punto di vista sessuale, Jung, come Freud, è convinto che uomini e donne abbiano dentro di sé elementi bisessuali che ne­cessitano di essere integrati, piuttosto che ne­gati.

La struttura più importante del sistema jun­ghiano è il , non il semplice equivalente dell’io freudiano (e del principio di realtà), ma una dimensione alimentata dalle esperienze della nostra vita e dall’autocoscienza volta a tenere in equilibrio e ad armonizzare in modo sempre più elevato parti opposte della personalità [per approfondimenti, vedi Aldo Carotenuto, Identità e ipseità. Il principium individuationis

 

Lo sviluppo della personalità

A differenza di Freud, Jung non ritiene che la perso­nalità si fissi alla fine dell’infanzia. Per Jung, l’individuazione, il processo che porta allo sviluppo di un unico Sé che realizza le potenzia­lità di un individuo, dura una vita intera.

Nel processo di ricerca della propria perso­nalità, gli individui adottano diversi atteggia­menti. Su due di questi, l’estroversione e l’in­troversione, si è focalizzata l’attenzione di Jung. Un atteggiamento estroverso ci orienta verso l’ambiente esterno, mentre un atteggiamento in­troverso ci guida verso l’esperienza soggettiva, interiore. Per quanto questi due aspetti siano presenti entrambi in ciascuno di noi, uno di essi tende ad assumere un ruolo dominante nella coscienza. L’estroverso si adatta facilmente ai nuovi ambienti in un modo espansivo, esplicito e a volte spontaneamente fiducioso. L’introver­so, al contrario, si avvicina alle persone e alle si­tuazioni nuove con esitazione, ritrosia e sfidu­cia. La meta cui tende lo sviluppo della persona­lità è la conquista di un equilibrio fra gli elementi opposti.

Le crisi personali creano uno squilibrio fra gli atteggiamenti estroversi e quel­li introversi, ma una crisi può essere benefica se il nuovo equilibro trovato è ad un livello più elevato di equilibrio e di armonia. Il processo di individuazione, cioè di costruzione della soggettività individuale, è dunque un percorso non facile che merita però la sofferenza (umanizzante) che comporta.

 

La psicologia dell’io di Erik Erikson

Erik Erikson (1902-1994)

Erik Erikson (1902-1994)

Secondo la teoria psicanalitica classica, l’Io (o principio di realtà) ha il compito di mediare tra le pulsioni sessuali e aggressive dell’Es e le proibizioni dia Super-Io. Gli psicologi dell’Io, al contrario, ritengono che la funzione dell’Io sia soprattutto quella di affrontare il mondo esterno. Per questa ragione, rivolgono la loro attenzione soprattutto ai processi di adattamento alla realtà per un sano funzionamento della personalità.

Uno degli psicologi dell’Io più noti è Erik Erikson, allievo di Anna Freud noto soprattutto per i suoi scritti sul ciclo della vita nei quali, a differenza di Freud, secondo cui l’influenza esercitata dai genitori durante l’infanzia costituisce la causa più profonda dello sviluppo della personalità, attribuisce un ruolo rilevante alla società che modella la personalità nel corso della vita. 

Come scrisse in Childhood and Society (1963) lo sviluppo dell’essere umano passa attraverso otto stadi psicosociali, in ognuno dei quali la realtà sociale o culturali presenta una nuova sfida che l’Io deve affrontare e risolvere.

Al centro di ogni stadio c’è il principale conflitto psico-sociale che l’individuo deve risolvere prima di affrontare quello successivo.

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Erikson fasi psicosociali

 

Le teorie socioculturali. Alfred Adler e Karen Horney

Partendo dalle obiezioni di Jung e degli psicologi dell’Io, i critici di Freud si opposero alla tesi secondo la quale il modo di funzionare della personalità è spiegato dalle pulsioni biologiche, sostenendo che altri fattori di natura emotiva, culturale e spirituale, vi giocano un ruolo determinante. Tuttavia, né Jung né gli analisti dell’Io, rigettarono la premessa principale di Freud, secondo cui la personalità è l’espressione di strutture e proces­si che si trovano all’interno della persona. Di conseguenza, la teoria freudiana, quella junghiana e la psicologia dell’Io possono essere definite come teorie intrapsichiche. [vedi la critica alla psicanalisi della scuola di Palo Alto o della “pragmatica della comunicazione”]

Con il modello di Erikson (1963), viene avanzata l’idea che lo sviluppo umano si verifica inevitabilmente in un contesto socioculturale. Alfred Adler (1929) e Karen Horney (1937) arrivarono molto prima a conclusioni analoghe, in quanto per entrambi l’individuo è fondamentalmente un essere sociale le cui motivazioni ed esperien­ze sociali sono fattori determinanti molto effica­ci dello sviluppo della personalità (teorie interpsichiche)

 

Adler, la psicologia individuale

Alfred Adler (1870-1937)

Alfred Adler (1870-1937)

Alfred Adler fu uno degli aderenti alla Società di Psicoanalisi fondata a Vienna da Freud. Nel 1911, evidenziate le forti divergenze dalla psicoanalisi e da Freud, si dimise e fondò una nuova scuola cui diede il nome di psicologia individuale. Al centro della teoria adleriana è il concetto del Sé creativo, un sistema personale e soggettivo che consente di interpretare gli eventi della vita e di attribuire loro significato. Altro punto focale della sua teoria, che compar­ve molto precocemente nella sua elaborazione, è il concetto di complesso di inferiorità, un senso persistente di inadeguatezza che affonda le radici nell’infanzia, quando il bambino si sente inetto e impotente rispetto ai genitori.

Sono le prime esperienze sociali con chi si prende cura di lui a stabilire se gli sforzi del bambino di superare il senso di inferiorità assu­meranno la forma di un’ o di una lotta per la superiorità. Il nevrotico è mos­so ad agire dall’ipercompensazione, dal mo­mento che cerca di dominare e sopraffare gli al­tri per potenziare il proprio Sé. La persona sa­na cerca di migliorare in quanto individuo per portare il proprio contributo al bene comune.

Secondo Adler, lo sviluppo dell’interesse socia­le, vale a dire del bisogno di contribuire al mi­glioramento della realtà in cui si vive, è un aspetto essenzia­le di un sano processo di maturazione. Gli inte­ressi sociali consentono all’individuo di supera­re l’auto-assorbimento e di subordinare i fini personali al benessere collettivo.

 

Karen Horney, la teoria della personalità nevrotica

Karen Horney (1885-1952)

Karen Horney (1885-1952)

Allieva di Karl Abraham, a sua vol­ta allievo di Freud, la psicologa tedesca Karen (nata Danielsen) Horney si stabilì negli Stati Uniti nel 1932, durante la grande depressione economica. A differenza della maggior parte degli psicoanalisti, che curavano ricchi borghesi, Horney ebbe a che fare con larghi strati di disagio sociale e psichico, legato dalla disoccupazione e da relazioni interpersonali difficili, esperienza ben percepibile nella sua teorizzazione.

Come Adler ed Erikson, anche Horney vide nella relazione madre-bambino la dimensione sociale piuttosto che quella sessuale. Le espe­rienze infantili che fanno sentire il bambino so­lo in un mondo ostile infondono un senso di in­sicurezza cronica rispetto al bisogno di ricevere una gratificazione dei propri bisogni interperso­nali. Poiché il bambino si sente insicuro quando esprime sensazioni di angoscia e di ostilità nei confronti di chi si prende cura di lui e da cui dipende, questi sentimenti permangono anche nell’età adulta.

Secondo Horney, quando cerca di ottenere si­curezza, l’adulto fondamentalmente ansioso può mettere in atto tre stili disadattivi di relazione con gli altri. L’adulto nevrotico che ha bisogno soprattutto di amore si avvicina agli altri e cerca in ogni modo di piacere e così facendo sacrifica la propria crescita personale in cambio di affet­to. Un’altra soluzione disadattiva consiste nell’allontanarsi dagli altri. Il tipo solitario cerca la libertà e la distanza, negando i propri bisogni emotivi. Una terza soluzione nevrotica è quella di muoversi contro gli altri, sfruttandoli aggressi­vamente per ottenere quello di cui si ha biso­gno. Horney, quindi, si è allontanata dall’orto­dossia freudiana ed stata fra i primi a descri­vere la complessità dei rapporti sociali adulti in termini non sessuali. La psichiatra evidenziò ampiamente come il comportamento e lo psichismo individuale siano influenzati molto più dalle condizioni socioculturali che da fattori innati o genetici.

Sia Adler sia Horney hanno enfatizzato il ruo­lo che i bisogni interpersonali frustrati nell’in­fanzia svolgono nel determinare comportamenti disadattivi negli adulti ed entrambi hanno studiato con attenzione la qualità delle relazioni sociali. Questo approccio socioculturale contrasta nettamente con la tendenza freudiana a descrive relazioni interpersonali come uno sfondo delle gratificazioni istintuali e per la riduzione tensioni. Freud, perennemente pessimista circa la possibilità di conciliare le pulsioni biologiche con i vincoli imposti dalla società, considerava ingenue e superficiali le teorie di Adler e Horney. Il rilievo socioculturale attribuito alle prime relazioni sociali preannuncia la teoria umanistica della personalità elaborata da Carl Rogers.

 

Le teorie umanistiche. Maslow e Rogers

Il movimento che portò alla psicologia umanistica iniziò nei primi anni ’60. Come reazione alla teoria freudiana, gli psicologi umanistici formularono un’ipotesi molto più positiva delle motivazioni di base. Secondo questi autori, gli esseri umani sono motivati principalmente a crescere e a realizzare le proprie potenzialità. Dobbiamo a Kurt Goldstein (1939, 1940) la prima formulazione teorica Secondo Goldstein, il comportamento nor­male produce uno stato di tensione

che rende l’organismo capace di realizzare se stesso in at­tività sempre nuove, secondo la propria natura e lo spinge in questa direzione.

Nel 1954, Abraham Maslow ha descritto l’autorealizzazione in modo molto differente, come il bisogno

di diventare sempre più quello che si è, di diventare ciò che si è capaci di diventare.

In analogia a quanto aveva detto due secoli prima Jean Jacques Rousseau e in contrasto con quanto aveva sostenuto Freud, questi teorici ritengono che gli esseri umani siano fondamentalmente buoni e che la loro psiche si ammali quando viene loro impedito di seguire inclinazioni naturali.

Gli psicologi umanistici rifiutano la premessa freudiana secondo cui il comportamento adulto è inevitabilmente il prodotto di esperienze passate e ritengono, più ottimisticamente, che personalità possa modificarsi anche in età adulta. Secondo le teorie dell’autorealizzazione, le componenti dell’identità emergono da due fonti: le nostre potenzialità in­trinsecamente uniche e le diverse modalità con le quali affrontiamo gli impedimenti che incon­triamo nel nostro processo di crescita.

Abraham Maslow e Carl Rogers sono i più noti rappresentanti dell’approccio umanistico. Maslow ha puntato soprattutto sulle caratteri­stiche della personalità che consentono l’auto­realizzazione. Rogers, al contrario, si è occupa­to soprattutto degli eventi che impediscono l’au­torealizzazione e degli effetti che tali eventi producono sullo sviluppo e sul funzionamento della personalità.

 

Maslow, la teoria dell’autorealizzazione

Abraham_Maslow

Abraham Maslow (1908-1970)

La teoria di Maslow (1968) si basa sulla di­stinzione fra due tipi di bisogni: i bisogni di base e i metabisogni. I bisogni di base sono bi­sogni da carenza e sono pressanti perché segna­lano che una persona manca di qualcosa; sono organizzati secondo un sistema gerarchico in cui al primo posto si trova quello più potente.  Una persona deve soddisfare i bisogni del livello inferiore prima di essere in grado di dedicare le proprie energie ai livelli superiori. Come si può vedere sotto, i bisogni fisiolo­gici sono i più pressanti. Chi è privato del cibo o dell’acqua è ossessionato dall’idea di come riu­nire a sopravvivere. Solo quando i bisogni fisiologici sono stati soddisfatti emergeranno i bisogni di sicurezza, il desiderio di protezione e di ordine e i bisogni di amore e di appartenenza emergono solo dopo che sono stati soddisfatti i bisogni fisiologici e di sicurezza. Secondo Maslow, tutti sentiamo il bi­sogno di sentirci amati o apprezzati dagli altri ma, finché ci troviamo in questa condizione, non possiamo passare a un livello superiore di amore, che implica interesse e sollecitudine per il benessere degli altri. L’ultimo dei bisogni fon­damentali implica la stima: il bisogno di essere tenuto in alta considerazione da sé e dagli altri. Per riassumere, Maslow ha ipotizzato che sia i bisogni biologici sia quelli psicologici sono fon­damentali e pressanti. Noi non possiamo dedica­re energie all’autorealizzazione finché i nostri bisogni di base non sono stati soddisfatti.

piramide bisogniUna volta che si sono affrontati i bisogni di base, emergono i metabisogni, che sono i bi­sogni di crescita per autorealizzarsi, per svilup­pare completamente le nostre potenzialità, che sono uniche. I metabisogni, inoltre, implicano una ricerca di qualità spirituali o valori metafisi­ci, quali la giustizia, la bontà, la bellezza e l’uni­tà. Secondo Maslow, i metabisogni sono innati nella specie umana. Quando una persona non riesce a realizzarli, può succedere che si senta alienata, angosciata, apatica e cinica. Quando riesce a soddisfarli in modo appropriato, invece, crescerà fino a divenire un essere umano nella sua completezza.

A differenza dei suoi predecessori, Maslow ritiene che il vero campo di indagine della psi­cologia umanistica è lo studio di persone ecce­zionalmente sane. Per comprendere l’autorealiz­zazione, Maslow ha compiuto delle ricerche su individui che, a suo parere, avevano sviluppato al massimo le proprie potenzialità. I criteri di selezione che ha adottato sono personali e si ba­sano sulle impressioni ricevute, enfatizzando l’assenza di psicopalologia e la presenza di ten­denze ad autorealizzarsi. L’elenco finale delle persone che si sono autorealizzate comprende gli amici, i conoscenti e importanti figure stori­che quali Albert Einstein, Albert Schweitzer, Eleanor Roosevelt e Abraham Lincoln.

Secondo Maslow, le persone autorealizzatesi hanno molte caratteristiche della personalità in comune: percepiscono la realtà in modo effi­ciente e sono capaci di fare emergere la verità, di smascherare la disonestà e di evitare il pre­giudizio nel momento in cui formulano delle va­lutazioni. A proprio agio con se stesse, queste persone accettano i propri limiti senza eccessivi sensi di colpa; inoltre, gioiscono senza inibizioni o artificiosità. Affrancato dai sensi di inferiorità, chi si è autorealizzato non si impantana in preoccupazioni concernenti la proiezione di un’immagine positiva di sé, ma è centrato sul problema o sul compito, teso all’attuazione di quanto sta compiendo, saldo su posizioni pro­fondamente etiche e impegnato nella ricerca di stabili standard morali.

 

Rogers, la teoria del Sé

Carl Rogers (1902-1987)

Carl Rogers (1902-1987)

Come per Maslow, anche per Carl Rogers le persone sono per natura motivate a crescere e a realizzare le proprie potenzialità. Il contri­buto principale dato da Rogers alla teoria della personalità è stato, comunque, quello di mostra­re come il concetto che una persona ha di sé che emerge dall’esperienza, possa ostacolare l’autorealizzazione.

Per Rogers, l’esperienza — tutto ciò che è po­tenzialmente disponibile alla consapevolezza di un organismo — è il fondamento su cui poggia la personalità. Rogers ha definito questa totalità dell’esperienza come il campo fenomenico della persona.

All’interno del campo fenomenico si sviluppa un’area che Rogers chiama il Sé o il concetto di sé, il quale fornisce all’organismo una struttura di riferi­mento per le sue azioni e stabilisce che cosa può diventare cosciente. Affermazioni come “non sono attraente”, “sono onesto”, “Sono intel­ligente” sono tutte esperienze del Sé e sono au­tovalutazioni. Sfortunatamente, è possibile che queste affermazioni non siano corrette, perché il concetto di sé subisce pesantemente l’influen­za delle valutazioni formulate dalle altre perso­ne, soprattutto dai propri genitori. Rogers de­finisce queste valutazioni condizioni di va­lore.

Quando le esperienze reali sono sostituite da valori assunti da altri, si genera una frattura tra una falsa valutazione di sé e un’esperienza autentica ciò che genera tensione e inquietudine nel soggetto.  Il metodo terapeutico proposto da Rogers propone di fornire condizioni non minacciose per ristabilire il concetto di sé.

 

Le teorie dei tratti

Gordon Allport

Gordon Allport (1897-1967)

Le teorie dei tratti assumono l’ipotesi che certe unità fondamentali della personalità, i tratti, appunto, siano fondamentalmente innati. Per questa ragione, il loro interesse si focalizza sulla descrizione e sulla misurazione a fini previsionali, non sull’origine delle caratteristiche personali. Sviluppate soprattutto negli Stati Uniti, paese in cui la psicologia ha sempre avuto una marcata finalizzazione al controllo (si pensi a Skinner, Elton Mayo, Taylor), le teorie dei tratti si sforzano di individuare gli elementi capaci di dare prevedibilità al comportamento individuale, a partire da dinamiche interiori quali l’atteggiamento e la personalità.

Le teorie più note sono quelle di Gordon Allport, importante psicologo sociale ame­ricano, e Raymond Cattel. Allport ha sostenuto che l’esame di documenti personali — lettere, diari e autobio­grafie — rivela la personalità e ha difeso la tesi secondo cui i tratti sono le uni­tà fondamentali della personalità, fondate su ba­si biologiche nel sistema nervoso, e non già strutture ipotetiche. La persona che possiede il tratto della sospettosità, ad esempio, vivrà molte situazioni come potenzialmente pericolose. Il suo comportamento in tutti questi contesti sarà equivalente dal punto di vista funzionale e cer­cherà di tenere lontano il pericolo.

Secondo All­port, sono solo i tratti decisamente caratteristici a rivelarsi importanti per una persona. I tratti più incisivi predispongono ad esprimere queste caratteristiche con una certa frequenza e intensità e in un’ampia gamma di situazioni. Un tratto cardinale viene espresso con tanta coerenza da influenzare quasi ogni azione compiuta dall’individuo che lo possiede. Ad esempio, probabilmente conosciamo tutti una persona che contraddice sempre, qualsiasi cosa venga detta e che solleva sempre delle obiezioni quando si dice qualcosa. Se ci si comporta in un certc modo, quasi sempre vorrà l’esatto contrario. Se­condo Allport, tuttavia, sono poche le persone che presentano dei tratti cardinali.

Sono più ricorrenti i tratti centrali, come la diffidenza, che vengono manifestati con forte ma non totale, coerenza. Per quanto non siano cosi generali come i tratti cardinali, i tratti centrali sono molto caratteristici nel comportamen­to di una persona. Secondo Allport, la maggior parte delle persone può essere descritta con discreta precisione ricorrendo a un numero sor­prendentemente ristretto di tratti centrali, pro­babilmente da cinque a dieci. In una ricerca com­piuta sulle lettere scritte da una donna, Allport (1965) trovò che la sua personalità poteva venire descritta da otto tratti centrali: litigiosa-diffidente, centrata su di sé, indipendente, drammati­ca, artistica, aggressiva, cinica e sentimentale Quando le persone si comportano in modo da contraddire i loro tratti centrali, ce ne meravi­gliamo e a volte diciamo che stanno interpretan­do un personaggio. Un tratto secondario si esprime in un am­bito più limitato rispetto a un tratto centrale. Ad esempio, in alcune rare situazioni persone altrimenti generose si comportano in modo egocentrico, anche se l’egocentrismo non è solitamente una caratteristica del loro comportamento. Allport, in questo caso, parlerebbe di tratto secondario.

Raymond Cattel è noto soprattutto per aver sviluppato l’analisi fattoriale, una tecnica empirica di rilevazione dei tratti, che distingue in originari e superficiali. I tratti originari, nuclei fondamentali della personalità, fungono da poli di attrazione per le caratteristiche secondarie, dando coerenza generale al comportamento.

 

Esercitazione

1. Illustra le ragioni per le quali, secondo Freud, la coscienza si difende dall’inconscio.

2. Spiega la differenza tra il disagio psichico affrontato dalla psicanalisi nella sua fase classica (Freud) e le forme del disagio contemporaneo [serviti delle letture di Recalcati, Adorno, Galimberti]

3. Illustra la fondamentale differenza tra la teoria della personalità di Freud e quelle della psicanalisi post-freudiana, confrontandola brevemente con la visione di Alfred Adler.

4. Spiega che cos’è l’ipercompensazione e quale ruolo gioca nella personalità nevrotica secondo Alfred Adler.

5. Illustra il concetto di archetipo nella teoria junghiana della personalità e spiegane l’importanza.

6. Secondo Galimberti, nell’adolescente oggi «non si verifica più quel passaggio naturale dalla libido narcisistica (che investe sull’amore di sé) alla libido oggettuale (che investe sugli altri e sul mondo). In mancanza di questo passaggio, bisogna spingere gli adolescenti a studiare con motivazioni utilitaristiche, impostando un’educazione finalizzata alla sopravvivenza, dove è implicito che «ci si salva da soli», con conseguente affievolimento dei legami emotivi, sentimentali e sociali». Commenta questa affermazione, soffermandoti sugli aspetti psicologici della mancanza di motivazione (intrinseca) allo studio.

7. Spiega che cos’è l’individuazione nella teoria della personalità junghiana.

8. Illustra l’affermazione di Jung secondo la quale «l’individuazione non ha altro scopo che di liberare il Sé, per un lato dai falsi involucri della Persona, per l’altro dal potere suggestivo delle immagini inconsce» [usa Carotenuto].

9. Recalcati evidenzia una duplice tendenza presente nella società contemporanea: «da una parte l’individuo staccato dalla comunità, atomizzato, ridotto a pura maschera sociale, prodotto di una identificazione solida, disinserito dai legami per un eccesso di alienazione ai sembianti sociali; dall’altra parte, la spinta della pulsione che rifiuta la castrazione simbolica e la sua necessaria canalizzazione sublimatoria per imporsi come una spinta sadiana al consumo dell’oggetto, come esigenza imperativa di ottenere un godimento senza passare dall’Altro». Spiega cosa intende.

10. Galimberti scrive che «la mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell’assoluto presente». Definisci le passioni tristi e spiegane il legame con l’assenza di futuro.


4 Comments to “Le teorie della personalità”

  1. Concordo con Giuseppe, riuscire a dare ad un riassunto tutta la forza di trasmettere totalmente il senso ed i contenuti di una teoria, in questo caso, è solo testimonianza del possesso che si ha della stessa: complimenti, di grande utilità.

  2. Complimenti, ottimi post mai banali e oltretutto sembri capire ciò di cui stai parlando, cosa che nei media di oggi capita raramente. Persona di grande fascino. Ti ho scoperta oggi ma ti aggiungerò volentieri ai blog che seguo

    • Io invece, scopro oggi, questo tuo commento che mi era sfuggito: grazie Giuseppe (sai, per un prof. dare l’idea di sapere di cosa sta parlando è questione di sopravvivenza 🙂 ).

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