Introduzione alla psicologia sociale

by gabriella

Videolezioni: 1. L’attribuzione e l’errore fondamentale d’attribuzione 2. L’effetto Lucifero e l’origine del male 3. L’obbedienza all’autorità e l’esperimento di Milgram 4. Gli atteggiamenti 5. Il conformismo e l’esperimento di Solomon Asch 6. La costruzione dell’ostilità sociale e gli esperimenti di Muzafer Sherif 7. Stereotipi e pregiudizi 8. Le opinioni e il senso comune

Valutazione degli studenti

Indice

  1. L’attribuzione e l’origine del male

    1.1 Gli studi sull’attribuzione

      1.2 L’esperimento carcerario di Stanford e lo studio di Philip Zimbardo sull’effetto Lucifero [Rudolf Hoess, Lettera al figlio; Umberto Galimberti, Cattivi

    1.3 L’obbedienza all’autorità e l’esperimento di Stanley Milgram

    Il compito principale della psicologia sociale è di analizzare come l’attività mentale delle persone viene condizionata dalla realtà sociale.

    Gli studi di psicologia sociale sono stati fortemente influenzati dagli avvenimenti della seconda guerra mondiale, dopo la quale si trattava di capire, come scrisse Max Horkheimer, come erano stati possibili

    «la persecuzione e lo sterminio meccanizzato di milioni di esseri umani in quella che era considerata la cittadella della civiltà occidentale» [Premessa agli studi sul pregiudizio, in T. W. Adorno et al., La personalità autoritaria, 1949].

    Fondamentali, in proposito, sono stati gli studi che il teorico della scuola di Francoforte Theodor W. Adorno, e l’esponente della scuola psicanalitica viennese Else Frenkel-Brunswik, entrambi fuggiti negli Stati Uniti per sottrarsi alla persecuzione antiebraica, svolsero negli Stati Uniti con un gruppo di psicologi sociali sulla personalità autoritaria, cioè la formazione di un tipo umano che teorizza e pratica la violenza nei confronti delle minoranze [gli ebrei, gli stranieri – o i migranti -, gli “zingari”, gli omosessuali, come un tempo gli eretici e le streghe] e sulle ragioni profonde di questa aggressività.

    costruQuesto lavoro fondativo di Adorno è debitore, come vedremo, della psicanalisi e degli studi freudiani sui meccanismi di difesa dell’io. Oltre allo studio di Adorno, anche il testo di Kurt Lewin, Resolving Social Conflict (1946) può essere considerato un punto di svolta di ricerche in psicologia sociale precedentemente prive di organicità.

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    L’attribuzione e l’origine del male

    Gli studi sull’attribuzione

    Fritz Heider (1896 - 1988)

    Fritz Heider (1896 – 1988)

    Uno degli aspetti che entrano in gioco nella costruzione sociale del significato è l’attribuzione, cioè l’operazione mentale con cui una certa proprietà viene attribuita a qualcuno (cioè a un responsabile) o a qualcosa (ad alcune circostanze o cause); un meccanismo studiato particolarmente dallo psicologo viennese Fritz Heider.

    Nel suo Psicologia delle relazioni interpersonali (1958), Heider ha analizzato la “psicologia del senso comune” o “psicologia ingenua”, intesa come un insieme di principi impliciti – per lo più inconsapevoli e inespressi – che vengono comunemente utilizzati per rappresentare l’ambiente sociale e che guidano l’azione.

    Nella vita quotidiana noi ci formiamo delle idee sugli altri individui e sulle situazioni sociali, interpretiamo le azioni degli altri e cerchiamo di prevedere come si comporteranno in determinate circostanze. Ci comportiamo, insomma, come scienziati ingenui, cioè soggetti che, in ogni circostanza, raccolgono i dati necessari alla conoscenza di un certo oggetto e giungono a conclusioni logiche sui fenomeni, cercando di controllarli. È su questa base che andiamo alla ricerca delle cause di quanto avviene attorno a noi, compiendo delle attribuzioni di causalità.

    L’attribuzione causale è quel processo che le persone mettono in atto quando cercano spiegazioni per il proprio e per l’altrui comportamento, cioè quando inferiscono le cause che stanno dietro specifiche azioni. Il primo problema da risolvere per comprendere le ragioni di un evento o per interpretare il comportamento di qualcuno, riguarda il locus della causalità, cioè il distinguere fra cause di natura ambientale (locus of control esterno) o di natura personale (locus of control interno), stabilendo anche se queste cause siano transitorie o permanenti.

    Numerose ricerche hanno concluso che gli individui non usano modelli dettagliati e formali, ma fanno attribuzioni in modo veloce e semplificato e mostrando tendenze a servirsi di “scorciatoie”, compiendo spesso errori attribuzionali (biases). Gli errori di attribuzione o biases sono delle modalità di giudizio distorte in maniera sistematica allo scopo di fornire agili schemi di azione agli individui.

    Tra gli aspetti studiati da Heider, sono particolarmente importanti le sue osservazioni sul cosiddetto errore fondamentale d’attribuzione, cioè sulla tendenza generale del senso comune (o psicologia ingenua) a sottostimare il peso dei fattori situazionali e sovrastimare quello dei fattori disposizionali nel determinare i comportamenti della gente. 

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    Test Kahoot

    Studi e riflessioni sull’origine del male 

    1. L’esperimento carcerario di Stanford e lo studio di Philip Zimbardo sull’effetto Lucifero

    2. Rudolf Hoess, Lettera al figlio

    3. Umberto Galimberti, Cattivi

    4. L’obbedienza all’autorità e l’esperimento di Stanley Milgram

     

    Gli atteggiamenti

    Gli studi sull’atteggiamento

    Gordon Allport

    Gordon Allport (1897 – 1967)

    E’ Gordon Allport a definire l’atteggiamento il modo di porsi in relazione a un tema e a indicare nello studio della formazione dell’atteggiamento, la chiave di volta della psicologia sociale. Gli atteggiamenti sono valutazioni che emergono da un modo di guardare le cose e di giudicarle cognitivamente e affettivamente, sono quindi considerati dalla psicologia sociale tratti interiori stabili, anche se non immutabili, che mostrano diversi gradi di coerenza interna.

    L’ipotesi da cui partiva la ricerca americana tra gli anni ’20 e gli anni ’50 era che dalla conoscenza accurata degli atteggiamenti, accertata con sondaggi di opinione (anche se atteggiamento ed opinione, come vedremo, devono essere tenuti distinti), si sarebbe potuto prevedere il comportamento dei pubblici. Solo negli anni ’70 viene messa in discussione la stretta relazione tra atteggiamento e comportamento.

    Attualmente, si assiste ad una ripresa di interesse per la previsione dei comportamenti di collettività e gruppi, resa possibile dai nuovi strumenti analitici che fanno uso di strumenti probabilistici e dell’analisi di grandi quantitativi di dati, i cosiddetti Big data.

     

    La formazione degli atteggiamenti

    Leon Festinger

    Leon Festinger (1919 – 1989)

    La formazione degli atteggiamenti è influenzata dall’esperienza diretta dell’oggetto o dalla sua esperienza socialmente mediata (anche attraverso i media) e dai comportamenti che mettiamo in atto al riguardo (non solo gli atteggiamenti influenzano i comportamenti relativi, ma anche i nostri comportamenti sono per noi oggetto di autoriflessione e condizionamento).

    Fattori esterni di formazione degli atteggiamenti (e delle attribuzioni) sono le cosiddette agenzie di socializzazione primaria e secondaria (o di formazione) quali la famiglia, il gruppo dei pari, la scuola, i mass media ecc.; mentre ne sono fattori interni la ricerca dell’equilibrio o coerenza cognitiva (Heider) o l’eliminazione della dissonanza cognitiva (Festinger). In generale, cerchiamo di trovare spiegazioni alle cose (attribuzioni) o di giudicarle (atteggiamenti) in modo tale da conservare un rapporto equilibrato e coerente con le altre persone e con noi stessi.

    Se per Heider gli atteggiamenti si formano sulla base della ricerca della coerenza interna dei giudizi di valore che diamo sulle cose, Leon Festinger ha osservato l’importanza, nella ricerca di questa coerenza, della riduzione della dissonanza cognitiva.  La teoria della dissonanza cognitiva evidenzia infatti che quando un individuo è combattuto tra due stili cognitivi (due atteggiamenti opposti o un atteggiamento e un comportamento) emerge un disagio sigarettainteriore che il soggetto cerca di ridurre. Ad esempio, il fumatore sperimenta il dissidio tra un comportamento (fumo) e un atteggiamento (benché sappia che uccide), per ridurre il disagio si trova argomenti-scappatoia:

    «se non fumassi sarei ancora più nervoso», «comincerei ad ingrassare», «mio nonno ne fumava due pacchetti al giorno ed è morto a 90 anni ..»

    Gli studi sulla formazione e il cambiamento degli atteggiamenti sono stati molto approfonditi e mirati a obiettivi diversi: dalla modificazione dei pregiudizi razziali, alla rieducazione in casi di devianza, fino alla vendita di prodotti.

    Robert Zajonc (1923 - 2008)

    Robert Zajonc (1923 – 2008)

    ideogrammaUn aspetto studiato dallo psicologo americano di origine polacca Robert Zajonc (1968) riguarda la formazione inconsapevole degli atteggiamenti. Lavorando con un gruppo di americani a cui era stato fatto credere di collaborare a una ricerca sull’apprendimento delle lingue straniere, Zajonc dimostrò che l’esposizione ripetuta a un oggetto produce una maggiore attrazione nei suoi confronti, se il soggetto aveva già un atteggiamento positivo verso l’oggetto o non aveva alcun orientamento. L’esperimento consisteva nel mostrare ai partecipanti degli ideogrammi cinesi, dicendo loro che ogni ideogramma esprimeva un aggettivo e che era loro compito indovinare se avesse una connotazione positiva o negativa e misurare poi le variazioni di positività dei segni percepite dai soggetti.

    Anche gli studi comportamentisti classici hanno descritto i meccanismi di formazione inconsapevole degli atteggiamenti. Nel condizionamento classico pavloviano, infatti, in seguito all’associazione, l’atteggiamento verso lo stimolo neutro (o condizionato) assume la stessa connotazione di quello assunto dal soggetto per lo stimolo significativo (o incondizionato). Lo stesso accade con il condizionamento strumentale o operante: l’atteggiamento verso un oggetto rinforzato negativamente o positivamente, segue la qualità del rinforzo. Nel modellamento, l’esposizione costante ad un modello porta l’individuo a riprodurre inconsapevolmente azioni, atteggiamenti e risposte emotive dello stesso. Il condizionamento è più forte quando il modello è percepito come simile a sé.

    atteggiamento

     

    Il rapporto tra atteggiamenti e comportamenti

    coppia di cinesiIn generale, ci aspettiamo che gli atteggiamenti delle persone ci aiutino a prevedere il loro comportamento, ma non è sempre così. Nel 1934, lo psicologo sociale Richard LaPiere girò gli Stati Uniti con una coppia di cinesi, verso i quali all’epoca esisteva un atteggiamento di forte prevenzione, per verificare quanti ristoratori e albergatori si sarebbero rifiutati di servire la coppia asiatica: si rifiutò un solo albergo su 250, mentre alla richiesta di dichiarare la disponibilità ad ospitare una coppia di cinesi il 90% rispose che si sarebbe rifiutato.

    Anche tra atteggiamenti e opinioni, vale a dire l’espressione degli atteggiamenti, si riscontrano, come vedremo più avanti, delle differenze.

     

    Il cambiamento degli atteggiamenti

    Gli atteggiamenti hanno un certo grado di resistenza al cambiamento: è più facile che cambino quelli acquisiti più di recente, con minor grado di informazione e di coerenza che quelli acquisiti nell’infanzia, stabili e relativamente coerenti. Gli atteggiamenti che si caratterizzano per la loro particolare resistenza al cambiamento sono gli stereotipi e i pregiudizi.

     

    smoking can kill youIl caso della comunicazione persuasiva a contenuto minaccioso 

    Alcune ricerche hanno cercato di verificare se la comunicazione persuasiva a contenuto minaccioso – quali ad esempio, una campagna antifumo o contro l’eccesso di velocità in auto – sia efficace. Si è riscontrato che all’aumentare del livello di minaccia aumentano interesse ed attenzione, ma può instaurarsi uno stato di ansietà capace di far perdere parte dei contenuti informativi del messaggio [la paura è, infatti, l’unico meccanismo antagonista dell’apprendimento] o di distogliere il soggetto dal messaggio stesso.

    Questi meccanismi di presa di distanza (strategie di difesa distali) dal messaggio inquietante, si attivano solo quando il pensiero della morte è non consapevole. In presenza di un atteggiamento consapevole della possibilità di morte, i soggetti mettono invece in atto strategie di difesa prossimali, quale l’intenzione di adottare comportamenti più salutari.

    Spesso, la consapevolezza della pericolosità di certi comportamenti, ad esempio il fumo, è ostacolata dal ruolo giocato dalle sigarette nel sentimento di autostima. Fumare fa, infatti, sentire valutate positivamente molte persone.

     

    Studi e riflessioni sugli atteggiamenti

    1. Il conformismo e l’esperimento di Solomon Asch

    2. La costruzione dell’ostilità sociale e l’esperimento di Muzafer Sherif

    3. Gli studi di Adorno e Frenkel-Brunwig sul pregiudizio e la personalità autoritaria

     

     

    Attribuzione2

     

    Come stereotipi e pregiudizi influenzano la nostra comprensione di ciò che accade

    donne al volante

    Gli stereotipistereotipo (in francese, cliché) sono attribuzioni generalizzate di alcuni tratti a tutti gli individui parte di un gruppo. Si tratta di categorizzazioni (cioè della costruzione di categorie o etichette) semplificate, condivise da un gruppo, la cui rigidità e persistenza viene dal fatto che tali attribuzioni non sono fondate sulla valutazione personale dei singoli casi, ma sono riprodotte meccanicamente dai membri del gruppo che le ha prodotte.

    Il termine deriva dalla stereotipia (dal greco stereòs = rigido e typos =impronta), una tecnica di stampa che utilizza lastre di piombo fuso in un blocco unico, per riprodurre copie sempre uguali a se stesse.

    Nelle scienze umane fu usato per la prima volta da Walter Lippmann nel 1922, nell’ambito di uno studio sui processi di formazione dell’opinione pubblica.

    Lippmann osservò che il nostro rapporto conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, ma mediato dalle immagini mentali che ci siamo formati di quella realtàQueste immagini semplificate sono delle “scorciatoie” che usiamo per comprendere l’infinita complessità del mondo esterno e sono condivise dal gruppo che le ha prodotte.

    La ragione per cui ci creiamo e facciamo uso di stereotipi è che ci sono, purtroppo, utili. Perché:

    cecità sociale1. Ci servono a causa del nostro elevato bisogno di economia cognitiva (le nostre capacità mentali e le informazioni di cui disponiamo sono, infatti, largamente insufficienti in rapporto alle esigenze cognitive della vita sociale) e sono il prodotto della nostra «cecità sociale» (non vediamo che una parte di ciò che ci circonda). Ciò in quanto il sistema cognitivo umano è un sistema a risorse limitate che, non potendo risolvere problemi tramite processi algoritmici (logico-razionali), fa uso di euristiche (soluzioni approssimative) per semplificare decisioni e problemi. 

    Sono, perciò, strumenti di «conoscenza preconfezionata» sui membri dei gruppi con cui entriamo in contatto (gli stranieri, le donne) o di spiegazione semplice di un fatto o di una realtà. Ma, proprio per questa semplificazione e mancanza di verifica, gli stereotipi diventano spesso una «non conoscenza» ed un ostacolo alla reale conoscenza di ciò che ci circonda.

    di genere2. Rafforzano l’identità del gruppo che li produce, attraverso la differenziazione positiva dell’ingroup e l’inferiorizzazione dell’outgroup, e la legittimazione delle corrispondenti differenze di status. Un esempio di stereotipo etnico: «gli africani sono pigri, ecco perché sono poveri» (implicitamente: «noi siamo ricchi perché abbiamo lavorato», e uno di stereotipo di genere: «le donne sono fatte per lavare i piatti» (implicitamente: «agli uomini invece la direzione degli affari»).

     

    Come funzionano

    Gli stereotipi costruiscono arbitrariamente un legame tra una caratteristica e il patrimonio genetico o l’identità culturale (che si presume immobile) del gruppo considerato, poi la generalizzano a tutti i membri del gruppo in questione. L’effetto è doppiamente rigido, perché considera il tratto attribuito agli individui, posseduto per natura o prodotto da un’identità culturale immodificabile, negando che tra i membri del gruppo possano sussistere differenze, se non sotto forma di sporadiche eccezioni.

    Si tratta del principale fenomeno di economia cognitiva, di attribuzione individuale e/o biologica (errore fondamentale d’attribuzione), e di distorsione nell’attribuzione studiato dalla psicologia sociale.

    Ad esempio, nel giudizio valutativo:

    «le donne sono pessime conducenti»

    Unadonnacheleggeilgiornalesi indica una causa biologica (la femminilità) come spiegazione di un comportamento sociale (la guida) e si generalizza ad un’intero gruppo un giudizio (o un pregiudizio) su un membro dello dello stesso gruppo, ottenendo un giudizio valutativo non suscettibile di modifiche (visto il fondamento biologico).

    Gli stereotipi costituiscono normalmente il nucleo cognitivo dei pregiudizi, anche se possono sussistere in modo autonomo.

    Il pregiudizio è un giudizio dato su qualcuno (indipendentemente dalla sua conoscenza) sulla base della sua appartenenza ad un gruppo su cui hanno convinzioni stereotipate (positive o negative, ma soprattutto negative).

    È un fenomeno di gruppo, anche se può esserne portatore un singolo individuo, perché:

    1. Riguarda il singolo solo come membro di una categoria;

    2. È un orientamento socialmente condiviso;

    3. È in funzione del rapporto che esiste tra il gruppo che lo esprime (ingroup) e l’outgroup a cui appartiene la vittima che ne è colpita.

    Si parla invece di discriminazione per riferirsi a comportamenti sfavorevoli a persone in virtù della loro appartenenza (donne, immigrati, rom, omosessuali, disabili, anziani ecc.].

    Il pregiudizio manifesta una decisa resistenza alle smentite date dall’esperienza: chi soffre di pregiudizi aggira i dati incongrui con il proprio schema mentale, così da non dover modificare il proprio pregiudizio. Ne è esempio un dialogo sugli ebrei riferito da Gordon Allport, in uno studio del 1954:

    Mr. X: Il male degli ebrei è che si curano solo del proprio gruppo.stereotipi antisemiti
    Mr. Y: Ma i resoconti sulla raccolta di fondi per la Comunità mostrano che danno con maggior generosità dei non ebrei.
    Mr. X: Ciò mostra che cercano sempre di accaparrarsi il favore e di intromettersi negli affari dei cristiani. Non pensano ad altro che ai soldi, è per questo che ci sono così tanti banchieri ebrei.
    Mr. Y: Ma uno studio recente fa vedere che la percentuale degli ebrei nelle banche è in proporzione molto minore di quella dei non ebrei.
    Mr. X: E’ proprio così. Non cercano lavori rispettabili. Piuttosto vanno in giro per i night club.

     

    Come comprendiamo la realtà sociale

    L'interferenza del pregiudizio sulla percezione e sulla memoria

    L’interferenza del pregiudizio sulla percezione e sulla memoria

    Immersi nel flusso dei rapporti sociali, ci troviamo costantemente a fare scelte e a prendere decisioni che discendono dalla nostra visione della situazione che stiamo vivendo. Per interpretare e decidere i nostri comportamenti facciamo uso di schemi (script), interpretazioni sintetiche della situazione, la cui scelta è decisiva per definire ciò che abbiamo davanti agli occhi.

    Gli schemi possono essere attivati da alcuni elementi presentati dalla situazione in gioco (bottom up), ma sono spesso condizionati dalle nostre convinzioni (top-down). Il che comporta che, come si è visto (pregiudizio), i dati incongrui con lo schema vengono ignorati così da mantenere inalterata la nostra visione dei fatti [per approfondire il rapporto tra pregiudizio e percezione].

    In un celebre studio del 1947 ambientato sulla metropolitana di New York, gli psicologi Allport e Postman hanno dimostrato l’influenza del pregiudizio sulla percezione e sulla memoria.

    In un altro esperimento in cui si mostrava ad un gruppo di intervistati l’immagine di un ragazzo che correva con una valigetta in mano, si è visto che i soggetti ipotizzavano che si trattasse di un ladro, se aveva tratti asiatici, che stesse perdendo l’autobus, se si trattava di un bianco: gli stessi elementi bottom up vengono cioè compresi in modo opposto a seconda della presenza o meno di pregiudizi.

    Mappa stereotipi

    La mappa degli stereotipi europei

    Tearing Europe Apart

    Il Papalagi

     

    Le opinioni

    Per opinione, si intende l’espressione di ciò che si pensa (come si è visto, la psicologia sociale definisce invece atteggiamenti, le nostre convinzioni o idee sulle cose). Le opinioni sono:

    1. conoscenze circoscritte e soggettive: si tratta, infatti, di giudizi e delle ragioni che sostengono questi giudizi, non di indagini accurate del fenomeno su cui ci si esprime;
    2. rappresentazioni pubbliche del proprio pensiero, cioè versioni del nostro pensiero da presentare agli altri nelle forme ritenute accettabili o più utili. Ciò implica che le opinioni possano differire dagli atteggiamenti o convincimenti interiori, oltre che dai comportamenti.
    JuergenHabermas

    Jurgen Habermas

    Roland-Barthes

    Roland Barthes (1915 – 1980)

    Vi convivono perciò aspetti emotivi e cognitivi ed è controverso indicare quale dei due prevalga, visto che gli studi degli ultimi cinquant’anni hanno evidenziato sempre più fortemente l’importanza dei primi.

    Jurgen Habermas, ad esempio, lo ha fatto notando che lopinione pubblica contemporanea è post-alfabetica, illetterata e dunque tendenzialmente irrazionale ed emotiva, a differenza dell’opinione pubblica borghese che nasceva nei caffè parigini nell’epoca dei Lumi e che aveva come caratteristiche proprie, l’attitudine al dibattito razionale e l’attenzione per l’informazione. A sua volta, Roland Barthes ha invece sottolineato la forza del mito e delle forme di pensiero non logico, non razionale, nelle società contemporanee.

     

    Le logiche del senso comune

    Lo stereotipo della zingara rapitrice di bambini

    Lo stereotipo della zingara rapitrice di bambini

    Le opinioni di senso comune, sono convinzioni largamente condivise in una collettività. Esse, per quanto scientificamente false (sono infatti il prodotto di conoscenze circoscritte, non di ricerche scientifiche), sono “socialmente vere”, perché efficaci e capaci di cristallizzarsi in dogmi sociali.

    Il senso comune è costituito da “ciò che tutti pensano”, e che acquista un valore tautologico di verità solo per il fatto di essere “pensato da tutti”. Quando la sociologia iniziò a occuparsi delle strutture cognitive del senso comune, scopri infatti che gli attori sociali erano impegnati nella costruzione di modelli rassicuranti e tautologici del loro mondo quotidiano [Alfred Schutz, Saggi sociologici, 1979]. Si tratta di modelli tautologici [tautos=se stesso] perché la loro semplice enunciazione “dimostra” la realtà che intende affermare.

    Ulteriori elaborazioni di queste teorie mostrarono che gli attori sociali erano in grado di costruire infinite giustificazioni ad hoc del loro modello di mondo, una volta che questo fosse comunque presupposto come quello vero, giusto e ordinario [Harold Garfinkel, Studies in ethnomethodology, 1969]. Insomma, le opinioni di senso comune, che dovrebbero descrivere il mondo, lo costituiscono proprio per il loro carattere performativo e produttivo. Esse si costituiscono sulla base di meccanismi autopoietici [produttori di realtà]: fanno cioè esistere ciò che dovrebbero mostrare, come nella profezia che si autoavvera di William Thomas. Ciò accade in base al meccanismo, noto in sociologia come «definizione della situazione» (Thomas), secondo il quale

    se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze,

    vale a dire che una situazione sociale è quello che gli attori coinvolti dicono che sia, perché gli effetti della credenza condivisa (falsa) saranno reali (veri). Ciò sembra vero a maggior ragione nella nostra epoca, in cui i media (televisione e stampa quotidiana) detengono l’enorme potere di orientare gli spettatori o i lettori nella complessità del mondo.

    Il senso comune crea, insomma, la realtà sociale incurante della logica e della cronologia dei fatti. E conosciamo il peso della definizione della situazione, nella creazione di ciò che Zimbardo ha chiamato Effetto Lucifero. 

     senso comune

     

    Esercitazioni

    Esercitazione su attribuzioni e atteggiamenti dopo la visione di C’era una volta la città dei matti preparatoria all’analisi di un fatto di cronaca. Copiate il testo (evidenzia/tasto dx/copia) e incollatelo in un nuovo articolo del blog di classe, completate l’esercitazione e pubblicatelo [loggatevi preferibilmente con un nick che indichi solo il vostro nome, eventualmente con l’iniziale del cognome, come “gabriellaG”].

    Oppure, rispondi alle domande da Google form.

    Chi vuole può ritagliare (con taglierina di Real player o altri web tool) il video del film e inserire le scene che ha commentato.

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2 Responses to “Introduzione alla psicologia sociale”

  1. “come altre volte ho rilevato, si può dire che, nella terra isolata, la cosa è la madre di tutte le guerre”
    http://archiviostorico.corriere.it/2013/aprile/17/Oltre_ombra_paurosa_del_Nulla_co_0_20130417_eaa2616a-a720-11e2-8df1-aa298bd24180.shtml

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