Henry David Thoreau, Disobbedienza civile

by gabriella
Henry David Thoreau

Henry David Thoreau (1817 – 1862)

Uno stralcio del saggio introduttivo di Dario Antiseri all’edizione RCS [Milano, 2010] di Civil Disobedience A Plea for Captain John Brown, testo fondativo della resistenza civile e prima teorizzazione contemporanea [dopo l’Apologia di Socratel’Antigone e il Vindiciae contra tyrannos (1573)] della necessità di opporsi ad una legge ingiusta perché, come aveva osservato Hume, «la libertà non si perde tutta in una volta, e questo vale anche per la dignità e la giustizia».

È con vero entusiasmo che sottoscrivo il motto: «Il miglior governo è quello che governa meno». Mi piacerebbe che fosse realizzato il più rapidamente e sistematicamente possibile. In realtà si riduce a questo, che il miglior governo «è quello che non governa affatto» e anche in ciò credo fermamente.

La prigione, in uno stato schiavista, è l’unica dimora
ove un uomo libero possa abitare con onore.

D. H. Thoreau, Civil Disobedience

Henry David Thoreau nasce a Concord, nel Massachusetts, il 12 luglio 1817 dove morirà di tisi il 6 maggio 1862. Terzo dei quattro figli di John Thoreau e Cynthia Dunbar, segue la famiglia prima a Chelmsford e poi a Boston, per ritornare infine a Concord nel 1823. Nel 1833 riesce a entrare all’Harvard College, dove studia matematica, lingue e letteratura tedesca. Dopo la laurea nel 1837, fonda una scuola privata, la Concord Academy. E ha modo di diventare amico e discepolo del filosofo trascendentalista Ralf Waldo Emerson (1803-1882) il quale viveva a Concord sin dal 1834.

«Ciò che chiamiamo trascendentalismo — scriveva Emerson – non è che l’idealismo: l’idealismo così come appare oggi, nel 1842».

In chiara polemica con l’empirismo di Locke e l’utilitarismo della giovane società americana, per Emerson il mondo è il tempio mistico dello spirito; il

«suo sereno ordine è per noi inviolabile»; «esso è per noi la testimonianza presente dello Spirito divino, è il punto fisso di riferimento in base al quale ci è possibile misurare i nostri erramenti. E, appena degeneriamo, si fa evidente il contrasto tra noi e la nostra casa e diventiamo stranieri nella natura in quanto ci allontaniamo da Dio».

Riproduzione della casa di Thoreau a Walden Pond

Riproduzione della casa di Thoreau a Walden Pond

Filosofia e poesia sono finestre su quella Superanima che è la forza nascosta che domina la realtà intera. E libero è l’uomo che penetra in questa forza e che, riconoscendone razionalità e perfezione, si conforma a essa. Ed ecco, allora, che nel 1845 Thoreau si reca sulle rive del lago Walden; e qui, con un’ascia presa a prestito, abbatte alcuni pini bianchi e si costruisce una capanna nella quale vive per due anni, due mesi e due giorni. Vi si insedia il 4 luglio – giorno della Dichiarazione dell’Indipendenza — e vi resta sino al 1847.

«Andai nei boschi» confessa «perché volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita […] per non scoprire in punto di morte di non aver mai vissuto». E ancora: «Non ho mai trovato un compagno che mi facesse così buona compagnia come la solitudine».

Le riflessioni maturate nel corso della sua esperienza solitaria e indipendente dalla vita sociale organizzata, Thoreau le ha fissate in quell’opera insieme filosofica e diaristica, ormai un classico della letteratura americana, che è Walden, ovvero vita nei boschi, che vide la stampa nel 1854.

Negli anni 1845-1848 gli USA sono in guerra contro il Messico, una guerra che finirà con l’annessione del Texas, della California e del Nuovo Messico. E nel 1846 Thoreau, decisamente contrario alle politiche aggressive e schiaviste del governo statunitense, rifiuta di pagare le tasse e viene tradotto in carcere, dove passa una sola notte, dato che la tassa viene pagata, a sua insaputa, da una sua zia. Il 26 gennaio 1848, egli tiene al Concord Lyceum la conferenza che verrà data alle stampe per la prima volta nel 1849 con il titolo Resistance to Civil Government, e che soltanto dopo la morte di Thoreau verrà pubblicata con il titolo di Civil Disobedience, sotto il quale le idee di Thoreau sono ormai conosciute un po’ ovunque nel mondo.

É con vero entusiasmo che, proprio all’inizio de La disobbedienza civile, Thoreau dichiara di sottoscrivere l’idea stando alla quale «il miglior governo è quello che governa meno». Idea che, spinta alle sue conseguenze, finisce secondo lui per significare che «il miglior governo è quello che non governa affatto». Ma, intanto, «per parlare praticamente e da cittadini, a differenza di quelli che si definiscono anarchici, io» scrive Thoreau «non chiedo l’immediata abolizione del governo, bensì, e subito, un governo migliore». E non può essere un buon governo, un governo basato sulla giustizia, quello «dove la maggioranza governa su ogni questione». Chiede Thoreau:

«Non potrebbe esservi, invece, un governo nel quale a decidere praticamente su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto non fosse la maggioranza ma la coscienza? […] Deve sempre il cittadino – seppure per un istante e in minimo grado – abbandonare la propria coscienza nelle mani del legislatore? E allora perché ha una coscienza? Penso che dovremmo essere uomini prima di essere sudditi. Non è da augurarsi che l’uomo coltivi il rispetto per le leggi ma piuttosto che rispetti ciò che è giusto. Il solo obbligo che io ho il diritto di arrogarmi è di fare sempre ciò che credo giusto».

Sta qui il messaggio di fondo de La disobbedienza civile. Per questo egli ha avversato la dittatura della maggioranza; per questo — credendola invece giusta – non rifiutò mai di pagare l’imposta per la manutenzione delle strade statali; per questo, però, non volle pagare una certa somma per il mantenimento di un religioso alle cui prediche era andato suo padre, ma non lui; e per sei anni non pagò la poll-tax (la tassa di voto). È la coscienza del singolo che giudica il potere politico e non viceversa. Da qui la più decisa avversione di Thoreau nei confronti di un governo, quello americano, schiavista e che aggredisce il Messico:

«Al giorno d’oggi, come ci si deve comportare con questo governo? Pare a me» risponde Thoreau «che non ci si può associare senza ignominia. Neppure per un istante posso riconoscere, come mio governo, quell’organizzazione politica che è un governo schiavista […] Quando un sesto della popolazione di uno Stato, che s’è impegnato a essere il rifugio della libertà, è formato da schiavi, e tutto un Paese è ingiustamente percorso e conquistato da un esercito straniero e sottoposto alla legge marziale, penso che una ribellione degli onesti non sarebbe affatto prematura. Ciò che rende questo dovere estremamente pressante è che il Paese percorso da orde straniere non è il nostro, ma che nostro è l’esercito invasore».

L’uomo di valore, afferma Thoreau, non lascerà ciò che è giusto alla mercé del caso. E siccome ad agire non sono quegli enti collettivi come gli Stati o i governi, ma sempre e soltanto gli individui, qualora un governo intenda trasformare i cittadini in agenti dell’ingiustizia, non resta altro da fare che infrangere la legge. Certo, lo Stato non esiterà a chiudere in galera tutti gli uomini giusti piuttosto che rinunciare alla guerra e alla schiavitù. Ma, intanto, se già da subito

«un migliaio di persone non pagassero le tasse non si tratterebbe di un’azione violenta o sanguinosa come sarebbe invece pagarle e così permettere allo Stato di commettere violenze e versare sangue innocente».

Disposto a subire le conseguenze della propria disobbedienza civile, fermamente convinto che la rivoluzione è compiuta quando l’individuo rifiuta l’obbedienza e il rappresentante del governo, per esempio l’esattore delle tasse, si dimette dal suo ufficio, Thoreau dichiara che

«sotto un governo che imprigiona ingiustamente non importa chi, il vero posto dove può vivere un uomo giusto è la prigione».

La prigione, cioè quello «spazio segregato, eppure più libero e onorevole, ove lo Stato colloca coloro che non sono con lui, ma contro di lui», è «l’unica dimora, in uno Stato schiavis|a, ove un uomo libero possa abitare con onore».

Dagherrotipo di John Brown, 1856

Dagherrotipo di John Brown, 1856

A Concord, nel 1857, Thoreau si incontra con l’abolizionista John Brown. Costui, a capo di un piccolo gruppo di antischiavisti, dà l’assalto, il 16 ottobre 1859, all’arsenale delle truppe federali ad Harper’s Ferry, in Virginia. Suo intento era di mettere nelle mani degli schiavi le armi dell’arsenale, in modo da proseguire con maggiore efficacia la lotta antischiavista. L’attacco fallisce e gli assalitori che non cadono sotto i fucili dei padroni delle piantagioni, dei miliziani e dei marines vengono catturati. Processato per alto tradimento, John Brown viene impiccato il 2 dicembre 1859.

Ebbene, venuto a conoscenza della cattura di John Brown, Thoreau, pochi giorni dopo, il 30 ottobre — era domenica — pronuncia, nel Municipio di Concord, un appassionato e molto argomentato discorso in difesa di John Brown, discorso che il martedì successivo ripeté a Boston.

Avendo presenti gli orrori della guerra, in quanto da ragazzo aveva accompagnato e aiutato il padre che, durante la guerra del 1812, riforniva di carne l’esercito, John Brown — dice Thoreau

«aveva sin da allora deciso che non avrebbe partecipato, mai e in nessun modo, a nessuna guerra, se non a una guerra di liberazione».

E la sua fu una vera e propria guerra di liberazione: riteneva che lo schiavismo fosse contro lo spirito stesso della nazione «e ne fu acerrimo nemico».

Ci sono stati uomini di valore che hanno affrontato i nemici della loro patria, ma John Brown, afferma Thoreau,

«ha avuto il coraggio di affrontare la sua propria patria, quando l’ha vista dalla parte del torto. «Brown» prosegue Thoreau «era un uomo superiore. Non diede nessun valore alla sua vita fisica, di fronte agli ideali. Non sottoscrisse leggi ingiuste ma gli resistè come sentiva dentro di sé […] Era un esemplare umano troppo nobile per rappresentare la media degli uomini». È cosa indegna e disumana non ribellarsi a un governo che dal suo seggio «guarda quattro milioni di agonizzanti», «quattro milioni di schiavi alla catena». E «che dobbiamo pensare d’un governo che considera nemici tutti gli uomini giusti e valorosi della terra, che stanno tra lui e quelli che lui opprime? Un governo che pretende d’essere cristiano e crocifigge un milione di Cristi al giorno?».

Che pensare? E, soprattutto, che cosa fare? Ed ecco, allora, l’approvazione di Thoreau nei confronti dell’azione violenta di Brown contro la violenza degli schiavisti:

«Era suo credo particolare che un uomo ha tutto il diritto di opporsi con la forza allo schiavista per salvare lo schiavo. Sono d’accordo con lui».

Mohandas K. Gandhi

Mohandas K. Gandhi (1869 – 1948)

Lev Nicolevic Tolstoj (1828 - 1910)

Lev Nicolevic Tolstoj (1828 – 1910)

Gandhi, in un articolo del 1921, dirà che «Thoreau forse non era un vero campione della nonviolenza». Ma aggiungerà che lo scritto di Thoreau sulla disobbedienza civile è «un’opera magistrale». E prima Tolstoj e, al suo seguito, Gandhi e, più vicino a noi, Martin Luther King hanno trovato ne La disobbedienza civile un armamentario di argomentazioni teoriche e morali per un modo nuovo di lottare e di esercitare l’azione politica.

E come i movimenti ecologisti hanno visto e vedono in Walden l’ideale (o mito?) di una vita che torna a una natura che, diversamente dalla società, non è avvelenata, così La disobbedienza civile è stata e resta fonte di ispirazione dei movimenti di resistenza nonviolenta.

ralph-waldo-emerson

Ralph Waldo Emerson (1803 – 1882)

E «in modo civile, cioè nonviolento» che chi ha abbracciato l’ideale della disobbedienza civile si pone al di fuori della legge esponendosi alle sanzioni previste e accettando i guai che ne seguono. Il resistente nonviolento rifiuta di obbedire alla legge che in coscienza reputa ingiusta. Il suo rifiuto è immediato; egli non aspetterà che ingiustizie e violenze seguitino a fare le loro vittime in attesa che si formino maggioranze forse un giorno capaci di fere le riforme. L’azione del nonviolento è il grido d’allarme di un cittadino vigile che cerca, a proprio rischio, di allertare masse rese cieche da miserabili interessi, ovvero chiuse in ergastoli ideologici o anche anestetizzate da quel tossico che Irving Lee ha chiamato “la menzogna organizzata”. […]

David Hume (1711 - 1776)

David Hume (1711 – 1776)

la parola spazzatura della politica spazzatura

Irving Lee, La menzogna organizzata

La realtà è che di disobbedienti civili la società avrà sempre urgente bisogno […]  seguendo Hume, per la ragione che la libertà non si perde tutta in una volta, e quel che vale per la libertà vale anche per la dignità e la giustizia. E siccome il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta da gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra. […]

15


Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: