Antonio Pieretti, Il rifiuto della morte nella cultura contemporanea

by gabriella

luttoLo stralcio introduttivo di un testo filosofico sul senso della vita e della morte nell’epoca contemporanea.

«Nel XIX secolo era dappertutto presente: cortei funebri, abiti da lutto, estensione dei cimiteri e della loro superficie, visite e pellegrinaggi alle tombe, culto della memoria. Ma questa pompa non nascondeva l’affievolirsi dell’antica familiarità, l’unica veramente radicata? In ogni caso, questo eloquente scenario di morte si è dissolto nell’epoca nostra, e la morte è divenuta l’innominabile. Ormai tutto avviene come se né io, né tu, né quelli che mi sono cari, fossimo più mortali»[1].

Così scrive Philippe Ariés nell’ormai nota Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri, e gli fa eco Jean Baudrillard, il quale afferma:

«Al giorno d’oggi non è normale essere morti… Essere morti è un anomalia impensabile, rispetto alla quale tutte le altre sono inoffensive. La morte è una delinquenza, una devianza incurabile»[2].

In verità, l’uomo d’oggi, in preda alla frenesia del lavoro e impegnato nella ricerca smodata del benessere materiale, non ha tempo per pensare alla morte. Si guarda bene cioè dal prestarle attenzione, dal venire ai conti con lei. Ma, oltre a tenerla lontano dalla sua mente, non vuole neanche sentirne parlare. Considera sconveniente infatti qualsiasi riferimento alla “ grande nemica”, per cui giudica privo di buon gusto colui che osa pronunciarne il nome o introdurla nei suoi discorsi. E, come tale, è da evitare, da sfuggire o, quanto meno, da invitare ad affidarsi alle cure di uno psicanalista, perché è sicuramente affetto da qualche nevrosi [3] [non senza qualche ragione, visto che chi insiste ad interrogarsi sulla morte si mostra dis-adattato alla forma culturale della sua rimozione. NDR].

Ovunque cacciata e censurata, la morte però risorge dappertutto e si manifesta sempre in tutta la sua drammatica inesorabilità. Non potendola escludere definitivamente dalla sua vita quotidiana, l’uomo d’oggi cerca di esorcizzarla, chiamandola con altri nomi. Quando vi è costretto, perciò parla di essa come della “fine della vita”, della “ conclusione del cammino terreno” oppure della “uscita dalla scena della storia”, di “decesso” e, relativamente al morto, parla di lui come di colui che “non è più”, di chi “si è spento”, di chi “è mancato” e perciò lo chiama “l’estinto”, “il defunto”, “il trapassato”[4].

All’uomo del nostro tempo non è più consentito di avere esperienza della morte. Ne ha una conoscenza, per così dire, solo spettacolare, cioè che non lo coinvolge personalmente e quindi priva di reazioni emotive, attraverso i films, la televisione. L’anziano e il moribondo infatti sono presi in carico dall’ospedale e dalla medicina, e perciò sono sottratti ai loro congiunti prima ancora di essere morti. I padri inoltre non fanno più testamento e non impartiscono più le ultime raccomandazioni sul letto di morte, radunando la famiglia come in un estremo, doloroso abbraccio [5].

lacrimeNella società opulenta non c’è più posto per i segni esteriori della morte. Le lacrime, fa rilevare Ariés, «sono assimilate alle escrezioni del malato. Le une e le altre sono ripugnanti»[6]. E quindi, come già suggeriva Gramsci in un’annotazione dei Quaderni del carcere, «queste manifestazioni inferiori, questi residui organici di stati d’animo» sono stati aboliti.

Qualcosa di simile è avvenuto anche per il lutto. È una forma di comportamento che la nostra società, basata sul trinomio salute – giovinezza – felicità, non tollera più [7]. Perciò, come osserva ancora Ariés,

«se vengono mantenute alcune formalità, e se una cerimonia contrassegna ancora il decesso, esse debbono essere discrete ed evitare ogni pretesto a qualunque emozione: le condoglianze alla famiglia, per esempio, alla fine dei servizi funebri, ora sono soppresse. Le manifestazioni esteriori del lutto condannate, e vanno scomparendo. Non si portano più abiti scuri, non si adotta più un atteggiamento diverso da quello di tutti gli altri giorni»[8].

E ancora. Tutta la cultura contemporanea è caratterizzata da un immenso sforzo per dissociare la vita dalla morte, perché concepisce la capacità di funzionare dell’organismo umano e la sua redditività in fatto di produzione come i soli valori a cui informare la vita. In essa perciò è buona norma tenere nascosta la morte, mascherandola con la malattia. Inoltre, «per evitare quel momento insopportabile della carne che è restituita soltanto a se stessa», e che ha cessato di essere segno, è usanza diffusa adornarla, coprendola di artificialità[9].

anzianiLa morte, d’altro canto, non rappresenta più un fatto sociale, ma equivale ad un affare privato, che interessa colui che ne fa l’esperienza e, al massimo, i suoi familiari. E quindi non si esita a far morire i malati negli ospedali e gli anziani negli istituti di ricovero, cioè lontano dalla società, soli con se stessi [10].

Inoltre, quasi a ribadirne l’estraneità, la società del produttivismo e del consumismo esige dal moribondo uno “stile di morte”; che i sociologi fanno consistere nella “dolce morte dell’uomo-massa”. Si tratta cioè di una “ morte clandestina”, per cui il moribondo esce dalla scena in silenzio, furtivamente, in modo da non suscitare emozioni troppo violente e reazioni che possono turbare l’ordinato svolgimento della vita quotidiana. La società industriale avanzata infatti, scrive Claudio Bucciarelli, «si protegge da ciò che riduce e ostacola la sua efficienza»[11]. E, in maniera del tutto conseguente, in essa è ritenuta “bella morte” non già la “buona morte” della tradizione cristiana, cioè quella preceduta dalla confessione e dalla comunione, ma la morte che, come nota René Rémond, «sopraggiunge all’improvviso, che vi porta via di sorpresa come un ladro e vi risparmia la sofferenza, la decadenza fisica e mentale, il timore dell’ultima ora»[12].

Ma, per quanto si voglia assicurare al moribondo una morte solitaria, tuttavia non lo si mette in condizione di viverla effettivamente. È considerato infatti un preciso dovere dei familiari e del personale ospedaliero nascondere la verità a chi è colpito da malattia mortale. In casa o in ospedale inoltre ci si adopera perché il malato o l’anziano muoia «senza che si sia sentito morire», cioè in maniera impersonale ed inconsapevole. Così l’uomo, da sempre padrone della sua morte, oggi non lo è più[13].

A rendere ancora più anonimo il morire contribuiscono i medici con il loro comportamento. La morte, come il dolore, è da loro riguardata essenzialmente come un problema tecnico, per cui nei suoi confronti si preoccupano soltanto di mettere in atto le cosiddette “tecniche dell’apatia”, che hanno la funzione di ritardare il momento del trapasso o di farlo accettare senza eccessiva angoscia. E, poiché la considerano «come un caso sfortunato, come un errore artificiale o come exitus del paziente», al suo approssimarsi essi scompaiono perché la loro arte non li soccorre più[14]. Così il morire è spogliato di ogni significato umano e ridotto a puro e semplice evento biologico a cui le persone partecipano solo in maniera passiva.


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