Sofocle, Antigone

by gabriella

La tragedia di Antigone nell’Edipo Re e Edipo a Colono di Sofocle, adattato da Studia Humanitatis.

Il prologo dell’Antigone (vv. 1-38) si apre con il dialogo fra la protagonista e sua sorella Ismene. La spedizione organizzata da Adrasto, re di Argo, non è riuscita a restituire il trono all’esule Polinice e si è conclusa con la morte dei sette campioni dell’esercito argivo; al termine del conflitto, Eteocle e Polinice si sono uccisi reciprocamente in un feroce duello. In mancanza di eredi maschi, il trono di Tebe è stato occupato da Creonte, zio e cognato di Edipo: il suo primo atto di potere è stato il divieto di seppellire il corpo di Polinice, colpevole di aver assalito in  armi la propria patria. Quando la notizia del bando giunge alle orecchie di Antigone, ultima discendente della stirpe dei Labdacidi insieme con Ismene, la fanciulla, decisa a non permettere un tale sacrilegio, informa del proprio piano la sorella e ne sollecita l’aiuto.

Il prologo rivela l’intento di Sofocle di mettere in luce l’eroismo di Antigone attraverso il confronto con la sorella Ismene, che incarna una femminilità più fragile, debole, sottomessa, conforme alla tradizione. Sofocle delinea l’inflessibile personalità di Antigone evidenziandone in ogni modo la superiorità: mentre Ismene ignora o vuole ignorare il bando di Creonte, perché non ha in sé la forza per opporsi, la reazione di Antigone rivela un’immediata e irremovibile volontà di trasgressione, che annulla ogni pensiero, tranne quello della sacrilega ingiustizia di cui è oggetto Polinice. La certezza che Ismene non troverà mai il coraggio per aiutarla, induce Antigone, fin dall’inizio del dramma, a staccarsi sdegnosamente dalla sorella, considerandola una traditrice; anche nel «buon Creonte», suo futuro suocero (Antigone è promessa sposa di Emone, figlio del sovrano), ella scorge soltanto un empio tiranno, capace di negare a un morto il più sacro degli onori.

In contrasto con l’obbediente sottomissione della sorella e dei concittadini, la solitaria diversità di Antigone si delinea agli occhi del pubblico con prepotente risalto, unica nel considerare l’editto un’inaccettabile manifestazione di empietà, mentre l’atto di pietà verso il defunto le appare un dovere irrinunciabile anche a costo della vita. Ismene dovrebbe avvertire lo stesso obbligo, ma vi si sottrae per paura della morte; l’intera città di Tebe dovrebbe sapere che le esequie negate attireranno la collera divina e che tutta la comunità sarà contaminata dal sacrilegio, ma il senso del dovere individuale e collettivo è annullato completamente dalla paura, che cancella la pietà, la giustizia, la nobiltà in tutti tranne che in Antigone. Nel momento stesso in cui la fanciulla espone le parole del bando di Creonte, è già chiaro che il naturale attaccamento alla vita è meno forte in lei della volontà di non permettere che il fratello sia vittima di un’empia vendetta postuma.

Antigone: – L’editto era pubblico: lo conoscevo, certo.
Creonte: – E hai osato trasgredire questa legge?
Antigone: – … Non ho pensato che i tuoi decreti avessero il potere di far sì che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte degli dei, leggi immutabili che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre … Per timore di un uomo io non potevo subire il castigo degli dèi. (Sofocle, Antigone, vv. 488-503).

Antigone, che ha violato il bando di Creonte rendendo simbolici onori funebri al cadavere del fratello Polinice, viene arrestata e condannata a morte. Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, tenta di dissuadere il padre dal crudele proposito: ma quest’ultimo, timoroso di vedere indebolita la sua autorità agli occhi dei cittadini, fa condurre Antigone a una tomba scavata nella roccia, nella quale dovrà essere sepolta viva. Di fronte all’imminenza della morte, pur convinta di aver agito secondo le norme di una giustizia ben più alta di quella umana, Antigone leva un lamento su se stessa, compiangendo di essere destinata a morire nel fiore degli anni, senza aver conosciuto nessuna gioia dell’esistenza, prima fra tutte quella delle nozze e della maternità.

Poco dopo, si presenta a corte l’indovino Tiresia, predicendo a Creonte le più terribili sventure per il duplice sacrilegio di cui si è macchiato, impedendo che un morto avesse sepoltura e seppellendo invece una creatura viva. Dapprima il sovrano reagisce con durezza, ostinandosi nella sua decisione; in seguito, però, le parole di Tiresia fanno breccia nel suo animo ed egli ordina ai servi di liberare immediatamente Antigone. Ma è ormai troppo tardi: la fanciulla, chiusa nel sepolcro, si è tolta la vita, impiccandosi con la cintura della veste. Emone, visto il cadavere della promessa sposa, non ha resistito al dolore e si è suicidato anch’egli, sotto gli occhi del padre giunto in tempo per assistere all’orribile scena di cui è il diretto responsabile. Ben presto, un altro lutto si abbatte su Creonte: sua moglie Euridice, informata della morte del figlio, si chiude in casa e si uccide. All’infelice sovrano non resta che meditare amaramente sulla sua brama di potere, fonte di tante sventure.

Antigone nella letteratura e nell’arte

Quando intolleranze religiose, discriminazioni razziali, conflitti su diritti fondamentali o repressioni di minoranze emergono, ricompare Antigone, l’eroina incarnante le leggi non scritte del sangue e della pietas, che sfida Creonte, icona del potere totalizzante e totalitario, capace di trasformare il familiare in ‘nemico assoluto’, cui va negata anche l’umana pietà.

La rivoluzione francese e i totalitarismi del Novecento segnano i due punti apicali della ripresa dell’attenzione per la tragedia di Sofocle, – «la tragedia sublime per eccellenza e da ogni punto di vista … l’opera d’arte più perfetta che lo spirito umano abbia mai prodotto» (Hegel). In particolare in Germania, a muovere da Hölderlin, la cui traduzione verrà pubblicata nel 1804 (e non a caso riproposta da Brecht nel 1947) e da Goethe (che curò una rappresentazione nel 1809, replicata con maggiore successo nel 1841, con musiche di Mendelssohn e poi rappresentata a Parigi), determinando nell’Europa della seconda metà del secolo un vero e proprio ‘culto di Antigone’. 

 I totalitarismi e la seconda guerra mondiale riproporranno la centralità dell’Antigone, in particolare con le riscritture di Anouilh (1942) e di Brecht (1947); per terminare nella originale e profonda rielaborazione di Maria Zambrano (La tomba di Antigone, 1967).

L’Antigone di Antonio Prete.

Antigone e il tragico nella filosofia

A rilanciare la riflessione su Antigone sono soprattutto i tre filosofi-amici di Tübingen: Hegel, Hölderlin, Schelling; quest’ultimo, già nel 1795, vede la tragedia classica come anticipazione immaginifica dei grandi temi metafisici quali la lotta tra libertà umana e ‘prepotenza del destino’. Ma decisiva per quasi tutte le interpretazioni successive (sia per concordanza che per dissonanza: si vedano, tra le maggiori, quella di Kierkegaard in Aut-aut, quella di Heidegger, in Introduzione alla metafisica, quella di Bultmann, in Credere e comprendere, quella di Derrida, in Glas, quella di Ricoeur in Sé come un altro, quella della Irigaray, in Speculum. L’altra donna) è la lettura hegeliana che compare nella Fenomenologia (1807), tutta giocata sulla inconciliata e inconciliabile contrapposizione tra “legge del sangue o degli dei inferi, e legge della polis, o degli dei superi”, che anticipa la celeberrima contrapposizione nietzscheana tra dionisiaco e apollineo.

Solo nel Novecento compariranno letture di diversa impostazione, quali quella psicoanalitica di Lacan e quella etico-politica di M. Nussbaum (in La fragilità del bene), quest’ultima centrata sulla contrapposizione tra il carattere spaesante della contingenza della nostra situazione e la necessità della phronesis, della saggezza pratica che dovrebbe guidare il nostro agire etico-politico.

Al di là di Antigone, però, molta filosofia tra Otto e Novecento (Nietzsche e Heidegger su tutti) conssensi_ANTIGONE2idera la tragedia classica come una potente evocazione poetica di quelle che la filosofia riconoscerà come ‘domande fondamentali’ che investono l’esserci dell’uomo, il suo ‘posto nel mondo’, la dialettica tra libertà e destino ecc., sforzandosi di pensare esplicitamente ‘in concetti’, al di là delle metafore poetiche. Se Freud si limita a rintracciare nelle metafore dei tragici i nodi profondi che aggrovigliano la psiche al di sotto della coscienza (non senza richiamare echi schopenhaueriani), Nietzsche ne ripropone la disincantata e lucida capacità di fissare lo sguardo sulla contraddittorietà dell’esistenza umana, contro gli esiti – apparentemente consolatori, in realtà nichilistici – del platonismo e del cristianesimo, fughe nevrotiche, risentite, moralistiche, di chi non sa accettare (e trasvalutare) la propria condizione terrestre e finita; infine Heidegger, che vede nella Dichtung (poesia) tragica una delle modalità del dire e del darsi originario dell’essere, disvelante l’inquietante ambiguità, la coappartenenza e la coessenzialità tra lo ‘essere di casa’ e lo ‘essere spaesati’, poli inseparabili del nostro essere nel mondo.

tratto da: http://www.treccani.it/scuola/maturita/orale/la_contemporaneita_scienze_umane/sensi_antigone.html


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