Theodor W. Adorno, La personalità autoritaria

by gabriella

Frutto di un’indagine durata dal 1944 al 1949, nel quadro degli studi sull’antisemitismo promossi dall’American Jewish Committee, e pubblicata nel 1950, La personalità autoritaria rappresenta tutt’ora il tentativo più importante di ricerca sociologica condotta con l’impiego sistematico delle teorie psicanalitiche. Essa trova la propria base nell’incontro delle prospettive interpretative della Scuola di Francoforte, il cui portavoce è Theodor Adorno, con l’impostazione della scuola psicanalitica viennese, rappresentata da E. Frenkel-Brunswik, e con l’interesse per lo studio e la misurazione degli aspetti sociali della personalità, sviluppati dalla psicologia sociale statunitense.

Quest’opera si prefigge quindi di determinare le caratteristiche della personalità autoritaria, intesa come una «struttura profonda» della personalità che ha la sua origine nell’esperienza personale del soggetto e nei suoi primi rapporti con l’ambiente familiare. L’indagine condotta da Adorno e dai suoi collaboratori mette capo alla scoperta del rapporto tra «personalità autoritaria» e ideologia etnocentrica, rapporto la cui radice viene riconosciuta nel meccanismo di proiezione in virtù del quale l’individuo attribuisce ai membri dei «gruppi esterni» elementi che trova presenti in sé, ma di cui vuol negare o ignorare l’esistenza. Così il rifiuto dei gruppi di minoranza (dagli ebrei ai “negri”), si rivela correlato con la sottomissione all’autorità e con l’aggressività autoritaria, e con una serie di altri atteggiamenti, quali la tendenza all’esteriorizzazione, il convenzionalismo, l’orientamento in vista del potere, ecc. La lotta contro il fascismo e la discriminazione passa qui attraverso la terapia della personalità e dei tratti «profondi» dell’autoritarismo [dalla quarta di copertina].

Di seguito, la bella introduzione di Giovanni Jervis all’edizione italiana di The Authoritarian Personality (1949) [La personalità autoritaria, Milano, Edizioni di comunità, 1973, pp. XIX-XXXI]; la premessa di Max Horkheimer, il saggio di Adorno sul pregiudizio e un’esercitazione [in coda al post].

La premessa di Max Horkheimer

Introduzione. Il problema

Il pregiudizio secondo Adorno

Scrive Adorno nel saggio sul pregiudizio contenuto nella parte quarta, Studi qualitativi dell’ideologia del  terzo volume della Personalità autoritaria:

Nell’organizzazione del presente capitolo siamo partiti dall’assunzione generale che l’ostilità — largamente inconscia derivante dalla frustrazione e dalla repressione deviata socialmente dal suo oggetto reale, ha bisogno di un oggetto sostitutivo attraverso il quale possa ottenere un aspetto realistico evitando quindi, per così dire, manifestazioni più radicali di un blocco della relazione del soggetto con la realtà, per esempio la psicosi.

Questo « oggetto » di distruttività inconscia, (lungi dall’essere un « capro espiatorio » superficiale, deve avere certe caratteristiche per poter svolgere il proprio ruolo. Dev’essere sufficientemente tangibile, e nello stesso tempo non troppo tangibile, affinché il suo stesso realismo non lo faccia esplodere. Deve avere un contesto storico sufficiente e apparire come un elemento indiscutibile della tradizione. Dev’essere definito in stereotipi rigidi e ben noti. Infine, l’oggetto deve possedere caratteristiche – o almeno poter essere percepito e interpretato in termini di caratteristiche — che possano armonizzarsi con le tendenze distruttive del soggetto affetto da pregiudizi. Alcune di queste caratteristiche, come l’« esclusivismo », aiutano la razionalizzazione; altre, come l’espressione di debolezza o il masochismo, forniscono stimoli psicologicamente adeguati alla distruttività. Non c’è alcun dubbio che il fenomeno dell’Ebreo risponda a tutti questi requisiti. Ciò non significa che gli Ebrei debbano attirare l’odio contro se stessi, o che esista una necessità storica assoluta che renda gli Ebrei, piuttosto che altri, l’obiettivo dell’aggressività sociale. Basti dire che gli Ebrei possono possono svolgere questa funzione nella composizione psicologica di molte persone. Il problema dell’« unicità » del fenomeno ebraico e quindi dell’antisemitismo può essere affrontato soltanto facendo ricorso a una teoria che va al di là dell’ambito di questo studio. Una teoria del genere non enumererebbe una diversità di « fattori », né isolerebbe un fattore specifico come «la» causa, ma elaborerebbe piuttosto uno schema unificato nell’ambito del quale tutti gli «elementi» siano riuniti in maniera coerente. Ciò comporterebbe, in realtà, una teoria della società moderna nel suo complesso.

Presenteremo anzitutto alcuni esempi del carattere « funzionale» dell’anti-semitismo, ossia della sua relativa indipendenza dall’oggetto. Affronteremo quindi il problema del cui bono: l’antisemitismo come espediente per un « orientamento » privo di sforzi un mondo freddo, alienato e largamente incomprensibile. In parallelo alla nostra analisi delle ideologie politiche ed economiche mostreremo che questo « orientamento » è realizzato attraverso la stereotipia [pp. 164-5]. La scissione tra questa stereotipia, da un lato e l’esperienza reale e i modelli tuttora accettati di democrazia, dall’altro, conduce a una situazione di conflitto – un fatto chiaramente rivelato in diverse delle nostre interviste. Prenderemo in esame quella che sembra essere la risoluzione di questo conflitto: l’anti-semitismo sottostante del clima culturale americano, collegato ai desideri inconsci o pre-consci della persona affetta da pregiudizi si rivela nei casi estremi più forte sia della coscienza sia dei valori democratici ufficiali.

[…] C’è una quantità di casi in cui il carattere « funzionale » del pregiudizio è evidente. Abbiamo soggetti che sono affetti da pregiudizio di per sé, e per i quali il gruppo contro cui è diretto il pregiudizio istituisce un elemento relativamente accidentale. Basteranno due esempi. 5.051 è un uomo generalmente ad alto punteggio, un capo dei boy scouts. Questo soggetto ha forti, anche se inconsce, tendenze fascistiche. Pur essendo un anti-semita, egli cerca di mitigare i suoi pregiudizi con riserve semi-razionali. A questo proposito troviamo le affermazioni seguenti:

« Sentiamo dire talvolta che l’Ebreo medio è più abile negli affari dell’uomo bianco medio. Io non ci credo. Mi ripugnerebbe crederci. Gli ebrei dovrebbero imparare a educare gli individui cattivi tra di loro ad essere più cooperativi e gradevoli. In realtà gli Armeni sono più scaltri degli ebrei, ma gli Armeni sono molto meno vistosi e rumorosi. Però ho un. conosciuto alcuni Ebrei che considero eguali a me sotto ogni rispetto e che mi sono molto simpatici ».

Ciò ricorda in parte il famoso racconto di Poe sul duplice delitto della via Morgue, in cui gli urli selvaggi di un orango vengono scambiati dagli spettatori per termini di diverse lingue straniere, vale a dire di lingue particolarmente strane per ognuno degli ascoltatori che sono essi stessi stranieri. La reazione ostile primaria è diretta contro gli stranieri di per sé, percepiti come « misteriosi ». Questo timore infantile di ciò che è strano « viene riempito » soltanto in seguito con l’immagine di un gruppo specifico, stereotipato e utile a questo scopo. Gli Ebrei sono i sostituti preferiti dell’ « uomo nero » dell’infanzia. La trasposizione di timori inconsci sull’oggetto particolare mantiene però sempre in quanto l’oggetto ha sempre soltanto natura secondaria, un aspetto di accidentalità. Così, non appena intervengono altri fattori, l’aggressività può essere deviata, almeno in parte, dagli Ebrei a un altro gruppo, preferibilmente verso un gruppo a distanza sociale ancora maggiore [p. 166].

[…] Il paranoide, pur essendo oppresso da un odio generale, tende tuttavia a «scegliere» il proprio nemico, a molestare certi individui che attierano su di sé la sua attenzione: egli si innamora, per così dire, negativamente. […] nel carattere potenzialmente fascista, appena egli ha raggiunto la contro-catessi [la controcatessi è un’attività difensiva dell’io che investe energia libidica su rappresentazioni capaci di ostacolare l’accesso a desideri incosci o spiacevoli. Tutti i meccanismi di difesa, tranne la sublimazione, usano il controinvestimento provocando un consumo permanente di energia da parte dell’Io che impoverisce le capacità relazionali, genera stanchezza eccessiva, irritabilità e insufficiente controllo delle emozioni. Ndr] specifica e concreta, indispensabile alla fabbricazione di una pseudo-realtà sociale, egli « canalizza » talvolta la sua aggressività altrimenti fluttuante e abbandona altri oggetti potenziali di persecuzione.

[…] Occorre menzionare qui un altro aspetto del carattere funzionale dell’anti-semitismo. Abbiamo incontrato spesso membri di altri gruppi di minoranza, con forti tendenze « conformistiche », che erano apertamente anti-semitici. Era impossibile trovare qualsiasi traccia di solidarietà tra i vari gruppi esterni, il modello è piuttosto quello dello « spostamento del fardello », di una diffamazione su altri gruppi allo scopo di collocare la propria posizione sociale in una luce migliore. [Ciò] corrobora il sospetto che coloro che soffrono di pressioni sociali tendono di frequente a trasferire questa pressione su altri, anziché unirsi ai loro compagni di sventura.

[pp. 168-170]

Le pessimistiche conclusioni di Adorno sono interessanti anche per le riflessioni sugli strumenti di “cura” e rimozione del pregiudizio nei gruppi e nella società. Nel brano sottostante il filosofo osserva come l’esperienza e il contatto con individui appartenenti ad altri gruppi e minoranze non abbia il potere (che spesso le si attribuisce) di abbattere pregiudizi e steccati culturali: stereotipi e pregiudizi, in quanto legati a dinamiche essenzialmente inconsce, sono infatti largamente impermeabili all’esperienza e alla modifica razionale della percezione. L’esperienza (ad esempio dell’uguaglianza di fatto delle persone, della loro particolarità indipendentemente dal gruppo di appartenenza) è, invece inaccessibile: la persona non viene vista.

Si sente spesso sostenere che il modo più efficace di migliorare le relazioni interculturali consiste nello stabilire il maggior numero possibile di contatti personali tra i diversi gruppi. Anche se il valore di tali contatti in alcuni casi di anti-semitismo dev’essere riconosciuto, il materiale presentato in questa sezione impone alcune limitazioni, almeno nel caso dei modelli estremi di pregiudizio. Non c’è una semplice divergenza tra esperienza e stereotipia. La stereotipia è uno strumento per guardare le cose in maniera comoda: tuttavia, dal momento che essa si nutre di fonti inconsce sottostanti le distorsioni che si verificano non possono venir corrette semplicemente attraverso un’osservazione reale. Anzi, l’esperienza stessa è predeterminata dalla stereotipia.

Le persone di cui abbiamo esaminato le interviste sui problemi delle minoranze hanno in comune un aspetto decisivo. Anche se posti a contatto con membri di gruppi di minoranza il più diversi possibile dallo stereotipo, essi li percepiranno attraverso le lenti della stereotipia e li accuseranno di qualsiasi cosa questi siano e facciano. […] questa inaccessibilità all’esperienza può non limitarsi alle persone del genere esaminato qui, ma operare anche in casi assai più lievi. Di ciò occorre tener conto in qualsiasi piano di difesa. Occorre abbandonare, l’ottimismo riguardo agli effetti igienici dei contatti personali. Non è possibile « correggere » la stereotipia attraverso l’esperienza; occorre ricostituire la capacità di avere esperienze al fine di prevenire lo sviluppo di idee che sono maligne nel senso più letterale, ossia in senso clinico [pp. 176-177].

 

Adorno, Saggio sul pregiudizio (pp. 157-227), tratto dal Vol. III, Parte IV. Studi qualitativi dell’ideologia de La personalità autoritaria.

Dialettica dell’illuminismo (PDF)

Esercitazione

Leggi il testo dell’introduzione di Giovani Jervis alla Personalità autoritaria e rispondi alle domande sottostanti, sviluppando ogni risposta su dieci righe [1.100 battute circa].

1. Illustra le caratteristiche della personalità autoritaria;
2. Spiega in cosa consiste l’etnocentrismo;
3. Illustra il meccanismo della proiezione e spiegane la relazione con l’antisemitismo e l’odio per le minoranze proprio della personalità autoritaria;
4. Nelle Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896), Freud ha legato la proiezione al meccanismo dell’aggressività e della colpa nella paranoia. Spiegane il funzionamento.
5. Spiega quale rapporto stabiliscono Adorno e i suoi colleghi tra il fascismo, quale fenomeno storico originato da cause storiche (non psicologiche), e la personalità autoritaria (cioè la struttura psicologica dell’individuo incline all’aggressività etnocentrica)

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