Felice Cimatti, Filosofia dell’animalità

by gabriella

orang-outanIn occasione dell’uscita del suo nuovo libro, Filosofia dell’animalità [Laterza, 2013], Asinus Novus ha intervistato Felice Cimatti sul suo persorso di ricerca e sulle implicazioni che il tema dell’animalità ha per la filosofia.

Il tuo interesse per il tema della natura non-umana risale ormai a molti anni fa. Ricordo i tuoi studi importanti sulla zoosemiotica e un’opera importante come La scimmia che si parla in cui hai provato a trarre un primo bilancio sul nostro rapporto con l’animalità, la questione spinosa della “specificità” dell’umano ecc. Puoi dirci che posto occupa questo libro nel percorso della tua ricerca?
In realtà ho cominciato ad occuparmi della questione animale prima ancora, con la tesi di laurea, con Tullio De Mauro alla Sapienza, nel 1983, una tesi sui linguaggi animali, tema molto caro a De Mauro. Già allora mi sembrava evidente che il mondo dell’animalità non umana è pieno di segni, di intenzioni, di pensieri. Direi che fin da allora la questione animale per me ha significato mettere al centro della riflessione filosofica il fatto della diversità delle forme di vita. In questo senso, saltando per un momento ad altre ricerche, ho sempre trovato congeniale il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche proprio per questa ragione, perché Wittgenstein è il filosofo degli esempi e del contro esempio, il filosofo contro “la dieta unilaterale” che affligge la riflessione di tanti altri filosofi, soprattutto rispetto alla questione animale. Si pensi alla trattazione di Heidegger dell’animale nel corso sui Concetti fondamentali della metafisica, in cui tutta l’infinita ricchezza del mondo vivente non umano è alla fine ridotta all’analisi di un solo insetto, l’ape. Non ci sono più gli animali, ce n’è solo uno, che vale per tutti. Oltre al fatto che Heidegger non spende nemmeno una parole per il mondo vegetale. Stava sempre nei boschi, ma non li ha mai visti … In questo senso il filosofo moderno più rilevante su questo tema è sicuramente Darwin, il pensatore delle “infinite forme e bellissime” della natura. E prima di lui Aristotele, che è uno straordinario descrittore della diversità delle forme di vita animali. L’Aristotele biologo è straordinario.
Comunque, dopo il dottorato (cominciato quasi dieci anni dopo la tesi, a Palermo, con Franco Lo Piparo, che mi ha insegnato a leggere Wittgenstein e Aristotele, oltre a molto altro), mi sono sempre più spostato sullo stuapedio delle conseguenze cognitive ed emotive del fatto che gli animali umani parlano (ci ho scritto almeno un paio di libri, La scimmia che si parla e Il volto e la parola). Un punto di svolta, almeno per me, è stato quando mi sono chiarito la diversità fra una lingua e un sistema di segni come quello usato dalle api, ad esempio. Una lingua, alla fine, è un sistema che consente di dire il falso, e soprattutto dire ciò che non è. A quanto ne so, solo le lingue consentono la negazione (e i sistemi di comunicazione artificiali insegnati ad alcuni animali in prigionia). Progressivamente ho cercato di ragionare sulle conseguenze di questo dato di fatto biologico, e quindi la domanda che mi sono posto è diventata: che succede ad una mente animale che scopre la possibilità di immaginare un mondo che non è? Tutto il mio recente interesse per la psicoanalisi, soprattutto quella lacaniana, è mosso da questo interesse (ci ho scritto anche un romanzo, Senza colpa, la storia di uno scimpanzé in un laboratorio di ricerca; fra l’altro il romanzo mi serve anche a sperimentare, a proposito di diversità, una forma di scrittura diversa, anche la domanda è sempre la stessa). La psicoanalisi, e soprattutto quella lacaniana, è la scienza degli effetti della parola sulla mente animale.
gorillaA questo punto, dopo aver esplorato gli effetti sociali del linguaggio sulla mente di Homo sapiens (il problema del sacro, in Il possibile ed il reale, e quello di una possibile società giusta, in Naturalmente comunisti), sono tornato alla questione animale. Vista però non più come questione di cosa è l’animale, perché grazie a Derrida ho capito che questa è proprio la domanda sbagliata, perché su questa strada si finisce sempre per arrivare ad Heidegger, ad una definizione unitaria, come la sua, “l’animale è povero di mondo”, che è simile alle tante altre – l’animale è privo di linguaggio, di mano (sempre Heidegger, parla dello scimpanzé), della capacità di ridere, di contare oltre il 4, e così via, sono infinite queste definizioni in negativo – che si trovano nella storia della scienza e della filosofia. E non mi interessava perché questo modo di avvicinarci all’animalità implica, in fondo, due sole risposte: l’animale non è come noi, oppure l’animale è come noi. A me paiono risposte insoddisfacenti, perché in ogni caso il termine di paragone è l’uomo, Homo sapiens,  il figlio di Dio. In questo libro ho cercato di evitare questo doppio movimento, e mi pongo una domanda diversa: qual è l’animalità dell’uomo? O meglio: come possiamo immaginare un umano riconciliato con sé stesso? Il che significa, almeno per me: come si esce dal linguaggio?

Hai scritto che Derrida è stato “uno dei pochissimi filosofi che abbia davvero provato a confrontarsi con l’animalità”. Quali altri punti di riferimento (filosofici e non) hai avuto nellaffrontare a tua volta questo tema?
JacquesDerridaUn po’ te lo già detto, Wittgenstein, anche se parla poco degli animali, e solo collateralmente, ma parla moltissimo dei modi in cui inseguire e imparare a pensare la diversità. E l’animalità è diversità radicale, è sorpresa, è l’inaspettato. Poi Aristotele, quello biologico, attento ad ogni dettaglio che rende un vivente diverso da un altro, ma anche capace di mettere in contatto animali diversissimi fra loro per un aspetto che hanno in comune, come l’avere la lingua, o muoversi su due zampe. Poi Derrida, appunto, che in realtà dell’animalità dice poco, ma dice l’essenziale, che non abbiamo mai visto un animale, perché abbiamo in mente solo l’ANIMALE, una astrazione linguistica, un feticcio, un fantoccio.
Ma poi soprattutto Deleuze, quello del “divenire animale”, un concetto fondamentale non tanto per pensare il passato della specie umana, bensì quello che possiamo diventare. Nel mio libro è soprattutto Deleuze il punto di riferimento teorico, e proprio perché mi aiuta a pensare l’animalità non come un passato da recuperare, al contrario, come una prospettiva di trasformazione.  Deleuze mi è servito anche per criticare quella psicoanalisi, oggi largamente prevalente, che non vede affatto la questione dell’animalità, quella psicoanalisi che pensa di essere un umanesimo (fuori tempo massimo, peraltro). A me interessa quella psicoanalisi, al contrario (ecco di nuovo Lacan, che parla molto degli animali, anche se lo fa nel modo tradizionale, come esempio, come allegoria; ma spero che il modo in cui lo faccio parlare io possa servire a scoprire un Lacan diverso, che vede nella questione della fine dell’analisi, della sua etica, esattamente la questione dell’animalità umana) che pensa l’animalità non come il passato da sublimare e superare, bensì come un orizzonte di salvezza.

Che ruolo ha avuto nel tuo interesse a questo tema, se l’ha avuto, la consapevolezza del destino tragico del vivente non-umano nella nostra società?
Sinceramente ancora non molto, anche se sempre più mi rendo conto di questo spaventoso destino, e sempre con maggiore imbarazzo faccio finta di non saperlo. Ho provato a sfiorare questo tema nel romanzo che ho scritto, anche se in modo indiretto. Sono arrivato alla questione dell’animalità da un’altra strada, attraverso la filosofia, anche se forse, visto ormai il ruolo centrale che occupa questo tema nel mio lavoro e nei miei pensieri (e nelle mie mani, quest’anno ho esposto una serie di lavori, disegni e piccole istallazioni, proprio sull’animalità; fra l’altro continuo a lavorarci, con grandi tele e istallazioni sempre più grandi; come vedi la faccenda della diversità – in questo caso di mezzi espressivi e cognitivi – mi interessa sempre di più), l’animalità è la domanda che mi attraversa, e che mi interroga. Lacan chiama questo nodo fondamentale di ciascuno di noi sinthomo, ne parlo anche in Filosofia dell’animalità. Non credo che il mio percorso umano rispetto all’animalità sia finito, sinceramente sento che è appena cominciato.

Pensi che il tuo lavoro possa in qualche modo contribuire a cambiare la nostra prospettiva sul mondo non-umano e riorientarlo in senso meno distruttivo? Ha senso secondo te iscrivere la questione animale nell’agenda politica di oggi?
Non sono una persona ottimista, quindi direi proprio di no. Non penso di avere scritto niente di straordinario, non credo che un libro abbia questo potere, almeno non i miei. Però è vero, siamo arrivati ad un punto estremo dello sfruttamento sull’animale, e quindi anche dell’uomo sull’uomo. Sono del tutto d’accordo con te, non ci può essere liberazione animale se non c’è liberazione umana. La questione animale è la questione del nostro tempo. E non credo che il problema si possa risolvere sul piano dei diritti, perché il problema con i diritti è che presuppongono un soggetto, o qualcosa di simile ad un soggetto (o che potrebbe diventarlo, o che lo è stato). E pensare di salvare un ragno o un cavallo trasformandolo in una specie di soggetto mi sembra una strada teoricamente senza senso. E soprattutto ingiusta, perché ancora una volta, e per l’ennesima volta, salviamo un animale perché lo compariamo ad un essere umano. A me interessa provare ad esplorare una via diversa, tutta filosofica (e letteraria, il libro è in realtà pieno di scrittori – ad esempio Kafka, Mapalarte, Flaubert, Landolfi ed altri ancora – e poeti, in particolare Rilke): si può immaginare un modo di essere umani che non sia quello che abbiamo conosciuto finora? Cioè, si può essere umani senza essere un soggetto? E’ questa la posta in gioco, la soggettività umana. E’ questa la domanda che mi pongo in questo libro.
E’ il bello, e il terribile, della filosofia, che si pone domande che al momento non sembrano avere alcun senso, sembrano incapaci di fare attrito con il reale. Eppure, almeno per me, sembra una domanda molto importante. Perché la domanda su come possiamo tirarci fuori dal disastro ecologico in cui ci troviamo, dall’orrore dello sfruttamento animale e umano, richiede di immaginare non una estensione dei diritti, ma un modo di essere umano che non sia così distruttivo per gli altri viventi e per sé stesso (certo, che un pollo prima di essere macellato possa vivere per terra è molto importante, per lui, ma finché il suo destino sarà comunque di finire in un girarrosto non abbiamo fatto una grande strada; permettere di riposare 15 minuti, anziché solo 10, ad un operaio in una catena di montaggio è già un passo avanti, ma finché non mettiamo in discussione l’idea del lavoro salariato non abbiamo nemmeno cominciato ad affrontare il problema). Quindi, almeno per me questo libro segna un punto di svolta. Spero ne seguiranno altri, come spero che possa servire ad altri a vedere la questione dell’animalità non solo come un problema che riguarda polli e gatti, ma soprattutto sé stessi.

2 Comments to “Felice Cimatti, Filosofia dell’animalità”

  1. Non c’entra molto con la filosofia dell’animalità, ma con il linguaggio animale: alcuni ricercatori americani hanno parzialmente “decodificato” il linguaggio dei cani delle praterie, scomprendolo assai articolato.
    Qui una breve spiegazione: http://www.youtube.com/watch?v=y1kXCh496U0

    • Grazie Redpoz, un video davvero interessante (e molto ben fatto): chi l’avrebbe detto che questi esserini gesticolano più o meno a seconda della regione di nascita e sviluppano dialetti locali?

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