Wu Ming, Bologna riparte da 50.000

by gabriella

ImageCinquantamila bolognesi (59%) hanno risposto alla chiamata dei referendari e hanno votato A, contro circa 35.000 che hanno votato B (41%).

In totale poco più del 28% degli elettori. Una percentuale che a botta calda consente ai sostenitori della B, il Partito Democratico in testa a tutti, di provare a sminuire la valenza del voto e di spingersi a dire che

“si è trattato di una battaglia ideologica che non interessa la gran parte dei cittadini. I bolognesi hanno capito che la sussidiarietà è la chiave di volta laddove lo Stato non riesce ad arrivare” (E. Patriarca).

Come a dire: non è successo niente, tireremo diritto.

Invece qualcosa è successo, per quanto possano fare i finti tonti. Il PD infatti non ha sostenuto la linea dell’astensione, ha fatto l’opposto, ha mosso le corazzate e l’artiglieria pesante per mandare la gente a votare B. Si è speso il Sindaco in prima persona (che ha mandato una lettera a casa dei bolognesi per invitarli a votare B, e ha fatto un tour propagandistico per tutti i quartieri), gli assessori, il partito locale, i parlamentari da Roma… Ai quali si è aggiunta la propaganda nelle parrocchie, quella del PdL, della Lega Nord, di Scelta Civica, della CISL, e gli endorsement di Bagnasco, di Prodi, di Renzi, di due ministri della repubblica, più le dichiarazioni di Ascom, Unindustria e CNA.

Questa santa alleanza contro i perfidi referendari ideologici è riuscita a muovere soltanto 35.000 persone (incluse le suore, le prime a presentarsi ai seggi ieri mattina). Significa che una buona parte dell’elettorato di quei partiti e dei fedeli cattolici ha disobbedito agli ordini di scuderia ed è rimasta a casa oppure ha votato A.

Invece un comitato di trenta volontari, appoggiato solo da un paio di partiti minori e qualche categoria sindacale, che ha raccolto l’appoggio di tutti gli ultimi intellettuali e artisti di sinistra rimasti in Italia, ha portato a votare quindicimila persone in più.

Questo dato politico è il più interessante e pesante.
Da un lato perché significa che il tema della riaffermazione del primato della scuola pubblica rompe gli schieramenti, i vincoli d’obbedienza, le usuratissime cinghie di trasmissione, e allude a una sinistra reale che potrebbe e dovrebbe ricostruirsi a partire da alcuni temi fondativi.

Dall’altro lato perché se con le percentuali si può giocare al ribasso o al rialzo, invece con i numeri assoluti c’è poco da fare, vanno presi come sono. E cinquantamila sono esattamente la metà dei voti che Virginio Merola ha preso nel 2011, quando è stato eletto sindaco. Se questa giunta e questa classe dirigente hanno intenzione di tirare diritto, come traspare dalle prime dichiarazioni, dovranno considerare l’eventualità concreta che la marcia, scandita a ogni passo dall’incertezza e dalla paura, termini con una disfatta. Le notizie che giungono dalla capitale non saranno di conforto per lorsignori: un altro mix micidiale di scarsa affluenza e sconfitta; disgusto per gli schieramenti politici e per qualcuno più che per altri.

La risposta a tutto questo è quella di Bologna: organizzazione dal basso e ingaggio della cittadinanza sui temi importanti, sulle scelte di indirizzo. La dimostrazione che “si può fare”.

Dunque oggi si riparte da qui. Da quota cinquantamila. Avanti.

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2 Comments to “Wu Ming, Bologna riparte da 50.000”

  1. sono convinto che il PD abbia -di nuovo- sbagliato a sostenere il finanziamento alle scuole private o l’astensione.
    l’astensione, soprattutto.

    comunque, e parlo anche per una discreta esperienza familiare, il tema mi sembra un pò mal posto.
    il problema non sta nel dare i fondi a questa o quella scuola, ma nel garantire il servizio.
    purtroppo, in tante zone d’Italia mancano totalmente le materne pubbliche (penso al Veneto in primis), quindi abolire qui i finanziamenti alle paritarie significa privare i bambini dell’istruzione.
    non so come sia la situazione a Bologna, ma immagino non dissimile.

    allora, se l’intenzione è garantire l’istruzione pubblica (e mi trova d’accordissimo), dobbiamo anche pensare ad un modo concreto per riuscirici: costruire scuole, assumere insegnanti etc. etc. a quel punto, ben venga il taglio ai finanziamenti

    nel caso il mio commento non fosse abbastanza chiaro, rinvio a questa prima discussione sul punto che forse lo è maggiormente:
    http://stanlec.blogspot.it/2013/05/bologna-francesco-guccini.html

  2. Lo so. E’ esattamente questa la tesi del PD: noi saremmo per la scuola pubblica, laica, eccetera, se non fosse che mancano i fondi. Trovare i fondi è appunto una di quelle scelte politiche che il suddetto partito non fa da almeno vent’anni.

    Non è per caso, ma frutto di una precisa volontà (confessionale, nel caso del Veneto) il fatto che l’assenza (incostituzionale) di scuole pubbliche statali venga surrogata dalle paritarie.

    Ma che principio di realtà è quello di chi prende in considerazione una situazione che non dovrebbe esistere (perché contro la legge) e sale su questa illegittimità (la repubblica DEVE istituire scuole di ogni ordine e grado) per produrne un’altra? (enti privati hanno il diritto di istituire scuole SENZA ONERI per lo stato)?

    Ps: Gli amici e colleghi piddini che ho intorno sanno di poter contare sulla mia infinita tolleranza qualunque tesi difendano (vivo in una regione di centro sinistra: ho imparato a contare fino a dieci). Una sola cosa si guardano dal dire in mia presenza: “in questo caso abbiamo fatto un errore” . Reggo Realpolitik e moralismo solo separatamente, insieme no. Trop c’est trop.

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