Lo stoicismo (cenni)

by gabriella

Il fondatore della scuola detta Stoá Poikile (del Portico dipinto) fu Zenone di Cizio (un’isola presso Cipro), morto suicida come molti altri suoi successori. Era stato allievo del cinico Cratete, per cui lo stoicismo si presenta come la continuazione della dottrina cinica: non la scienza, ma la felicità attraverso la virtù è il fine della filosofia. Questo aspetto, come si vede, lo accomuna a Epicuro.

Secondo Zenone, la scienza stessa è virtù. Il concetto di filosofia coincide così con quello di virtù: il fine della filosofia è raggiungere la sapienza, cioè la «scienza delle cose umane e divine», ma l’unica via per arrivare questo traguardo è l’esercizio della virtù.

La produzione letteraria di tutti i filosofi della scuola dovette essere immensa, ma di essa ci restano solo alcuni frammenti (pp. 19-20, Vol. 1B manuale).

Quella stoica rappresenta una sintesi del pensiero greco che ricompone la frattura platonico aristotelica (dualismo Dio-materia) tornando ad una concezione unitaria del tutto. Gli stoici rilevano che Dio, che è eterno, non potrebbe essere perfetto se la materia (radice del mondo) esistesse indipendentemente da lui : egli produce non solo il sistema delle forme (come in Platone con Chora e il Demiurgo), ma la stessa materia prima di esse. Dio è perciò principio attivo, causa dell’universo e della materia. Per gli stoici Dio è, come per Aristotele, “pensiero che pensa se stesso”, ma mostrano che proprio perché pensa se stesso, il pensiero divino pensa insieme l’universo e pensandolo gli conferisce esistenza, forma ed ordine. Gli stoici chiamano questo pensiero in atto con il termine eracliteo Lógos.

Di qui la teodicea stoica: tutto nel mondo è assolutamente razionale ed è come deve essere.

Questo Tutto è la phýsis, intesa non come parte della realtà (cioè come una natura al di là della quale ci sarebbe il mondo dello spirito), ma come il processo da cui il Lógos produce ogni cosa del mondo e ogni cosa ritorna ad esso. Dire quindi che il Lógos supremo produce il mondo, vuol dire che non sarebbero potuti essere che come sono e che sono perfetti e immodificabili: nel suo insieme, infatti, il mondo è assolutamente perfetto (e dunque retto da una “provvidenza” divina).

Dell’atomismo democriteo gli stoici tengono fermo solo il determinismo, cioè l’idea che tutto ciò che si produce nell’universo, si produce necessariamente e cioè non sarebbe potuto essere diverso da com’è e come tornerà ad essere alla fine del ciclo (il grande anno) dopo la palingenesi che forma il nuovo ordine cosmico (identico al precedente). Come si vede, l’idea stoica che tutto è determinato e necessario si pone in netta contrapposizione con quella di Epicuro, per il quale tutto è casuale (e privo di senso).

Per gli stoici, nessuna libertà dell’uomo può quindi esistere: la vera libertà consiste allora nel volere ciò che il fato vuole (nel mondo romano lo stoicismo si prolungherà in Seneca).

L’importanza dello stoicismo nella tradizione filosofica

Tra le diverse dottrine elaborate dallo stoicismo, la teoria del significato e la logica occupano un posto fondamentale in tutta la tradizione filosofica.

La dottrina stoica del segno, distinto in significato (la rappresentazione mentale legata alla cosa), significante (la parola) e cosa significata (cioè l’oggetto reale, ciò che la linguistica contemporanea chiamerà il referente) è incorporata senza variazioni nella linguistica moderna e può essere considerata il fondamento di scienze contemporanee come la semiotica e la semiologia (p. 22, 1B).

Elaborazione grafica di Clelia (4D)

Quanto alla logica, è fondamentale l’uso stoico dei connettivi logici, cioè delle particelle che collegano le proposizioni (“e”, “o”, “non”, “se .. allora”). In proposito, mentre il sillogismo di Aristotele si fonda sui concetti o termini (perché collega appunto dei termini) quello degli stoici collega proposizioni: gli stoici anticipano così la logica moderna che è, appunto, una logica proposizionale (p. 24, 1B).

Oltre al ragionamento anapodittico (un tipo di ragionamento in cui risulta evidente non solo la premessa ma anche le conclusioni), gli stoici inclusero nella logica i cosiddetti i “discorsi insolubili” (paradossi, antinomie, sofismi, aporie ecc.), tra i quali il “dilemma del coccodrillo”, il paradosso del mentitore, del sorite (e del calvo) e del cornuto.

Nel primo, un coccodrillo, sottratto un bambino alla madre, promette di restituirglielo a patto che la madre indovini la sua intenzione di renderglielo o meno. La madre rispose che il coccodrillo non lo avrebbe restituito e mette il coccodrillo di fronte al dilemma:

  1. Non restituendolo, renderebbe vera la risposta della madre e, in base al patto, dovrebbe rendere il bambino.
  2. Restituendolo, renderebbe falsa la risposta della madre, quindi in base al patto non dovrebbe consegnare il bambino.

In entrambi i casi, il coccodrillo è in uno stato di paralizzante contraddizione con se stesso.

Nel paradosso del mentitore (di origine megarica, attribuito a Eubulide) Epimenide cretese proclamava che tutti i cretesi erano bugiardi: diceva il vero o il falso?

Paradosso del Sorite (o mucchio): quanti chicchi di grano sono necessari per formare un sóros, cioè un mucchio? Poiché un solo chicco non costituisce un mucchio, si aggiungano uno alla volta altri chicchi e si dica quand’è che si avrà un mucchio. Poi li tolga ad uno ad uno e si dica quando non si ha più un mucchio.

Paradosso del Velato: Conosci quell’uomo che si avvicina col viso coperto da un velo? Se si scopre il volto lo conosci? Si. Dunque conosci e non conosci la stessa persona.

Paradosso del Calvo: posto che la perdita di un solo capello non rende calvi, quand’è che un uomo può dirsi calvo?

Paradosso del Cornuto: ciò che non hai perduto lo hai: non hai perso le corna, dunque le hai.

Alcuni di questi paradossi sono sofismi (Velato e Cornuto), altri, come il dilemma del Mentitore, sono autentiche antinomie della ragione e vennero considerati insolubili fino alle ricerche logiche del ‘900, grazie soprattutto al logico e matematico Bertrand Russell, il quale osservò che per dare soluzione a queste antinomie occorre limitare la portata di certe affermazioni universali evitando che si riferiscano a se stesse.

Considerando che l’enigma ha potuto essere sciolto solo osservando che ciò che vale per tutti deve escludere chi parla, solo un’epoca relativista come quella contemporanea avrebbe potuto riuscirci (pp. 25-26, 1B).


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