Aurelio Agostino

by gabriella

Agostino d’Ippona (354 – 430)

Nel Medioevo giunge ad affermarsi, attraverso un lungo processo, la nuova visione della vita e del mondo introdotta dal cristianesimo che si innesta sulla precedente cultura classica.

Il cristianesimo pone all’attività educativa un fine nuovo, la salvezza dell’anima, che può realizzarsi solo nell’interiorità ma del cui conseguimento non si può mai essere certi, poiché può essere ottenuto solo con la grazia. Ciò comporta il capovolgimento dell’intellettualismo etico dei greci per i quali il conoscere è premessa dell’azione virtuosa. Per i pensatori cristiani, al contrario, non è il vero (cioè la conoscenza) ad essere condizione del bene, ma è il Bene la condizione del vero: per conoscere occorre perciò credere ed essere puri (Clemente alessandrino).

Audiolezioni: [1. L’ellenismo e l’incontro della filosofia greca con il cristianesimo; 2.La figura di Agostino di Ippona]

La filosofia cristiana

Schematicamente, i tre momenti del pensiero cristiano distinti dalla storiografia filosofica sono la riflessione dei padri apologisti, la patristica e la scolastica. Fu compito dei primi apologisti, da Giustino a Tertulliano, l’affermazione della dignità filosofica del cristianesimo e la traduzione della dottrina cristiana nelle categorie greche (particolarmente ad opera di Clemente e Origine) che prelude alla costruzione di una filosofia cristiana come erede di quella greca (Basilio, Gregorio di Nissa). Aurelio Agostino è invece il maggior rappresentante della patristica latina e il principale mediatore della cultura antica con quella cristiana.

 

L’itinerario spirituale di Agostino

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas
Agostino, De vera religione
Agostino era nato a Tagaste (ora in Algeria) nel 354 da un piccolo proprietario terreno che lo fece studiare da retore, secondo la prospettiva di carriera amministrativa del tardo impero, prima a Tagaste, poi a Madaura (la città di Apuleio), infine a Cartagine. La cultura del futuro vescovo di Ippona fu dunque quella fissata dalla tradizione secolare delle arti liberali (enkyklios paideia (ἐγκύκλος παιδεία): letteralmente “educazione circolare”, cioè completa) che completavano, secondo il precetto ciceroniano, la formazione indispensabile all’oratore. Nelle Confessioni, una sorta di biografia spirituale nella quale Agostino descrive il suo cammino spirituale verso Dio, il filosofo critica questa cultura in cui eccelleva, ma che gli appare arida, formalistica e senza scopo e nella quale «la gloria è proporzionale agli imbrogli».

Questo giudizio, che Agostino emette nella maturità, dopo aver fatto la sua scelta tra retorica e filosofia, ha alle spalle un lungo cammino. Il filosofo aveva iniziato ad amare la filosofia leggendo l’Hortensius di Cicerone, nel quale l’autore rifletteva classicamente sulla felicità umana, osservando che non può essere trovata nelle ricchezze, nei piaceri e negli onori, ma solo nella sapientia, cioè nella saggezza che è verità, conoscenza delle cose umane e divine.

Benchè il padre di Agostino fosse pagano, la madre, Monica, era una cristiana fervente. La prima direzione della sua ricerca si orientò dunque sullo studio della Bibbia che però trovò oscura e puerile. Solo molti anni più tardi il filosofo tornerà al testo sacro, impostando in modo definitivo il problema dell’interpretazione.

A diciannove anni Agostino si trovò in una situazione difficile, suo padre era morto lasciandolo senza appoggio economico, mentre si era unito, senza sposarla, a Khalida da cui aveva avuto un figlio, Adeodato. Non gli era dunque possibile frequentare le scuole di Alessandria o di Atene e doveva trovare un lavoro: scartata la carriera forense, tornò così a Tagaste, dove aprì una scuola.

 

Gli anni manichei

Sono gli anni della sua adesione al manicheismo, una dottrina che fondava la sua spiegazione del mondo sul dualismo tra bene e male, luce e tenebre. Nella filosofia di Mani, Agostino trova perciò la sua prima spiegazione al perché esiste il male nel mondo. Come dice nelle Confessioni,

«ero dell’opinione che non fossimo noi a peccare, ma fosse una qualche altra natura a farlo in noi».

Il filosofo identifica così il male con la corporeità e la sessualità, con l’ingovernabilità delle passioni e dei desideri e contrappone come principi antitetici il corpo e lo spirito, il male e il bene – con Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, autore di una precettistica cristiana che prescriveva l’ascetismo femminile e la mortificazione del corpo, Agostino è uno dei padri della sessuofobia cristiana.

La sua fede manichea durerà nove anni, durante i quali continua a insegnare grammatica e retorica, prima a Tagaste, poi a Cartagine, infine a Roma. Come spiegherà nelle Confessioni, in quegli anni egli brancolava nel buio, proprio mentre era convinto di avanzare verso la verità: il manicheismo descriveva infatti uno uomo passivo, scenario dello scontro tra forze esterne a lui, che impediva ogni progresso morale ed escludeva ogni responsabilità.

 

Dallo scetticismo alla conversione

Quando Agostino arriva a Roma, la sua convinzione nella dottrina di Mani non è già più così salda. Adotta per reazione una prospettiva scettica – la verità non esiste o è inconoscibile – dalla quale ricaverà l’esigenza di una fondazione razionale al problema della verità. A Roma la sua situazione personale non migliora: viene colpito da una grave malattia, mentre i suoi nuovi studenti spesso se ne vanno senza pagare. Sono però ancora i suoi amici manichei a procurargli l’importante opportunità di diventare professore di retorica a Milano, città dove risiedeva la corte imperiale e dove il suo compito sarebbe dunque stato quello di pronunciare i panegirici ufficiali dell’imperatore e dei suoi consoli.

Il soggiorno milanese e l’incontro con Ambrogio segnano una tappa importante nella vita di Agostino, sia sul piano esistenziale che su quello filosofico. Ambrogio è colto, conosce il greco ed è grazie alla sua cultura greca che propone una lettura allegorica della Bibbia, già elaborata dalla cultura alessandrina e da Origene. L’ambiente culturale milanese è intriso di platonismo e di neoplatonismo: sono state infatti appena tradotte in latino le Isagoghé di Porfirio e le Enneadi di Plotino. Il tema della conversione e del ritorno dell’anima all’Uno (tema plotiniano) diventa così centrale nella filosofia di Agostino. E’ infatti da Plotino che Agostino impara che il male non è una sostanza (in senso aristotelico, cioè un “qualcosa”), ma privazione, non-essere. In termini ontologici, dunque, il male non esiste, non è che il margine dell’ombra che segna il limite estremo della luce (Plotino). Dal punto di vista metafisico, nell’uomo questa carenza nasce dalla finitezza, cioè dall’essere fatto somigliante a Dio ma di non esserlo, di qui la malattia e la morte. Dal punto di vista morale, invece, esso (il peccato) nasce dalla libertà, cioè dalla possibilità umana di allontanarsi dal Bene, scegliendo beni inferiori.

E’ a Milano che avviene la conversione di cui Agostino racconta nelle Confessioni: lascia il suo impiego di retore a corte, rinuncia al matrimonio organizzato dalla madre – che nel frattempo gli aveva chiesto di liberarsi della compagna che era quindi tornata in Africa lasciandogli il figlio Adeodato – con una ricca ereditiera cattolica che gli avrebbe assicurato la carriera amministrativa, decide di dedicarsi alla sola ricerca filosofica e riceve il battesimo da Ambrogio.

Nel video seguente, il celebre passo delle Confessioni “tardi ti ho amato”.

La verità quindi esiste e parla all’uomo attraverso la sua interiorità, dove si manifesta Dio:

«Non andare fuori di te, rientra in stesso; è nell’interiorità dell’uomo che risiede la verità. E se scoprirai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso. E ricorda che quando trascendi te stesso, tu trascendi l’anima razionale. Tendi pertanto là dove si accende il lume della ragione». 

 

Gli anni delle responsabilità pubbliche e del pessimismo antropologico

Torna quindi a Tagaste dove pensa di dedicarsi al ritiro ascetico: è qui che scrive il De magistro, dedicato al figlio Adeodato, dove discute del rapporto tra maestro e discepolo e della mediazione comunicativa tra queste due figure. La visione di Agostino coglie la natura intrinsecamente problematica (se non aporetica) dell’apprendimento e del conoscere: le parole pronunciate dal maestro, restano parole se l’allievo non conosce già la realtà a cui esse si riferiscono; allo stesso tempo, se si insegna attraverso le cose, all’allievo resterà precluso il nesso tra le cose e la conoscenza di ciò che è essenziale e di ciò che è accidentale in esse (per distinguere tra vero e falso, essenziale e accidentale servono ancora le parole). Insomma, se si impara per esperienza (attraverso i sensi), platonicamente, non si ha scienza, ma se non ci si accosta alle cose non si ha comprensione di esse.

L’allievo deve perciò trovare un criterio interno di verità, che gli permetta di giudicare il vero e il falso: è il maestro interiore, il Cristo che attraverso la nostra coscienza ci parla e ci guida nella ricerca. La verità non è infatti un prodotto umano, ma di Dio, che illumina l’uomo dalla sua interiorità (nessun rischio di soggettivismo o relativismo, dunque, visto che la voce interiore coincide con la luce della ragione, non con l’opinione individuale). Il maestro non può dunque che essere uno stimolo alla ricerca che l’allievo conduce da solo, illuminato dalla propria coscienza.

E’ nei due anni che trascorre a Tagaste che, oltre al De magistro, Agostino scrive il De Vera religione, la sua prima sintesi teologica, nella quale rifiuta il manicheismo. Agostino disegna il suo programma filosofico con la frase

«Dio e l’anima: solo questo desidero conoscere. Nulla più? Assolutamente nulla».

Conoscendo Dio e l’anima, l’uomo conosce tutto il mondo. L’anima è infatti, come si è visto, il luogo dell’incontro con la verità.

L’allievo deve perciò trovare un criterio interno di verità, che gli permetta di giudicare il vero e il falso: è il maestro interiore, il Cristo che attraverso la nostra coscienza ci parla e ci guida nella ricerca. La verità non è stata infatti inventata dall’uomo, ma da Dio, che illumina l’uomo dalla sua interiorità. Il maestro non può dunque che essere uno stimolo alla ricerca che l’allievo conduce da solo, illuminato dalla propria coscienza.

Recatosi a Ippona, Agostino si ritrova nominato sacerdote a furor di popolo: lasciata con rimpianto la vita ascetica, ne diventa il vescovo e inizia ad amministrare la giustizia e a dirimere controversie dottrinarie contro i manichei – che sostenevano che  il male è un principio d’essere, come il bene e che l’esistenza è il teatro di questo scontro – i donatisti – i quali condannavano i traditori che avevano consegnato i cristiani all’imperatore durante l’ultima persecuzione di Diocleziano ed erano poi rientrati nella Chiesa della quale amministravano i sacramenti (contro di loro Agostino non esita a sostenere che fuori dalla Chiesa non c’è verità) – i pelagiani – che sostenevano una Chiesa rigorista e ascetica che pensava la perfezione e la redenzione come possibilità di tutti gli uomini.

Per combattere Pelagio, Agostino elabora la sua visione del peccato e del libero arbitrio: l’uomo è libero di fare il bene, ma dopo il peccato originale che ha rotto l’ordine divino, non è più in grado di salvarsi da solo e ha bisogno dell’intervento della grazia – si tratta della tesi sulla cui base Lutero fonderà la riforma protestante.

Contro l’eresia donatista, invece, preoccupato di mantenere l’ordine religioso e sociale nelle province, Agostino non esita a difendere il principio di coercizione. Sulla base della lettura paolina del vangelo di Luca, il compelle intrare – «costringeteli a entrare» avrebbe detto Gesù della gente che aspettava fuori della porta, e fateli saziare alla mia mensa -, Agostino afferma che lo stato può essere chiamato a costringere alla vera fede chi è caduto nell’errore [celebre la critica di questo passo di Luca svolta da Pierre Bayle nel Commentaire philosophique sur ces mots de Jésus-Christ: contrains-les d’entrer]. Con questa tesi Agostino si candida così anche a padre dell’intolleranza cattolico-romana.

Per quanto riguarda la legge, il filosofo adotta il punto di vista – già di Cicerone – degli Atti degli apostoli:

 «Bisogna obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini» (Atti, 5, 29)

sostenendo la tesi, destinata ad avere enorme influenza sino ad oggi, che la legge positiva contraria ai precetti della legge naturale è priva di valore e può essere disobbedita dal cristiano.

«Una legge ingiusta non è una legge», Non videtur esse lex, quae iusta non fuerit.

Ribadita da Tommaso d’Aquino, ancora oggi la necessaria conformità della legge civile a quella morale è la base dottrinaria assunta dalla Chiesa cattolica nei casi che oppongono le leggi al credo, tipicamente nelle questioni di bioetica (aborto, eutanasia).

tomba sant_agostino

Tomba di Sant’Agostino, Pavia – Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro

Sullo sfondo del lavoro del filosofo l’impero è in decadenza: nel 410 i goti di Alarico entrano a Roma e la mettono a sacco, nel 430, mentre Agostino muore, i Vandali assediano Ippona. Agostino riflette su questa drammatica fase storica nel De civitas Dei.

«Non chiamiamo malvagi i tempi, che i tempi siamo noi, viviamo bene e i tempi sono buoni; la città è nei cittadini, non nelle mura».

Nella storia si dispiega la provvidenza di Dio, i tempi svolgono il suo disegno fino alla fine (la fine della storia), quando Cristo tornerà a dividere i buoni dai malvagi, la città celeste e la città degli uomini. Alla visione ciclica degli antichi, Agostino oppone quindi il tempo lineare, il percorso della storia verso il suo fine, verso Dio.

Nel video seguente, la celebre visione agostiniana dell’amore: Dilige et quot vis fac (ama e fa ciò che vuoi) dai Trattati sulla prima epistola di Giovanni, 7.

 

Esercitazione

1. Indica in cosa consiste la visione manichea del mondo e a quale interrogativo umano risponde.

2. Spiega per quale ragione Agostino può essere considerato uno dei padri della sessuofobia cristiana.

3. Spiega cos’è il male per Agostino.

4. Illustra la tesi sull’apprendimento (o dell’illuminazione) formulata da Agostino nel De Magistro.

5. Spiega le conseguenze politiche dell’interpretazione agostiniana del compelle intrare.


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