Epicuro

by gabriella
Epicuro (342 - 270 a. C.)

Epicuro (342 – 270 a. C.)

Non è possibile vivere felicemente senza vivere con saggezza, virtù e giustizia,
né vivere con saggezza, virtù e giustizia, senza vivere felicemente.
A chi manchi la saggezza, la virtù e la giustizia, manca anche la possibilità di una vita felice.

Massime vaticane, 5

Epicuro fondò la sua celebre scuola aperta a tutti, alle donne (nota l’etera Leontina) come agli schiavi, quindici anni dopo la morte di Aristotele. La sua filosofia è un quadruplice rimedio contro la paura, generata dall’ignoranza, e una via per la felicità, intesa come liberazione dalle angosce di una visione non chiara della vita.

Il suo pensiero [qui il sito che raccoglie l’opera rimastaci] è ispirato all’atomismo e al materialismo di Democrito da cui trae un radicale antifinalismo (diversamente dalla scuola stoica, quasi contemporanea). 

Se divergono circa il finalismo dell’universo, ciò che accomuna epicureismo e stoicismo è il comune rifiuto del dualismo (tra Dio eterno e immutabile e la materia diveniente del mondo) a cui erano giunti Platone e Aristotele, un rifiuto che aprirà la strada al pensiero di Plotino, Agostino e Tommaso d’Aquino.

Proprio i due più grandi pensatori dell’antichità, Platone e Aristotele, rompono dunque, con il dualismo di Dio e materia, la continuità che la metafisica presenta dal suo inizio fino alla fine (dai presocratici all’ellenismo, appunto) che consisteva nell’affermare che il significato supremo della realtà è il Circolo, in cui tutte le cose dell’universo ritornano là donde sono venute (e dove quindi non esiste un fondamento ultimo delle cose).

Socrate

Socrate

Di solito, la storiografia filosofica mette in rilievo il carattere prevalentemente morale della filosofia di Epicuro (e degli stoici): il suo interesse per l’uomo come individuo e per la felicità che l’uomo in quanto individuo, non in quanto zoón politikón (animale politico), può raggiungere, ma anche il suo “socratismo” per cui filosofo autentico è solo colui che riesce a realizzare una piena armonia tra la sua dottrina e la sua vita e quindi tra la sua dottrina e il modo in cui muore.

Si osserva anche la genesi della filosofia ellenistica dalla crisi della pólis, dal cosmopolitismo greco dopo la grande avventura di Alessandro, ma si trascura che uno dei tópoi stoici ed epicurei era proprio l’ideale dell’indifferenza (atarassia) dell’individuo per le vicende della storia.

«Vano – dice Epicuro – è il discorso di quel filosofo che non sappia curare qualche umana passione; infatti, come l’arte medica non è di alcun giovamento se non ci libera dalle malattie dei corpi, così di alcun giovamento è nemmeno la filosofia se non ci libera dalla malattia dell’anima».

«Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno di una scienza della natura».

 

Il quadrifarmaco

Epicuro presenta la sua riflessione come un quadruplice rimedio contro l’ignoranza che agita il cuore e rende schiavi di visioni false: la paura degli dèi, la paura della morte, la paura di vivere, la paura del dolore.

MALI

RIMEDI

Paura degli dèi e della vita dopo la morte

Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi

Paura della morte

Quando ci siamo noi non c’è lei, quando c’è lei non ci siamo noi

Mancanza del piacere

Il piacere è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo (epicureo) dei bisogni da soddisfare

Dolore fisico

Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell’animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell’anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c’è la filosofia e la saggezza.

 

Sull’esistenza degli dèi

zeus«La divinità o vuol togliere i mali e non può, o può e non vuole, o non vuole né può, o vuole e può. Se vuole e non può è impotente, e la divinità non può esserlo. Se può e non vuole è invidiosa e la divinità non può esserlo. Se non vuole e non può è invidiosa e impotente, quindi non è la divinità. Se vuole e può (che è la sola cosa che le è conforme) donde viene l’esistenza dei mali e perché non li toglie?» Frammento 374

Il frammento esaurisce tutte le possibilità dialettiche del problema del male e distrugge in anticipo ogni scappatoia teologica. Eliminato dal mondo ogni disegno provvidenziale, il suo sensismo fa ammettere ad Epicuro che gli dèi esistono (se ne abbiamo immagini allora esistono), ma non si curano del mondo né degli uomini.

La principale malattia dell’anima è il suo stazionamento nella non-verità che produce tutte le angosce, i terrori e i turbamenti di cui soffre l’uomo. La verità è invece l’evidenza di ciò che si presenta, permanendo nella quale non è possibile cadere in errore.

“Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici.
Uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice”.

A differenza di Democrito, Epicuro introduce nella prospettiva materialistica e deterministica dell’atomismo un elemento di casualità: il clinámen la deviazione spontanea degli atomi rispetto alla loro traiettoria.

lucrezio

Tito Lucrezio Caro (94 – 50 a. C.)

Lucrezio:

«se i primi elementi, con la loro declinazione, non producessero un movimento tale da rompere le leggi del fato, sì da impedire che la concatenazione delle cause vada all’infinito, donde deriverebbe questa libera facoltà di sottrarsi al fato che vediamo propria degli esseri animati per tutta la terra, per via della quale possiamo andare ovunque la volontà ci guidi?». De rerum natura, II, 255 ss (p. 56).

Epicuro e la sua scuola

samoEpicuro (il nome significa “soccorritore”) era nato a Samo da un maestro di scuola ed una maga. Egli riteneva che il sommo bene fosse il piacere (edoné), concezione che è necessario comprendere, anche per decidere se avessero ragione, o meno, i Padri della Chiesa, nell’indicare la filosofia epicurea come uno stile di vita rozzo e materiale, indegno dell’uomo. Dice infatti Epicuro,

“Quando dunque diciamo che il piacere è un bene, non alludiamo affatto al piacere dei dissipati che consistono in bagordi, come credono alcuni che ignorano il nostro insegnamento o lo interpretano male, ma alludiamo all’assenza di dolore nel corpo, all’assenza di perturbazione nell’anima. Non dunque le libagioni e le feste ininterrotte, né il godersi fanciulli e donne, né il mangiar pesci e tutto il resto che una ricca mensa può offrire è fonte di vita felice; ma quel sobrio ragionare che scruta a fondo le cause di ogni atto di scelta e di rifiuto, e che scaccia le false opinioni, per via delle quali grande turbamento si impadronisce dell’anima“. (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 127-132).

Epicuro distinsue infatti due fondamentali tipologie di piacere:

Il piacere catastematico (statico) che consiste nel sapersi accontentare della propria vita, nel godersi ogni momento come fosse l’ultimo, senza preoccuparsi per l’avvenire, e il piacere cinetico (dinamico) che dura un attimo e poi lascia l’uomo. Il filosofo elaborò una specie di catalogazione dei bisogni che, se soddisfatti, procurano eudemonia (letteralmente “star insieme a un buon demone”, “serenità”):

I bisogni naturali e necessari, come ad esempio il bere acqua per dissetarsi, soddisfano interamente poiché essendo limitati possono essere completamente colmati.

I bisogni naturali ma non necessari, come ad esempio per dissetarsi bere vino: certo non si avrà più sete, ma si desidererà bere vini sempre più raffinati e quindi il bisogno (naturale ma illimitato) rimarrà in parte insoddisfatto.

I bisogni né naturali né necessari, come ad esempio il desiderio di gloria e di ricchezze, non sono naturali, non hanno limite e quindi non potranno mai essere soddisfatti.

banchettoEpicuro paragona la vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all’improvviso. L’ospite saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimpianto. Il piacere catastematico è profondamente legato ai concetti di atarassia e aponia.

“Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici. Uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice”.

Ciò che basta è infatti poco: «non aver fame, non aver sete, non aver freddo»: a chi bastano queste cose è consentito gareggiare in felicità anche con Zeus, ma se non gli bastano allora niente gli potrà bastare.

Importante è per Epicuro l’amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la serena felicità.

«Di tutte le cose che la saggezza ci offre per la felicità della vita, la più grande è di gran lunga l’acquisto dell’amicizia» [Massime capitali, 27].

Per quanto riguarda la società egli riconosce l’utilità delle leggi, che vanno rispettate poiché calpestandole non si può avere la certezza dell’impunità, quindi rimarrebbe il timore di un castigo che turberebbe la serenità per sempre. L’uomo dovrà quindi essere contento del vivere nascondendosi serenamente (è la concezione epicurea del “vivere nascostamente” o “vivi nascosto” che ritroveremo, nel ‘600, nel cartesiano larvatus prodeo). In ogni caso:

Tra le cose ritenute giuste dalla legge, quelle che sono comprovate come vantaggiose ai rapporti sociali reciproci devono essere considerate giuste, se appaiono così a tutti. Ma se qualcuno pone una legge che non risulti vantaggiosa ai rapporti sociali reciproci, essa non ha più la natura del giusto. Se poi ciò che è stato ritenuto in conformità con la giustizia venga a cambiare, ma per un certo tempo sia conforme alla prenozione del giusto, esso era nondimeno giusto per quel periodo di tempo rispetto a quelle persone che non si disturbano per vane chiacchiere ma guardano ai fatti.

 

Dalla Lettera a Meneceo

[124] Abituati a pensare che la morte non è nulla per noi, perché ogni bene e ogni male risiede nella facoltà di sentire, di cui la morte è appunto privazione. Perciò la retta conoscenza che la morte non è nulla per noi rende gioiosa la stessa condizione mortale della nostra vita, non prolungando indefinitamente il tempo, ma sopprimendo il desiderio di immortalità. [125] Nulla c’è di temibile nel vivere per chi sia veracemente convinto che nulla di temibile c’è nel non vivere più. E così anche stolto è chi afferma di temere la morte non perché gli arrecherà dolore sopravvenendo, ma perché arreca dolore il fatto di sapere che verrà: ciò che non fa soffrire quando sopravviene, è vano che ci addolori nell’attesa. Il più terribile dei mali dunque, la morte, non è niente per noi, perché quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando essa sopravviene noi non siamo più. Essa non ha alcun significato, né per i viventi, né per i morti, perché per gli uni non è niente, e quanto agli altri, essi non sono più. Ma il volgo ora fugge la morte come il più grande dei mali, ora invece [la cerca] come cessazione [dei mali] della vita. [Il saggio, al contrario, non chiede di vivere] né teme il non vivere: non è contrario alla vita, ma neanche ritiene che la morte sia un male.

 

La bella pagina su Epicuro de La lentezza [La Lenteur, 1995].

 

Dalle Massime vaticane

La necessità è un male, ma non è necessario vivere nella necessità. Mv, 9

Siamo nati una sola volta, e non potremo essere nati una seconda volta; dovremo non essere più per l’eternità. Ma tu, benché non abbia padronanza del domani, stai rinviando la tua felicità. La vita si perde nei rinvii, ed ognuno di noi muore senza aver goduto una sola giornata. Mv, 14

La natura non va forzata, ma persuasa. La persuaderemo soddisfacendo i desideri necessari, ed anche quelli naturali, purché non portino danno, ma respingendo fortemente quelli che siano nocivi. Mv, 21

I sogni non hanno natura divina né potenza divinatoria, ma succedono a causa di immagini che ci hanno impressionati. Mv, 24

Nel caso di altri tipi di attività, se ne coglie il frutto solo dopo di essere riusciti, dopo molta fatica, a diventare padroni della materia. Nel caso della filosofia però, la conoscenza ed il diletto vanno insieme; visto che il godimento non si raggiunge dopo gli studi, ma gli studi ed il godimento vanno avanti insieme. Mv, 27

Da ogni altra cosa è possibile metterci al sicuro, ma rispetto alla morte noi tutti abitiamo una città senza mura. Mv, 31

Ti ho prevenuta, o sorte, e da ogni tua insidia mi sono premunito. Non a te né ad alcun’altra circostanza ci arrenderemo: ma quando sia necessario andarcene, sputando ampiamente sulla vita e su quelli che vanamente ci si attaccano, ce ne andremo con un bel peana proclamando quanto bene abbiamo vissuto. Mv, 47

Nessun piacere è per se stesso un male, però i mezzi per procurarsi certi piaceri portano con se tormenti che sono molto più numerosi che i piaceri stessi. Mv, 50

Niente basta a quell’uomo per il quale ciò che basta sembra poco. Mv, 68

Il supremo frutto dell’autosufficienza è la libertà. Mv, 77

 

Esercitazione

Un poster dell’Elogio ad Epicuro dal De rerum natura, 62-101 [di Anna Maria Lorusso]

Quando la vita umana giaceva (prostrata) vergognosamente sotto gli occhi (di tutti) sulla terra, oppressa sotto il peso della religione [sotto una pesante religione], che mostrava il (suo) volto dalle regioni del cielo, minacciando dall’alto i mortali col (suo) orribile aspetto, per la prima volta un uomo greco osò alzare contro (di essa) gli occhi mortali [con mortalis = mortales, riferito a oculos] e per primo (osò) resisterle; e non lo spaventarono [lett.: che non spaventò…] né i falsi racconti sugli dèi, né i fulmini, né il cielo col (suo) minaccioso brontolio, ma (anzi), ancor più stimolarono [stimolò] l’indomita energia del (suo) animo [oppure: suscitarono ancor più indomita la forza del suo animo], tanto che egli desiderò spezzare per primo gli stretti serrami delle porte della natura. Dunque la sua vivida intelligenza trionfò, e si spinse lontano, al di là delle ardenti barriere dell’universo, e percorse il tutto infinito con la mente ardita [con la mente e l’animo], di dove ci riferisce, trionfatore, che cosa possa nascere, che cosa non possa, per quale ragione vi sia per ogni cosa un potere delimitato e un termine assolutamente fisso [profondamente confitto].

Perciò la religione, posta sotto i (nostri) piedi, è calpestata a sua volta, e (questa) vittoria ci rende uguali agli dèi [ci eguaglia al cielo].

Una cosa [quello] io temo in questi argomenti, (cioè) che tu (= Memmio) per caso creda di iniziarti agli elementi di una dottrina empia [agli empi elementi di una dottrina] e di incamminarti per la strada del male. Al contrario [ché al contrario]: più spesso (proprio) quella (famosa) religione ha partorito delitti ed infamie [fatti scellerati ed empi]. Come (quando), in Aulide, i condottieri dei Dànai, (uomini) scelti, fior fiore d’eroi [le primizie fra gli uomini], vergognosamente contaminarono col sangue di Ifianassa l’altare della vergine Trivia (= Artemide).

Quando la benda che le circondava le chiome verginali le fu fatta scivolare su [da] entrambe le guance ad eguale altezza [in parti uguali], ed ella si accorse che suo padre stava triste davanti agli altari, e che presso di lui i sacerdoti cercavano di nascondere il ferro, e che alla sua vista i concittadini [o: i soldati] scoppiavano in pianto, muta per il terrore, piegandosi sulle ginocchia, cadde a terra [colpiva (o cercava) la terra]. E alla disgraziata non poteva essere di aiuto, in una simile circostanza, il fatto che per prima avesse fatto dono al re del nome di padre (= il fatto che fosse la primogenita). Infatti, sollevata dalle mani degli uomini e tutta tremante, fu condotta agli altari, non per poter essere accompagnata dallo splendido Imeneo, una volta compiuto il solenne [o: consueto, prescritto] rito delle cerimonie [o: dei sacrifici], ma perché, (lei) pura, impuramente cadesse [oppure: malauguratamente pura cadesse…], proprio nel tempo delle nozze, (come) triste vittima, sotto il colpo del padre, perché fosse concessa una partenza felice e fortunata alla flotta.

A così grandi mali poté spingere la religione.

 

In coppie o gruppi di tre, create con Canva un poster che racchiuda il messaggio del primo elogio di Lucrezio a Epicuro.

1h.

Controllate la qualità del vostro lavoro con la griglia seguente

 

Hai scelto un’immagine di sfondo coerente con i versi di Lucrezio?

Hai selezionato parole chiave o un verso-chiave da riprodurre sul poster?

Hai curato leggibilità, correttezza e proporzione delle scritte?

Hai indicato la fonte della citazione?

Hai aggiunto una frase ad effetto in italiano che attualizzi il messaggio?

Hai scelto un target (qual è il pubblico al quale rivolgi il tuo messaggio) identificabile dal risultato finale?

Il messaggio del poster è immediato ed esplicito?

 

Hai creato almeno un poster con queste caratteristiche?

Hai inserito il risultato in bacheca (padlet) nei tempi stabiliti?


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