Posts tagged ‘epicureismo’

26 Aprile, 2022

Epicuro

by gabriella
Epicuro (342 - 270 a. C.)

Epicuro (342 – 270 a. C.)

Non è possibile vivere felicemente
senza vivere con saggezza, virtù e giustizia,

né vivere con saggezza, virtù e giustizia,
senza vivere felicemente.

A chi manchi la saggezza, la virtù e la giustizia,
manca anche la possibilità di una vita felice.

Massime vaticane, 5

Epicuro fondò la sua celebre scuola aperta a tutti, alle donne come agli schiavi, quindici anni dopo (307 a.C.) la morte di Aristotele.

La sua filosofia è un quadruplice rimedio contro la paura, generata dall’ignoranza, e una via per la felicità, intesa come liberazione dalle angosce di una visione non chiara della vita.

 

Indice

1. Antifinalismo e ritorno al circolo metafisico

      1.1 Una filosofia morale


2. Il quadrifarmaco

1.1 Sull’esistenza degli dei

 

2. La teoria del piacere
3. La lettera a Meneceo

 

1. Antifinalismo e ritorno al circolo metafisico di Epicuro

Il pensiero di Epicuro è ispirato all’atomismo e al materialismo di Democrito da cui trae quel radicale antifinalismo che,  come si vedrà, lo distingue dai quasi contemporanei stoici.

A differenza di Democrito, Epicuro introduce nella prospettiva materialistica e deterministica dell’atomismo un elemento di casualità: il clinámen la deviazione spontanea degli atomi rispetto alla loro traiettoria.

lucrezio

Tito Lucrezio Caro (94 – 50 a. C.)

Qui l’osservazione di Lucrezio sul rapporto tra caso e libertà dei viventi:

«se i primi elementi, con la loro declinazione, non producessero un movimento tale da rompere le leggi del fato, sì da impedire che la concatenazione delle cause vada all’infinito, donde deriverebbe questa libera facoltà di sottrarsi al fato che vediamo propria degli esseri animati per tutta la terra, per via della quale possiamo andare ovunque la volontà ci guidi?». De rerum natura, II, 255 ss (p. 56).

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29 Marzo, 2022

Roma nell’età di Lucrezio

by gabriella

Traggo da Studia Humanitatis un’efficace pagina storica che ritrae la crisi di Roma e la penetrazione della cultura greca nel I secolo a.C..

Roma I aCNel I secolo a.C. una grave crisi investe tutti gli aspetti del mondo antico. Profondi rivolgimenti politici, sociali, spirituali imprimono un corso nuovo alla storia di Roma e dell’Occidente.

Nella vastità del nuovo organismo statale ed etnico che risulta dalle guerre di conquista, gli dèi tradizionali, protettori di piccole comunità regionali, appaiono inadeguati a regolare la vita degli uomini. La concezione giuridica espressa nelle XII Tavole, specchio di una moralità patriarcale e ingenua, è ormai un relitto del passato e l’etica arcaica dei boni mores è un miraggio nella Roma che da pólis si è fatta metropoli.

Con la rovina dei piccoli agricoltori liberi, a causa dell’economia schiavista e delle guerre che li tenevano a lungo lontano dai campi, si estingue la piccola proprietà terriera, tradizionale struttura economica di Roma antica, e dilaga il latifondo.

L’onda della rivoluzione agraria dei Gracchi si fiacca sugli scogli della dura reazione oligarchica. Salgono la scala sociale i ceti mercantili e “borghesi” degli equites, ben decisi a strappare per sé alla nobiltà, miope e inetta, un potere politico proporzionato al potere economico e finanziario che essi hanno ormai raggiunto.

Nuovi modelli di comportamento s’impongono, nuovi tipi umani si affacciano alla ribalta sociale: il generale idolatrato dalle milizie (divenute, con la riforma di Gaio Mario, professionali: nuovo strumento di avventure e causa di conflitti civili); gli usurai, i grandi mercanti e imprenditori soprattutto italici; i giovani aristocratici educati in modo raffinato alla scuola dei maestri orientali, da quando sui rudi valori collettivistici dell’arcaica repubblica comincia a prevalere l’individualismo e l’otium intellettuale; cioè da quando la cultura assume un valore autonomo e, lungi dall’essere solo un supporto per l’azione pratica, come voleva Catone, diviene qualcosa di valido di per sé e da ricercare per la sua sola natura.

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28 Ottobre, 2015

Michel Foucault, Discorso e verità. La problematizzazione della parresia

by gabriella
Michel Foucault (1926-1984)

Michel Foucault (1926-1984)

Nel corso tenuto a Berkley nell’autunno 1983, sei mesi prima di morire, Foucault si propose di indagare la nascita dell’attitudine critica in Occidente e la genealogia del soggetto e delle moderne forme di condotta occidentale. Nel tracciare la storia della libertà di parola nel mondo antico, Foucault indagò non il modo in cui l’idea o la pratica sono emerse, si sono affermate o diffuse, ma il modo in cui sono diventate un problema, staccandosi dalla normalità o familiarità di cui erano circondate in  precedenza – da questo punto di vista, ogni problematizzazione si riferisce a fenomeni esistenti, ma considerati ovvi, dunque non esaminati prima.

Nel primo di questi sei seminari californiani, Foucault definì la parresia, il parlar franco o capacità di dire la verità e l’evoluzione del termine. Si rivolse poi all’idea di parresia nelle tragedie di Euripide ed evidenziò come la crisi delle istituzioni democratiche avesse cambiato il significato del termine, originariamente diritto di critica dei cittadini liberi e uguali – in quanto maschi e proprietari – legandolo progressivamente alle qualità etico-morali di chi la esercitava (il parresiastes) e di chi la subiva (il re). Dedicò infine l’ultimo seminario all’epimeleia eautou, la cura di sé, prassi caratterizzata da uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, con se stessi attraverso il pericolo, con gli altri attraverso la critica e con la legge morale attraverso la libertà e il dovere.

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