Le emozioni

by gabriella

sofferenzaDi solito pensiamo alle emozioni come a sensazioni soggettive provocate dall’ambiente fisico o sociale. Queste sono invece solo una componente dell’esperienza emotiva, accan­to ai pensieri, alle modificazioni fisiologiche e ai comportamenti espressivi.

La componente cognitiva

mamba

Topo e serpente: reazione di fuga

Negli animali inferiori certi stimoli producono una reazione di scarica immediata su base innata. Il movimento strisciante di un serpente pro­duce immediatamente nel topo una risposta di fuga. L’avvicinarsi di un gatto determina istantaneamente l’attacco da parte del pettirosso femmina in difesa del nido. Questi comportamenti emotivi sono istintivi: l’attacco e la fuga compaiono ogni volta che la sopravvivenza è messa in pericolo. Nel cervello dei rettili, infatti, gli stimoli sensoriali attivano immediatamente i centri di risposta dell’aggressività siti nel tronco encefalico, ciò che rende automatiche e molto veloci le risposte emotive, aumentando le possibilità di sopravvivenza degli individui. Lo stesso accade nel pettirosso.

Anche nei lattanti alcuni stimoli esterni in­nescano delle risposte emotive. Il volto di uno sconosciuto che si muove dall’alto verso il basso produce il sorriso in un bambino di tre mesi. A nove, invece, lo stesso bambino mostra sorpresa o paura vedendo un volto estraneo che compie gli stessi movimenti. Il motivo di questo cambiamento è nella maturazione delle capacità cognitive che modificano la comprensione del significato di un vol­to non familiare.

Negli esseri umani, le risposte emotive sono meno automatiche perché fra lo stimolo ambientale e il compor­tamento correlato intervengono i processi cognitivi. Nel nostro caso, dunque, non è lo sti­molo ambientale in sé, ma l’interpretazione, o valutazione cognitiva, dell’ambiente a provocare le emozioni. Ad esempio, quando qualcuno viene urtato, nell’85% dei casi non si irrita immediatamente ma controlla la rabbia che sarà tanto maggiore quanto più l’individuo pensi che il gesto sia stato intenzionale o che il disturbatore non abbia prestato l’attenzione necessaria.

Danza tribale per il rito della circoncisione

La ricerca di Richard Lazarus sulle emozioni degli occidentali davanti a immagini di circoncisione

In una ricerca di laboratorio classica, Richard Lazarus e i suoi collaboratori (1964) fecero vedere a un gruppo di individui un filmato che mostrava un rito di iniziazione, in cui i componenti di una tribù australiana praticavano interventi chirurgici sui genitali di alcuni ragazzini. Ai tre gruppi sperimentali che assistevano al film venivano fatte sentire tre diversi commenti al video, ad un quarto, il gruppo di controllo, venivano proposte immagini senza commento. Il primo commento enfatizzava gli aspetti dolorosi e dannosi delle scene di circoncisione, la secon­da suggeriva che i personaggi erano attori che fingevano di sottoporsi all’inter­vento, la terza spiegava che i ragazzi dovevano sottoporsi alla cerimonia per essere ammessi tra gli adulti della tribù ed erano orgogliosi di sof­frire in silenzio per potere cambiare di status.

Quelli che uscivano più sconvolti dalla visione del film erano i soggetti del primo gruppo, che avevano ascoltato la colonna sonora sugli effetti nocivi del rito di iniziazione ed erano più stres­sati del gruppo di controllo, ai quali non era sta­to detto nulla sul contenuto del film. Al contra­rio, i soggetti degli altri due gruppi, ai quali era stato detto o che la cerimonia era una finzione o che svolgeva una funzione importante in quel tipo di cultura, erano meno colpiti dal punto di vista emotivo rispetto al primo gruppo e a quel­lo di controllo. Questi dati dimostrano in modo convincente che le circostanze non determina­no automaticamente l’intensità delle nostre sensazioni. É il modo in cui interpretiamo e pensia­mo gli eventi a provocare i nostri stati emotivi.

 

Gli aspetti fisiologici

Le emozioni intense sono accompagnate da modificazioni fisiologiche che sono entrate a far parte del nostro repertorio espressivo: l’individuo felice «non sta più nel­la pelle», a quella ansiosa «si chiude lo stomaco», quella atterrita «diventa bianca come un lenzuolo».

simpaticoQuesti eventi fisiologici derivano dall’au­mento dell’attività del sistema nervoso autono­mo (SNA). La rab­bia, la paura e altre sensazioni stressanti attiva­no il sistema nervoso simpatico (che è una suddivisione del SNA), in modo che mobiliti le energie necessarie per la lotta o la fuga.

Quan­do aumenta l’attività del sistema simpatico la pelle impallidisce perché si ha una costrizione dei vasi sanguigni degli strati più esterni dell’epidermide, lo stomaco “si chiude’’ perché la di­gestione si blocca, la bocca si secca perché si arresta la salivazione, i capelli si rizzano perché, come nei gatti, aumentano le dimensioni del soggetto davanti al nemico. La sudorazione compare perché il corpo cerca di abbassare la propria temperatura che tende ad alzarsi con l’aumento della pressione sanguigna, del ritmo della respirazione e del battito cardiaco.

Il sistema simpatico agisce “in simpatia” con l’emozione, il parasimpatico, invece, in opposizione ad essa.

sistema nervoso

Il coinvolgimento fisiologico dell’organismo nelle emozioni va al di là del SNA. Studi fatti sugli animali suggeriscono che anche il sistema ner­voso centrale (SNC) è implicato nel controllo del comportamento emotivo. Ad esempio, la stimolazione dell’ipotalamo laterale fa sì che il gatto produca un comportamento di attacco, mentre la stimola­zione dell’ipotalamo dorsale produce nello stesso animale una reazione di fuga. Sono alcune strutture che si trovano nel mesencefalo (una parte del tronco encefalico) che organizzano la sequenza coordinata di movimenti che gli ani­mali compiono durante la fuga o l’attacco.

cervelloAnche il sistema limbico (parte del neoencefalo che condividiamo solo con gli animali superiori) è un centro importante per le emozioni. L’amigdala e il setto sono implicati nell’aggressività, nella paura e, in generale, nelle funzioni emotive e motivazionali; l’ippocampo è coinvolto nell’immagazzinamento dei ricordi. Molte ricerche sono state fatte sulla dipendenza delle emozioni da una zona o l’altra del cervello e una forte risonanza ha suscitato, negli Stati Uniti, la notizia che l’uomo (Charles Whitman) che nel 1966 aveva ucciso quindici persone in un attentato all’Università del Texas aveva un tumore maligno vicino all’amidgala che probabilmente aveva aumentato la trasmissione neuronale dei circuiti cerebrali responsabili dei comportamenti aggressivi.

Nei gatti

La stimolazione elettrica dell’amigdala produce questo effetto. Nell’ambiente naturale però, lo stato di attivazione è frutto di un’attività neuronale più complessa

Il rapporto tra aree del cervello ed emozioni non è però meccanico (in altre parole, non c’è rapporto di causa-effetto tra una determinata area cerebrale e una risposta emotiva). E’ ormai certo, infatti, che le risposte emotive sono influenzate da molti centri del sistema nervoso e che, nei viventi, maggiore è la complessità del cervello, più articolata e indeterminata è la risposta emotiva. L’ambiente, inoltre, modifica la percezione delle sensazioni, la loro comprensione e la loro espressione, trasformando persino i circuiti cerebrali, che oggi sappiamo essere plastici, cioè capaci di cambiare in seguito alle esperienze e alle stimolazioni ambientali.

 

Il comportamento espressivo

I comportamenti espressivi (cioè i gesti che esprimono uno stato emotivo) so­no la lotta, la fuga e le espressioni vocali, che comprendono il riso, le urla e il pianto. A parte la lotta e la fuga, esi­stono molte altre vie non verbali per esprimere e comunicare le proprie emozioni agli altri, a partire dalle espressioni facciali. Charles Darwin le ha studiate negli animali inferiori, giungendo alla conclusione che anche gli insetti so­no capaci di provare sensazioni e di esprimere con la “faccia” collera, gelosia e amore.

espressioni voltoBasandosi sulle osservazioni di Darwin, molti ricercatori hanno studiato le espressioni facciali, scoprendo che possediamo 7.000 combinazioni possibili di movimenti muscolari che ci permettono una straordinaria espressività facciale (Paul Ekman, 1980) e che al­cune espressioni mimiche delle emozioni sono universali.

In un esperimento condotto nel 1980, Ekman si è recato presso i Fore, una tribù isolata che vive sulle montagne della Nuova Guinea, e ha sottoposto ai nativi brevi racconti mostrando loro successivamente delle fo­tografie di bianchi che esprimevano particolari emozioni. Ekman ha constatato che i Fore asso­ciavano correttamente le immagini alle storie che evocavano le emozioni corripondenti.

Secondo Ekman l’espressione delle emozioni spontanee (impulsi) è molto differente dall’espressione delle emozioni intenzionali (emozioni e sentimenti), perché i due tipi di espressioni sono controllate da diverse strutture cerebrali. Lo psicologo ha avanzato l’ipotesi che gli impulsi siano generati da aree cerebrali relativamente primitive, mentre l’espressione delle emozioni e dei sentimenti è controllata dagli emisferi della corteccia cere­brale. Ekman ha anche notato delle differenze nell’espressione di chi sta provando un’emozione con chi la sta solo simulando. .

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Le espressioni dei lattanti sono innate e selezionate a fini di sopravvivenza

Carroll Izard (1979) ha studiato le espressioni mimiche dei bambini piccoli ed è giunto alla conclusione che le basi neuronali dell’espressione e della percezione delle emozioni sono inna­te: i bambini non hanno bisogno di imparare co­me creare un’espressione facciale che eviden­zi un’emozione o come riconoscerne l’espressio­ne mimica o vocale negli altri; queste capacita emergono automaticamente man mano che il bambino matura. Secondo Izard, l’evoluzione ha fissato delle basi biologiche per l’espressione delle emozioni perché l’espressività emotiva rappresenta un vantaggio ai fini della sopravvivenza. Il sorriso di un bambino è un rinforzo per chi si prende cura di lui e favorisce l’instau­rarsi di un intenso legame di attaccamento. Il sorriso motiva la figura materna a nutrirlo, ad accudirlo e a prestare attenzione ai suoi biso­gni, aumentando in questo modo le probabilità di sopravvivenza del bambino stesso.

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L’espressione facciale influenza il nostro umore

Izard, inoltre, ipotizza che le espressioni del volto servano sia a informare il Sé (la propria interiorità) dei propri stati emotivi sia a comunicarli agli altri. In base a questa ipotesi, noi apprendiamo che siamo in collera perché il nostro viso accigliato fornisce questa informazione sensoriale al cervello. Allo stesso modo, sappiamo di essere felici perché sorridiamo, e non viceversa. La comunicazione, in questo come in altri casi, produce, in qualche modo, gli eventi che comunica.

Se è l’espressione del volto a comunicare al Sé gli stati emotivi, è possibile aiutare i depressi ad agire sulla propria espressione. Forse, sorridendo di più, avrebbe­ro più pensieri piacevoli e sarebbero più felici (McCanne e Anderson, 1987).

 

 

Empatia e neuroni specchio [in elaborazione]


I neuroni specchio

Paolo Virno, Neuroni mirror, negazione linguistica, reciproco riconoscimento

 

Lo sviluppo delle emozioni

Carroll Izard

Carroll Izard

Jean Piaget

Jean Piaget (1896 – 1980)

Man mano che crescono, i bambini svilup­pano le loro capacità in molte direzioni, diven­tando più grandi, più forti, più abili e più com­plessi dal punto di vista emotivo. Per quanto i bambini piccoli non possano dirci che cosa sentono, il pianto e la mi­mica facciale suggeriscono che provano almeno un’esperienza emotiva: il disagio. Probabilmen­te, tuttavia, non conoscono ancora la tristezza, il senso di colpa, la dedizione e altri ingredienti della vita emotiva degli adulti.

Le ipotesi principali sullo sviluppo emotivo sono la teoria dello sviluppo cognitivo di Jean Piaget e quella biologica di Carroll Izard. 

Secondo Izard, le emozioni fondamentali hanno una base innata, neurologica. Lo psicologo americano ha studiato le espressioni mimiche dei bambini per trovare conferma alla tesi che l’espressività del volto e il sorriso infantile hanno un valore di sopravvivenza e sono il nucleo dell’esperienza emotiva. Quando sorridiamo, le sensazioni pro­venienti dal volto informano il cervello che sia­mo contenti. Questo produce una modificazione del sistema nervoso autonomo, che serve a so­stenere e a prolungare l’emozione originaria. Secondo Izard, le emozioni, negli adulti e nei bambini, sono caratterizzate da una sequenza fissa di eventi: l’espressione, alla quale fanno seguito alcune sensazioni soggettive, seguite a loro volta da modificazioni fisiologiche. Con la maturazione biologica, nel bambino cresce la capacità di produrre nuove espressioni mimiche del volto, espressioni mai usate prima, che met­tono in atto nuove sensazioni. Queste sensazioni emergenti porta­no a un periodo critico nel quale il bambino è pronto ad apprendere un nuovo schema di rispo­sta. Per Izard e per altri sostenitori della teoria biologica, lo sviluppo emotivo precede quello cognitivo e gli apre la via.

Jean Piaget si è interessato allo sviluppo del pensiero e delle emozioni nel bambino e ha avanzato molte ipotesi sulle relazioni esistenti fra la sfera emotiva e quella cognitiva. In primo luogo ha suggerito che pensiero ed emozione so­no sempre associati e simultanei. Secondo Pia­get, non vi può essere pensiero senza emozioni e non esiste uno stato emotivo che non sia ac­compagnato da un processo cognitivo. Per lo psicologo svizzero chiedersi cosa venga prima è, in realtà, uno pseudo­problema, in quanto i pensieri e le sensazio­ni sono presenti contemporaneamente nella co­scienza.

Lo studioso ha respinto la tesi di Izard secondo cui la comparsa di nuove emozioni dà origine a nuove abilità cognitive perché convinto del parallelismo fun­zionale fra processi cognitivi ed emozioni. Mentre le emozioni assicurano l’energia ai processi menta­li, la sfera cognitiva fornisce la struttura. Secondo Piaget, i cambiamenti più importanti nell’esperienza emotiva del bambino si verifica­no nel corso del secondo anno di vita, quando fa la sua comparsa il linguaggio, che viene usato per ricreare o rappresentare ricordi di eventi che sono assenti dall’ambiente immediatamente circostante. Fino a quel momento, le persone erano soltanto percezioni in movimento nella stanza, che scomparivano per poi riapparire di nuovo. Ora il bambino sa che le persone conti­nuano a esistere anche quando non sono nel suo campo visivo. Quando a 2 anni realizza che ci sono anche altre persone accanto a lui, ha inizio un processo di decentramento affetti­vo, che comporta la consapevolezza che le sen­sazioni sono alimentate non soltanto dalle pro­prie azioni, ma anche da altre persone ed eventiche si trovano nel mondo esterno. Consapevole del fatto che gli altri sono una fonte di piacere o di sofferenza, comprende anche che le sensa­zioni relative alle persone persistono anche quando queste non sono presenti.

Fra i 2 e i 7 anni i bambini semplificano l’uni­verso cognitivo e quello emotivo elaborando delle regole assolute, ad esempio che ogni com­portamento “cattivo”, non importa se accidenta­le o intenzionale, deve essere punito. Analoga­mente, le emozioni dei bambini tendono sempre all’eccesso e i loro giudizi sono rigidi. Quando sono arrabbiati con qualcuno, questa persona apparirà globalmente sgradevole, ingiusta e cat­tiva. Ma quando qualcuno piace, apparirà per­fetto e assolutamente buono. Man mano che i bambini crescono, le emozioni diventano più equilibrate e complesse, un processo che conti­nua fino all’età adulta. Questa crescente com­plessità emotiva procede di pari passo con il progres­sivo affinamento dei processi cognitivi. I bambi­ni diventano gradualmente capaci di prestare attenzione a più di un aspetto di una persona per volta.

 

Cure parentali e sviluppo delle emozioni nel mondo animale

piccolo rinoceronte

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