Le emozioni

by gabriella

sofferenzaDi solito pensiamo alle emozioni come a sensazioni soggettive provocate dall’ambiente fisico o sociale.

Queste sono invece solo una componente dell’esperienza emotiva, accan­to ai pensieri, alle modificazioni fisiologiche e ai comportamenti espressivi.

Il testo della lezione affronta l’intreccio di questi elementi, degli stimoli esterni o interni e degli elementi cognitivi e affettivi che chiamiamo emozioni.

 

Indice

1. La componente cognitiva
2. Gli aspetti fisiologici
3. Il comportamento espressivo

3.1 Empatia e neuroni specchio

 

4. Lo sviluppo delle emozioni

Di solito pensiamo alle emozioni come a sensazioni soggettive provocate dall’ambiente esterno. Le sensazioni che proviamo, invece, sono solo una componente dell’esperienza emotiva, accanto ai pensieri, alle modificazioni fisiologiche e ai comportamenti espressivi.

Le emozioni sono, quindi, un processo interiore multicomponenziale, cioè legato a più componenti dell’individuo. Le ricerche sperimentali degli ultimi decenni hanno rafforzato l’ipotesi che siano risposte adattive dell’organismo agli stimoli ambientali.

 

1. La componente cognitiva

mamba

Topo e serpente: reazione di fuga

Negli animali inferiori certi stimoli producono una reazione di scarica immediata su base innata. Ad esempio, il movimento strisciante di un serpente pro­duce immediatamente nel topo una risposta di fuga, mentre l’avvicinarsi di un gatto determina istantaneamente l’attacco della femmina di pettirosso in difesa del nido.

Questi comportamenti emotivi sono istintivi: l’attacco e la fuga compaiono ogni volta che la sopravvivenza è messa in pericolo. Nel cervello dei rettili, infatti, gli stimoli sensoriali attivano immediatamente i centri di risposta dell’aggressività siti nel tronco encefalico, ciò che rende automatiche e molto veloci le risposte emotive, aumentando le possibilità di sopravvivenza degli individui. Lo stesso accade nel pettirosso.

Anche nei lattanti alcuni stimoli esterni in­nescano delle risposte emotive. Il volto di uno sconosciuto che si muove dall’alto verso il basso produce il sorriso in un bambino di tre mesi. A nove, invece, lo stesso bambino mostra sorpresa o paura vedendo un volto estraneo che compie gli stessi movimenti. Il motivo di questo cambiamento è nella maturazione delle capacità cognitive che modificano la comprensione del significato di un vol­to non familiare.

Negli esseri umani, le risposte emotive sono quindi meno automatiche perché fra lo stimolo ambientale e il compor­tamento correlato intervengono i processi cognitivi.

Nel nostro caso, dunque, non è lo sti­molo ambientale in sé, ma l’interpretazione, o valutazione cognitiva, dell’ambiente a provocare le emozioni. Ad esempio, quando qualcuno viene urtato sull’autobus, nell’85% dei casi non si irrita immediatamente ma controlla la rabbia che sarà tanto maggiore quanto più l’individuo pensi che il gesto sia stato intenzionale o che il disturbatore non abbia prestato l’attenzione necessaria.

Danza tribale per il rito della circoncisione

La ricerca di Richard Lazarus sulle emozioni degli occidentali davanti a immagini di circoncisione

In una ricerca di laboratorio classica, Richard Lazarus e i suoi collaboratori (1964) fecero vedere a un gruppo di individui un filmato che mostrava un rito di iniziazione, in cui i componenti di una tribù australiana praticavano interventi di circoncisione su alcuni ragazzini.

Ai tre gruppi sperimentali che assistevano al film venivano fatte sentire tre diversi commenti al video, ad un quarto, il gruppo di controllo, venivano proposte immagini senza commento. Il primo commento enfatizzava gli aspetti dolorosi e dannosi delle scene di circoncisione, la secon­da suggeriva che i personaggi erano attori che fingevano di sottoporsi all’inter­vento, la terza spiegava che i ragazzi dovevano sottoporsi alla cerimonia per essere ammessi tra gli adulti della tribù ed erano orgogliosi di sof­frire in silenzio per potere cambiare di status.

Quelli che uscivano più sconvolti dalla visione del film erano i soggetti del primo gruppo, che avevano ascoltato la colonna sonora sugli effetti nocivi del rito di iniziazione ed erano più stres­sati del gruppo di controllo, ai quali non era sta­to detto nulla sul contenuto del film.

Al contra­rio, i soggetti degli altri due gruppi, ai quali era stato detto o che la cerimonia era una finzione o che svolgeva una funzione importante in quel tipo di cultura, erano meno colpiti dal punto di vista emotivo rispetto al primo gruppo e a quel­lo di controllo.

Questi dati dimostrano in modo convincente che le circostanze non determina­no automaticamente l’intensità delle nostre sensazioni. É il modo in cui interpretiamo e pensia­mo gli eventi a provocare i nostri stati emotivi.

 

2. Gli aspetti fisiologici

Le emozioni intense sono accompagnate da modificazioni fisiologiche che sono entrate a far parte del nostro repertorio espressivo: l’individuo felice «non sta più nel­la pelle», a quella ansiosa «si chiude lo stomaco», quella atterrita «diventa bianca come un lenzuolo».

simpaticoQuesti eventi fisiologici derivano dall’au­mento dell’attività del sistema nervoso autono­mo (SNA). La rab­bia, la paura e altre sensazioni stressanti attiva­no il sistema nervoso simpatico (che è una suddivisione del SNA), in modo che mobiliti le energie necessarie per la lotta o la fuga.

Quan­do aumenta l’attività del sistema simpatico la pelle impallidisce perché si ha una costrizione dei vasi sanguigni degli strati più esterni dell’epidermide, lo stomaco “si chiude’’ perché la di­gestione si blocca, la bocca si secca perché si arresta la salivazione, i capelli si rizzano perché, come nei gatti, aumentano le dimensioni del soggetto davanti al nemico. La sudorazione compare perché il corpo cerca di abbassare la propria temperatura che tende ad alzarsi con l’aumento della pressione sanguigna, del ritmo della respirazione e del battito cardiaco.

Il sistema simpatico agisce “in simpatia” con l’emozione, il parasimpatico, invece, in opposizione ad essa.

sistema nervosoIl coinvolgimento fisiologico dell’organismo nelle emozioni va, però, al di là del SNA. Studi fatti sugli animali suggeriscono che anche il sistema ner­voso centrale (SNC) è implicato nel controllo del comportamento emotivo. Ad esempio, la stimolazione dell’ipotalamo laterale fa sì che il gatto produca un comportamento di attacco, mentre la stimola­zione dell’ipotalamo dorsale produce nello stesso animale una reazione di fuga. Sono alcune strutture che si trovano nel mesencefalo (una parte del tronco encefalico) che organizzano la sequenza coordinata di movimenti che gli ani­mali compiono durante la fuga o l’attacco.

cervelloAnche il sistema limbico (parte del neoencefalo che condividiamo solo con gli animali superiori) è un centro importante per le emozioni. L’amigdala e il setto sono implicati nell’aggressività, nella paura e, in generale, nelle funzioni emotive e motivazionali; l’ippocampo è coinvolto nell’immagazzinamento dei ricordi.

Molte ricerche sono state fatte sulla dipendenza delle emozioni da una zona o l’altra del cervello e una forte risonanza ha suscitato, negli Stati Uniti, la notizia che l’uomo (Charles Whitman) che nel 1966 aveva ucciso quindici persone in un attentato all’Università del Texas aveva un tumore maligno vicino all’amidgala che probabilmente aveva aumentato la trasmissione neuronale dei circuiti cerebrali responsabili dei comportamenti aggressivi.

Nei gatti

La stimolazione elettrica dell’amigdala produce questo effetto. Nell’ambiente naturale però, lo stato di attivazione è frutto di un’attività neuronale più complessa

Il rapporto tra aree del cervello ed emozioni non è però meccanico (in altre parole, non c’è rapporto di causa-effetto tra una determinata area cerebrale e una risposta emotiva). È ormai certo, infatti, che le risposte emotive sono influenzate da molti centri del sistema nervoso e che, nei viventi, maggiore è la complessità del cervello, più articolata e indeterminata è la risposta emotiva. L’ambiente, inoltre, modifica la percezione delle sensazioni, la loro comprensione e la loro espressione, trasformando persino i circuiti cerebrali, che oggi sappiamo essere plastici, cioè capaci di cambiare in seguito alle esperienze e alle stimolazioni ambientali.

 

3. Il comportamento espressivo

I comportamenti espressivi sono dati dai gesti, la mimica facciale e le espressioni vocali che esprimono uno stato emotivo.

Charles Darwin (1809 – 1882)

Charles Darwin le ha studiate negli animali inferiori, giungendo alla conclusione che anche gli insetti so­no capaci di provare sensazioni e di esprimere con la “faccia” collera, gelosia e amore.

Lo scienziato ipotizzò che le emozioni fondamentali siano legate a determinate espressioni facciali in modo innato.  L’evoluzione ne avrebbe fissato le basi biologiche perché l’espressività emotiva rappresenta un vantaggio ai fini della sopravvivenza.

La tesi fu contestata dai comportamentisti e anche la ricerca sperimentale non arrivò a risultati conclusivi fino a quando tra gli anni ’60 e gli anni ’80 alcune ricerche sul campo hanno dimostrato che persone di diversa appartenenza culturale e collocazione sociale associano correttamente le espressioni facciali all’emozione corrispondente.

Ad esempio, in un esperimento degli anni 80, Paul Ekman si è recato presso i Fore, una tribù isolata che vive sulle montagne della Nuova Guinea per sottoporre ai nativi brevi racconti, mostrando loro successivamente delle fo­tografie di bianchi che esprimevano particolari emozioni. Ekman ha constatato che i Fore asso­ciavano correttamente le immagini alle storie che evocavano le emozioni corripondenti.

Le espressioni di gioia, sorpresa, tristezza, collera, ripugnanza, disprezzo e paura sono dunque considerate innate e universali. Lo stesso vale per l’interesse. Sono le cosiddette emozioni primarie. Viceversa, le emozioni di vergogna, senso di colpa, invidia o lutto, sono legate a valori ed espressioni codificati culturalmente, dunque non sono universali ma riflettono l’elaborazione di specifici gruppi umani.

Basandosi sulle osservazioni di Darwin, molti ricercatori hanno studiato le espressioni facciali, scoprendo che possediamo 7.000 combinazioni possibili di movimenti muscolari che ci permettono una straordinaria espressività facciale.

Secondo Ekman l’espressione delle emozioni spontanee (impulsi) è molto differente dall’espressione delle emozioni intenzionali (emozioni e sentimenti), perché i due tipi di espressioni sono controllate da diverse strutture cerebrali.

Lo psicologo ha avanzato l’ipotesi che gli impulsi siano generati da aree cerebrali relativamente primitive, mentre l’espressione delle emozioni e dei sentimenti è controllata dagli emisferi della corteccia cere­brale. Ekman ha anche notato delle differenze nell’espressione di chi sta provando un’emozione con chi la sta solo simulando.

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Le espressioni dei lattanti sono innate e selezionate a fini di sopravvivenza

Un’osservazione importante è stata fatta da Darwin e William James i quali osservarono che è possibile agire sull’espressione delle proprie emozioni per influenzare il proprio stato d’animo.

Tra i contemporanei, Carroll Izard ha ipotizzato che le espressioni del volto servano sia a informare il Sé (la propria interiorità) dei propri stati emotivi sia a comunicarli agli altri. In base a questa ipotesi, noi apprendiamo che siamo in collera perché il nostro viso accigliato fornisce questa informazione sensoriale al cervello. Allo stesso modo, sappiamo di essere felici perché sorridiamo, e non viceversa. La comunicazione, in questo come in altri casi, produce, in qualche modo, gli eventi che comunica.

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L’espressione facciale influenza il nostro umore

Nel 1974, Johnson Laird ha sottoposto questa tesi a verifica sperimentale, dimostrando che facendo muovere a dei soggetti i muscoli facciali per produrre l’espressione di un’emozione, questi tendono a provare l’emozione corrispondente.

Se è l’espressione del volto a comunicare al Sé gli stati emotivi, allora è possibile aiutare i depressi ad agire sulla propria espressione. Sorridendo di più, avrebbe­ro forse più pensieri piacevoli e sarebbero più felici.

 

3.1 Empatia e neuroni specchio

Le espressioni degli altri innescano, dunque, dei sentimenti in chi le osserva. Negli anni ’90 un team di neuroscienziati dell’Università di Parma, guidato da Giacomo Rizzolatti, ne ha scoperto la causa: un gruppo di neuroni situati nelle aree motorie del cervello che sono in grado di attivarsi sia quando compiamo un movimento che quando lo vediamo compiere a un altro. Si tratta dei neuroni specchio o mirror neurons.

I neuroni specchio sono sia motori che visivi e permettono all’individuo di provare le stesse sensazioni del soggetto che sta osservando, cioè di immedesimarsi in lui e comprendere in modo preriflessivo cosa stia provando. Rappresentano per questo, la base neuronale dell’empatia e della socialità, presente sia nei primati superiori che nell’uomo.

I neuroni specchio

Paolo Virno, Socialità e negazione dell’altro

 

4. Lo sviluppo delle emozioni

Come si è visto nei testi precedenti, alcune emozioni sono istintive e innate, dunque universali per la specie, altre invece si legano all’apprendimento di costumi e valori e sono dunque il prodotto dell’educazione e della maturazione personale in un determinato contesto.

Le emozioni possono quindi essere distinte in tre tipologie: gli impulsi (sensazioni istintive innate, quali la paura, la gioia, la sorpresa, la tristezza, la collera, la ripugnanza, il disprezzo o l’interesse), le emozioni (esperienzse interiori multicomponenziali legate a valutazione cognitiva e comportamenti espressivi) e i sentimenti.

Tutte, in ogni caso, possono essere educate per le modalità con cui le esprimiamo e per l’intrepretazione che ne diamo.

Lo ha spiegato in modo persuasivo il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, secondo il quale le emozioni e i sentimenti si imparano.

Tutte le tribù primitive si sono fatte carico di insegnare i sentimenti attraverso i miti – ha sostenuto Galimberti – , cioè itinerari emotivi che mostrano l’esito di certi comportamenti legati alle passioni.

Attraverso la narrazione dei miti è stato insegnato cos’è il bene e cos’è il male, il giusto e l’ingiusto, il sacro e il profano, il puro e l’impuro. Anche nelle fiabe c’è un percorso di avvicinamento al male, facilitato dal lieto fine. I Greci avevano l’Olimpo come grande rappresentazione di tutti i sentimenti e le passioni umane: Zeus il potere, Atena l’intelligenza, Afrodite la sensualità, Apollo la bellezza, Dioniso la follia, Ares l’aggressività e gli uomini sceglievano il proprio percorso sulla base di quei modelli.

Oggi non possiamo più basarci sui miti ma abbiamo il patrimonio immenso della letteratura, il luogo in cui si impara il dolore in tutte le sue declinazioni, in modo che quando si soffre non ci si trovi a non sapere di cosa si soffre.

Miguel Benasayag, ne L’epoca delle passioni tristi ha raccontato del suo incontro con il disagio giovanile nella periferia parigina e del disorientamento di molti giovani nel non saper dare un nome al proprio dolore ed essere dunque senza strumenti per uscirne. Eschilo diceva che il dolore è un errore della mente e se la mente è sfornita di strumenti di soluzione possibile, soffre.

È allora indispensabile avvicinare queste enciclopedie dei sentimenti e delle storie perché i sentimenti si imparano, come si impara a vivere: non si è già in grado di provarli per natura, come mostra l’esistenza di chi picchia i più deboli o uno straniero o uccide la fidanzata.

Nei primi tre anni di vita del bambino si forma la mappa emotiva che orienterà il suo approccio emozionale al mondo e un’identità personale in risonanza con quella visione, ma i processi cognitivi superiori con i quali valuterà e sceglierà e darà un senso a ciò che vedrà, maturano con la maturazione dei lobi frontali fino alla prima giovinezza.

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