La conquista dell’identità

by gabriella

Alla ricerca dell’identità dalla psicologia alla sociologia, con un ampio stralcio dell’intervento di Giovanni Jervis per l’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche e una conclusione basata su un libro di Ulrich Beck.

 

 

Giovanni Jervis, Che cos’è l’identità?

JERVIS: Mi chiamo Giovanni Jervis e sono sia psichiatra, sia psicologo. Insegno Psicologia dinamica all’Università di Roma: con il termine Psicologia dinamica si indica quel ramo della disciplina che si occupa dei problemi affettivi ed emozionali. In realtà mi sono anche interessato alla Psicologia sociale e ho scritto un paio di libri sul tema dell’identità, ovvero sull’argomento di cui discuteremo oggi. La Psicologia sociale si trova all’incrocio fra la psicologia degli affetti e delle emozioni – la psicologia individuale – e gli aspetti più interpersonali della vita quotidiana. Vediamo insieme una breve scheda filmata che ci introdurrà all’argomento.

Cos’è la nostra identità? Essa è tutto ciò che caratterizza ciascuno di noi come individuo singolo e inconfondibile. E’ ciò che impedisce alle persone di scambiarci per qualcun altro. Così come ognuno ha un’identità per gli altri, ha anche un’identità per sé. Quella per gli altri è l’identità oggettiva, l’identità per sé è l’identità soggettiva. L’identità soggettiva è l’insieme delle mie caratteristiche così come io le vedo e le descrivo in me stesso. L’identità oggettiva di ciascuno, ossia la sua riconoscibilità, si presenta secondo tre principali modalità. La prima modalità è l’identità fisica: questa è data soprattutto dalle caratteristiche della faccia, le quali ci permettono di non esser confusi con un’altra persona. La seconda modalità è l’identità sociale, ossia un insieme di caratteristiche quali l’età, lo stato civile, la professione, il livello culturale e l’appartenenza ad una certa fascia di reddito. La terza modalità è l’identità psicologica, ovvero la mia personalità, lo stile costante del mio comportamento. Alcuni aspetti dell’identità cambiano più facilmente di altri. L’identità sociale può cambiare rapidamente: se, ad esempio, un funzionario di banca va in pensione e si trasferisce in campagna, ecco che la sua identità sociale è cambiata ed egli non è più il tale funzionario benestante e abitante in città, ma è il tal’altro pensionato, solerte proprietario di un piccolo orto. L’identità fisica invece cambia gradatamente. E’ probabile che a sessant’anni abbia più o meno la stessa faccia di dieci anni prima, anche se potrei avere una faccia alquanto diversa rispetto a trenta o quarant’anni prima. L’identità psicologica è una tema molto interessante e anch’essa cambia piuttosto poco: ognuno ha una sua personalità, vale a dire una certa intelligenza, determinate attitudini e specifici tratti del carattere che assumono caratteristiche stabili durante l’infanzia.

STUDENTE: In cosa consiste l’identità soggettiva e che rapporto ha con quella oggettiva?

JERVIS: Si tratta di un tema molto interessante. La prima cosa che potrebbe venire in mente riguardo a tale argomento è che esiste la possibilità che si venga a creare una discrepanza fra come io mi sento e mi definisco e come mi vedono gli altri. A tale proposito si dovrebbe innanzitutto dire che il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi vedono gli altri e della maniera in cui io so che mi vedono gli altri: normalmente si “chiede” ad altre persone di dirci chi siamo. A questo punto, però, veniamo a trovarci in una situazione abbastanza spinosa, perché di norma non domandiamo a tutti gli altri di definirci e di illuminarci sul nostro carattere, ma operiamo una selezione tra le persone che reputiamo deputate a tal compito: esse sono essenzialmente i nostri familiari e i nostri amici. In questo modo accade che coloro che dovrebbe farci conoscere le nostre peculiarità caratteriali, sono proprio quelle persone che tendono a presentarci la versione più gradevole e più accettabile della nostra personalità. Di conseguenza, spesso si vengono a creare delle situazioni improntate alla malafede, perché l’immagine di me stesso che mi sono creato risulta più favorevole dell’immagine che ho delle persone esterne alla cerchia più intima dei miei conoscenti.

STUDENTESSA: Quanto influisce il contesto storico-sociale in cui viviamo sulla nostra identità?

JERVIS: Influisce moltissimo su quella che si può definire la “identità sociale“. Quest’ultima è in gran parte data dal tipo di attività che svolgiamo, dalla nostra collocazione in una certa fascia sociale e dalla cultura a cui apparteniamo. Ovviamente l’identità di un contadino è diversa da quella di un cittadino, così come l’identità di una persona che abita in un paese del cosiddetto “Terzo Mondo” risulta differente da quella di un individuo del mondo industrializzato. Riguardo a tale aspetto le cose sono oggi molto cambiate: il mondo si sta lentamente uniformando e sta mutando la possibilità di crearsi un’identità. Quest’ultima, infatti, non deve più necessariamente essere coerente con quella data dalla cultura in cui siamo nati: oggi come oggi un individuo potrebbe essere stimolato a cambiare cultura, magari emigrando o tentando di migliorare la propria posizione sociale. Entrando in particolari più spiccioli, è anche abbastanza facile notare come il carattere dei figli non sempre assomigli a quello dei genitori. Sino a tempi relativamente recenti, le identità sociali – soprattutto in riferimento al tipo di attività lavorativa –  venivano predisposte dalla nascita.

Per quanto riguarda la sfera del femminile, ad esempio, i ruoli che le donne potevano avere all’interno di una società tradizionale risultavano predeterminati e di numero ridotto: sposarsi in un certo ambiente sociale, restare nubili, farsi suore e così via. Nelle società tradizionali – così come nelle culture contadine dell’Italia contemporanea – il destino di un individuo veniva deciso dalla famiglia quando questo era ancora in età infantile. Anche all’interno dei ceti più elevati e privilegiati era abbastanza comune che il figlio continuasse il mestiere dei genitori. Questo è un aspetto   abbastanza caratteristico delle piccole imprese commerciali o industriali: fino a poco tempo fa era tradizione che un’attività su base familiare di tal genere fosse gestita dalla persona che l’aveva creata e che, una volta assente il fondatore, venisse amministrata dai suoi figli. Questo modo di agire aveva – ed ha – una sua funzionalità, perché si trattava di imprese piccole che non dovevano essere particolarmente competitive. Se il volume d’affari della fabbrica subiva invece un incremento, non risultava altrettanto utile donarla alla propria prole, perché i figli non sono necessariamente le persone più adatte a gestire un’impresa. In tale contesto il problema è dato proprio dal fatto che le specificità caratteriali dei figli spesso non somigliano a quelle dei genitori. E’ sempre più evidente come in certi casi si debba scegliere la persona più consona a portare avanti una certa impresa – commerciale o industriale che sia – anche se quest’ultima può non coincidere con il figlio del fondatore. Il figlio di un artigiano non solo non è necessariamente adatto a fare l’artigiano, ma può anche non avere nessuna voglia di fare l’artigiano. Questa reinvenzione delle identità attraverso le generazioni è forse il fenomeno più interessante e, in qualche modo, più nuovo all’interno del problema generale dell’identità.

STUDENTESSA: Cosa succede quando l’identità soggettiva entra in contrasto con quella oggettiva?

JERVIS: Per risponderle potrei collegarmi alla domanda di prima: l’identità oggettiva è quella che costruiamo durante la vita. Voi siete giovani e vi trovate in un momento cruciale per la costruzione dell’identità: il tipo di mestiere, di credo religioso e di appartenenza familiare caratteristici di una vita, infatti, vengono maturati specialmente fra i quattordici e i venticinque anni. L’identità sociale svolge bene il suo compito se riesce a utilizzare in modo ottimale le proprie potenzialità: se un individuo ha uno spiccato talento per la matematica, è nel suo interesse scegliersi un mestiere in cui la matematica abbia un certo peso. Ciò risulta tanto più utile in quanto facciamo parte di una società in cui la competizione svolge un ruolo importante: chi riesce ad avere successo è colui che ha individuato gli ambiti che gli sono più congeniali e li ha utilizzati al meglio, trascurando altre caratteristiche della sua personalità. Questa capacità riguarda la costruzione dell’identità “adulta” e costituisce un grosso problema, anche perché, una volta formata, l’identità adulta non si può cambiare molto facilmente. Mettere su famiglia, crearla presto o crearla tardi, avere molto figli o averne pochi, puntare ad un certo tipo di carriera o ad un altro, scegliere una vita basata su valori economici o su valori di altro tipo: nella costruzione dell’identità gli aspetti soggettivi si configurano come un problema di autoriconoscibilità e di autodescrizione. Si tratta di una questione molto delicata, perché è importante che ognuno – soggettivamente – sappia dare l’immagine più esatta possibile della propria identità. E’ il vecchio problema del “conoscere se stessi”: quanto più un individuo conosce le proprie caratteristiche, tanto più potrà costruire un’identità “oggettiva”, ovvero un’identità riconosciuta dagli altri, che sia funzionale ai suoi interessi e che svolga bene il suo compito anche dal punto di vista dell’interesse sociale.

STUDENTE: In che misura la volontà può influire sulla costruzione della propria personalità? Non riesco bene a capire se alla nostra età ci possa essere un conflitto fra volontà e programmazione socio-culturale.

JERVIS: Il tema della volontà è molto importante, devo però sottolineare che il concetto stesso di volontà è oggi caduto abbastanza in disuso in psicologia: esso risulta un po’ vago e, soprattutto, intriso di certo moralismo. La psicologia è la descrizione di determinati problemi e il tentativo di risolverli e, per tale motivo, non va molto d’accordo con atteggiamenti moralistici. Al giorno d’oggi, all’interno della disciplina, si parla più volentieri di motivazione piuttosto che di volontà: l’ambizione, ad esempio, può essere un tipico esempio di motivazione. Ovviamente sono presenti moltissimi tipi di motivazioni: una persona può essere motivata in senso affettivo, oppure in senso “energetico” – sebbene quest’ultimo termine non sia così preciso – ossia può essere dotata di una personalità  molto attiva ed intraprendente. Decidere di seguire un certo mestiere semplicemente perché esso ci seduce potrebbe costituire una trappola, perché non sempre i nostri desideri coincidono con le nostre attitudini e sono congrui con la nostra personalità. La questione della personalità ha naturalmente a che fare anche con aspetti genetici: siamo maggiormente predisposti a fare certe cose ed in misura minore a farne altre, sebbene tale distinzione non sia mai troppo rigida. Ognuno di noi possiede varie “virtù” e non le utilizza mai tutte quante. Bisogna sforzarsi di essere molto realisti, in modo da poter legare i propri interessi alle proprie caratteristiche.

 

STUDENTESSA: Lei ritiene giusto che si cambi una determinata identità in nome di un’altra identità? A tal proposito si potrebbe portare l’esempio del colonialismo economico – ma anche culturale – degli Stati Uniti sul Chapas. Cosa c’è alla radice di tutto questo?

JERVIS: Questo problema ha dei risvolti sociali e politici piuttosto grandi e si potrebbe dividere in due questioni. La prima riguarda l’estrema rigidità dell’identità dei popoli in possesso di strutture tradizionali: le società povere con bassissimo livello di istruzione e ad economia prevalentemente agricola, tendono a fornire ogni individuo di una particolare identità, di uno specifico mestiere e di una severa appartenenza al proprio clan. In tal modo le persone hanno poca possibilità di autodeterminarsi, con un conseguente “impoverimento” dell’identità. Al giorno d’oggi stiamo assistendo ad un mutamento  planetario che va in direzione di tale autodeterminazione, sia dal punto di vista politico e collettivo, sia dal punto di vista individuale. Questo bisogno di emancipazione si scontra con esigenze economiche e politiche che spesso sono di tipo oppressivo e che non di rado tendono a incanalare le identità tradizionali in nuovi tipi di identità, non sempre positivi. Si potrebbe fare l’esempio dell’Africa nera, nella quale milioni di individui sono passati da un’esistenza di tipo tribale al sottoproletariato che affolla le periferie delle ex città coloniali. Tale mutamento dell’identità può a ragione essere definito oppressivo: esso è causato da differenti fattori e tende a creare delle identità che spesso risultano più povere di quelle tradizionali. Nella società tribale tradizionale – che inevitabilmente scomparirà – ci sono delle identità che si integrano fra di loro secondo un determinato mondo culturale. Quando questo mondo va in pezzi si viene a creare una situazione di anomia, ovvero di disgregazione sociale, che provoca degli enormi problemi nella costruzione dell’identità.

STUDENTESSA: Secondo alcuni studiosi lo sviluppo psicologico e evolutivo dell’identità ha il suo momento più importante nell’adolescenza, durante la quale si dovrebbero acquisire fiducia di base e autonomia. Molto spesso, però, questo non accade. Quali sono le cause principali?

JERVIS: Si discute spesso di questo problema in relazione all’Italia. La società italiana, infatti, è passata – in un periodo di tempo piuttosto breve – da una condizione agricola e preindustriale ad una condizione di forte industrializzazione. Una parte del paese ha superato in modo indolore tale mutamento, ma un’altra parte si trova tutt’ora in difficoltà. Ciò avviene perché uno dei presupposti necessari alla costruzione di un’identità funzionale alla società moderna, riguarda la possibilità data ai diciassettenni e ai diciottenni di staccarsi dalla famiglia, di socializzare in ambito extrafamiliare e di autodeterminare le proprie decisioni sociali, tanto nei rapporti interpersonali, quanto nelle scelte lavorative, in modo che queste ultime risultino adeguate ai propri desideri e alle proprie caratteristiche. In una  società come quella italiana – ma è una caratteristica che si può riscontrare anche nella società cinese – è presente il cosiddetto “familismo”, un termine che sta ad indicare il peso eccessivo della cultura familiare nell’educazione dei giovani.

A differenza della maggior parte dei paesi industrializzati moderni – dove i ragazzi se ne vanno di casa a diciott’anni circa, in parte perché si stabiliscono nei college come negli U.S.A., in parte perché, come in Germania,  decidono di mantenersi per conto proprio – in Italia i giovani tendono a vivere in famiglia fino a 25-30 anni. Questo stato di cose è determinato da diversi fattori, tanto economici, quanto di costume, e comporta una serie di inconvenienti a livello dello sviluppo psico-affettivo, perché si perpetuano delle dipendenze psicologiche fra il giovane o la giovane e i genitori. I ragazzi italiani hanno quindi delle grandi difficoltà ad assumere un’identità adulta e a farsi carico delle relative responsabilità: la cultura familistica italiana, infatti, se da un lato tende a proteggere la prole, dall’altro è incline a colpevolizzarla facilmente. Tale atteggiamento non porta l’adolescente a farsi carico delle proprie responsabilità e provoca dei problemi nel suo sviluppo affettivo ed emozionale. L’altro rischio a cui si può andare incontro perpetrando questo modo di agire riguarda la struttura stessa della società moderna: essa – come dicevamo prima – è tanto più funzionale, quanto migliore risulta l’utilizzo delle sue ricchezze, ovvero delle risorse umane che ha a disposizione. Queste ultime devono essere in grado di svilupparsi liberamente e di intraprendere individualmente un proprio percorso, in maniera indipendente rispetto a volontà familistiche o a problemi economici. Si tratta di una delle questioni più complicate in cui si può imbattere l’odierna società italiana: il peso della famiglia sull’adolescente, rende difficile una costruzione autonoma dell’identità fra i 18 e i 25 anni.

STUDENTESSA: Svolgendo una ricerca su di lei in Internet, ho trovato una Sua intervista sul sito dell’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche e, in seguito, anche una Sua biografia, all’interno della quale sono presenti dei riferimenti a Freud. Andando avanti nella ricerca ho scovato il sito del Museo di Vienna, nel quale – per la parte relativa a Freud – vengono presentate le teorie del padre della psicoanalisi e sono spiegati concetti quali quello di “libido”. So che Lei ha lavorato con degli etnologi e che, tra le altre cose, ha studiato la schizofrenia, ovvero una delle manifestazioni più gravi di sdoppiamento dell’identità. Potrebbe fornirci qualche particolare in più su tale patologia?

JERVIS: Innanzitutto vorrei fare una piccola precisazione: nel linguaggio quotidiano il termine “schizofrenia” significa “essere sdoppiati” o anche “avere idee opposte”, sebbene tali interpretazioni non abbiamo molto a che fare con la schizofrenia intesa nel suo senso clinico. Questa seconda accezione fa infatti riferimento ad una situazione patologica – di solito piuttosto grave – di disgregazione della personalità, e non di scissione della stessa. La questione dell’identità entra in gioco fino ad un certo punto, così come non ha una stretta attinenza coi temi della psicanalisi.

STUDENTESSA: Riguardo a questo punto mi era venuta in mente una novella di Luigi Pirandello, La signora Frola e il signor Ponzo suo genero. In proposito volevo chiederle se vi è la possibilità della presenza di un’identità falsa che emerga soltanto in determinate situazioni e se, con il tempo, essa possa venire a fondersi con la vera identità di un individuo.

L’identità falsa è un tema molto interessante: si può fingere di avere un’identità non vera, così come si può fingere di avere un nome diverso o anche una personalità diversa. Si recita una parte che non è la propria e che resta sempre ben distinta dall’identità vera. Sono due piani che non si confondono facilmente.

STUDENTE: Spesso sentiamo parlare di “crisi di identità”: in che cosa consiste realmente e come se ne esce?

JERVIS: La crisi di identità è un problema studiato già da molto tempo e spesso trattato in rapporto all’adolescenza.  L’adolescenza è infatti caratterizzata dal passaggio da un’identità definita dai propri genitori“io sono ciò che i miei genitori dicono di me” ad una identità definita in funzione della società esterna: mi potrei identificare in un cantante, ad esempio, per costruirmi un’identità autonoma dalle definizioni della famiglia di origine.

STUDENTESSA: In che misura le ideologie politiche e religiose incidono sull’identità soggettiva?

JERVIS: Sicuramente rivestono un ruolo preponderante nella definizione dell’identità: potrei diventare un cristiano redento, oppure un peccatore o anche, riferendoci ad elementi più banali e laici, un “ultrà” della Lazio. Questi ultimi, però, sono aspetti che incidono anche sull’identità oggettiva perché, conformemente al forte spirito di appartenenza che posso provare nei loro confronti, mi portano a compiere una serie di atti che esplicitano agli altri un determinato aspetto della mia identità. Oggi come oggi le identità tendono a mutare, e gli individui le reinventano indipendentemente dalla famiglia molto più di quanto accadesse un tempo. Questo processo potrebbe creare dei “vuoti” di identità o dei momenti di smarrimento, e portare all’insorgenza di identità collettive di stampo etnico e regionalistico – pensiamo alla Lega Nord – o anche religioso.

STUDENTESSA: Un fenomeno tipico di questo periodo è l’emigrazione: mi chiedo quanto lo spostarsi da un paese all’altro influisca sull’identità delle persone che abbandonano la propria cultura di origine.

JERVIS: L’emigrazione è il tentativo di costruirsi un’identità in una società che lo permetta più liberamente: è una ricerca di possibilità. Essa, però, costituisce anche uno shock, perché immergersi in una cultura completamente diversa significa perdere gli abituali riferimenti di identità e cercare di costruirne di nuovi. A volte tale situazione porta a dei malesseri psicologici e, in questi casi, ciò che conta di più è la capacità di crearsi nuovi ruoli oggettivi. Colui che è emigrato cerca delle attività che siano per lui soddisfacenti e, di solito, si comporta in modo estremamente duttile: si inserisce negli spazi lasciati liberi dalla società che lo ospita, non foss’altro per reperire il cibo sufficiente a continuare a vivere. Spesso, quindi, la costruzione dell’identità soggettiva è successiva rispetto a quell’insieme di tentativi di sopravvivenza che non erano previsti. Quando si emigra, non sempre si è a conoscenza della propria futura occupazione: a volte, quindi, può insorgere una identità completamente nuova che è nata per caso nel paese di destinazione.

STUDENTE: Riprendendo il riferimento a Pirandello sulla confusione delle identità, vorrei far notare che nei periodi in cui vivo una crisi di identità – ovvero quando non mi riconosco e non mi sento determinato – mi accorgo di avere in me diverse personalità. Non credo che tra di loro se ne possano individuare delle false: al contrario, sono convinto che siano tutte vere e che si confondano l’una con l’altra. E’ proprio tale confusione a generare quel senso di falsità e di “recitazione” che spesso viene scambiato per realtà e che ci fa gravitare in differenti stati d’animo.

JERVIS: Penso che a questo punto si debba chiarire cosa si intende con il termine “personalità”. Ognuno, com’è ovvio, ha una sua personalità: essa può modificarsi, ma ciò avviene in misura sempre minore man mano che si cresce. Non è sempre possibile inventarsi una personalità completamente nuova, perché quest’ultima è costituita da  caratteristiche psicologiche – come l’intelligenza o le attitudini – che non sono mutabili. Sicuramente in questa situazione è molto facile rimanere prigionieri di una sorta di “recita”, sebbene ciò non comporti l’insorgenza di false personalità, bensì di falsi ruoli. Bisogna operare una distinzione molto netta tra personalità e ruoli sociali: questi ultimi sono più mutevoli della prima e può accadere che un professore universitario molto sicuro di sé dietro la cattedra, diventi timido e timoroso all’interno della propria casa, al cospetto di una moglie dominante.

STUDENTESSA: Le volevo chiedere se l’identità possa essere attribuita anche al feto e se tale aspetto possa costituire un problema in relazione all’aborto.

JERVIS: Bisogna intendersi anche sul concetto di identità. Vi sono delle predisposizioni individuali che sono legate a elementi genetici e che incidono sul feto prima della nascita. Tali predisposizioni possono essere sia scelte, sia scartate da fattori ambientalifino ai 10-12 anni, quindi, vengono alla luce delle caratteristiche che sono il risultato di elementi tanto genetici, quanto ambientali, senza che si abbia la possibilità di distinguere tra queste due tipologie. I fattori biologici hanno dunque un peso decisivo nello sviluppo del feto, ma a tale livello non è possibile parlare di identità in senso stretto, se non altro per il fatto che un pre-embrione può dar luogo a due o tre gemelli diversi: non esiste una “individualità”. Con la crescita, le potenzialità di cui parlavo poc’anzi diventato più precise ed avviene una sorta di  passaggio epigenetico, ovvero un direzionamento verso certe caratteristiche man mano che queste si realizzano. Si tratta di un passaggio graduale che inizia con il concepimento.

STUDENTE: In un Suo libro lei afferma che spesso scegliamo degli oggetti ai quali affidare la nostra identità. Il mondo che ci circonda, quindi, influisce parecchio sulla formazione della nostra identità, sebbene non si debba mai dimenticare l’elemento genetico. Esiste un qualcosa che rende la mia identità irripetibile? O sarebbe meglio pensare che la formazione dell’identità di un individuo sia data esclusivamente dall’ambiente e dai geni?

JERVIS: La propria identità è irripetibile. Non esistono due persone identiche, anche se i gemelli omozigoti possono in larga misura essere considerati come dei soggetti uguali, quasi dei cloni l’uno dell’altro. Proverei piuttosto a  soffermarmi sulla prima parte della Sua domanda, ossia sugli oggetti a cui affidiamo la nostra identità. La consapevolezza di possedere un’identità chiara è un elemento di grande importanza, ma altrettanto importante – se non di più – è il sentire che la propria identità è forte, sana, accettabile, buona e di valore. Ognuno di noi, per potere vivere bene, deve avere stima della propria identità. A volte abbiamo bisogno di alcune conferme dall’esterno, da parte di persone o di oggetti atti a comunicarci che siamo a posto e che andiamo bene. Questo bisogno può sfociare nel cosiddetto “narcisismo”, ovvero nella tendenza ad affidare il nostro valore a vestiti, oggetti, titoli nobiliari e cose di questo genere. Si tratta, comunque, di un aspetto molto importante nella costruzione dell’identità. La scelta di tali  oggetti dipende soprattutto da fattori culturali: in alcune società può essere molto importate avere una automobile costosa, in altre può avere un peso maggiore l’aspetto esteriore del proprio corpo, oppure gli abiti, o anche i titoli nobiliari. Negli Stati Uniti, ad esempio, il valore dell’identità è spesso affidato al denaro: “Quanto vale quella persona?”; si tratta di valutazioni opinabili, che però sono importanti al fine della costruzione dell’identità oggettiva e della contrattazione delle proprie caratteristiche.

STUDENTESSA: Prima si è detto che già in tenerissima età si può parlare di determinazione della propria identità: Lei ritiene possibile che, in età più o meno matura, un grosso trauma possa portare dei cambiamenti imprevisti nella personalità di un individuo?

JERVIS: Certi traumi – come gli abbandoni, gli stupri, l’essere cresciuti in ambienti fortemente deprivati, l’essere stati sistematicamente picchiati fin da bambini – possono influire pesantemente sulla determinazione dell’identità. Spesso questi fatti impediscono lo sviluppo armonico dell’identità: a volte coloro che assumono un comportamento antisociale sono stati vittime di maltrattamenti durante l’infanzia. Dall’adolescenza in poi certe situazioni traumatiche, sebbene possano essere molto dolorose,  incidono in misura minore sull’identità della persona che le subisce.

STUDENTESSA: La nostra società pretende di cambiare l’istinto e il carattere – di conseguenza l’identità – di una persona tramite il carcere. Mi chiedo in che misura un periodo di detenzione più o meno lungo possa influire sia sull’identità soggettiva, sia su quella oggettiva.

JERVIS: Direi che, nell’insieme, la nostra società è abbastanza consapevole del fatto che la detenzione – soprattutto quella prolungata – non costituisce un fattore positivo nello sviluppo dell’identità.  Lo studio di ciò che è successo nei campi di concentramento nazisti o nei processi di disumanizzazione delle “istituzioni totali” – ovvero dei manicomi – ha dimostrato che istituzioni del genere portano ad un impoverimento della psiche e della personalità, nonché ad una sorta di riduzione delle possibilità di crearsi un’identità, a causa dell’annichilimento della stima di sé. La società italiana è fra le più consapevoli del fatto che una detenzione lunga non è riabilitativa e che spesso può sortire un effetto contrario: per questo motivo, in tutto il mondo si stanno oggi studiando delle pene alternative. Naturalmente bisogna tenere conto del fatto che la detenzione non ha come scopo esclusivo quello di riabilitare il reo: negli U.S.A., ad esempio, si pensa che il carcere abbia essenzialmente la funzione di togliere dalla circolazione una persona pericolosa per un periodo di tempo più o meno lungo.

 

STUDENTESSA: Qual è l’elemento che porta gli individui, soprattutto i ragazzi, a cercare una propria identità nel gruppo?

JERVIS: L’esigenza di una socialità di gruppo è un’esigenza primaria, in larga misura indipendente da problemi di identità: si vive nel gruppo perché si ha bisogno di un tipo di socialità diversa da quella familiare. All’interno di esso si vengono non di rado a creare delle divisioni nei ruoli, tramite le quali acquisire o scoprire determinate caratteristiche della propria personalità. Attraverso il gruppo impariamo a conoscerci e ad identificarci, nonché ad associarci con certe persone: per tale motivo la vita di gruppo ha un’estrema importanza.

STUDENTESSA: In che misura i sogni riflettono o deformano la nostra identità?

JERVIS: Ritengo che i sogni non abbiano uno stretto rapporto con il problema dell’identità. Essi dipendono, in larga misura, dai nostri pensieri, dalle nostre preoccupazioni e dagli eventi della vita quotidiana. Se dovessimo basarci sui sogni per descrivere l’identità di una persona, si incontrerebbero delle difficoltà, perché essi sono largamente “trans-identitari”.

STUDENTESSA: Finora abbiamo parlato del modo in cui l’identità soggettiva e quella oggettiva possono incontrarsi e di come la realtà esterna influisca profondamente sulla soggettività di ognuno. Ciononostante, io sono convinta che l’identità soggettiva riesca a distaccarsi nettamente da quella oggettiva nel momento in cui un individuo opera un’autoanalisi, tramite la quale prende coscienza della propria identità.

JERVIS: Non è detto che una persona meno consapevole sia, per tal motivo, anche più malleabile, anzi: credo che succeda più spesso il contrario. Bisognerebbe distinguere due livelli di argomentazione:  in primo luogo si deve sapere quali sono le caratteristiche della propria personalità – ciò che si è in grado di fare meglio e ciò che si è in grado di fare peggio – ed in seguito si deve scoprire qual è la propria identità, soprattutto tramite il modo in cui ci vedono gli altri. Si tratta di due compiti assai difficili, ma credo che – in età giovanile – al fine di costruire un’identità ottimale sia molto importante conoscere le proprie attitudini  ed avere degli scambi sociali che siano veri e mai compiacenti. Quest’ultimo fatto potrebbe provocarci delle frustrazioni, ma finirebbe comunque col metterci davanti a dei dati reali, in modo da poter intraprendere con più consapevolezza il nostro futuro.

 

Recensione a Giovanni Jervis, La conquista dell’identità

Ogni forma di autocoscienza, ogni riflessione su noi stessi, è riflessione non già nell’attimo presente, ma subito verso il tempo trascorso: è riflessione su chi siamo stati, magari fino a un minuto, a un attimo fa. L’identità è memoria.

G. Jervis, La conquista dell’identità

In un tempo in cui la divisione sociale del lavoro muta a ritmo inaudito e in cui tutti i valori tradizionali sono dis-integrati dal potente moto acceleratorio della tecnologia, l’identità individuale subisce attacchi sempre più profondi e radicali.

Ci si chiede – a volte – se in un mondo che cambia così velocemente, abbia ancora senso costruirsi una identità – e quindi necessariamente riconoscersi in una storia sociale, politica, filosofica – quando le vere identità sono sempre più trattate dai poteri dominanti come un ostacolo e un fardello in un sistema-mondo che richiede la massima disponibilità del corpo e la minima rivendicazione identitaria.

Per chi si trova in una condizione di turbamento e sta – in qualche modo – cercando di cominciare a ragionare sul tema dell’identità individuale, consiglio la lettura del libro di Giovanni Jervis, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi (Feltrinelli, Milano 1977). Libro di quasi venti anni fa ma ancora utilissimo. Jervis è abile nel mettere insieme fattori biologici, psicologici, sociali e politici. Il suo approccio è complesso ma lo stile di scrittura accessibile e chiaro. Per Jervis

«la nostra vita quotidiana è condizionata […] dall’esigenza di costruire e difendere un immagine di sé dotata almeno di una solidità minimale, e cioè, in pratica, abbastanza solida da confermarci che noi esistiamo senza dissolverci» (p. 33). Da questa esigenza, motivata dal terrore della perdita di tutti quei luoghi «domestici dove sente di avere un senso» (p. 35) si dipanano le contorte vie della ricerca della propria identità individuale. Ricerca che correttamente Jervis – assimilando la lezione di C.G. Jung – inquadra come «una ricerca di fedeltà alle proprie disposizioni interiori, un itinerario di autorealizzazione, l’obbedienza a una obiezione di qualità» (p. 79).

Il libro affronta il problema dell’identità dal punto di vista della sua evoluzione storico-sociale, individuando nella “tarda modernità” in cui viviamo un potente invito – che può diventare anche fonte di angoscia e frustrazione – a determinare liberamente e autonomamente la propria identità, rompendo con i vincoli tradizionali.

Tuttavia, così come la tarda modernità insiste sulla presunta libertà di autodeterminazione, nei fatti, attraverso la divisione sociale del lavoro e la manipolazione delle spinte identitarie nella direzione del consumo, questa libertà appare limitata e fortemente influenzata da modelli identitari rigidi e spesso dolorosi per gli individui incapaci di “attenersi al modello. Per Jervis

«la società contemporanea, se da un lato invita ciascuno a cercarsi liberamente una nuova identità, da un altro lato sembra apprezzare certi modelli d’identità, e anche certi modelli di personalità a scapito di altri» (p. 51).

Libertà dunque, ma vigilata e condizionata dall’ordine del discorso dominante. Chi resta indietro? Per Jervis:

«restano esclusi gli individui che non riescono a staccarsi dai modi di pensare di tipo tradizionale e dai modelli “ricevuti” d’identità» (p. 54)

e prevede un vertiginoso «aumento della competitività individuale» (p. 55), che produce ricchezza ma anche esclusione sociale e marginalizzazione.

Il libro è pieno di numerose riflessioni degne della massima attenzione. Se associato alla lettura del libro di Ulrich Beck, Costruire la propria vita (Il Mulino, Bologna 2008), più attento a mostrare come oggi le persone si trovano a dover condurre una vita individuale in condizioni che, nella maggior parte dei casi, sfuggono al loro controllo, si può cominciare a muovere i primi passi verso quella pericolosa e rischiosa ricerca che implica la comprensione delle dinamiche  profonde che conducono alla “conquista dell’identità”.


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