Tucidide, L’elogio di Atene

by gabriella

L’orazione funebre pronunciata da Pericle per i caduti della guerra del Peloponneso, come ci è stata tramandata da Tucidide, e nelle scandalizzate interpretazioni di Paolo Rossi e Lucrezia Lante della Rovere.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito e la povertà non costituisce impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

 

«Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, non come un atto di privilegio, ma come una ricompensa al merito e la povertà non costituisce impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue  questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.  Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così.

[…] Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di pochi, ma di molti: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualche campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito, viene preferito nelle cariche pubbliche; né, d’altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualche cosa di utile alla città, gli è di impedimento per l’oscura sua posizione sociale.

Come in piena libertà viviamo nella vita pubblica cosí in quel vicendevole sorvegliarsi che si verifica nelle azioni di ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a suo gradimento, né gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito.

Noi che serenamente trattiamo i nostri affari privati, quando si tratta degli interessi pubblici abbiamo un’incredibile paura di scendere nell’illegalità: siamo obbedienti a quanti si succedono al governo, ossequienti alle leggi e tra esse in modo speciale a quelle che sono a tutela di chi subisce ingiustizia e a quelle che, pur non trovandosi scritte in alcuna tavola, portano per universale consenso il disonore a chi non le rispetta. Inoltre, a sollievo delle fatiche, abbiamo procurato allo spirito nostro moltissimi svaghi, celebrando secondo il patrio costume giochi e feste che si susseguono per tutto l’anno e abitando case fornite di ogni conforto, il cui godimento quotidiano scaccia da noi la tristezza.

Affluiscono poi nella nostra città, per la sua importanza, beni d’ogni specie da tutta la Terra e cosí capita a noi di poter godere non solo tutti i frutti e prodotti di questo paese, ma anche quelli degli altri, con uguale diletto e abbondanza come se fossero nostri. Anche nei preparativi di guerra ci segnaliamo sugli avversari. La nostra città, ad esempio, è sempre aperta a tutti e non c’è pericolo che, allontanando i forestieri, noi impediamo ad alcuno di conoscere o di vedere cose da cui, se non fossero tenute nascoste e un nemico le vedesse, potrebbe trar vantaggio; perché fidiamo non tanto nei preparativi e negli stratagemmi, quanto nel nostro innato valore che si rivela nell’azione.

Diverso è pure il sistema di educazione: mentre gli avversari, subito fin da giovani, con faticoso esercizio vengono educati all’eroismo; noi, invece, pur vivendo con abbandono la vita, con pari forza affrontiamo pericoli uguali. E la prova è questa: gli Spartani fanno irruzione nel nostro paese, ma non da soli, bensí con tutti gli alleati; noi invece, invadendo il territorio dei vicini, il piú delle volte non facciamo fatica a superare in campo aperto e in paese altrui uomini che difendono i propri focolari. E sí che mai nessuno dei nemici si è trovato di fronte tutta intera la nostra potenza, dato che noi rivolgiamo le nostre cure alla flotta di mare, ma anche, nello stesso tempo, mandiamo milizie cittadine in molti luoghi del continente. Quando gli avversari vengono a scontrarsi in qualche luogo con una piccola parte delle nostre forze, se riescono ad ottenere un successo parziale si vantano di averci sbaragliati tutti e se sono battuti, vanno dicendo, a loro scusa, di aver ceduto a tutto intero il nostro esercito. E per vero se noi amiamo affrontare i pericoli con signorile baldanza, piuttosto che con faticoso esercizio, e con un coraggio che non è frutto di leggi, ma di un determinato modo di vivere, abbiamo il vantaggio di non sfibrarci prima del tempo per dei cimenti che hanno a venire e, di fronte ad essi, ci dimostriamo non meno audaci di coloro che di fatiche vivono. Se per questi motivi è degna la nostra città di essere ammirata, lo è anche per altre ragioni ancora.

Noi amiamo il bello con misura e filosofiamo senza timidezza. Usiamo la ricchezza piú per l’opportunità che offre all’azione che per sciocco vanto di parola, e non il riconoscere la povertà è vergognoso tra noi, ma piú vergognoso non adoperarsi per fuggirla.

Le medesime persone da noi si curano nello stesso tempo e dei loro interessi privati e delle questioni pubbliche: gli altri poi che si dedicano ad attività particolari sono perfetti conoscitori dei problemi politici; poiché il cittadino che di essi assolutamente non si curi siamo i soli a considerarlo non già uomo pacifico, ma inutile.

Noi stessi o prendiamo decisioni o esaminiamo con cura gli eventi: convinti che non sono le discussioni che danneggiano le azioni, ma il non attingere le necessarie cognizioni per mezzo della discussione prima di venire all’esecuzione di ciò che si deve fare. Abbiamo infatti anche questa nostra dote particolare, di saper, cioè, osare quant’altri mai e nello stesso tempo fare i dovuti calcoli su ciò che intendiamo intraprendere: agli altri, invece, l’ignoranza provoca baldanza, la riflessione apporta esitazione. Ma fortissimi d’animo, a buon diritto, vanno considerati coloro che, conoscendo chiaramente le difficoltà della situazione e apprezzando le delizie della vita, tuttavia, proprio per questo, non si ritirano di fronte ai pericoli.

Anche nelle manifestazioni di nobiltà d’animo noi ci comportiamo in modo diverso dalla maggior parte: le amicizie ce le procuriamo non già ricevendo benefici, ma facendone agli altri. È amico piú sicuro colui che ha fatto un favore, in quanto vuol mettere in serbo la gratitudine dovutagli con la benevolenza dimostrata al beneficato. Chi invece tale beneficio ricambia è piú tiepido, poiché sa bene che ricambierà non per avere gratitudine, ma per adempiere un dovere. Noi siamo i soli che francamente portiamo soccorso ad altri non per calcolo d’utilità, ma per fiduciosa liberalità.
In una parola, io dico che non solo la città nostra, nel suo complesso, è la scuola dell’Ellade, ma mi pare che in particolare ciascun Ateniese, cresciuto a questa scuola, possa rendere la sua persona adatta alle piú svariate attività, con la maggior destrezza e con decoro, a se stesso bastante.

[…] Per una tale città, dunque, costoro nobilmente morirono, combattendo perché non volevano che fosse loro strappata, ed è naturale che per essa ognuno di quelli che sopravvivono ami affrontare ogni rischio. Per questo io mi sono diffuso a parlare dei pregi della nostra città: per dimostrare che, nella lotta, la posta è ben piú elevata per noi che non per quelli che non hanno nulla di simile da vantare e per fondare su chiare prove l’elogio che intendo pronunciare. Anzi il piú è già stato detto: poiché fu proprio la virtú di questi uomini e di quelli a loro simili che rese splendente il serto di gloria della nostra città, della quale ho tessuto le lodi. Non sono molti i Greci le cui imprese siano all’altezza di un tale elogio, come per costoro. […]

Per questo, o genitori dei caduti quanti qui siete, non vi compiango, ma cercherò piuttosto di confortarvi. Sapete, infatti, di esser cresciuti fra le piú varie vicende: felice solo chi ebbe in sorte la piú splendida delle morti, come ora costoro, e il piú nobile dei dolori, come voi. Beati coloro che videro la gioia della vita coincidere con una morte felice. So che è difficile, senza dubbio, convincervi di questa verità; tanto piú che spesso il vostro ricordo sarà sollecitato dall’altrui felicità, che un giorno pure voi rendeva orgogliosi: dolore vero non ha chi si trova privo di beni di cui non ha esperimentato il valore; ma chi, dopo una dolce abitudine, si vede strappata la sua gioia. Eppure bisogna dar prova di forza anche nella speranza di altri figli, chi è in età di poterne ancora avere: i nuovi germogli attenueranno nel cuore di alcuni, in privato, il dolore cocente per quelli che piú non sono e alla città apporteranno un duplice vantaggio: rifiorire di vita e sicurezza nei pericoli. Non è possibile, infatti, che deliberino in modo imparziale e giusto coloro che non abbiano, come gli altri, dei figli da esporre ai pericoli. E voi quanti ormai siete avanti nell’età considerate come un guadagno la parte piú lunga della vita che avete vissuto felici; pensate che quello che vi resta sarà un tratto breve, e la gloria di costoro vi sia di sollievo. L’amore della gloria è l’unico che non invecchia mai e nella tarda età non dà tanta gioia l’accumular ricchezza, come dicono alcuni, quanta piuttosto ne procura il ricevere onori.

Per voi, figli o fratelli dei caduti che mi ascoltate, io prevedo una difficile gara (tutti, infatti, amano lodare chi non è piú) e a fatica, pur con un merito maggiore, potrete esser giudicati non dico pari ad essi, ma di poco ad essi inferiori. Nel confronto tra vivi, contro l’emulo s’avventa l’invidia; chi invece non può piú essere d’ostacolo viene lodato con benevolenza senza rivalità. E se devo fare un accenno anche alla virtú delle donne, per quante ora si troveranno in vedovanza, comprenderò tutto in questa breve esortazione. Gran vanto per voi dimostrarvi all’altezza della vostra femminea natura; grande è la reputazione di quella donna di cui, per lode o biasimo, si parli il meno possibile fra gli uomini. Ho terminato; nel mio discorso, secondo la tradizione patria, ho detto quanto ritenevo utile; di fatto, coloro che qui sono sepolti hanno già avuto in parte gli onori dovuti. Per il resto, i loro figli da oggi saranno mantenuti a spese dello stato fino alla virilità: è questa l’utile corona che per siffatti cimenti la città propone e offre a coloro che qui giacciono e a quelli che restano. Là dove si propongono i massimi premi per la virtú, ivi anche fioriscono i cittadini migliori. Ora, dopo aver dato il vostro tributo di pianto ai cari che avete perduto, ritornatevene alle vostre case».

(Tucidide, La guerra del Peloponneso, Mondadori, Milano, 1971, vol. I, pagg. 121-128)

La traduzione di Studia Humanitatis [34,8-41,1]

[8] Per questi primi caduti, dunque, a pronunciare il discorso fu scelto Pericle, figlio di Santippo. E non appena fu il momento giusto, venne avanti dal sepolcro e salì su una tribuna che era stata costruita alta, affinché potesse essere udito dalla folla il più lontano possibile, e parlò in questo modo:

[35,1] «La maggior parte di quanti hanno già parlato qui loda chi, per usanza, ha aggiunto questo discorso, dicendo che è bello che esso venga pronunciato in onore dei sepolti che sono caduti in guerra. Ma a me sarebbe sembrato sufficiente che per uomini che si dimostrarono valorosi nei fatti, gli onori fossero anche manifestati con i fatti, come vedete proprio ora nel caso di questa sepoltura preparata a spese pubbliche; e avrei preferito che il credere nelle virtù di molti uomini non corresse rischi in relazione alla capacità di parlar bene o male.

[2] È difficile, infatti, parlare in modo adatto in una situazione in cui si riesce a malapena a dare un fondamento perfino all’opinione che sia stata detta la verità. Infatti, l’ascoltatore che conosce gli avvenimenti per propria esperienza ed è ben disposto verso i caduti potrebbe forse pensare che qualche aspetto sia illustrato in modo alquanto inadeguato in confronto ai suoi desideri e alla sua conoscenza, mentre chi non ne ha esperienza, se dovesse udire cose che siano al di sopra delle sue capacità, potrebbe credere per invidia che vi siano delle esagerazioni. Fino a questo punto sono tollerabili le lodi degli altri: fino, cioè, al punto in cui ciascuno crede di essere anche lui capace di far qualcosa di ciò che ha sentito narrare: ma per ciò che supera le loro possibilità gli uomini nutrono subito invidia e non vi credono. [3] Ma poiché dagli antichi è stato riconosciuto che la cerimonia svolta in questo modo andava bene, devo anch’io seguire l’usanza e cercare di soddisfare il più possibile il desiderio e l’opinione di ciascuno di voi.

[36,1] Comincerò parlando prima di tutto dei nostri antenati: è giusto, infatti, e nello stesso tempo appropriato in un’occasione come questa che sia dato loro l’onore di questo ricordo. Vivendo nella nostra terra, sempre gli stessi abitanti, nel susseguirsi delle generazioni, l’hanno tramandata libera fino ad oggi grazie al loro valore. [2] Essi sono degni di lode, e ancor più lo sono i nostri padri: infatti, dopo aver conquistato, non senza fatica, tutto il dominio che possediamo, aggiungendolo a quanto avevano ereditato, hanno lasciato anche questo a noi, la generazione d’oggi. [3] Ma la potenza di questo, nella maggior parte dei suoi elementi l’abbiamo accresciuta noi stessi, che oggi siamo ancora più o meno nell’età di mezzo, e abbiamo reso la città sotto tutti gli aspetti sufficiente a se stessa al massimo grado, sia per la guerra sia per la pace. [

4] Tralascerò – poiché non voglio dilungarmi davanti a voi che conoscete queste cose – di parlare delle gesta compiute da uomini durante le guerre, gesta grazie alle quali avvenne ogni conquista, o con le quali noi o i nostri padri respingemmo con ardore il nemico – barbaro o greco – che ci attaccava: ma sulla base di quali principi raggiungemmo questa potenza, e con quale sistema di governo e grazie a quali caratteristiche di vita tale potenza divenne grande, questo mostrerò per prima cosa, e poi passerò anche all’elogio di questi uomini. Credo che nell’occasione attuale non sia sconveniente che si dicano queste cose, e che sia utile che tutta la folla dei cittadini e degli stranieri le ascolti.

[37,1] Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini; ma siamo noi stessi un modello piuttosto che gli imitatori degli altri. E quanto al nome, per il fatto che non si amministra la comunità nell’interesse di pochi, ma di una maggioranza, si chiama “democrazia”: secondo le leggi vi è per tutti l’eguaglianza per ciò che riguarda gli interessi privati; e quanto alla considerazione di cui si gode, ciascuno è preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo nel quale si distingue, e non per la classe da cui proviene più che per il merito; d’altra parte, quanto alla povertà, se uno è in grado di far del bene alla città, non è impedito dall’oscurità della sua posizione sociale.

[2] Noi esercitiamo la nostra vita di cittadini liberamente, sia nei rapporti con la comunità, sia per ciò che riguarda i sospetti reciproci nelle attività di tutti i giorni: non siamo adirati col nostro vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere, né infliggiamo molestie che, pur non facendo del male, sono tuttavia fastidiose alla vista. [3] Mentre ci regoliamo nei nostri rapporti privati senza offendere, nella vita pubblica non ci comportiamo in modo illecito, soprattutto a causa del rispetto, perché diamo ascolto a coloro che di volta in volta sono in carica e alle leggi, specialmente quelle che sono stabilite per aiutare le vittime di ingiustizia e quelle che, senza essere scritte, portano a chi le viola una vergogna comunemente riconosciuta.

[38,1] Inoltre, ci siamo procurati il più gran numero di svaghi per la mente come sollievo dalle fatiche, celebrando giochi e feste per tutto l’anno, e con belle case private, il cui godimento quotidiano scaccia la tristezza. [2] E per la grandezza della città tutti i prodotti di tutta la terra sono importati, e succede che godiamo i beni prodotti da noi come se non ci appartenessero più di quelli che ci giungono dagli altri popoli.

[39,1] Anche nei metodi di preparazione all’attività militare siamo diversi dai nostri avversari, e cioè sotto questi aspetti: presentiamo la città aperta a tutti, e non succede mai che con le espulsioni di stranieri noi impediamo a qualcuno di conoscere o di vedere qualche cosa, da cui un nemico potrebbe trarre vantaggio vedendola, se non fosse nascosta: non abbiamo maggior fiducia nelle misure preventive e negli inganni che nel coraggio che proviene da noi stessi e che mostriamo al momento di passare all’azione. E quanto ai sistemi educativi, mentre loro subito, fin da fanciulli, con esercizi faticosi cercano di temprare il coraggio, noi, anche se viviamo liberi da costrizioni, non meno coraggiosamente affrontiamo pericoli eguali.

[2] Eccone una prova: i Lacedemoni non marciano contro la nostra terra solo con le proprie forze, ma con tutte quelle di cui dispongono; mentre noi, quando invadiamo il territorio dei nostri vicini, affrontiamo in battaglia in una terra straniera uomini che combattono per difendere i propri beni, e nella maggior parte dei casi li vinciamo senza difficoltà. [3] Nessun nemico finora ha incontrato le nostre forze tutte unite, per il fatto che contemporaneamente ci occupiamo della flotta e inviamo i nostri uomini per via di terra da molte parti: e se i nemici si scontrano con qualche distaccamento delle nostre armate, quando riportano la vittoria su alcuni di noi si vantano di averci sbaragliati tutti, e quando vengono sconfitti dicono di essere stati vinti da tutti. [4] E dunque se siamo disposti ad affrontare i pericoli con serenità d’animo piuttosto che con la fatica delle esercitazioni, e non tanto con le regole del coraggio quanto con i modi di vita che lo ispirano, abbiamo il vantaggio di non soffrire prima del tempo in vista delle fatiche e, quando le affrontiamo, di non mostrarci meno coraggiosi di quelli che faticano continuamente; e la nostra città è degna di essere ammirata non solo per queste cose, ma per altre ancora.

[40,1] Amiamo il bello senza esagerazione e la cultura senza mollezza. Utilizziamo la ricchezza più come un mezzo per agire che per vantarcene a parole; e per chi è povero non è vergognoso ammettere la sua povertà, ma piuttosto è vergognoso non riuscire a evitarla di fatto. [2] Vi è nelle stesse persone la cura dedicata agli affari privati insieme a quella per gli affari della città; e anche se ciascuno si dedica ad attività diverse, vi è la caratteristica di formulare giudizi sugli affari pubblici in modo non inadeguato: noi, infatti, siamo i soli a considerare un cittadino che non prende parte agli affari pubblici, più che inattivo, inutile; e noi stessi almeno esprimiamo un giudizio, o riflettiamo correttamente, sulle varie questioni, senza considerare le parole dannose all’azione, ma considerando piuttosto un danno il non essere informati con le parole prima di procedere con l’azione a ciò che è necessario compiere.

[3] Infatti, a differenza degli altri, abbiamo questo pregio: mostriamo un grandissimo ardimento e contemporaneamente riflettiamo su ciò che stiamo per intraprendere; per gli altri invece è l’ignoranza che dà il coraggio, mentre la riflessione causa timore. Ma è giusto che vengano considerati più forti di tutti nello spirito quelli che, pur conoscendo più chiaramente la differenza tra le fatiche e i piaceri, tuttavia non rifuggono per questo dai pericoli. [4] E anche in fatto di generosità ci comportiamo in modo contrario ai più: ci procuriamo gli amici non ricevendo benefici, ma facendoli. Ed è più costante nell’amicizia chi ha conferito il favore in modo tale da conservare, grazie alla benevolenza dimostrata verso la persona a cui ha dato il beneficio, la gratitudine che questi gli deve: chi invece è debitore è meno sensibile, perché sa che restituirà l’atto generoso non per ricevere gratitudine, ma per assolvere un debito. [5] E siamo i soli a beneficare altri senza paura, non tanto per un calcolo dell’utilità che ne deriva quanto per la fiducia che nasce dalla libertà.

[41,1] Riassumendo, affermo che tutta la città è un esempio di educazione per la Grecia e che, a mio parere, il singolo individuo educato da noi può essere disponibile, e sufficiente, alle più svariate attività, con la massima versatilità e disinvoltura. [2] E che questo non sia uno sfoggio di parole dette per l’occasione, ma piuttosto la verità dei fatti, lo indica la stessa potenza della città che abbiamo ottenuto attraverso queste caratteristiche di vita. [3] Essa è la sola tra le città dei nostri giorni ad affrontare la prova mostrandosi superiore alla sua reputazione, la sola a non offrire al nemico che l’ha attaccata motivo di indignazione per la qualità degli uomini che lo fanno soffrire, né offre al suddito motivo di rimprovero, come se fosse dominato da uomini indegni. [4] Noi mostriamo la nostra potenza con grandi prove, non certo senza testimonianze, e siamo oggetto di ammirazione per gli uomini di oggi come lo saremo per quelli di domani: non abbiamo bisogno di un Omero che faccia il nostro elogio, né di uno che al momento diletti con le sue parole, mentre invece la verità distruggerà le sue congetture sui fatti; ma abbiamo costretto tutto il mare e tutta la terra a subire il nostro ardimento, e ovunque con i nostri cittadini abbiamo lasciato monumenti eterni di imprese andate male o bene. [5] Per una tale città questi uomini combatterono e morirono nobilmente, non volendo che essa fosse loro sottratta, ed è giusto che ognuno di quelli che sono rimasti sia pronto a soffrire per lei.

[42,1] È proprio per questo che mi sono dilungato a parlare della città, perché volevo farvi vedere che noi non ci battiamo per una posta uguale a quella di coloro che non hanno nessuno di questi vantaggi nella stessa misura, e anche perché volevo dare un chiaro fondamento di prove all’elogio degli uomini in onore dei quali sto parlando […]».

Thuc. II, 34,8 – 41,1.


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