Il lavoro tra innovazione e declino

by gabriella

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Quattro interventi su lavoro, innovazione e disoccupazione tecnologica: un video che illustra le caratteristiche del robot consegna-pizza nella catena americana Dominus pizza (2016); un articolo dell’Economist sulla distruzione tecnologica [traduzione mia] (2014); una puntata di Tutta la città ne parla [RadioRai3] sul lavoro in Italia tra innovazione e declino (2015), la puntata di Presa diretta “Il pianeta dei robot” dedicato alla distruzione tecnologica legata all’intelligenza artificiale (AI) e un saggio finale di Giuseppe Nicolosi e Fabrizio Fassio che si interroga sulla reale portata del problema.

 

The Economist, Tecnologia e occupazione. Bussano all’ufficio proprio accanto al tuo

tornado sul lavoroUn interessante articolo dell’Economist, Technology and Jobs: Coming to an office near you, di cui propongo la traduzione, analizza la nuova ondata di distruzione tecnologica dell’occupazione appena iniziata. Il settimanale evidenzia come il 47% degli impieghi oggi esistenti sia suscettibile di automatizzazione nei prossimi vent’anni e come anche le iniziative economiche di successo siano oggi a bassa intensità di lavoro ed alta specializzazione (ad es.: Istagram, 30 milioni di utenti, 13 impiegati, un milione di dollari di profitto).

L’articolo snocciola dati drammatici e dipinge un futuro prossimo socialmente insostenibile, nonostante mantenga  (il che aggiunge inquietudine) uno sguardo fiducioso sulla distruzione creatrice dell’attuale fase economica. Il testo si conclude con la considerazione che l’unica leva in mano ai governi per sostenere le proprie popolazioni è di innalzare la qualità della scuola e cercare di fornire strumenti di crescita intellettuale e sviluppo della creatività ai giovani. Il nostro paese ha invece imboccato la strada opposta.

L’innovazione, il volano del progresso, ha sempre fatto perdere alla gente il proprio lavoro. Durante la rivoluzione industriale, gli artigiani vennero infatti spazzati via dal telaio meccanico. Durante gli ultimi trent’anni, la rivoluzione digitale ha smantellato molti dei lavori specializzati che hanno caratterizzato la classe media del XX secolo. Dattilografi, impiegati di banca, impiegati nei servizi e insieme a loro molti lavori produttivi sono stati accantonati così come era accaduto agli artigiani. Per quelli che, anche nel nostro settimanale, credono che il progresso tecnologico abbia reso il mondo un posto migliore in cui vivere, una simile perdita è parte di una crescente prosperità.

Tuttavia, l’innovazione uccide alcuni lavori creandone nuovi e migliori quando una società produttiva diviene più ricca e i suoi abitanti richiedono più beni e servizi. Cent’anni fa un lavoratore americano su tre lavorava in una fattoria, oggi meno del 2% della forza lavoro del paese produce più cibo di allora. I milioni di persone nutriti dalla terra non sono stati consegnati alla disoccupazione, ma hanno trovato un lavoro meglio pagato nel momento in cui l’economia è cresciuta in modo più articolato. Oggi ci sono molte meno segretarie, ma più programmatori di computer e web designer.

L’ottimismo rimane il punto di partenza, ma per il lavoratore di oggi gli effetti spiacevoli della tecnologia possono essere più veloci dei suoi benefici. Anche se emergono nuovi lavori e meravigliosi nuovi prodotti, nel breve periodo si allarga il gap salariale causando ampi disagi sociali e cambiamenti politici. L’impatto della tecnologia sulla società si sentira come un tornado, prima sul mondo ricco, poi spazzando via anche i paesi più poveri: nessun governo è preparato per questoBisogna preoccuparsi? In parte è la storia che sta ripetendo se stessa. Nella prima fase della rivoluzione industriale, la richiesta di produttività crescente era sproporzionata rispetto al capitale impiegato; più tardi il lavoro colse molti dei benefici di questo progresso. Il modello oggi è simile: la prosperità dispiegata dalla rivoluzione digitale è andata principalmente al capitale e ai lavori altamente specializzati.

Negli ultimi trent’anni, la percentuale dei redditi da lavoro rispetto alla ricchezza complessiva si è ridotta globalmente dal 64 al 59%. Nello stesso tempo, la percentuale di ricchezza finita nelle mani dell’1% di americani più ricco è crescita dal 9% del ’70 al 22% di oggi. La disoccupazione è così a livelli allarmanti nel mondo occidentale e non per ragioni cicliche. Nel 2000 il 65% degli americani in età da lavoro degli americani stava lavorando, da allora la percentuale è caduta al 59%.

Quel che c’è di peggio sembra proprio che questa ondata di distruzione tecnologica del lavoro sia appena partita: dalle automobili senza conducenti, ai gadget intelligenti per la casa, innovazioni che esistono già possono distruggere tipologie di lavoro che sono state sin qui risparmiati. Il settore pubblico è uno dei target più ovvi anche se si è mostrato singolarmente resistente alle innovazioni guidate dalle tecnologie, ma questa ondata di cambiamenti, visto ciò che possono fare i computer avrà un effetto potente sul lavoro della classe media anche nel settore privato.

Fino a oggi, i lavori più vulnerabili rispetto all’innovazione erano quelli che implicavano routine e lavori ripetitivi, ma grazie alla crescita esponenziale nel potere di calcolo e all’ubiquità dell’informazione digitalizzata (big data) i computer sono sempre più capaci di compiere compiti più complicati in modo più economico rispetto al lavoro umano. Robot industriali intelligenti possono velocemente imparare una serie di azioni umane, i servizi possono essere ancor più vulnerabili, i computer possono già oggi riconoscere intrusi nelle immagini di una telecamera a circuito chiuso in modo più abile rispetto a un uomo. Analizzando dati finanziari o biometrici i computer possono diagnosticare frodi o malattie più accuratamente di un’équipe di analisti o di dottori.

Uno studio recente di ricercatori dell’università di Oxford suggerisce che il 47% dei lavori di oggi possa essere automatizzato nei prossimi vent’anni. Allo stesso tempo, la rivoluzione digitale sta trasformando il processo dell’innovazione. Grazie a internet e alle piattaforme che ospitano i servizi (come il cloud computing di Amazon), la distribuzione digitale (l’app store di Apple) e l’offerta di marketing (facebook) il numero delle start up digitali è esploso, così come i designer di giochi al computer hanno inventato prodotti che l’umanità non aveva ancora visto, così che queste aziende potranno immaginare senza dubbio nuovi beni  e servizi per impiegare milioni di persone.

Ma, per adesso, tutto ciò getta una luce sinistra sul destino dei lavoratori. Quando Istagram, un popolare sito di photo sharing, è stato venduto a facebook per un miliardo di dollari nel 2012, aveva 30 milioni di utenti e impiegava 13 persone e ha generato un milione di dollari di profitto. Kodak che è finita in bancarotta pochi mesi prima, impiegava, nei suoi momenti migliori, 145.000 persone. Il problema è soprattutto quello del tempo. Google adesso impiega 46.000 persone, ma ci vogliono molti anni per crescere nuove industrie laddove la distruzione dei posti di lavoro precedenti arriva troppo presto.

Airbnb può trasformare i proprietari di case con stanze in eccedenza in imprenditori, ma si pone anche come diretta minaccia alla parte bassa del business degli alberghi che è anche un grosso datore di lavoro. Se questa analisi è corretta anche solo per metà, gli effetti sociali saranno potenti. Molti dei lavori a rischio sono quelli di bassa manovalanza (ad esempio, la logistica). Mentre dove le specializzazioni sono meno vulnerabili all’automazione (creatività o esperienza manageriale) tenderanno ad essere altamente stipendiati, così gli stipendi medi rimarranno stagnanti ancora per lungo tempo e il gap salariale non potrà che ampliarsi.

La rabbia per la crescente diseguaglianza non può che aumentare, ma difficilmente i politici potranno governare il problema. Rifiutare il progresso sarebbe futile come le proteste luddiste contro i telai meccanizzati lo sono state negli anni 10 dell’800. Perché ogni paese che proverà a fermare le tecnologie sarà spazzato via dai competitori desiderosi di abbracciare le nuove tecnologie. La libertà di alzare le tasse ai ricchi a livelli punitivi farà la stessa fine grazie alla mobilità del capitale e del lavoro altamente specializzato.

La via principale con la quale i governi possono aiutare la propria popolazione in questa ristrutturazione è attraverso i sistemi educativi. Una delle ragioni del miglioramento della condizione dei lavorati nell’ultima parte della rivoluzione industriale è stato perché le scuole sono state costruite per educarli ai drastici cambiamenti dell’epoca. Adesso bisogna cambiare queste scuole per rinforzare la creatività che gli uomini vorrebbero separata dal computer. Ci dovrebbe essere maggiore pensiero critico. La stessa tecnologia aiuterà sia attraverso corsi online, o anche attraverso videogame che simulano le specializzazioni di cui c’è bisogno per lavorare.

La definizione di educazione statale può dunque cambiare. Molto più denaro dovrebbe essere speso in ambito prescolare visto che le abilità cognitive e la specializzazione sociale che i ragazzi apprendono nei primi anni sono decisive per definire molto del loro futuro potenziale. Anche gli adulti avranno bisogno dell’educazione permanente. L’educazione statale può anche implicare un anno di studi da fare più tardi, nella vita lavorativa, forse in stage. Tuttavia, per quanto le persone siano ben istruite, le loro abilità rimarranno diverse in un mondo che è sempre più polarizzato dal punto di vista economico e molti vedranno e loro prospettive di lavoro sempre più incerte e i salari decrescere. Il modo migliore per aiutarli non è, come molti a sinistra pensano, di alzare il salario minimo. Alzare troppo il livello dei salari potrebbe accelerare il passaggio del lavoro in mano ai computer, meglio alzare gli stipendi bassi con denaro pubblico così che ognuno possa lavorare con un reddito ragionevole attraverso un’espansione del credito imponibile che alcuni paesi come gli USA e la Gran Bretagna già oggi usano. L’innovazione ha portato grandi benefici all’umanità. Nessuno sano di mente vorrebbe ritornare al mondo del telaio a mano, ma i benefici del progresso tecnologico sono distribuiti inegualmente specie nei primi momenti di ogni nuova ondata. Nel XIX secolo fu la minaccia della rivoluzione a portare riforme progressive, oggi i governi devono far partire fin da subito i necessari cambiamenti prima che la gente si arrabbi.

 

I robot all’assalto dei colletti bianchi

Se ieri i robot sostituivano i colletti blu, oggi rimpiazzano quelli bianchi. Attenzione: qui non si parla di un futuro remoto. Sta succedendo adesso. Lo racconta il reportage Il pianeta dei robot, realizzato da Lisa Iotti ed Elena Marzano per il programma di Riccardo Iacona Presa diretta, in onda lunedì 5 settembre su Raitre. Un viaggio tra Stati Uniti, Europa e Italia alla scoperta delle applicazioni più sorprendenti. Ecco un’anticipazione.


L’Italia è in declino industriale perché produce con un livello tecnologico troppo basso e perché non investe abbastanza nel sapere tecnico. Nonostante start up, cervelli in fuga, aumento delle iscrizioni nelle scuole scientifiche, i dati, specie sulle nostre esportazioni, non sembrano rassicuranti.

Gli ospiti di oggi

Maurizio Ricci, giornalista di Repubblica, la settimana scorsa su Repubblica con l’articolo “La ripresa senza qualità”
Matteo Sansoni, architetto, fondatore di “Ve Ve- vegetali in verticale”, un orto verticale da fare in casa. La sua start up è stata presentata nei giorni scorsi a Expo
Emanuele Felice, insegna storia economica all’Università Autonoma di Barcellona. Tra i suoi libri ricordiamo Perchè il Sud è rimasto indietro (Il Mulino, 2014) e il recente Ascesa e declino. Storia economica d’Italia, molto discusso e recensito in questi giorni sui giornali
Gianfranco Viesti, insegna Economia applicata all’Università di Bari, tra i suoi ultimi libri citiamo Più lavoro, più talenti. Giovani, donne, sud. Le risposte alla crisi (Donzelli, 2010) e da ultimo, firmato insieme a Dario Di Vico, Cacciavite, robot e tablet. Come far ripartire le imprese (Il Mulino, 2014)
Maria Teresa Cometto, giornalista economica, autrice del libro Tech and The city- Startup a New York un modello per l’Italia (Guerini e Associati, 2013)

Cose da leggere

Veve, l’orto verticale che nasce da una startup trentina

Innovazione tecnologia, l’Italia migliora, ecco cosa sta cambiando. Giuseppe Baselice su Firstonline

 

Giuseppe Nicolosi, Fabrizio Fassio, I Terminator del lavoro

cyber angel by franz85Nel futuro la disoccupazione sarà generalizzata. È la previsione che segue le analisi sull’automazione delle attività produttive. Una tesi che ritorna ciclicamente, da oltre cinquantanni, ogni volta che  viene annunciata qualche innovazione tecnologica. Tratto da Il Manifesto, 16 giugno 2016.

Lo scorso anno ha provocato un certo scalpore in Italia un articolo del saggista britannico John Lanchester pubblicato dalla London Review of Books e tradotto in italiano da Internazionale intitolato Il capitalismo dei Robot. Il testo di Lanchester consta di una documentata analisi della situazione planetaria del lavoro sotto la pressione dello sviluppo tecnologico e dell’automazione. Tra i dati più spettacolari presentati da Lanchester spiccano la netta vittoria di Watson, ultimo software Ibm in materia di intelligenza artificiale, al gioco a quiz televisivo Jeopardy!, i successi del traduttore di Google e l’annuncio di Terry Gou, fondatore di Foxconn, della sua intenzione di sostituire il milione di dipendenti della celebre azienda elettronica con dei robot. Come scrive Lanchester:

«Se mettiamo insieme tutte queste cose, possiamo iniziare a capire perché molte persone pensano che sia in arrivo un grande cambiamento basato sull’influenza dell’informatica e della tecnologia sulla nostra vita quotidiana».

Che molte persone pensino qualcosa del genere è senz’altro vero, basti citare titoli di grande successo come Postcapitalismo di Paul Mason (Il Saggiatore) o altri importanti lavori pubblicati recentemente come Rise of robots di Martin Ford. Sul palco delle Ted Conference, seguite da centinaia di migliaia di persone sui canali video di Youtube, si susseguono giovani e brillanti pensatori che, nel nome del reddito di cittadinanza, snocciolano grafici e tabelle che rivelano impietosamente il trend progressivo e inesorabile della fine del lavoro sotto la pressione dell’automazione. In Italia il giornalista Riccardo Staglianò ha pubblicato il saggio Al posto tuo (Einaudi) in cui denuncia i meccanismi attraverso cui le macchine informatiche stanno progressivamente privando del lavoro categorie fino a qualche tempo fa considerate intoccabili: assicuratori, autotrasportatori, farmacisti, insegnanti, marittimi.

 

I ricorsi storici

È arrivato il momento di chiedersi se analisi di questo genere facciano proprio ora, per la prima volta, la loro apparizione nella storia delle idee o, piuttosto, vengano riproposte in modo abbastanza ciclico, ad ogni nuovo giro di giostra. Inutile dire che si rilevano fatti abbastanza consistenti a favore di questa seconda ipotesi. Soffermiamoci, per esempio, su questa citazione tratta da un discorso del premio Nobel per l’economia Wassily Leontief:

«Il ruolo degli esseri umani come fattore più importante del processo produttivo è destinato a diminuire nella stessa misura in cui, nel settore agricolo, quello del cavallo è prima diminuito, poi completamente scomparso, in seguito all’adozione massiccia del trattore».

the-end-workQuesta affermazione – condivisibile – venne pronunciata da Leontief nel corso di un convegno del 1983. È stata poi citata in un celebre libro di Jeremy Rifkin del 1995 intitolato La fine del lavoro e oggi ricompare – a distanza di oltre trentanni dalla sua prima enunciazione – nell’articolo di Lanchester pubblicato da Internazionale.

Le cose sono due: o dai tempi di quella affermazione di Leontief il motore della storia s’è imballato e le ruote della critica girano a vuoto, oppure dev’esserci qualcosa che sfugge ed è necessario comprendere. Se andiamo ad esaminare i ragionamenti in materia di sostituzione del lavoro da parte dei robot abbiamo un quadro del tutto simile. Rifkin scriveva in proposito nel 1995 che:

«Più del 75% della forza lavoro occupata nella maggior parte della nazioni industrializzate svolge funzioni ripetitive semplici. Macchine automatizzate, robot, e computer sempre più sofisticati possono eseguire molte, se non la maggior parte di tali mansioni. Nei soli Stati Uniti, ciò significa che nei prossimi anni più di 90 dei 124 milioni di individui che costituiscono la forza lavoro sono potenzialmente esposti al rischio di essere sostituiti da una macchina».

Una tendenza statistica

Lanchester, pur con qualche comprensibile diversità di cifre, si trova a ribadire sostanzialmente lo stesso concetto. Dopo aver riportato i dati di una ricerca di alto profilo realizzata recentemente a Oxford dagli economisti Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, egli scrive:

«Nel giro di una ventina d’anni il 47 per cento dei posti di lavoro rientrerà nella categoria ad alto rischio. Cioè sarà potenzialmente automatizzabile».

Tutto bene, escluso il fatto che, in questo caso, tra le due affermazioni sull’erosione del lavoro, quella di Rifkin e quella di Lanchester, sono trascorsi vent’anni. Non sono pochi. E le due affermazioni non sono così diverse. La possibilità che si tratti di affermazioni prive di consistenza è remota, se non del tutto inesistente. Si tratta di analisi serie, che descrivono delle tendenze in atto nel mondo del lavoro su cui è molto difficile equivocare. Diviene allora estremamente interessante capire per quale incantesimo si ripresentino ciclicamente, come fossero novità dell’ultim’ora, senza riuscire ad entrare in modo stabile nelle nostre analisi politiche e nella nostra vita personale, con tutto quello che ne consegue in termini di disagio sociale ed errori strategici nelle politiche del lavoro.

Paul Mason in un articolo del 17 Febbraio del 2016 uscito sul Guardian si trova involontariamente a dare una risposta a questo paradosso quando afferma che nel lavoro di previsione di Frey e Osborne si sostiene che le forme di occupazione indicate sono «suscettibili» di sostituzione a mezzo di macchine. Il problema, secondo Mason, è nascosto nell’espressione «suscettibili». Quelle forme di occupazione sono «sostituibili» ma probabilmente non saranno interamente sostituite per la semplice ragione che, almeno in parte, si preferirà continuare distribuire lavori inutili, male organizzati e a bassissima retribuzione. La sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine avviene cioè in un modo per così dire «strisciante» e non privo di sottili discriminazioni.

 

La realtà oscurata

DavidGraeber

David Graeber

L’idea che siano in corso processi di questo genere è stata recentemente sostenuta dall’antropologo David Graeber che, in un saggio intitolato Il secolo del lavoro inutile, ha saputo mettere in evidenza la proliferazione di lavori non necessari:

«Enormi schiere di persone, soprattutto in Europa e Nordamerica, trascorrono tutta la loro vita professionale eseguendo compiti che segretamente ritengono inutili. I danni morali e spirituali che derivano da questa situazione sono profondi».

Qualcosa di simile deve essere accaduto anche nei precedenti cicli di innovazione tecnologica: il lavoro inutile, analogamente alla sottoccupazione e al precariato, è servito a mascherare e a tamponare l’effetto diretto e immediato di riduzione del lavoro prodotto dall’automazione avanzata.

A confermare questa idea sono i dati che riguardano il tempo effettivamente dedicato al lavoro. Recentemente, l’economista Luca Ricolfi, nell’ambito di una Ted Conference, ha presentato un grafico, elaborato dalla fondazione Hume su dati della Banca d’Italia, che indica come in Italia il tempo di vita effettivamente dedicato al lavoro renumerato si sia progressivamente ridotto dal 40% dei primi del Novecento fino al 16% attuale. Ammettendo che questa riduzione sia in parte dovuta anche a cause contingenti, come ad esempio l’aumentata speranza di vita, la ragione sostanziale, come sostiene lo stesso Ricolfi, è il basso tasso di occupazione. Ma prendersela con il tasso di occupazione e con le politiche nazionali del lavoro è una patente tautologia e un modo di mettere il carro davanti ai buoi. La ragione del crollo del tasso di occupazione era e resta l’automazione. Certo, a prima vista, è meglio un lavoro inutile, o nella peggiore delle ipotesi un lavoretto, che niente. Come dire, meglio la padella che la brace.

 

La disoccupazione cronica

Nella brace della disoccupazione generalizzata si smetterebbe di nascondere la testa sotto la sabbia. Se, come sostiene Graeber, il lavoro inutile danneggia moralmente le persone, cosa dire della riduzione progressiva dei diritti dei lavoratori e del proliferare di forme di contratto sempre più leggere, a tempo, per un lavoro da perseguire fin quando conviene e non un minuto di più: dal lavoro a tempo determinato, a quello interinale e su chiamata, al lavoro parziale, ai freelance?

Molte delle analisi legate alle nuove tecnologie presentano dunque sconcertanti ripetizioni in cui tematiche e concetti essenzialmente analoghi vengono riproposti a distanza di pochi anni. Che si tratti di ragionamenti sulla privacy, sulla cashless society o sulla crescita esponenziale della potenza di calcolo dei processori, tali argomenti si ripresentano a distanza di qualche tempo, sulla scia di novità tecnologiche o di eventi di cronaca, spesso senza alcun riferimento ai dibattiti e agli studi che li hanno preceduti. Si può sostenere, prendendo in prestito un celebre aforisma di Mark Twain che se la storia delle idee riguardo le tecnologie informatiche non si ripete spesso però fa rima. Anche in questo caso il ripetersi delle argomentazioni dei luddisti e delle levate di scudi nei loro confronti può essere interpretato come l’effetto di un ciclico riproporsi, con intensità crescente, dei medesimi problemi innescati dai progressi della tecnologia informatica.

 

Le leggi immutabili

La situazione è tuttavia abbastanza grave da rendere indispensabile tentare almeno di spiegare questa «intensità crescente». Come ha scritto l’epistemologa e filosofa belga Isabelle Stengers in un libro del 1998:

«Gli economisti hanno bisogno di credere che poiché il funzionamento economico ha “sempre” riassorbito, finora, le crisi dell’occupazione, è sempre riuscito a produrre un certo equilibrio, i soli problemi che pone la crisi attuale sono problemi di transizione».

Secondo la Stengers gli scienziati più smaliziati, per esempio quelli alle prese con la complessità dei fenomeni biologici, a differenza degli economisti, sono attenti anche a quelle che lei definisce «le dimensioni impietose della storia».

Se dunque i cicli dell’innovazione e dell’automazione esigono costi umani sempre più alti, questi scienziati sanno bene che nella storia non tutti i fenomeni continuano ad oscillare all’infinito. Per esempio, alla teoria, sostenuta da molti economisti, secondo la quale ad ogni momentanea crisi provocata da un ciclo di innovazione tecnologica segue una proliferazione di nuove opportunità occupazionali, il professor Moshe Vardi, che insegna ingegneria computazionale alla Rice University di Houston, risponde in modo piccato agli intervistatori:

«È un po’ come sostenere che non potremo mai esaurire le risorse ittiche degli oceani perché nel mare ci sarà comunque sempre più pesce». A suo modo di vedere si tratta di una confusione deliberata che fa passare delle semplici tendenze di trend per leggi immutabili dell’economia.

Se Marc Twain ha sostenuto che la storia non si ripete, ma spesso fa rima, Karl Marx ha scritto invece che tutti i grandi avvenimenti della storia si presentano sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda in forma di farsa. C’è da chiedersi se, nel caso della «fine del lavoro», non ci sia la possibilità che la regola del filosofo di Treviri risulti per una volta invertita di segno: prima il clima farsesco delle continue grida d’allarme, poi il crollo planetario dell’occupazione.

Diviene allora indispensabile che quanti a tutt’oggi si ispirano alla tradizione del movimento operaio inizino ad accostare questi problemi con una sensibilità meno sensazionalistica e politicamente più matura.

(Il testo sarà pubblicato sulla mailing list Neurogreen, il testo fa parte di un lavoro in progress su informatica e nuove tecnologie. Sarà in libreria dopo l’estate con il titolo I visionari).

 

 


5 Comments to “Il lavoro tra innovazione e declino”

  1. Ciao Gabriella. La miscela di tecnologia e globalizzazione che caratterizza l’economia di questi ultimi 30 – 40 anni, e il panorama che ci offre l’attualità, lasciano un più che fondato dubbio che la schumpeteriana distruzione creatrice sia tale solo per le minoranze privilegiate. Mi risulta che il 20% più ricco della popolazione negli anni 60% possedeva circa il 30% della ricchezza mondiale, mentre oggi possiede l’82% (fonte: Romano Prodi, in una trasmissione televisiva di alcuni anni fa. E sono dati pre-crisi…).
    La diminuzione dell’incidenza dei redditi da lavoro nella produzione della ricchezza annuale, che l’articolo indica del 5%, esprime probabilmente una media; se si considerano le sole economie mature (USA, Europa, Giappone) il crollo è ben più drammatico.
    C’è qualcosa di profondamente malato nella logica che è sottesa: la fede nella capacità auto-regolatrice dei mercati – da lasciare liberi di agire per non bloccarne il meccanismo equilibratore (il modello culturale predominante), comporta la disdetta di qualunque patto sociale. Nella sostanza, vale la legge del più forte; il quale potrà accondiscendere a minimi sistemi di redistribuzione, ma solo per ragioni di opportunità, non certo di solidarietà.
    Non ho proprio idea di come uscire da questa gabbia. Di tutte le opzioni, quella “democratica” appare oggettivamente la più aleatoria.

    Ti abbraccio.

    • Non potrei essere più d’accordo, la gabbia (d’acciao della razionalizzazione alienante) del percorso storico è serrata, ma c’è sempre il marteau ..
      Ricambio con affetto.

      PS: Ti rispondo da scuola, un po’ velocemente, ancora per qualche settimana sarò offline.

  2. come mai fermo il blog? abbaccione
    vittoria

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