La chiusura della Biblioteca dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

by gabriella

Quando ho letto (27 agosto 2012) che i trecentomila preziosi volumi dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – tra i quali edizioni originali di Benedetto Croce, Giordano Bruno e molti altri – non saranno più consultabili e finiranno in un magazzino, il pensiero è corso alla chiusura del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham decisa da Blair nel 2002. Monti sarà ricordato per lo stesso scempio, così come Letta e Bray che oggi (27 ottobre 2013) non stanno intervenendo per impedire il compimento del disastro: lo sfratto anche dal magazzino di Casoria e la definitiva dispersione del patrimonio librario.

Desta una certa impressione guardare le immagini del trasloco di trecentomila volumi dell’Istituto italiano per gli studi filosofici dalla sua sede napoletana in un capannone di Casoria, mentre in redazione (del Manifesto, NDR) si lavora a una prima pagina sull’ennesimo regalo ai costruttori: l’azzeramento dell’Iva sulle infrastrutture come misura per la “crescita”. Avessimo voluto cercare un esempio paradigmatico dello stato del nostro Paese, piegato da vent’anni di un’offensiva controculturale che ha sistematicamente sottratto risorse al libero pensiero per consegnarle ai furbetti dei tanti quartierini della politica e dell’economia, non avremmo potuto trovare di meglio. È l’Italia alla rovescia di come la vorremmo, quella che ancora oggi – con Monti e Passera e non con Berlusconi – prepara un regalo inaspettato ai cementificatori e lascia chiudere le biblioteche. Un tempo l’Iva più bassa riguardava i libri e la cultura, beni di cui incoraggiare il consumo, e non la Salerno-Reggio Calabria.
L’Istituto italiano di studi filosofici deve smobilitare perché, tra Tremonti e Monti, in pochi anni i contributi statali sono stati praticamente azzerati. I lanzichenecchi insediati alla Regione Campania hanno provveduto al resto, lasciando cadere nel dimenticatoio una vecchia delibera che prevedeva l’istituzione di una biblioteca per accogliere le migliaia di libri dell’Istituto e consentire a studenti e ricercatori di poterli consultare.
Quando si lascia sfiorire un’istituzione culturale di rilevanza internazionale e si condannano i libri all’ammasso in un capannone di periferia come un raccolto di grano qualsiasi, siamo a una forma più moderna degli antichi roghi ma dal sapore analogo. Giordano Bruno, che immaginiamo accatastato in ordine casuale tra migliaia di altri tomi più o meno antichi, non è nuovo a un trattamento del genere.
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4 Comments to “La chiusura della Biblioteca dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici”

  1. sarò provocatorio, cara Prof.ssa, ma lei è davvero una intelligenza così nitida da sopportare anche la mia irrituale scrittura;

    certo, è un male la questione della biblioteca filosofica, un evento triste; non dovrebbe accadere;
    ma visto che accade, potrebbe anche essere un disvelamento, una possibilità che il pensiero libero entri in chiara e nitida contrapposizione con il potere; a me ha sempre fatto un po’ specie la critica ai meccanismi, alla natura stessa del potere, svolta poi all’interno di un qualche ente che poi, per tirare avanti, si reca col cappello in mano dal politico, dallo sponsor, da qualcuno che tiri fuori le palanche;

    non amo molto la cultura libera ma «di stato»; alla fine è più nitida la struttura, robusta e coerente, dei licei di Gentile, apertamente correlati con il potere statale;

    certo è un tema complesso e, come cittadino, pretendo che esista una buona scuola pubblica che è fondamentale per avere una società che funziona, ma voglio anche pensare ad una cultura libera; non mi piacciono i molti intellettuali, e ne conosco, iperbolicamente liberi, ma pronti a belle conferenze nei locali delle varie fondazioni bancarie; sono solo produttori di parole a contorno del buffet merenda;

    • Capisco l’obiezione, Diego (potremmo far cadere i titoli professionali e darci del tu?),
      ma continuerei a tenere distinti il finanziamento pubblico alla cultura e alla scuola dal conformismo, o peggio, dalla connivenza con il potere degli intellettuali. Non lo farei solo perché in una democrazia liberale istituzioni e potere politico andrebbero distinti (l’obiezione marxiana che nella società capitalistica ciò sia una pia illusione non dovrebbe farci diventare più realisti del re), ma soprattuto perché è proprio quando cade l’intervento pubblico a sostegno di scuola e cultura che emerge il servilismo delle stesse verso banche, fondazioni e potentati di ogni specie. Mi basta pensare a cosa diventerà il semplice Consiglio d’istituto quando approveranno l’Aprea-Ghizzoni.
      Nel caso della biblioteca di Marotta, la chiusura al pubblico è stata già una rapina, ma lo sfratto del magazzino dove ora giacciono i libri alla rinfusa rischia di essere peggio: un autentico affare per privati speculatori pronti ad acquistare al miglior prezzo ciò che è nostro (“nostro”, non di Letta o Brunetta) e per pagare un semplice affitto. Siamo all’anarcoliberalismo, in effetti, la versione trendy e ancora più vampiresca del liberalismo tradizionale..

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