Leonardo Daddabbo, Il potere

by gabriella

Oltre il Leviatano 1. Hannah Arendt, potere, relazione, azione

Una nuova visione della politica

“Il potere scaturisce fra gli uomini quando agiscono assieme, e svanisce appena si disperdono” scrive Hannah Arendt in Vita activa (p. 147, edizione citata in bibliografia). Questa breve citazione è forse già sufficiente a spiegare la presenza di Arendt fra gli autori che hanno sperimentato, nella seconda metà del Novecento, nuovi modelli di pensiero politico. Il potere non è qui un comando proveniente dall’alto, ma un’attività generata dal basso, qualcosa che gli uomini fanno nascere agendo insieme. Ci troviamo di fronte a un pensiero che fonda la politica su elementi assai diversi da ogni precedente tradizione e afferma che la natura del politico può essere compresa solo ponendola in rapporto con la pluralità concreta degli uomini, con la loro capacità di stabilire relazioni, con le parole e le azioni che fanno apparire nel mondo qualcosa di nuovo. L’universo del Leviathan, fatto di obbedienza, rinuncia, autorità e gerarchia sembra quanto mai lontano.
Uno dei testi in cui questa impostazione si sviluppa è Vita activa (The human condition, 1958).

Vita activa

Nel termine ‘vita activa’ Arendt riassume le tre attività umane fondamentali: il lavoro, l’opera e l’azione. Il lavoro è l’attività che produce i mezzi necessari a mantenere e riprodurre la vita. Il rapporto tra lavoro e vita è però di tipo ciclico: lavorare produce ciò che permette di vivere, ma una volta riprodottasi, la vita è nuovamente pronta al lavoro. La causa del processo ciclico risiede nel metabolismo dei processi vitali, che obbliga gli uomini a una continua attività il cui unico scopo è quello di alimentare un processo biologico che non può essere interrotto. In ultima analisi, il movimento logorante, ripetitivo e senza fine del lavoro dipende dal fatto che gli uomini hanno un corpo:

“il corpo umano, nonostante la sua attività, è anche ripiegato su se stesso, non si concentra su nient’altro che sul suo essere vivo, e rimane imprigionato nel suo metabolismo” (Vita activa, p. 81).

Comincia qui a manifestarsi uno dei presupposti più radicati del pensiero arendtiano: l’idea che il corpo sia assolutamente non-politico e che, di conseguenza, nessuna dimensione politica possa fondarsi su di esso. Le esperienze del corpo – prosegue Vita activa – sono sempre esperienze, come il piacere, il dolore o la sofferenza, difficilmente condivisibili da altri, e destinate quindi a rimanere confinate in una sfera privata. La biologia dei processi vitali, che richiede il consumo di risorse, obbliga al lavoro che deve produrre quelle risorse, ma lavorare logora e isola, perché costringe a un’attività ripetitiva che ripiega la vita umana sui bisogni biologici del proprio corpo e, quindi, allontana dal mondo. Il fatto di avere un corpo rende l’uomo un animal laborans, una bestia da lavoro.

L’autonomia della sfera politica

L’idea che il corpo e il lavoro siano non-politici, e perfino anti-politici, ha l’effetto di affermare l’autonomia della sfera politica, ma genera diversi aspetti problematici. Innanzitutto, una raffigurazione del corporeo limitata ai suoi aspetti nutritivo-metabolici è in fondo povera e parziale. I corpi devono certo nutrirsi, ma non esprimono anche esigenze e bisogni sui quali si sono fondate, o possono fondarsi, lotte politiche? In secondo luogo, quello descritto come monotono, ripetitivo e meccanico non è il lavoro, ma una particolare forma di lavoro, che possiamo identificare con il fordismo. Dato che la contemporaneità presenta modi di lavorare e produrre assai differenti, le descrizioni arendtiane non si trovano oggi fuori bersaglio?

L’opera è un’attività di fabbricazione. L’homo faber che la compie inserisce nella realtà non qualcosa che è destinato a essere immediatamente consumato, ma un oggetto capace di durata. Un tavolo, una sedia, un paio di scarpe, sono “cose”, realtà oggettive che hanno una consistenza e una durata relativamente indipendenti dall’uomo, a cui possono tranquillamente sopravvivere. La realtà è così suddivisa in tre regioni: la natura, dominio della cupa necessità dei processi biologici, il mondo artificiale degli oggetti, lo spazio umano, costituito dalle relazioni libere e dalle azioni innovative.

Fabbricare oggetti, anche se comporta la violenza necessaria a strappare alla natura i materiali, aggiunge al reale le cose e la loro durata, creando una regione intermedia, solida e umanamente abitabile, una “dimora”, che separa gli uomini dalla natura. Gli oggetti artificiali provengono dalla natura, ma non ne sono prigionieri, sia perché l’opera di fabbricazione ha un inizio e una fine ben definiti, e non è quindi un ciclo, sia perché le cose durano senza essere immediatamente consumate. Anche in un altro senso le cose artificiali separano dalla natura. Se il lavoro incatena al metabolismo del proprio corpo, le cose aprono l’esistenza agli altri attraverso il processo di scambio. Il mercato è una relazione tra gli uomini che deve però ancora impiegare le cose per attuarsi. Per questo, secondo Arendt, il mercato, e l’economia, sono indubbiamente pubblici, ma mai politici.

La politica come innovazione

L’autonomia della politica, già distaccata dalla sfera corporeo-biologica e da quella economica, si afferma compiutamente separando politica e potere dallo Stato e dai relativi rapporti di comando/obbedienza. Questa mossa è fondata su un’antropologia filosofica i cui primi elementi compaiono ne Le origini del totalitarismo (The origins of totalitarianism, 1951, trad. it. 1967). Qui Arendt si serviva di una frase di Agostino – “Initium ut esset creatus est homo”, affinché ci fosse un inizio è stato creato l’uomo, dice Agostino. Questo inizio è garantito da ogni nuova nascita; è in verità ogni uomo” – per sostenere che gli uomini sono ontologicamente inizi e iniziatori. Ogni nascita è inizio perché fa apparire nel mondo qualcosa di nuovo; colui che nasce non è solo inizio, ma anche iniziatore, perché possiede la capacità di creare a propria volta altri inizi. Gli uomini possiedono – o sono – una potenza ontologica di iniziare, e l’attività umana che realizza questa potenza è l’azione. Di conseguenza, laddove prevalgono i rapporti gerarchici, la coazione al lavoro e il mercato non vi è politica. È propriamente politica solo l’innovazione che arricchisce la realtà.

Discorso e azione

La comparsa del novum avviene attraverso le vie del discorso e dell’azione. Il discorso è l’atto con cui si prende la parola in pubblico e rivela agli altri uomini un chi, l’identità di un soggetto che, parlando, si mostra ad altri che lo ascoltano. Ciò che qui viene sottolineato è la circostanza che il discorso crea uno spazio condiviso in cui i soggetti possono apparire e riconoscersi. Poiché “Essere e Apparire coincidono” (La vita della mente, (The life of the mind post. 1978, p. 99), il discorso non è tanto comunicazione che verte su ciò che già c’è, ma atto di creazione/rivelazione di un nuovo spazio di relazioni plurali.

Agire significa “prendere un’iniziativa, iniziare […] mettere in movimento qualcosa” (Vita activa, pp.128-9). La concezione dell’azione prevede che all’agire non segua semplicemente una reazione che esaurisce il processo. A ogni azione rispondono una nuova azione e un altro soggetto, che riaprono la dinamica dell’inizio e la conducono in direzioni lontane dall’impulso originario. Gli elementi che compongono il concetto arendtiano di azione sono quindi: innovazione, molteplicità, diffusività, imprevedibilità, irreversibilità.

Azione, libertà e potere sono così identificati senza contraddizione: “Il potere è realizzato solo dove parole e azioni si sostengono a vicenda, dove le parole non sono vuote e i gesti non sono brutali, dove le parole non sono usate per nascondere le intenzioni ma per rivelare realtà, e i gesti non sono usati per violare e distruggere, ma per stabilire relazioni e creare nuove realtà” (Vita activa, p. 146). Questa identificazione è il centro della concezione arendtiana, la vera e propria origine del politico. Ma ne costituisce anche uno dei momenti più problematici. Il problema è costituito proprio dal rapporto tra azione, potere e conflitto. È possibile identificare la politica solo con elementi che esprimono armonia, relazione, lieta creazione e diffusione del novum? Il conflitto, la separazione, la forza sono elementi estranei e successivi rispetto all’origine del politico, oppure lo costituiscono nel profondo?

Sulla rivoluzione
Le relazioni tra politica, azione e inizio di Vita activa vengono riprese e rilanciate su un piano storico-collettivo dall’opera del 1963, Sulla rivoluzione (On devolution). I due libri vanno letti, infatti, come un unico testo dedicato alle implicazioni dell’atto di iniziare, poste immediatamente in primo piano: “Le rivoluzioni sono gli unici eventi politici che ci pongono direttamente e inevitabilmente di fronte al problema di un nuovo inizio” (Sulla rivoluzione, p. 15). Le rivoluzioni sono pertanto le esperienze collettive di inizio attuate dall’età moderna, e si può parlare di rivoluzione (e non di ribellione o rivolta) solo all’apparire di una nuova costituzione: “l’idea centrale di rivoluzione […] è l’instaurazione della libertà, ossia la fondazione di uno Stato che garantisca lo spazio in cui la libertà può manifestarsi. Nel mondo moderno l’atto di fondazione si identifica con la formulazione di una costituzione” (Sulla rivoluzione, p.135). La concezione arendtiana si differenzia su questo punto dal significato più consueto, di derivazione liberale, di costituzione. Una costituzione non è un atto essenzialmente difensivo, sorto per limitare i poteri del sovrano e garantire alcuni diritti, ma un potere costituente che crea un nuovo ordinamento.

Dopo aver interpretato la rivoluzione come inizio, Arendt pone un’antitesi tra il ‘cattivo inizio’ e la rivoluzione bella. Il cattivo inizio è rappresentato dalla rivoluzione francese (dietro cui si può scorgere quella russa), in cui il processo rivoluzionario è stato dominato da un elemento estraneo al politico. Tale elemento è la povertà di massa, la necessità e l’urgenza di soddisfare bisogni primari (e qui ritorna il tema del corpo di Vita activa) che fa precipitare la rivoluzione nella catastrofe della violenza.

La rivoluzione americana avviene, invece, secondo una modalità completamente opposta. Il processo rivoluzionario è qui sempre orientato da una dinamica orizzontale del patto (fœdus) e del consenso che inventa una nuova forma di potere. La struttura federale, la cui origine viene rintracciata nel Mayflower Compact, è la forma politica che esprime lo spazio comune e la relazione di collaborazione tra singolarità che rimangono diverse e irriducibili le une alle altre. La rivoluzione americana viene quindi presentata come l’esempio di un agire politico puro, generato non dal bisogno ma dal desire for freedom, in cui il potere non viene ceduto ma creato e in cui convivono armoniosamente uguaglianza reale e differenze effettive.

 

 

Oltre il Leviatano 2. Michel Foucault, il potere disciplinare e il biopotere

Le ricerche di Michel Foucault costituiscono uno degli esperimenti più innovativi e interessanti di pensiero politico oltre il Leviatano. Foucault sostiene, infatti, la necessità di abbandonare un modello di analisi del potere basato sul ruolo centrale della sovranità statale e della sua azione prevalentemente repressiva. Foucault giudica tale modello fondato su tre presupposti: il potere risiede nella figura del sovrano; la legge e il sistema giuridico sono i mezzi attraverso i quali viene esercitato sui subordinati, in un movimento che va dall’alto al basso; la repressione, il divieto, il ‘dire di no’ ne costituiscono il modo di azione fondamentale.

Il modello di analisi

Il modello di analisi foucaultiano, definito ‘genealogia’ o ‘analitica’, si basa invece su una concezione reticolare, che vede il potere come lo sviluppo continuamente variato di legami e rapporti molto sottili e diffusi. Non esiste perciò un luogo centrale, ma una rete mobile di relazioni che copre l’intero spazio sociale e tende a modificarsi continuamente secondo le contingenze storiche. Le reti vanno analizzate non secondo la logica del diritto, che cerca di stabilire chi è legittimato a detenere il potere e secondo quali principi e limiti deve esercitarlo, ma in base a una analitica degli effetti concreti, che indaga quali azioni sono state di fatto compiute, su chi, in quale contesto di forze, con quali effetti e reazioni. Il termine ‘azione’ va qui inteso in un’accezione molto precisa, che lo differenzia dalla violenza: non si tratta della forza applicata su un oggetto o su un polo passivo, ma di un’azione su un’altra azione, di un’azione che si inserisce in un campo di forze e per ciò stesso le modifica e le spinge ad agire o reagire. “Dove c’è potere – scrive Foucault in La volontà di sapere – c’è resistenza”.

L’organizzazione reticolare presuppone la mobilità e la reversibilità delle relazioni: di volta in volta, si esercita o si subisce un potere. L’estensione del potere, il fatto che esso tenda ad annettersi nuovi campi, ha l’effetto di estendere anche le resistenze che gli sono correlative. Il fatto che il potere sia ovunque – come spesso si legge in Sorvegliare e punire (1975) o ne La volontà di sapere (1976) – non significa che siamo sempre sottoposti a un dominio totale e senza scampo, ma che un nuovo campo di resistenze, altri punti di attacco, diventano possibili o attuali. Uno dei caratteri che emerge da questa concezione è l’essenza conflittuale del politico; le relazioni tra i molteplici punti della rete non sono armoniose e pacifiche, ma presuppongono sempre dissimmetrie, lotte, tali da far percepire dovunque “il rumore sordo e prolungato della battaglia” (Sorvegliare e punire).

Il potere produce il reale

L’analisi genealogica rivela che il potere non agisce in modo negativo, per divieto, ma è invece produttivo: “il potere produce il reale, produce campi di oggetti e rituali di verità. L’individuo e la conoscenza che possiamo assumerne derivano da questa produzione” (Sorvegliare e punire).

Una delle innovazioni teoriche di Foucault è visibile proprio in questo passaggio. Le teorie basate sul modello della sovranità individuano i soggetti prima delle relazioni di potere e indipendentemente da esse: dati alcuni soggetti (il sovrano, i sudditi, le istituzioni sociali o statali) si tratta di stabilire quali siano le corrette relazioni reciproche. Foucault capovolge questo punto di vista: i soggetti non preesistono ai rapporti reticolari di potere, ma si costituiscono al loro interno.

Il potere disciplinare

Gli individui non sono pertanto il fondamento originario, il primum, ma un effetto, una costruzione sorta all’interno di un certo campo di relazioni. L’individuo è una forma storica prodotta dalla disciplina, una delle due forme di potere affermatesi nella modernità.

Il potere disciplinare è una tecnica per regolare e controllare le azioni di piccoli gruppi di individui collocati all’interno di uno spazio ristretto e sottoposti a un tempo esattamente quantificato. Non ha un centro, ma circola nei luoghi marginali, al di sotto delle istituzioni maggiori della sovranità e del diritto. Espressa da testi minori (regolamenti, istruzioni, programmi scolastici, piante di luoghi), questa forma di potere agisce in ambiti diversi (prigione, esercito, scuole, luoghi di produzione, ospedali) secondo uno schema – Foucault lo definisce ‘diagramma’ – comune. In tutti questi ambiti lo spazio viene diviso secondo il quadrillage, una ‘quadrettatura’ in cui l’incrocio di una riga e di una colonna definisce una cellula spaziale, a ogni cellula viene assegnata una funzione e a ogni funzione è associato un determinato individuo. Lo spazio è così reso leggibile, può essere percorso da uno sguardo che, vedendo, conosce e controlla. Allo stesso tempo, sono state create delle identità, perché ogni individuo è definito dal posto e dalla funzione ai quali appartiene. Il Panopticon di Bentham, la macchina per vedere, è il modello puro di questo processo che, associando sapere e potere, congiunge i due significati del termine ‘disciplina’.

L’insieme cellula-funzione-individuo è l’oggetto del dressage, dell’addestramento che, attraverso la ripetizione controllata di sequenze di gesti, produce le capacità corporee di compiere un’azione utile in un tempo dato (fabbricare un oggetto, marciare, caricare un’arma sono gli esempi che troviamo in Sorvegliare e punire). La materia del potere disciplinare è, infatti, unicamente il corpo, scomposto e ricomposto fin negli elementi minimi (organi, membra, gesti, movimenti).

Per Foucault i corpi non sono affatto ‘naturali’; il corpo di un individuo docile (lavoratore, soldato, scolaro, carcerato) è il prodotto ultimo del potere disciplinare. Abbiamo così potere, sapere, corpo. L’incrocio di queste tre forze è l’individuo moderno.

Il biopotere

Foucault definisce spesso il potere come una tecnica sorta per rispondere a un problema o a un’urgenza. Ogni forma di potere è pertanto contingente, limitata, relativamente adeguata al contesto che ne richiede la nascita. Il potere disciplinare è una risposta che incontra i suoi limiti nella sua stessa natura. È efficace nella produzione di corpi docili e nella gestione di piccoli gruppi, ma l’età moderna, formando grandi Stati nazionali orientati verso politiche di potenza, rende più acuta l’esigenza di amministrare una popolazione composta da masse di individui.

Anche in questo caso, il potere agisce attraverso regolazioni positive e non per interdizioni o negazioni. Governare – Foucault impiega a questo proposito il termine ‘governamentalità’ – vorrà dire assemblare in un unico insieme saperi, tecniche, pratiche in grado di assicurare o promuovere condizioni favorevoli alla vita di una popolazione. Natalità, mortalità, fecondità, demografia, igiene, alimentazione, salute pubblica diventano gli obiettivi del biopotere, cioè di quella forma di potere, guidata dalle categorie e dagli scopi di un modello medico-biologico, che agisce sugli aspetti vitali e sui processi biologici di una specie. A partire dal XVII secolo, abbiamo allora due forme fondamentali di potere, e possiamo schematizzarne i caratteri in un quadro sintetico e comparativo:

 

disciplina

biopotere

Obiettivo

Imporre una condotta, una serie ritualizzata di gesti, movimenti ecc.

Scomporre le molteplicità, le aggregazioni in piccoli numeri

Gestire, regolare, controllare, favorire il naturale corso o sviluppo di processi vitali (nascita, fecondità, salute ecc.)

Superficie di applicazione

Corpi individuali, parti di corpi, rapporti tra corpo e oggetto, corpo e strumento

Popolazione, masse di individui, gruppi di un certo numero, categorie sociali

Spazio

Ripartizione cellulare, spazi chiusi di dimensioni ridotte

Spazialità allargata, territori, zone, nazioni, ambienti (milieu)

Tempo

Scala cronometrica (minuti, secondi)

Scale temporali annuali, pluriannuali o generazionali

Metodo

Dressage, esercizio, ripetizione di serie fisse e regolari di gesti, azione diretta

Regolazione positiva, modificazione indiretta per variazioni del campo dei fenomeni interessati

Tipologia del controllo

Continuo, minuzioso, deterministico in presenza, totalmente inefficace in absentia

Probabilistico, aleatorio, in grado di svilupparsi anche in absentia, tratta grandi quantità di dati e processi molto vasti (stabilisce percentuali, tassi, medie)

Tipologia dell’ostacolo

Pigrizia, cattiva volontà, confusione, disorganizzazione, tendenze soggettive a delinquere o a deviare

Razza inferiore, virus, agenti infettivi e patogeni

Dietro l’aspetto positivo e vitale del biopotere si annida, però, la possibilità di un completo rovesciamento, causata dal ruolo guida del modello medico-biologico. Proteggere e favorire la vita di una popolazione può significare, in certe condizioni o circostanze, difenderla dai pericoli rappresentati da altre popolazioni o da parti della stessa popolazione identificate come razza inferiore o degenerata. Il biopotere contiene la possibilità di considerare l’altro sotto la forma del virus o del batterio che causa infezioni in un corpo sano. In questo caso, il biopotere si rovescia in tanatopotere, agendo come il sistema immunitario che distrugge tutti gli agenti patogeni presenti in un organismo.

Foucault ha identificato il lato vitale e il lato mortale del biopotere, ma ha lasciato nell’ambiguità il loro rapporto. Il biopotere, in quanto tale, è sempre destinato a rovesciarsi in tanatopotere? E se non è così, quali condizioni generano il rovesciamento?

Oltre il Leviatano 3. Elias Canetti

Elias Canetti non è solo l’autore di Auto da fé (Die Blendung, 1935; trad. it. 1967), uno dei grandi romanzi del Novecento, ma è anche l’autore di un libro anomalo e straordinario, Massa e potere (Masse und Macht, 1960; trad. it.1972), che ha innovato profondamente lo sguardo col quale consideriamo il potere e la politica, e ha creato nuovo pensiero non attraverso nozioni astratte, ma incrociando molteplici discipline (antropologia, storia delle religioni, zoologia, narrazioni storiche, letteratura).

Le azioni dirette del potere

Per Canetti non è possibile comprendere nulla del potere partendo da concetti giuridici, ossia da una prospettiva centrata sul contratto, sul sovrano e sul sistema legislativo-statale. La natura del potere si può cogliere solo là dove essa effettivamente si esprime, e cioè descrivendo le azioni dirette che il potere compie sui corpi. Vedere, toccare, afferrare, premere, mangiare, domandare, comandare, sopravvivere sono alcuni esempi delle azioni del potere di cui troviamo magnifiche e terribili descrizioni in Massa e potere. Le analisi di Canetti sono qui evidentemente assai vicine ai temi di Foucault (cfr. Oltre il Leviatano. Lezione 2. Michel Foucault: il potere disciplinare e il biopotere). Il rapporto potere-corpo si realizza nella forma più diretta nel comando e nella spina. Comandare è una delle azioni tipiche del potere, e ogni comando contiene un’energia che viene diretta verso altri. Eseguire il comando fa penetrare questa energia in chi obbedisce. Si tratta della “spina”, che “penetra profondamente nell’intimo dell’uomo che ha eseguito un comando e vi dura inalterabile” (Massa e potere, p. 368, ed. in bibl.). Ogni individuo, secondo Canetti, non è mai un’unità semplice, libera e immune, ma è sempre un composto di forze, e alcune di queste forze sono spine, vale a dire componenti esteriori che, una volta introiettate, rimangono attive all’interno dell’individualità e ne costituiscono una parte.

Crescere e sopravvivere

La descrizione delle azioni del potere permette alla fine di individuare, dietro di esse, una logica comune, dominata dalle due pulsioni del crescere e del sopravvivere. La civiltà, fino alle forme novecentesche del capitalismo e del comunismo (sotto questo aspetto considerate equivalenti), è guidata dalla spinta a crescere. Fin dalle esperienze primordiali, sostiene Canetti, gli uomini hanno compreso che l’accrescimento conduce a un incremento di potenza: “quanti più sono i cacciatori, tanto più grande è il bottino. In guerra si voleva essere più forti dell’orda avversaria; l’uomo si è sempre reso conto del pericolo d’essere in piccolo numero […] Non c’è dubbio che l’uomo, non appena fu tale, volle essere in maggior numero” (Massa e potere, pp. 129-30). La spinta a crescere viene poi proiettata dall’uomo sull’intera realtà, e spinge ad aumentare, senza limiti e con ritmo sempre più frenetico, il numero degli uomini, le prede di caccia, i prodotti dell’agricoltura, le merci.

Anche sopravvivere rende più potenti: “L’istante del sopravvivere è l’istante della potenza” (Massa e potere, p. 273). Chi sopravvive dura più degli altri, ed esiste da solo, senza gli altri che non sono riusciti a sopravvivere. Ciò che conta è che: “il sopravvissuto da solo stia di fronte a un morto o a più morti. Egli si vede solo, si sente solo: quando si parla della potenza che gli consente tale istante, non bisogna dimenticare che quella potenza procede dalla sua unicità e solo da essa” (Massa e potere, p. 273). Il potere si lega qui alla morte, e sopravvivere può in ogni momento implicare uccidere o lasciar morire.

La logica del potere

La logica del potere, costituita dal crescere e dal sopravvivere, sembra condurre necessariamente a ridurre o eliminare le possibilità delle altre vite. Questo è il problema cruciale della concezione canettiana: è possibile uscire dalla logica del potere, e quindi vivere senza sopravvivere? È possibile una metamorfosi, una mutazione di forma che ci faccia uscire dalle spire del potere e della morte? (Si vedano, su questo, i testi di Esposito e Marramao indicati in RISORSE – Bibliografia).

La massa

L’altro grande polo della riflessione di Canetti è costituito dalla massa. Canetti si oppone nettamente a ogni interpretazione della massa che la identifichi come un aggregato anonimo, passivo, manipolabile, bisognoso di un Capo in cui identificarsi e cui obbedire ciecamente. Da Le Bon fino a Freud, la condizione dell’individuo nella massa è stata, infatti, rappresentata come un processo di perdita, che fa smarrire la razionalità e regredire a uno stato infantile.

La massa rappresenta invece, per Canetti, la possibilità di uscire dalla chiusura nella propria individualità e liberarsi, almeno temporaneamente, dalle spine del potere. Nella massa accade un fenomeno definito scarica: “Il principale avvenimento all’interno della massa è la scarica. Prima non si può dire che la massa davvero esista: essa si costituisce mediante la scarica. All’istante della scarica i componenti della massa si liberano delle loro differenze e si sentono uguali” (Massa e potere, pp. 20-1). Entrare in una massa che si forma non comporta regressione, ma sollievo e liberazione. “Lo stesso uomo singolo ha la sensazione di oltrepassare nella massa i confini della propria persona. Egli prova sollievo, perché sono abolite tutte le distanze che lo rigettavano e lo richiudevano in sé» (Massa e potere, p. 23). L’uguaglianza radicale e improvvisa, la cancellazione delle differenze e gerarchie, libera dalle spine accumulate: “esiste infatti una liberazione da tutte le spine, anche dalle più mostruose – tale liberazione è nella massa” (Massa e potere, p. 397).

I tipi di massa

La scarica e la liberazione dalle spine spiegano l’impulso a entrare nella massa e il desiderio che la condizione così raggiunta abbia una durata. Per durare ed evitare la disgregazione, una massa può adottare modalità diverse: crescere, darsi una meta da raggiungere, chiudersi, spostare la meta nello spazio o nel tempo. Si genera così la complessa classificazione dei tipi di massa contenuta nella prima sezione dell’opera, e di cui non è possibile qui dar conto nei dettagli. Ciò che va almeno sommariamente chiarito è, però, il rapporto tra massa e potere indicato dal titolo. Può essere utile, a questo proposito, un altro bellissimo testo di Canetti, un saggio intitolato Hitler secondo Speer. Qui Canetti interpreta Hitler e il nazismo attraverso le architetture progettate da Speer, e mostra che gli immensi progetti edilizi richiesti dal Führer sono unicamente rivolti alla massa, di cui cercano di realizzare pulsioni e spinte. Costruendo “enormi piazze, tanto grandi che difficilmente si possono riempire, si dà alla massa la possibilità di crescere” (Hitler secondo Speer p. 243; Hitler nach Speer). Il progetto di un immenso arco di trionfo, recante i nomi di tutti i caduti tedeschi della Prima guerra mondiale, avrebbe contemporaneamente mostrato alla Germania la sua massa di morti e la figura di Hitler come quella del Sopravvissuto., 1972

In sostanza, Hitler è un “vero maestro delle masse” perché ne comprende le pulsioni più profonde e se ne impadronisce, offrendo a tali pulsioni occasioni di realizzarsi. Nel Novecento questo è “il punto debole della realtà”. Una delle elementari forme di difesa consiste, pertanto, nell’evitare che la risposta ai desideri della massa provenga dal potere.

Oltre il Leviatano 4. Impero. Il nuovo ordine globale

L’insieme di processi comunemente definito globalizzazione è causa di una crisi, o di una ridefinizione molto profonda, della sovranità statale. Gli Stati appaiono incapaci di governare e controllare molteplici aspetti, di tipo economico, militare, sociale e culturale sui quali in precedenza esercitavano la propria autorità. La comparsa di istituzioni economiche transnazionali (Banca Mondiale, WTO, Fondo monetario internazionale), la diminuzione o l’assenza di ostacoli al flusso di capitali e di merci, la produzione in rete, la diffusione planetaria di informazioni e di culture (sotto forma di dati, immagini, testi, suoni), l’accresciuta facilità dei movimenti di popolazione, hanno progressivamente eroso o trasferito ad altre forze le funzioni statali di comando e di regolazione.
Lo Stato-nazione, e le nozioni che vi facevano riferimento (territorio, costituzione, cittadinanza, contratto sociale, sovrano, legittimità ecc.), di conseguenza, non possono più essere considerate il centro della vita politica, economica e sociale. Questa diagnosi è universalmente condivisa dagli autori che si occupano di questi temi. Anche Hardt e Negri la fanno propria, ma solo come punto di avvio per la costruzione di un edificio teorico che sostituisca la filosofia e la politica incentrate sullo Stato-nazione. Le società globalizzate, è la loro tesi, non sono affatto anarchiche, prive di sovranità e di potere, ma sono governate da una nuova forma di sovranità definita ‘Impero’.

Il termine ‘Impero’ che dà titolo all’opera non rinvia all’imperialismo novecentesco, in cui uno Stato imponeva la propria sovranità su territori e popolazioni al di fuori dei suoi confini nazionali, ma indica una forma di sovranità completamente nuova, estesa all’intero globo e fondata su tre componenti: una costituzione mista, un nuovo diritto, un modo di produzione basato sulla produzione immateriale.

La costituzione mista

Secondo Hardt e Negri, il mondo globalizzato possiede una costituzione materiale, non dichiarata in alcun documento ufficiale, ma che tuttavia assegna e divide efficacemente i poteri tra i vari soggetti. Riprendendo alcuni temi di Polibio, la costituzione che di fatto agisce nella attuale realtà viene definita una costituzione mista, in grado di sintetizzare le tre forme classiche di governo, costituite dalla monarchia, dall’aristocrazia e dalla democrazia. Tale costituzione è rappresentata attraverso la figura di una piramide composta da vari piani. Il vertice è occupato dal potere militare degli Stati Uniti, esercitato in collaborazione con altre nazioni e nel quadro dell’ONU (la prima guerra del Golfo è stata la manifestazione iniziale di questo potere). Al di sotto del vertice, gli Stati-nazione che controllano i principali strumenti monetari, riuniti in varie organizzazioni (G8, Davos).

Al secondo piano della piramide – quello del potere aristocratico – si trovano innanzitutto le grandi aziende multinazionali, che fanno circolare in tutto il pianeta merci, tecnologia e denaro. Il potere militare che si trova al vertice ha il compito di mantenere la pace, che è la condizione necessaria allo sviluppo del mercato mondiale dominato dalle grandi corporations. Gli Stati-nazione non sono scomparsi, ma il loro ruolo è limitato e definito da altri poteri. Si trovano anch’essi al secondo piano, e la loro funzione consiste essenzialmente nel garantire disciplina sociale e condizioni favorevoli agli altri poteri (rispetto della proprietà, rispetto dei contratti, libera circolazione di merci e capitali ecc.).

Anche il popolo – il potere democratico – trova posto nell’impero. Ogni Stato-nazione rappresenta, negli organismi internazionali, la propria popolazione, ma gli “ultimi uomini”, coloro che spesso non hanno nessun altro a rappresentarli (come profughi o vittime di fame e carestie), trovano nelle ONG (Amnesty International, Oxfam ecc.) i propri difensori, che giustificano la propria azione sulla base dei diritti umani universali. Un potere propriamente “imperiale” si realizza quando tutte le forze e i soggetti che occupano i diversi piani si trovano in equilibrio reciproco.

Un nuovo diritto

Secondo Hardt e Negri, l’Impero non è solo un assemblaggio di poteri, ma costruisce anche delle forme giuridiche che ne giustificano la presenza e le azioni. Tali forme provengono dalla trasformazione di due categorie giuridico-politiche preesistenti: lo stato di eccezione e la guerra giusta.

Per stato di eccezione s’intende la sospensione temporanea della costituzione, e della relativa divisione dei poteri, dovuta a eventi gravissimi e incombenti (assedio, guerra, invasione ecc.). Il potere esecutivo o quello militare predominano sugli altri poteri finché, cessati l’urgenza e il pericolo, non è possibile tornare a una normalità costituzionale. Il nuovo ordine globale utilizza lo stato di eccezione dichiarandolo non più temporaneo, ma permanente. La situazione di pericolo, rappresentata da minacce alla sicurezza, conflitti o violazioni dei diritti umani, non ha mai termine, e ciò permette sia di iniziare ad agire al di fuori del diritto statale e internazionale che di prolungare indefinitamente la durata dell’intervento.

Il tradizionale concetto di bellum iustum, che riteneva giusta la guerra difensiva, viene ripreso, ma completamente rovesciato. La guerra giusta è ora concepita come un’azione di attacco, in cui un’alleanza militare, guidata dagli Stati Uniti, colpisce un nemico ritenuto responsabile di violazioni dei diritti umani o attentati alla pace.
Hardt e Negri ritengono le guerre di tipo novecentesco definitivamente concluse. Nell’Impero non vi sono più conflitti tra Stati-nazione, o tra alleanze di Stati-nazione come le due guerre mondiali. La guerra diviene un intervento di polizia internazionale, prende cioè la forma di un atto di mantenimento dell’ordine, dall’esito sostanzialmente già determinato, in cui una forza soverchiante punisce un singolo trasgressore.

La produzione immateriale

L’Impero – secondo Hardt e Negri – è una totalità, ossia un tipo di ordine che regola l’intera realtà e la cui forma si può rinvenire in ogni singolo frammento, per quanto piccolo esso sia. L’economia, la produzione e lo scambio sono pertanto governate dall’Impero, che anche qui introduce una nuova logica e un nuovo modo di produrre. Se il Novecento è stato il secolo della produzione fordista, siamo oggi entrati nella “epoca della postmodernizzazione o della informatizzazione” (p. 263, edizione in bibliografia). Ogni tipo di attività produttiva, dall’agricoltura al più avanzato settore dei servizi, non può più svolgere il proprio ruolo senza ricorrere a macchine e linguaggi di tipo informatico. Ovunque, in qualsiasi parte del globo, ritroviamo questo tipo di processo, che ha cancellato la vecchia distinzione tra nazioni tecnologicamente avanzate e paesi in via di sviluppo: “tutte le attività economiche tendono a cadere sotto il predominio dell’economia informatica, da cui vengono trasformate in senso qualitativo. Nell’economia globale, le differenze geografiche non sono indicative della compresenza di differenti livelli di sviluppo” (pp. 269-70, ibidem).
In Impero si identificano tre tipologie di lavoro immateriale:
–      la produzione industriale informatizzata, in cui le macchine che producono merci sono guidate dai computer. Pertanto, la produzione dipende ora da linguaggi e programmi informatici;
–      la produzione di linguaggi (codici informatici, programmi ecc.);
–      il lavoro affettivo, in cui si cercano di produrre “sentimenti di piacere, di benessere, di soddisfazione, di eccitazione, di passione” (p. 274, ibidem). Questo tipo di lavoro copre uno spettro molto vasto di attività, che va dall’industria del tempo libero e dell’intrattenimento ai vari tipi di servizi alla persona. Nel lavoro affettivo sono direttamente coinvolti il corpo, gli affetti, le emozioni, le relazioni; per questo gli autori riconnettono questa tipologia di lavoro alle categorie foucaultiane del biopotere (cfr. Oltre il Leviatano 2. Michel Foucault: il potere disciplinare e il biopotere). La produzione investe qui il bios, perché ciò che si cerca di produrre sono aspetti della sfera vitale come stati emotivi, sentimenti e sensazioni.

Le potenzialità alternative

Quella fin qui riassunta nelle sue linee essenziali è la parte diagnostica di Impero, che non esaurisce affatto il quadro complessivo del nuovo ordine globale che gli autori intendono offrire. La parte più innovativa e controversa dell’opera risiede, infatti, nella serie di conseguenze che Hardt e Negri derivano dall’impianto analitico, nel tentativo di mostrare che il capitalismo globalizzato non è la fine della storia, ma nutre al proprio interno potenzialità alternative.

Alcune di tali potenzialità si generano nella struttura stessa del lavoro immateriale. La produzione in rete, organizzata e collegata da tecnologie informatiche, esige comunicazione e collaborazione: “la cooperazione è completamente immanente alla stessa attività lavorativa” (p. 275, ibidem). Mentre nel fordismo la cooperazione era limitata dalla prossimità fisica e dalle distanze territoriali, i lavoratori possono oggi comunicare e collaborare anche senza condividere il medesimo spazio fisico. “La rete della cooperazione, in sostanza, non dipende più da un centro fisico o territoriale” (p. 277, ibidem).

Ciò permette alle imprese di delocalizzare la produzione, spostandosi in insediamenti di minore tassazione e più basso costo del lavoro, ma crea anche la possibilità, aperta a chiunque, di connettersi, comunicare e produrre. Inoltre, se tutta la produzione è informatizzata, o tende a esserlo, allora vi è un linguaggio universale costituito dai codici informatici, poiché informazioni, programmi, immagini, suoni e testi possono essere tradotti e diffusi in tale linguaggio. Al linguaggio universale corrisponde poi il computer come macchina universale.

Evoluzione della forza lavoro

Se le cose stanno così, argomentano Hardt e Negri, non è più necessario vendere forza lavoro a un capitalista per essere attivi e produrre. Nel capitalismo descritto da Marx gli imprenditori forniscono le macchine e organizzano la produzione, mentre i lavoratori possono svolgere la loro attività solo entro queste due condizioni, non avendo alcuna possibilità di accedere al possesso dei mezzi di produzione. Il lavoro immateriale permette invece di essere dei produttori liberi, che possiedono un computer, ne sanno usare linguaggi e programmi e organizzano la produzione in rete connettendosi con altri soggetti nella stessa condizione. “I cervelli e i corpi hanno ancora certamente bisogno di altri cervelli e di altri corpi per produrre valore; in questo caso, però, gli altri di cui si ha bisogno non vengono necessariamente forniti dal capitale e dalle sue capacità di orchestrare la produzione” (p. 275, ibidem).

Dietro le complesse architetture giuridiche ed economiche cominciano così ad apparire i profili di una forza alternativa, che si trova nell’Impero, ma è contemporaneamente contro l’Impero.

La natura parassitaria del capitalismo globalizzato

L’ordine globale non è pertanto monolitico e definitivo, ma presenta una struttura duale e un conflitto in corso. La forza alternativa è radicata, come si è detto, nella possibilità di lavorare e produrre al di fuori dei rapporti capitalistici, ed è tale da costituire l’energia fondamentale di tutto l’edificio del nuovo ordine globale. Hardt e Negri attribuiscono, infatti, al capitalismo globalizzato una natura fondamentalmente parassitaria.

Uno dei paragrafi più importanti del libro è intitolato proprio Il parassita (pp. 334-6, ibidem), e spiega che la produzione postfordista non richiede più ripetizione, conformismo e passività, ma esige invece creatività, innovazione, capacità di stabilire relazioni impreviste, abilità nel suscitare passioni e risonanze emotive.

Le potenzialità di mettere in atto queste nuove forme sono ontologicamente proprie di ogni soggetto, e non appartengono al sistema produttivo, che si limita ad appropriarsene e a sfruttarle. Di per sé, l’Impero è incapace di produrre qualcosa di nuovo, “non è una realtà positiva […] non produce nulla di vitale né di ontologico” (pp. 335-6, ibidem).

Uno degli esempi che si potrebbero fare per spiegare questo passaggio (anche se non compare nel testo, essendo il libro uscito in prima edizione nel 2000) è Facebook. Facebook è un’azienda che si presenta come una rete sociale globale, apparentemente gratuita, che permette la condivisione di relazioni, conoscenze, gusti, interessi e ricordi da parte di una grande molteplicità di soggetti. La materia prima dell’azienda è quindi il bios, il mondo vitale degli utenti. Questa materia prima è prodotta unicamente da essi, ma l’azienda se ne appropria e la trasforma in denaro, sotto forma di valore delle azioni quotate in Borsa. Di conseguenza, nell’Impero tutti, senza esclusione, lavorano. Essere su Facebook significa in qualche modo lavorare, perché le proprie amicizie, i propri gusti ecc. contribuiscono a produrre valore per l’azienda.

La moltitudine

La forza alternativa all’Impero è definita da Hardt e Negri “moltitudine”. La definizione della moltitudine è evidentemente uno dei punti nevralgici del progetto filosofico-politico degli autori, che vi hanno dedicato un intero volume uscito subito dopo Impero. Si può iniziarne la definizione procedendo per via negativa, illustrando cioè i significati che gli autori intendono respingere. La moltitudine non è la classe, poiché la classe operaia identifica solo i lavoratori del settore industriale, e non è il popolo, dato che il popolo rimanda a uno Stato-nazione. Non è nemmeno identificabile con la massa, perché la massa è un insieme amorfo e passivo, generalmente manovrato dall’esterno.

La moltitudine può essere definita come un insieme di singolarità, ossia come una molteplicità di soggetti differenti, non ancorati a uno specifico ruolo professionale o sociale (lavoratori, studenti, precari, disoccupati) e non legati da rapporti di comando/obbedienza. La moltitudine è una forza attiva capace di auto-organizzarsi perché è in grado di utilizzare autonomamente gli strumenti scientifico-informatici del lavoro e di cooperare con gli altri nella forma orizzontale della rete. In questo senso, la moltitudine, affermano gli autori, crea un terreno comune che costituisce una nuova forma di democrazia.

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