Violinisti di strada: la poesia conquista la guardia del metro .. con osservazioni del giorno dopo su infosfera e copyright

by gabriella

Il primo ad essere conquistato dal fascino della musica è un ciclista malvestito a cui bastano poche note per empatizzare con il violinista di strada. In realtà, aveva il portafogli in mano prima ancora che il musicista inziasse: solidale a prescindere. Passano tre insensibili, ma interessati, teenagers, una signora che sembra andare di fretta si ferma a ricompensare il violinista, mentre si forma già un piccolo pubblico davanti alla stazione del metro al quale la timida spettatrice si unisce. Arriva un’altra signora che indugia affettuosamente sulla custodia aperta, lascia una moneta e sistema i denaro sotto le copie dei cd; ora è il turno dell’uomo di guardia davanti alla stazione che si avvicina alla custodia e deposita dolcemente la sua banconota. Una signora fuori forma getta uno sguardo distratto e tira dritto, un ragazzo si ferma e annuisce compiaciuto. Il violinista conclude, qualcuno si congratula.

La settimana scorsa, a Washington.

e questo, invece, è ciò che accade ogni giorno nel métro parisien, per esempio, a Châtelet (tremenda nostalgia …).

Osservazioni del giorno dopo su infosfera e copyright

Il video Street Electric Violinist è uno dei tanti esempi di viralità dei social network: dalla cittadina vicino Washington nella quale il ventenne Bryson vive, le sue performance musicali hanno fatto il giro del mondo via Twitter per essere riprese dalla stampa generalista (per l’infosfera italofona, repubblica.it) delle diverse nazionalità.

Questo genere di fenomeni – ben studiati ad esempio da Mike Wesch: si veda qui e qui – sollecita osservazioni su molti piani diversi. Su quello culturale, ad esempio, è evidente che la versione classica di una musica pop (Halo, di Beyoncé), così come le versioni pop di musica barocca proposte da Andres (e da molti altri violinisti non elettrici, come Nigel Kennedy, per citare uno dei miei preferiti) realizzano un’efficace azione di promozione e volgarizzazione (o democratizzazione) di elementi di musica colta, inaccessibili senza opportuna traduzione (anche nel noto significato di “tradimento” implicato dal termine) a larghe fasce di pubblico giovanile. Non sfugge, da questo punto di vista, il potenziale educativo su cui la scuola potrebbe inserirsi, rendendo meno volatile l’interesse e l’entusiasmo per una musica di norma esclusa dalla dieta culturale degli studenti.

Sul piano mediale, invece, l’osservazione più immediata che si possa fare sulla difusione virale del video di Bryron deve concentrarsi sulla creazione di un’infosfera integrata (internet+tv+stampa) che non ha più un innesco obbligatorio nella tv, nella quale informazione e comunicazione prendono avvio indifferentemente da ogni medium per dare forma a flussi comunicativi multipli molto meno controllabili gerarchicamente di quanto fosse in (un’)epoca televisiva (fortunatamente al tramonto).

E’ qui che si inserisce il problema copyright. Stamattina, il link al video di Bryson, incollato poche ore prima in questo post, risultava cancellato per violazioni multiple della legge sulla proprietà intellettuale: quali diritti stavano violando l’esecutore e il fruitore di una musica interpretata anche da altri, il cui performer ha (peraltro) il massimo interesse a circolare gratuitamente sul web? E quale percezione di illecito, di ingiustizia o di esecrabilità del proprio comportamento dovrebbero ricavare dalle risposte a queste domande gli utenti di YouTube? Se la vostra risposta è la stessa che si danno milioni di cybernauti, si può comprendere perchè il web oggi pullula, letteralmente, di mirror e di copie del video di Bryron – con le quali ho potuto istantaneamente sostituire il link vuoto – e si immagina facilmente che molti utenti (potenzialmente migliaia o milioni) abbiano salvato sul loro disco una copia del video e siano pronti a reinserirla con un click nel momento in cui la pesante e stolida macchina del copyright a stelle e strisce si riattiverà per cancellarla: That’s the Internet baby! (ma attenti ad ACTA, SOPA e PIPA: approfondimenti qui e qui).

Ce n’è abbastanza per comprendere anche perchè le campagne anticopyright, comprese quelle italiane con Giorgio Faletti, siano state senza eccezioni rispedite al mittente (taccio, caritatevolmente, dei commenti su YouTube all’indirizzo di Faletti e dei suoi pessimi gialli), finendo per rappresentare un caso da manuale di insuccesso di quelle Pubblicità Progresso che cercano di muovere l’animo altrui con contenuti “regressivi”.

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