Giulio Cesare Vanini, Morire allegramente da filosofi

by gabriella
Giulio Cesare Vanini (1548 - 1619)

Giulio Cesare Vanini (1585 – 1619)

La potenza della parola, la forza della confutazione, l’ateismo del filosofo italiano salito al patibolo diciannove anni dopo Bruno. Tratto da Giulio Cesare Vanini, Morire allegramente da filosofi, a cura di Mario Carparelli, Saonara, Il Prato, 2011.

L’ateismo, per me, non è un risultato, e
tanto meno un avvenimento,
come tale non lo conosco:  io lo
intendo per istinto. Sono troppo curioso,
troppo problematico, troppo tracotante,
perché possa piacermi una risposta grossolana.
Dio è una risposta grossolana, una indelicatezza
verso noi pensatori –, in fondo è solo
un grossolano divieto che ci vien
fatto: non dovete pensare!

Nietzsche, Ecce homo

Il 9 febbraio 1619, a Tolosa, Giulio Cesare Vanini è condotto al rogo per essere giustiziato come «ateo e bestemmiatore del nome di Dio». All’aguzzino che deve accompagnarlo al patibolo dice, con fierezza, in italiano:

Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo.

Come scrisse Schopenhauer, che considerò Vanini suo predecessore,

certamente fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo; per ciò, dopo che gli fu tagliata la lingua, si preferì condannarlo a morte sul rogo [Schopenhauer, Parerga e paralipomena].

Vanini, Morire allegramente da filosofi Le sue opere pervenuteci, l’Amphitheatrum aeternae providentiae, stampato a Lione nel 1615, e i dialoghi De admirandis naturae arcanis, pubblicati a Parigi nel 1616, avevano ottenuto entrambe l’imprimatur preventivo della censura, che le aveva interpretate come due opere apologetiche della religione cattolica.

Ma, mentre mostrava di voler fare l’apologia della divina provvidenza, nell’Anphitheatrum Vanini si faceva beffe delle prove dell’esistenza di Dio, criticava l’idea che la provvidenza governi il mondo, dimostrava la falsità della credenza nei miracoli e tracciava addirittura una storia dell’ateismo, il tutto muovendo dalla convinzione, derivata direttamente da Machiavelli, che la religione non sia altro che un potentissimo instrumentum regni e che i suoi fondatori siano solamente degli scaltri impostori. E nel De admirandis, dettava un’interpretazione rigorosamente naturalistica dei fenomeni considerati allora come manifestazioni del sovrannaturale [bisognerà aspettare sessant’anni prima che Pierre Bayle scriva i Pensieri sulla cometa] .

Abbe Marin Mersenne

Marin Mersenne (1588 – 1648)

Il successo che Vanini ottenne negli ambienti libertini di Parigi e lo scandalo che suscitò presso i suoi avversari, come Marin Mersenne [Johan Eberard Schwelling sostenne nel 1690 che Mersenne avrebbe chiesto a Cartesio di scrivere le Meditationes de prima philosophia proprio per dare una risposta filosofica all’ateismo di Vanini], dimostrano che i suoi contemporanei, al di là di tutte le strategie protettive, lo intesero benissimo, isolando e mettendo in risalto la sua vera dottrina, che interpretarono in una prospettiva rigorosamente ateistica e naturalistica.

Nella Francia del XVII secolo, essere ateo significava macchiarsi di un grave reato politico, oltreché religioso. La teologia era tutt’uno con la politica, il re era tale “per diritto divino”, così che negare Dio costituiva lesa maestà. Dichiararsi atei significava quindi mettere a repentaglio la propria vita, così si preferiva rivelare le proprie idee più ardite in materia di religione o politica esclusivamente a una cerchia ristretta di fidatissimi eletti, evitando accuratamente di divulgarle. Questa la regola. Ma c’era anche qualche eccezione. In taluni (a dire il vero, sparutissimi) casi non mancavano, infatti, vere e proprie guerre aperte al cosiddetto “potere costituito”. E tra questi rientra a pieno titolo Giulio Cesare Vanini, esempio di audacia più unico che raro nella complessa e avventurosa storia della modernità.

Sprezzante del pericolo che poteva comportare la pubblicazione di due autentiche, seppur velate, apologie dell’ateismo (quali sono l’Amphitheatrum aeternae providentiae e il De admirandis, le sue uniche due opere pervenuteci) e convinto assertore della necessità di tradurre la verità filosofica in stimolo all’impegno sociale, Vanini fece proprio dell’audacia (la “Dea Audacia”, come la definisce) la componente essenziale e il tratto inconfondibile del suo pensiero. Un pensiero che si compenetra profondamente con la vicenda biografica del filosofo, fino a costituirne in qualche modo la coerente realizzazione e che

introduce nello sviluppo del primo libertinage una fondamentale diversificazione, pur nel comune quadro della professione di una filosofia elitaria e appannaggio degli esprits forts.

G

Gabriel Naudé (1600-1653)

Da una parte, infatti, si riferiranno a Charron […] quanti fra i libertins, certamente la maggior parte, rivendicheranno il diritto al totale disimpegno civile, alla giustificazione e magnificazione di qualsivoglia regime politico, all’infastidito rifiuto di tutti i novatores e persino alla formale sottomissione ai precetti ecclesiastici in cambio del pacifico godimento dei privilegi offerti dal loro status di intellettuali. A cominciare da Naudé che, interpretando la “libertas Patavina” sulla falsariga della simulazione teorizzata da Cremonini, ricalcherà Charron e detterà per il figlio un insegnamento che non mancherà di avere molta fortuna: “Audi, vide, tace, si vis vivere in pace”.

Dall’altra parte, invece, sarà Vanini […] ad incidere maggiormente sulla storia del libertinisme érudit nei momenti di più forte tensione teorica e di maggior slancio costruttivo, quando le tematiche care agli esprits forts saranno portate alle estreme conseguenze: e al predominante interesse per i problemi dell’etica individuale si sostituirà, o quanto meno, si affiancherà […] un atteggiamento irriducibilmente sovversivo dell’obsequium fidei, della giustificazione teologica del potere, della coercizione cui si affida la conservazione dell’ordine costituito: un atteggiamento, per quanto è possibile, non occultato ma, anzi, ostentato e volto alla ricerca di comprensione e consensi.

La vicenda

vanini2La storia di Vanini, morto diciannove anni esatti dopo Bruno, presenta molte affinità con quella del nolano: lo stesso fascino, le stesse peregrinazioni, il coraggio, il tradimento, la tragica morte. Quattro anni prima del rogo, Vanini dà alle stampe l’Amphitheatrum aeternae providentiae (1615), l’anno successivo il De admirandis naturae arcanis, la sua opera più spregiudicata e scopertamente ateistica che gli procura un enorme e improvviso successo, inducendo la Facoltà di Teologia della Sorbona a condannarla nel giro di un mese malgrado l’approvazione civile ed ecclesiastica.

Ciò che desta sospetto è soprattutto la sua enorme fortuna presso gli ambienti libertini. Vanini deve quindi abbandonare Parigi. Con l’appoggio dei suoi protettori, nei primi mesi del 1617 si trasferisce frettolosamente a Tolosa, sotto il falso nome di Pomponio Usciglio, immaginando che nessuno voglia cercare un ateo nella ville sainte. Dopo un breve periodo di silenzio e di isolamento, Vanini aderisce all’Accademia dei filareti o Amoureux de la vertu e ricomincia la sua attività di precettore.

Il 2 agosto 1618 gli eventi precipitano: Vanini viene improvvisamente arrestato dalla polizia municipale (Capitouls) di Tolosa. L’accusa iniziale di magia (reato punito ordinariamente con qualche frustata) si trasforma però, nel volgere di tre giorni, in accusa di ateismo (reato punito invece con la morte), con conseguente deferimento al Parlamento cittadino. Di qui prende avvio un processo che durerà più di sei mesi. Per provare l’accusa i magistrati fanno interrogare ripetutamente l’imputato da numerosi esperti in materia di religione, con esito però sempre negativo. Dopo aver tentato ogni stratagemma per incastrarlo, in alcuni magistrati comincia a maturare l’idea di rilasciare il prigioniero. È proprio allora che emerge la testimoniaza, probabilmente falsa, del nobile Francon de Terssac-Mombéraut. Il processo contro Vanini quindi fu non solo «nicht klar» [Hegel, Lezioni di storia della filosofia], ma fu soprattutto una vera e propria congiura politica, nella quale giocarono un ruolo fondamentale le pressioni dei gesuiti.

Alle prime ore del mattino del 9 febbraio 1619 il Parlamento emette il verdetto di colpevolezza:

La Corte ha dichiarato e dichiara il detto [Pomponio Usciglio] colpevole e convinto dei crimini di ateismo, bestemmia, empietà ed altri eccessi risultanti dal processo. Per punizione e riparazione dei quali ha condannato e condanna il suddetto ad essere consegnato nelle mani dell’esecutore dell’alta giustizia, il quale lo condurrà su di un carro, in camicia, avendo una corda al collo e un cartello sulle spalle, recante queste parole: “ateo e bestemmiatore del nome di Dio”; e lo condurrà davanti alla porta della Chiesa metropolitana di Santo Stefano, ove, stando in ginocchio, con la testa e i piedi nudi, tenendo in mano una torcia ardente, domanderà perdono a Dio, al Re e alla Giustizia per le suddette bestemmie e successivamente lo porterà nella Place du Salin, e lo legherà a un palo che vi sarà piantato, gli taglierà la lingua e dopo il suo corpo sarà bruciato sul rogo che ivi sarà apprestato e le ceneri gettate al vento.

Nel volgere di poche ore il patibolo viene innalzato nella Place du Salin, la stessa in cui, il giorno dopo, saranno celebrate le nozze regali di Maria Cristina di Borbone, figlia di Enrico IV e sorella di Luigi XIII, con il Duca di Savoia, Vittorio Amedeo I.  All’aguzzino che lo deve scortare al patibolo esclama con fierezza in italiano: «Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo». L’ex frate, con indosso una sola tunica e un collare con il cartello recante la scritta “Atheiste et blasphemateur du nom de Dieu”, viene fatto salire su un carro trainato da tre cavalli.

Una volta raggiunta la Grande Porte dell’Eglise de Saint-Etienne, il commissario del Parlamento lo invita a fare pubblica ammenda. Vanini, costretto a inginocchiarsi e a reggere una torcia, gli oppone un orgoglioso rifiuto. Spazientito, il pubblico ufficiale gli rinnova la richiesta, ma il filosofo, stanco dell’ennesima degradazione, grida:

Non esiste né un Dio né il diavolo, perché se ci fosse un Dio gli chiederei di lanciare un fulmine sull’ingiusto ed iniquo Parlamento; se ci fosse un diavolo gli chiederei di inghiottirlo sotto terra; ma, poiché non esiste né l’uno né l’altro, non ne farò nulla.

Il macabro cerimoniale riprende secondo una prassi consolidata: il corteo percorre le vie Saint-Etienne, Croix-Baragnon, Place Roueaix, rue de la Trinité e giunge, attraverso la Grand’rue, alla Place du Salin. Qui, attraverso una passerella, Vanini viene condotto sul patibolo, dove si procede immediatamente a fissargli la testa al palo. Dev’essergli mozzato l’organo con cui ha offeso la divinità. Lo impone una legge in vigore dal 1347. Così il boia gli chiede di porgergli la lingua. Lui si rifiuta. La lingua gli viene strappata con delle tenaglie. Ora il suo corpo insanguinato può essere appeso alla forca e gettato sul rogo. Quando i resti delle sue spoglie mortali vengono definitivamente consunti dalle fiamme, le ceneri sono sparse al vento, perché del blasfemo non resti traccia.

La filosofia vaniniana

Il primo dato indicativo è il suo rapporto di rottura e insieme di continuità con il Rinascimento. Da una parte Vanini

demolisce il mito dell’antropocentrismo, scardina i principi del platonismo cristianizzato, fa scricchiolare i pilastri dell’aristotelismo concordistico, smantella la costruzione di un universo compatto, finito, armonizzato, avente al suo vertice Dio e la schiera delle intelligenze angeliche, stronca ogni forma di teleologismo, sfata il mito del primato dell’uomo nella scala degli esseri viventi, manda in frantumi i più consolidati principi dell’etica cristiana, smaschera le illusioni della magia e dell’astrologia [Francesco Paolo Raimondi, Giulio Cesare Vanini nell’Europa del Seicento, Pisa-Roma, 2005].

Dall’altra egli sviluppa, fino a radicalizzarli, i temi del naturalismo, dell’erudizione e del ritorno al mondo antico. Il naturalismo rinascimentale assume nei testi vaniniani toni di forte radicalità perché prende le mosse da un concetto di natura ormai del tutto svincolato da contaminazioni di ordine metafisico:

Vanini teorizza una natura che è pienamente autonoma nella sua composizione materiale e nei suoi principi costitutivi di moto e di quiete. Il rapporto con Dio è reciso alla radice, poiché viene negato non solo l’atto creativo, ma anche l’attività assistenziale, provvidenzialistica e finalistica, di una intelligenza sovraceleste. Pertanto il cosmo nella sua autonomia è eterno, non ha né inizio né fine, ma è, secondo il celebre paradosso empedocleo, perfetto e perfettibile, proprio in forza della sua imperfezione. Gli sbocchi materialistici sono inevitabili: tutto si riduce a materia vivente e vivificatrice, senza gerarchizzazioni e gradi di realtà, poiché unica è la materia di cui sono composti i corpi celesti e quelli terreni fino ai più umili. La vita è l’effetto casuale della generazione spontanea. L’uomo non fa eccezione: rigorosamente radicato nel regno animale, è anch’esso una produzione casuale e spontanea della materia. Il suo passato è a quattro zampe e nella sua anima non v’è traccia di una impronta divina [Ivi].

Date queste premesse, va da sé che il pensiero vaniniano ha una forte carica antiteologica che determina uno smantellamento delle categorie del pensiero religioso senza precedenti:

Le tradizionali prove dell’esistenza di Dio, da quelle cosmologico-a posteriori a quelle ontologico-a priori, vengono meticolosamente demolite. Qualsiasi nesso tra Dio e il mondo viene rescisso, negato come impossibile. Nessuna causalità divina può garantire dall’esterno il moto dell’universo. Nessun volere libero può coniugarsi con l’ordine indefettibile della natura e per converso qualsiasi mutamento fisico dell’universo è incompatibile con la rigida  necessità dell’essenza divina. Le intelligenze celesti o motrici sono dichiarate superflue e da ultimo sono smascherate come insussistenti. Le sostanze separate non hanno miglior sorte. Ai demoni non è riconosciuta nessuna forma di realtà. L’oltremondo, dagli inferi al paradiso celeste, cade nella sfera del fabuloso e in quella delle superstizioni senili. Allo stesso dominio appartengono i miracoli, le profezie, le divinazioni, gli oracoli, le apparizioni angeliche e divine: tutte sono falsità, finzioni, menzogne che tocca al filosofo smascherare. Non si salva neppure il testo biblico, equiparato alle favole di Esopo; anzi, si fa notare, non senza un malizioso compiacimento, che non se ne è mai trovato l’originale [Ivi]

L’attacco alla religione si traduce, in un’ottica di forte radicalizzazione del realismo machiavelliano, in critica dei fondamenti del potere politico.

Passi scelti

[…] Niente è più eccellente della religione che, anche se falsa, finché è ritenuta vera, doma la crudeltà d’animo, pone un freno ai piaceri e rende i sudditi ossequiosi nei confronti del principe. De Admirabilis

Le […] religioni non erano se non finzioni ed illusioni. Queste poi […] sono state escogitate dai prìncipi per ammaestrare i sudditi e in seguito sono state dai sacerdoti sacrificatori, sempre a caccia di onori e di oro, confermate non con i miracoli, ma con la sacra scrittura, il cui testo originale non si trova in alcun luogo. I libri sacri, d’altro canto, narrano di miracoli compiuti e promettono le giuste ricompense per le buone e cattive azioni, non in questa, ma nella vita futura affinché la frode non possa essere scoperta. Infatti, chi mai fece ritorno dall’altro mondo? Così il rozzo popolino è costretto all’obbedienza per il timore del Supremo Nume che tutto vede e compensa ogni azione con castighi e premi eterni. Perciò l’epicureo Lucrezio cantò che: «Il timore introdusse nel mondo i primi dèi.De Ad

I filosofi […] non tengono in alcun conto le sacre storie degli Ebrei. De Ad

[L’esistenza delle Intelligenze celesti non può] essere dimostrata con nessun ragionamento. Sono costruzioni dell’intelletto umano che altresì impone loro un nome. De Ad

[…] Così la nostra destra osa descrivere Dio, forse anche con sconsideratezza: Dio è di se stesso principio e fine; manchevole di ciascuno dei due, non bisognoso né dell’uno, né dell’altro ed è padre e insieme autore di entrambi. Esiste sempre, ma è senza tempo perché per lui né scorre il passato, né sopraggiunge il futuro. Regna dovunque, ma è senza luogo, è immobile, ma senza quiete, infaticabile senza muoversi. Tutto fuori di tutto; è in tutte le cose, ma non vi è compreso; è fuori di esse, ma non ne è escluso. Regge l’universo dall’interno, dall’esterno lo ha creato. Buono, pur essendo privo di qualità; grande, pur essendo privo di quantità. Totalità senza parti; immutabile, produce nelle altre cose un mutamento. Il suo volere è potere e la volontà gli è necessaria. È semplice e nulla è in Lui in potenza, ma tutto in atto, anzi, Egli stesso è puro, primo, medio ed ultimo atto. Infine è tutto su tutto, fuori di tutto, in tutto, oltre tutto, prima di tutto e tutto dopo tutto. De Ad

L’ultimo e fondamentale cardine espresso dalla setta epicurea era la mortalità dell’anima. Moltissimi dottori cristiani su questo argomento hanno scritto contro gli atei, ma servendosi di argomenti così frivoli ed insulsi, che fanno venir dubbi intorno alla verità perfino agli assidui lettori dei commentari dei più grandi teologi. Confesso candidamente che l’immortalità dell’anima non si può dimostrare a partire dai principi fisici, poiché è un articolo di fede. Infatti, noi crediamo nella resurrezione della carne. Ma il corpo non risorgerà senza l’anima; oppure, dove sarà l’anima, se non ci sarà la resurrezione della carne? Io, Cristiano di nome e Cattolico di cognome, se non fossi stato istruito dalla Chiesa, che è maestra certissima e infallibile di verità, a stento avrei potuto credere nell’immortalità della nostra anima. E non arrossisco a confessare ciò, anzi me ne vanto, perché sono in linea con l’insegnamento di S. Paolo che subordina l’intelletto al totale rispetto della fede, che in me è abbastanza tenace. Essa, infatti, si fonda su questo principio: «Così Dio ha detto». Perciò anche il santissimo padre Agostino […] afferma: «Non crederei al Vangelo se non mi spingesse l’autorità della Chiesa». Ma proprio nel Vangelo i Sadducei sono biasimati per aver negato l’immortalità dell’anima.

ALESSANDRO – Ma allora che pensi dei miracoli?
GIULIO CESARE – Furono imposture dei sacerdoti.
ALESSANDRO – E come mai l’inganno non veniva smascherato?
GIULIO CESARE – I filosofi non osarono denunciarli a voce alta per paura del pubblico potere. Tuttavia, dobbiamo ringraziare Luciano che rivelò ai posteri le invenzioni di quei fannulloni.

ALESSANDRO – Ma come non ti vergogni di offendere con ingiurie e con sferzate questi uomini divini? GIULIO CESARE – Quale divinità attribuisci loro?
ALESSANDRO – Platone combatté contro molti filosofi in difesa dell’immortalità dell’anima.
GIULIO CESARE – Sì, ma egli preserva dalla morte anche l’animella di questo uccellino.
ALESSANDRO – Però Socrate fu uomo integerrimo.
GIULIO CESARE – Egli insegnò ai posteri che giova allo Stato che il popolo sia sedotto, in campo religioso, con prodigi immaginari.

[…] Nelle nostre scuole si dibatte la questione importante se Dio possa fare quel che ha fatto in modo migliore di come lo ha fatto. Coloro che sono poco addottrinati rispondono categoricamente: poté, può e potrà. A costoro obietterò: posto che Dio abbia fatto le cose ottimamente […], se per ipotesi Egli aggiunge qualcosa di buono a ciò che ha già fatto, se ne deve dedurre che allora non sarà stato ottimo ciò che pure era tale.

GIULIO CESARE – Io per la verità […] non avrò paura di affermare che la materia del cielo è identica a quella terrena. Infatti, la materia prima è indivisibile ed è il principio delle cose; di essa sono composti tanto i cieli, quanto le cose terrene. I cieli sono parti della materia prima proprio come lo sono le nostre cose terrene. E per essenza una parte non differisce da un’altra.
ALESSANDRO – Però, ingegnosissimo amico, sta’ attento alle conclusioni, perché se, come tu dici, fosse la stessa la materia dei cieli e quella della pulce o dello scarabeo, i cieli sarebbero degradati.

GIULIO CESARE – […] La materia prima non aumenta mai: nessuna parte di essa è prodotta, ma solo si trasferisce sotto altra forma. La materia prima diventa “altro”, ma non assolutamente; non diventa, cioè, per usare una terminologia scolastica, un altro quid, ma un altro quale. La forma la rende “altro”, ma non la muta perché diventi un altro quid – altrimenti non sarebbe più materia – ma perché diventi “altro” sotto l’azione della forma.
ALESSANDRO – Quindi rimane solo questo da discutere: se possa esser prodotta una nuova forma che si applichi alla materia. E questa è l’essenza, che noi chiamiamo specie.
GIULIO CESARE – Risponderei volentieri di sì. […] Effettivamente niente nasce da se stesso; ma proprio per questo le specie nuove possono essere in potere della causa efficiente e questo potere passa all’atto solo quando ciò che è passivo è modificato in modo conveniente.

[…] Tutti coloro che ammirano le tele elaborate dai ragni con straordinario artificio sono costretti ad [ammettere che i ragni sono dotati di intelligenza]. Ciò che in noi è chiamato “ragione” è da noi stessi definito negli animali “istinto di Natura”.

Per me nulla è più piacevole che diventar vecchio imparando ogni giorno qualcosa.

ALESSANDRO – Non imiterò l’esempio di Tommaso Moro il quale, avendo ascoltato senza saperlo Erasmo mentre discorreva con grande abilità, così disse: costui o è un demone o è Erasmo. Ma io intorno alla tua sapienza mi esprimerò così: o sei Dio o Vanini.
GIULIO CESARE – Sono Vanini.


11 Responses to “Giulio Cesare Vanini, Morire allegramente da filosofi”

  1. Straordinario! Complimenti alla redattrice!

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