Nietzsche, Morale dei signori e morale da schiavi

by gabriella

NietzscheL’aforisma 260 di Al di là del bene e del male.

260. Vagabondando tra le molte morali, più raffinate e più rozze, che hanno dominato fino a oggi o dominano ancora sulla terra, ho rinvenuto certi tratti caratteristici, periodicamente ricorrenti e collegati tra loro: cosicché mi si sono finalmente rivelati due tipi fondamentali e ne è balzata fuori una radicale differenza.

Esiste una “morale dei signori” e una “morale degli schiavi” – mi affretto ad aggiungere che in tutte le civiltà superiori e più ibride risultano evidenti anche tentativi di mediazione tra queste due morali e, ancor più frequentemente, la confusione dell’una nell’altra, nonché un fraintendimento reciproco, anzi talora il loro aspro confronto persino nello stesso uomo, dentro “la stessa” anima. Le differenziazioni morali di valore sono sorte o in mezzo a una stirpe dominante, che con un senso di benessere acquistava coscienza della propria distinzione da quella dominata – oppure in mezzo ai dominati, gli schiavi e i subordinati di ogni grado. Nel primo caso, quando sono i dominatori a determinare la nozione di «buono», sono gli stati di elevazione e di fierezza dell’anima che vengono avvertiti come il tratto distintivo e qualificante della gerarchia.

L’uomo nobile separa da sé quegli individui nei quali si esprime il contrario di tali stati d’elevazione e di fierezza – egli li disprezza. Si noti subito che in questo primo tipo di morale il contrasto «buono» e «cattivo» ha lo stesso significato di «nobile» e «ignobile» – il contrasto di «buono» e «”malvagio”» ha un’altra origine. E’ disprezzato il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa alla sua angusta utilità; similmente lo sfiduciato, col suo sguardo servile, colui che si rende abbietto, la specie canina di uomini che si lascia maltrattare, l’elemosinante adulatore e soprattutto il mentitore – è una convinzione basilare di tutti gli aristocratici che il popolino sia mendace. «Noi veraci» – così i nobili chiamavano se stessi nell’antica Grecia – un fatto palmare che le designazioni morali di valore sono state ovunque primieramente attribuite a “uomini” e soltanto in via derivata e successiva ad “azioni”: per cui è un grave errore che gli storici della morale prendano come punto di partenza problemi quali «perché è stata lodata l’azione pietosa?». L’uomo di specie nobile sente “se stesso” come determinante il valore, non ha bisogno di riscuotere approvazione, il suo giudizio è «quel che è dannoso a me, è dannoso in se stesso», conosce se stesso come quel che unicamente conferisce dignità alle cose, egli è “creatore di valori”.

Onorano tutto quanto sanno appartenere a sé: una siffatta morale è autoglorificazione. Sta in primo piano il senso della pienezza, della potenza che vuole straripare, la felicità della massima tensione, la coscienza di una ricchezza che vorrebbe donare e largire – anche l’uomo nobile presta soccorso allo sventurato, ma non, o quasi non, per pietà, bensì piuttosto per un impulso generato dalla sovrabbondanza di potenza. L’uomo nobile onora in se stesso il possente, nonché colui che sa parlare e tacere, che esercita con diletto severità e durezza contro se medesimo e nutre venerazione per tutto quanto è severo e duro. «Un duro cuore Wotan mi ha posto nel petto» – si dice in un’antica saga scandinava: in questo modo l’anima di un superbo vichingo ha trovato la sua esatta espressione poetica. Un simile tipo di uomini va appunto superbo di “non” essere fatto per la pietà: per cui l’eroe della saga aggiunge, in tono d’ammonizione, «chi non ha da giovane un duro cuore, non lo avrà mai». Nobili e prodi che pensano in questo modo sono quanto mai lontani da quella morale che vede precisamente nella pietà o nell’agire altruistico o nel “desintéressement” l’elemento proprio di ciò che è morale; la fede in se stessi, l’orgoglio di sé, una radicale inimicizia e ironia verso il «disinteresse», sono compresi nella morale aristocratica, esattamente allo stesso modo con cui competono a essa un lieve disprezzo e un senso di riserbo di fronte ai sentimenti di simpatia e al «calore del cuore».

Sono i potenti quelli che “sanno” attribuire onore, è questa la loro arte, il loro dominio inventivo. La profonda venerazione per la tarda età e per la tradizione – l’intero diritto riposa su questa doppia venerazione – la fede e l’opinione preconcetta a favore degli antenati e a sfavore dei posteri sono un elemento tipico nella morale dei potenti: e se, all’opposto, gli uomini delle «idee moderne» credono, quasi per istinto, al «progresso» e all’«avvenire» e sono sempre privi di rispetto per l’età vetusta, tutto ciò è già una spia sufficiente della origine non nobile di queste «idee». Ma soprattutto una morale dei dominatori è estranea al gusto dei contemporanei e per essi spiacevole nel rigore del suo principio, che si hanno doveri unicamente verso i propri simili; che nei riguardi degli individui di rango inferiore e di tutti gli estranei sia lecito agire a proprio libito o «come vuole il cuore» e comunque «al di là del bene e del male» : è sotto quest’ultimo aspetto che possono avere il loro posto la compassione o altre cose del genere.

La capacità e l’obbligo di una lunga gratitudine e di una lunga vendetta – le due cose solo entro la sfera dei propri simili – la sottigliezza nella rappresaglia, l’affinamento dell’idea di amicizia, una certa necessità di avere dei nemici (come canale di deflusso, per così dire, per le passioni dell’invidia, della litigiosità, della tracotanza – in fondo per poter essere “buoni” amici): tutti questi sono caratteri tipici della morale aristocratica, la quale, come ho accennato, non è la morale delle «idee moderne», ed è per questo che oggi risulta difficile sentirla ancora, come pure disseppellirla o discoprirla.

– Diversamente stanno le cose per quanto riguarda il secondo tipo di morale, la “morale degli schiavi”. Posto che gli oppressi, i conculcati, i sofferenti, i non liberi, gli insicuri e stanchi di se stessi, facciano della morale, che cosa sarà l’elemento omogeneo nei loro apprezzamenti di valore? Probabilmente troverà espressione un pessimistico sospetto verso l’intera condizione umana, forse una condanna dell’uomo unitamente alla sua condizione. Lo schiavo non vede di buon occhio le virtù dei potenti: è scettico e diffidente, ha la “raffinatezza” della diffidenza per tutto quanto di «buono» venga tenuto in onore in mezzo a costoro -, vorrebbe persuadersi che tra quelli la stessa felicità non è genuina. All’opposto vengono messe in evidenza e inondate di luce le qualità che servono ad alleviare l’esistenza ai sofferenti: sono in questo caso la pietà, la mano compiacente e soccorrevole, il calore del cuore, la pazienza, l’operosità, l’umiltà, la gentilezza a esser poste in onore giacché sono queste, ora, le qualità più utili e quasi gli unici mezzi per sopportare il peso dell’esistenza.

La morale degli schiavi è essenzialmente morale utilitaria. Ecco il focolare dove è nato quel famoso contrasto tra «buono» e «”malvagio”» – nell’intimo del male si avverte la potenza e la pericolosità, una certa terribilità, finezza e forza, che soffoca il disprezzo alle radici. Secondo la morale degli schiavi, il «malvagio» suscita dunque timore; secondo la morale dei signori è precisamente il buono a suscitare e a voler suscitare timore, mentre l’uomo «cattivo» viene sentito come spregevole. Il contrasto giunge al suo culmine quando, stando alle implicazioni della morale degli schiavi, anche sui «buoni» di questa morale finisce per cadere un’ombra di questo disprezzo – per quanto lieve e benevolo possa essere -, poiché il buono, nell’àmbito del modo di pensare degli schiavi, deve essere in ogni caso l’uomo “innocuo”: costui è bonario, facilmente ingannabile, un poco stupido forse, un “bonhomme”. Ovunque la morale degli schiavi abbia il sopravvento, la lingua rivela una tendenza ad avvicinare l’una all’altra le parole «buono» e «stupido». – Un’ultima differenza basilare: il desiderio di “libertà”, l’istinto per la felicità e per le finezze del senso di libertà appartengono tanto necessariamente alla morale e alla moralità degli schiavi, quanto l’arte e l’entusiasmo della venerazione, della dedizione, sono il normale indizio di un’aristocratica maniera di pensare e di valutare – senz’altro comprensibile da ciò perché l’amore “come passione” – è la nostra specialità europea – debba essere assolutamente di origine nobile: è noto che la sua scoperta spetta ai poeti-cavalieri provenzali, a quegli splendidi ingegnosi uomini del «gai saber» cui l’Europa deve tante cose e quasi quasi se stessa.


No Comments to “Nietzsche, Morale dei signori e morale da schiavi”

  1. Boris Pasternak
    Carmelo Bene – Boris Pasternak “Le Onde” (Poesia)

    Dici d’esser vicina? Frammezzo alle angustie,
    in nome della vita, in cui ci siamo legati,
    trasportaci, ma solo tu.

    Tu mandi fumo tra una nebbia di teorie,
    terra fuori di ciarle e di calunnie,
    come una porta sul mondo e una porta sul mare,
    e una porta sulla Georgia da Mleti.

    Tu sei il paese ove le donne di Putivl’
    non piangono prima del tempo come i cuculi,
    e con tutta la verità io le rendo felici,
    e ad essa non occorre distoglierne lo sguardo.

    Dove respirano l’una accanto all’altra,
    e i ganci della passione non scricchiano
    e non danno un residuo di frazioni
    per sventura delle madri e dei bambini.

    Dove io non ricevo alcun resto
    in vita spicciola dall’esistenza,
    ma segno solo ciò che spendo
    e spendo tutto quello che conosco.

    Dove la voce, mandata a rincorrere
    una novità indistruttibile,
    con l’esultanza del mio bambino
    mi fa eco dall’avvenire.

    Qui sarà tutto: ciò che ho vissuto
    nei presagi e nella realtà,
    e coloro di cui non sono degno,
    e ciò per cui fra di essi ho un nome.

    Tu sei ancora qui, e mi hanno detto
    ove sei adesso e ove sarai alle cinque.
    Io ti potrei trovare nel Kursaal,
    piuttosto che ciarlare invano.

    Tu ascolteresti ritornando giovane,
    grande, libera, audace,
    dell’uomo giunto al limite
    da una formica che è cresciuta troppo.

    Vi sono nell’esperienza dei grandi poeti
    tali tratti di naturalezza
    che non si può, dopo averli conosciuti,
    non finire con una mutezza completa.

    Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi
    e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno,
    non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia,
    in un’incredibile semplicità.

    Ma noi non saremo risparmiati,
    se non sapremo tenerla segreta.
    Più d’ogni cosa è necessaria agli uomini,
    ma essi intendono meglio tutto ciò che è complesso…

Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: