Cristina Cecchi, Il Neolitico e l’origine della diseguaglianza

by gabriella

Uno stralcio dell’articolo sulla diseguaglianza di Cristina Cecchi, pubblicato da Micromega.

Per ricostruire l’origine della diseguaglianza ci si può servire dei dati archeologici disponibili per i popoli antichi e dei dati antropologici per i popoli contemporanei [delle società tradizionali]. È l’operazione compiuta da Kent Flannery e Joyce Marcus con l’opera The Creation of Inequality: How Our Prehistoric Ancestors Set the Stage for Monarchy, Slavery, and Empire, pubblicato da Harvard University Press per la prima volta nel 2012 e tuttora inedito in Italia.

Chiunque siamo, ovunque viviamo, qualunque lingua parliamo, qualsiasi siano i nostri costumi e le nostre credenze e il colore della pelle, all’incirca due milioni di anni fa i nostri progenitori vivevano in Africa, erano neri ed erano eguali.

È stato soltanto intorno al 15.000 a.C. che la diseguaglianza ha fatto la sua comparsa sul pianeta Terra.

Durante il Paleolitico, fino al 10.000 a.C., cioè fino alla fine dell’ultimo periodo glaciale, tutti i gruppi umani, nell’ordine dei cinque milioni di individui, vivevano di caccia, pesca e raccolta, in regime di diretta dipendenza dalle risorse naturali fornite dall’ambiente; le società di cacciatori-raccoglitori, specialmente quelle senza clan, non conoscevano monarchie ereditarie né apparati burocratici e avevano un’organizzazione politica che non andava oltre il livello della famiglia estesa, che conduceva una vita nomade vivendo dei prodotti della caccia, della pesca e della raccolta dei vegetali commestibili e abitava in accampamenti temporanei al di sotto delle cinquanta persone.

Poiché la vita nomade imponeva che ogni donna fosse in grado di accudire un figlio alla volta, le nascite erano limitate in modo che tra un figlio e l’altro passassero all’incirca quattro anni. Queste società erano generalmente egualitarie: usavano condividere il cibo, di cui quindi la parte in eccesso non veniva conservata; il capo era tutt’al più un custode della terra, che non aveva alcun privilegio sociale né potere coercitivo. Si scambiavano doni anche con persone non appartenenti al nucleo ristretto, e i doni venivano ricambiati al massimo nel giro di due anni tassativamente con oggetti non superiori in valore, cosa che altrimenti avrebbe stabilito un rapporto di superiorità. Creata una rete di solidarietà attraverso il dono, in tempi difficili un nucleo bisognoso avrebbe potuto trovare ricetto nell’accampamento del nucleo con cui aveva stabilito quel rapporto.

Le disparità di benessere economico erano mal tollerate e si usava l’arma dell’ironia per prendersi gioco di chi violava la norma sociale dell’egualitarismo; se un individuo persisteva nel comportamento antiegualitario, si usava una segnalazione attiva ed evidente di antipatia come monito. La meritocrazia era rifuggita: anche in un’attività potenzialmente ad alto tasso di disparità come la caccia, in cui una diseguaglianza naturale in forza, agilità e abilità di tiro poteva portare a diseguaglianza dei risultati, venivano adottate misure che la rendevano impossibile.

Kung San

Presso i !Kung – popolazione del deserto del Kalahari, che tuttora vive tra Namibia e Botswana –, per esempio, gli uomini, che cacciano da soli o in gruppi cooperanti di fratelli, cugini, parenti a vario titolo, hanno ciascuno frecce ben distinguibili da quelle degli altri; l’uomo la cui freccia uccide la preda ha il diritto di decidere in quale modo la carne viene divisa, e avvantaggiare così sé e i propri familiari più stretti. Per evitare che la carne migliore tocchi sempre al cacciatore migliore, attraverso un sistema di scambio di doni chiamato hxaro gli uomini !Kung si scambiano le frecce in modo che a ciascuno dei cacciatori del gruppo, e non sempre agli stessi, tocchi d’essere accreditato dell’uccisione della preda – indipendentemente dal fatto che sia stato lui a scagliare la freccia – e quindi di poter scegliere come dividere la carne.

I nostri antenati, insomma, vivevano in piccoli gruppi, non conoscevano l’accumulazione di capitale e si adoperavano attivamente per preservare l’eguaglianza e la solidarietà sociale.

Non tutti i nostri antenati, però, hanno continuato a vivere in quel modo. Alla fine del Pleistocene, con l’estinzione di molti mammiferi di grossa taglia per via dei cambiamenti climatici e della caccia esercitata dall’uomo, divenne sempre più difficile vivere di caccia e raccolta; fu così che l’uomo si dedicò alla produzione autonoma di cibo, che lo rendeva meno dipendente dalle condizioni naturali.

Questa rivoluzione compiuta dai nostri avi, chiamata neolitica, rappresenta l’atto di nascita dell’agricoltura e del controllo dell’uomo sulla natura: piante e animali da quel momento sono stati al servizio della specie umana.

Nel Neolitico, all’incirca dal 9500 a.C., si passò dall’accampamento al villaggio permanente e organizzato, dalla caccia all’allevamento, dalla raccolta all’agricoltura, dalla vita nomade alla vita stanziale. I popoli sedentari potevano allevare tutti i bambini che riuscivano a sfamare: l’intervallo tra due nascite successive si ridusse a circa due anni, contro i quattro dei cacciatori-raccoglitori. La natalità più elevata e la capacità di sostentare un maggior numero di uomini per ettaro di territorio favorirono l’aumento della popolazione.

Il modello di sussistenza e la tecnologia di cui una cultura dispone, insieme alle risorse che l’ambiente naturale offre, esercitano una grande influenza sullo stile di vita dei popoli, sul loro universo simbolico di riferimento e di conseguenza sull’organizzazione sociale di quella cultura. Lentamente ma inesorabilmente, con la rivoluzione agricola e il conseguente aumento demografico prima e il progresso nella lavorazione dei metalli poi, alcuni dei nostri avi cominciarono a creare società più grandi, con livelli di diseguaglianza crescente.

Lo sviluppo di società complesse comportò il cambiamento delle logiche sociali; tutto iniziò a basarsi sul principio dell’accumulazione. Accumulare cibo significava condividerne di meno: il meccanismo della generosità reciproca si inceppò. Le famiglie a cui meglio riusciva di accumulare cibo potevano fare doni di valore difficilmente eguagliabile dalle altre, creando quindi relazioni asimmetriche: diventavano le famiglie notabili, quelle a cui bisognava prestare ascolto e che potevano parlare in vece dell’intero gruppo davanti agli ospiti. Chi aveva di più poteva fare mostra dei propri possedimenti senza incorrere nella sanzione sociale, anzi: cominciava a essere guardato come un fortunato da invidiare.

L’egualitarismo venne scardinato dal principio dell’accumulazione e da quello, conseguente, del prestigio. La gerarchia, la stratificazione sociale prese forma, e fu la forma di una piramide che progrediva dal livello degli uomini «da nulla», alla maggioranza, ai notabili, al capo, che aveva al suo servizio svariati uomini «da nulla». Intorno all’8000 a.C. nel Vicino Oriente, al 2500 a.C. sulle Ande e al 1500 a.C. in Messico nacquero la lotta per il potere, i leader, la meritocrazia. La diseguaglianza divenne un obiettivo da perseguire.

rango

Il passaggio successivo fu dalla meritocrazia alla nobiltà ereditaria. Come già aveva visto Rousseau, la diseguaglianza è il risultato degli sforzi di qualcuno di essere pensato e trattato come superiore; dunque non è stato (solo) il frutto del surpulus generato dall’agricoltura o dall’aumento demografico o dell’accumulo di maiali e altri animali. Per rendere ereditaria la diseguaglianza bisogna convincere gli altri membri del proprio gruppo di essere superiori, e garantire tale superiorità ai propri discendenti – siano essi meritevoli del privilegio o meno. La diseguaglianza è orchestrata: un’operazione di manipolazione attiva e consapevole della logica sociale da parte di agenti umani. Nella Mesopotamia del 5300-5000 a.C., nel Perú e nel Messico del 1200-1000 a.C. nacquero la stratificazione sociale, le classi ereditarie, la divisione tra élite e non élite, l’aristocrazia. Il rango forniva la giustificazione per la disparità di benessere economico.

regno

Poi venne il regno, a perpetuare le forme di diseguaglianza preesistenti e crearne di nuove. Una delle società in competizione sul territorio prese vantaggio sulle altre e si espanse, sottomettendo i vicini e trasformando le società rivali in province tributarie di un territorio più ampio. Si generò così un livello gerarchico ulteriore, che abbisognava di un titolo più alto: non più capo, ma re. Di pari passo nacquero le città capitali e i palazzi, le corti e i monumenti, le tombe regali più magnificenti di quelle di tutti gli altri: ambienti artificiali che non avrebbero potuto essere più lontani dallo stato di natura di Rousseau.

L’urbanizzazione è stata una conseguenza della costruzione del potere. Poiché di solito i popoli non si sottomettono volontariamente, fu necessario creare una forza armata, da cui conseguirono la guerra e la schiavitù; il bisogno di difendersi da vicini così aggressivi generò una reazione a catena nei territori confinanti: la comparsa di un regno fornì il modello per la formazione di molti altri. È a questo momento della storia che data l’origine della discriminazione su base etnica: l’etnocentrismo è una tendenza visibile anche nei villaggi delle società primigenie, i cui abitanti consideravano i propri costumi superiori a quelli dei vicini, ma solo a questo momento data una vera e propria cittadinanza di secondo livello su base etnica.

2.500 a.C. ca

Rispetto ai tempi dell’aristocrazia, il potere era concentrato nelle mani di un solo uomo; ma la dimensione del territorio superava quella governabile con le istituzioni precedenti: il cambiamento nell’amministrazione e nell’ideologia si tradusse nella formazione dello stato. Lo stato, dunque, nacque da società che già possedevano un certo grado di diseguaglianza ereditaria. Se in Egitto le società con distinzioni di rango apparvero tra il 5000 e il 3000 a.C., è circa al 3100 a.C. che risale l’inizio della monarchia con la dinastia zero; in Mesopotamia ciò avvenne anche prima, intorno al 3700-3200 a.C., con il periodo Uruk negli odierni Iran e Iraq.

Ma furono i Sumeri (circa 3000-2000 a.C.) – i Sumeri, che da bambini ci insegnavano ad ammirare perché hanno inventato la scrittura, fermando l’infanzia onirica del mondo e dando avvio alla memoria dell’umanità: la storia è davvero la storia degli oppressori – il popolo che in età antica portò al massimo grado di raffinatezza il leviatano della diseguaglianza. I Sumeri per primi privatizzarono la terra; l’aristocrazia ereditaria – i cui figli nutrivano le fila di regnanti, funzionari d’alto livello, sacerdoti e giudici della corte suprema – aveva grandi possedimenti, terre lavorate per loro da gente comune e da schiavi; non c’erano quasi più terre che non fossero private.

Il territorio venne diviso in province amministrative, ciascuna con un governatore, una capitale e una gerarchia di città, grandi villaggi e piccoli villaggi. Si perse l’egualitarismo tra unità territoriali – l’eguaglianza non è solo tra umano e umano, ma anche tra unità territoriale e unità territoriale – e vennero l’urbanizzazione e la divisione del lavoro modernamente intese.

I Sumeri per primi crearono uno stato burocratico e una classe politica professionale. Secondo alcuni storici dell’economia il santuario sumerico era una vera e propria azienda, l’antesignano delle grandi corporation attuali in economia capitalistica. Giudici e ufficiali giudiziari dispensavano la giustizia in accordo con le regole sancite dalle leggi; mentre prima si rispondeva al furto, all’omicidio e in generale alla violenza a livello individuale o di famiglia, di clan, di villaggio, presso i Sumeri divenne responsabilità statale attuare una serie di punizioni – dalla semplice multa alla pena di morte per lapidazione – codificate per dare l’apparenza di giustizia in una società peraltro molto corrotta. L’ideale sumerico era l’ordine, e il metodo per ottenerlo era l’obbedienza a centinaia di norme, interpretate per il povero dagli aristocratici. Nacquero il sistema di tassazione e la moneta, i prestiti con alti interessi e i debiti schiaccianti. E, regina fra le innovazioni, il monopolio della forza da parte dello stato, con tanto di esercito e leva obbligatoria.

Il matrimonio divenne un contratto legale tra un uomo e una donna – probabilmente fu proprio dai Sumeri che gli autori aramaici dell’Antico Testamento mutuarono l’idea che il matrimonio dovesse essere ristretto a un uomo e una donna –: le flessibili relazioni matrimoniali delle società egualitarie, che potevano presentarsi in sei o sette varietà e comportavano una famiglia estesa, in cui le cure parentali erano distribuite e gravavano meno sulla sola donna rispetto a quanto avviene nella famiglia nucleare, vennero arbitrariamente ridotte al rapporto monogamico su base maschile, perché non poteva essere permesso nulla che non garantisse all’uomo la certezza che il suo erede maschio fosse il frutto del seme suo e non altrui. Cambiò l’organizzazione della famiglia, la prima cellula sociale; cambiò l’organizzazione dei rapporti sociali.

Un’altra istituzione che può essere fatta risalire ai Sumeri è l’impero, cioè un macrostato ogni provincia del quale una volta era stato un regno indipendente: sotto Sargon (che secondo la tradizione regnò fino agli ottantacinque anni di età, cioè fino al 2215 a.C.) nacque il primo impero della Mesopotamia e del mondo. Nella ricostruzione di Rousseau sul passato dell’umanità, questo rappresenta lo stadio finale: era in società come quella dei Sumeri che il povero firmava il contratto sociale, accettando la diseguaglianza eterna. Il resto è cronaca recente.

Nel 2500 a.C. praticamente ogni forma di diseguaglianza nota all’umanità era stata generata da qualche parte del pianeta e le società di eguaglianza reale erano state gradualmente relegate in luoghi in cui nessun altro voleva abitare. I creatori dei primi regni non erano consapevoli di generare un nuovo tipo di società: volevano solo eliminare i rivali e accrescere i sudditi. Una volta che esiste un modello, tuttavia, questo è per sempre una possibilità nel novero delle varianti, e può evolversi. Ma non bisogna dimenticare che non tutte le società stratificate si sono evolute in regni: a tutt’oggi, oltre alle società industriali e postindustriali esistono sia società agricole sia gruppi umani che sono rimasti cacciatori-raccoglitori. La diseguaglianza è un fenomeno storico, non una necessità logica né evolutiva.

La nascita di società umane complesse, che ha il suo ultimo approdo nella società postindustriale, è paragonabile alla crescita ipertrofica in biologia.

Nell’evoluzione biologica, l’aumento demografico è considerato una misura di successo: una specie cresce a spese di un’altra; magari alcuni nuovi geni l’hanno resa più adattiva, oppure un cambiamento nell’ambiente ha favorito i suoi geni preesistenti. L’evoluzione sociale è diversa. Alcuni degli aumenti demografici umani più significativi sono seguiti all’introduzione dell’agricoltura, un mutamento che non ha avuto nulla a che fare con i geni. La decisione di abbandonare la vita nomade e vivere in villaggi stabili, la crescita di aggressive società basate sul rango e la creazione di regni espansionistici sono state spesso accompagnate da aumenti demografici.

Beninteso: non sono l’agricoltura e la vita stanziale – quindi un passaggio evolutivo di per sé neutro dal punto di vista della diseguaglianza – ad aver incrementato il livello di diseguaglianza nell’umanità e ad aver dato il la a tutti gli sviluppi successivi. L’agricoltura e la possibilità di accumulare sono stati solo il mezzo che (quel che Rousseau chiamava) l’amor proprio di alcuni – agenti umani che si sono battuti per avere maggiori privilegi rispetto ad altri che invece resistevano a questo processo – ha potuto sfruttare per ottenere privilegio sociale, dal quale poi è derivato il resto.

E il resto è storia: può essere modificato. Primitivo non significa superato; evoluto non significa migliore. Perché la storia non procede linearmente e l’evoluzione sociale è un fiume con molte anse, meandri abbandonati dalla corrente che se tornassero vitali potrebbero spostare il corso e la foce di centinaia di leghe.

Print Friendly, PDF & Email

2 Comments to “Cristina Cecchi, Il Neolitico e l’origine della diseguaglianza”

  1. Complimenti per il tuo lavoro di selezione e divulgazione. Sul tema dell’origine della diseguaglianza, continuiamo a raccontare sempre la stessa storia, rivoluzione neolitica = rivoluzione agricola + incremento demografico e via col circolo di retroazione. Ho ricercato molto in questi anni sul tema e i riscontri archeologici-geoclimatici raccontano una storia che in parte è così ma per alcuni particolari essenziali, è un po’ diversa. Ci sono -pare- cinque/settemila anni prima della completa conversione all’agricoltura, che iniziano con un precoce sedentarizzazione per motivi di già raggiunta massa dei gruppi umani. Dal circa -14.000 in poi, la protezione della produzione naturale, l’orticultura e qualche prima contenuta produzione, fungono da integratori della caccia e raccolta. La transizione si compie nei successivi cinque/settemila anni, chiaramente crescono i gruppi, diminuiscono le risorse libere e quindi aumenta la produzione in proprio. Durante queste transizione si afferma una prima gerarchia che chiameremo “funzionale”. Una parte dei gruppi umani venne delegata dall’intero gruppo ad occuparsi del “generale” mentre ognuno prese a specializzarsi nel suo particolare. Pare che questa prima élite (ad esempio Ugarit) fosse quella sacerdotale, coloro che detenevano le chiavi della narrazione in cui si identificava il gruppo. Nel tempo, la suddivisione dei compiti funzionale, divenne irreversibile poiché nessuno più in grado di partecipare al generale visto che ognuno (tranne i pochi altrimenti specializzati al generale) era sempre più assorbito dal suo particolare. La gerarchia da funzionale delegata e reversibile, diventa irreversibile e funzionale imposta.Ai sacerdoti si affiancano i guerrieri da cui poi i re. La questione diventa quindi una differenza tra piccoli e grandi gruppi umani, più sono piccoli più sono naturalmente egalitari, più sono grandi più sono gerarchici. Il punto è quindi come passare da questa prima fase primitiva della socialità umana che dura solo da diecimila anni ad una fase in cui la gerarchia che si basa sulle differenze naturali, torni ad essere funzionale, delegata e quindi partecipata in un regime di sostanziale maggior eguaglianza. Il problema è dunque come ripristinare la logica dei piccoli gruppi nei grandi gruppi. La soluzione va cercata nell’educazione, nella distribuzione di conoscenza ed informazione è da questa che nasce il potere di Pochi su Molti, la differenza di ricchezza ne è conseguenza, non causa. Nel migliore dei mondi (irrealizzabili) possibili potremmo con la bacchetta magica redistribuire tutte le ricchezze per legge, la diseguaglianza di un qualche potere di decisione di Pochi sull’intero gruppo, si riformerebbe comunque, come si riformò in Unione sovietica. Buon lavoro!

    • Grazie Pierluigi, hai ragione, concordo su tutta la tua ricostruzione. Forse stralciare la parte di commento al saggio di Flannery e Marcus dall’articolo non rende giustizia a Cristina Cecchi, il cui approccio è filosofico-politico più che antropologico.

      A me serviva una lettura essenziale per una classe che sta lavorando sulla modernizzazione che sto presentando come una rivoluzione paragonabile al neolitico, ma sono all’inizio della ricerca, se hai piste da suggerirmi mi sarebbero utilissime. Approfitterò del fine settimana per fare una bella immersione tra le tue carte. Un salutone.

Leave a Reply


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: