Luigi Cavalli Sforza, Il razzismo non ha fondamento

by gabriella

razze-umaneLe nozioni di «razze superiori» e «razze inferiori» nascono nell’Ottocento con la pubblicazione del Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane (1853-55) di Joseph Arthur de Gobineau (1816-82). Il saggio stabiliva, infatti, l’ineguaglianza originaria delle razze, creando una tipologia fondata su criteri di gerarchizzazione ampiamente soggettivi come la «bellezza delle forme, forza fisica e intelligenza».

Non esistono oggi, almeno in ambito scientifico, sostenitori delle tesi di de Gobineau, perché gli studi di genetica umana hanno dimostrato che lo stesso concetto di razza, fondato su presunte differenze biologiche, è privo di senso. Nei brano seguente il genetista Luigi Cavalli Sforza (1922-viv.) rintraccia le origini del razzismo in osser­vazioni di carattere culturale, smentendo la validità delle motivazioni biologiche [L. L. Cavalli Sforza, Introduzione alla genetica umana, trad. it. di A. Ramazzotti Cavalli Sforza, Milano, Mondadori, 1976, pp. 146-50 e 165-66].

È facile distinguere le tre razze umane principali: africana, caucasica e orientale. Grossolana­mente corrispondono alle razze nera, bianca e bruna; vi sono però molti gruppi di transizione e non è facile, ad esempio, decidere se classificare come africani o caucasici molti africani del nord [ . ..].

I caratteri che ci permettono di assegnare un individuo a uno di questi gruppi — anche se tal­volta non senza errori – sono, oltre che il colore della pelle, il colore e la forma dei capelli, la forma del corpo e ancora più della faccia e degli occhi. Queste differenze sono senz’altro ere­ditarie, pur se il meccanismo di determinazione è complesso; esse possono essere ricondotte in buona parte ad adattamenti ambientali. Sappiamo che la pelle è scura all’equatore e soprat­tutto negli ambienti più assolati e aridi, mentre è meno scura negli ambienti umidi e protetti dal sole della foresta equatoriale, e che è solitamente chiara nelle popolazioni che hanno vis­suto a lungo in zone a clima temperato o freddo. E logico pensare che la pelle scura costitui­sca una protezione contro l’eritema solare e le altre infiammazioni (e tumori) della pelle do­vute all’irradiazione ultravioletta, particolarmente intensa nelle regioni calde e secche. […] I

I colore della pelle non è il solo carattere razziale che sia dovuto (almeno parzialmente) al cli­ma; molti altri caratteri che ci permettono con una sola occhiata di distinguere l’origine raz­ziale di un individuo hanno assai probabilmente rapporti con il clima e rappresentano adatta menti al freddo o al caldo, dalla forma dei capelli a quella degli occhi, delle narici e così via. Ad esempio il capello crespo – tipico di popolazioni africane – sembra favorire il condiziona­mento termico del cranio, aiutando a prevenire l’ipertermia che potrebbe sopravvenire in cli­ma caldo e potrebbe facilmente essere fatale.

Narici strette sembrano più convenienti ove l’a­ria è fredda, perché facilitano l’ingresso più lento dell’aria e il suo riscaldamento prima dell’ar­rivo ai polmoni, mentre narici larghe paiono più convenienti in climi tropicali. Un minor svi­luppo del rapporto superficie-volume del corpo è più adatto a climi freddi che a climi caldi, rallentando la perdita di calore e così via. […]

Per concludere, quei caratteri che siamo abituati a considerare come caratteristici delle razze ri­specchiano largamente l’adattamento genetico, avvenuto attraverso la selezione naturale, all’ambiente in cui si è svolta la maggior parte della vita delle varie popolazioni nelle ultime decine di migliaia di anni. Tra le condizioni ambientali la più importante è stata probabilmente il clima.

La dimostrazione dei polimorfismi [cioè la capacità e possibilità di assumere più e diverse forme, dal greco póly + morphé, molte forme] genetici, di cui il più studiato nell’uomo è il sistema di gruppi sanguigni ABO, fu presto accompagnata dalla scoperta che le frequenze dei vari alleli [forme alternative di una coppia di geni. I ge­ni alleli sono omologhi ma con diversa struttura mo­lecolare, sono portatori di forme alternative di uno stes­so carattere e occupano la stessa posizione su cromosomi omologhi. Ad esempio, il colore del fiore di un pianta di piselli può essere porpora o bianco, il colore degli occhi può essere azzurro o castano ecc.] sono diverse da una popolazione all’altra. Le differenze, peraltro, sono modeste nel caso dell’ABO. In quasi tutte le popolazioni (con l’eccezione di molte tribù amerindie, che hanno quasi soltanto l’allele 0) si trovano sempre i tre alleli in proporzioni solo lievemente diverse.

Oggi conosciamo parecchie dozzine di geni polimorfici. Alcuni fra essi mostrano ancora meno differenze razziali che l’ABO, Altri ne mostrano di più; pochi giungono a gradi di differenza estremi.

Possiamo fare una stima delle differenze genetiche che si trovano fra due individui presi a caso o, ancor più semplicemente, fra due gameti [cellule che, negli organismi a riproduzione sessuata], si uniscono ad altre per formare gli zigoti, da cui ha inizio la vita pluricellulare] presi a caso, contando quante volte due gameti portano, in un certo gene, un allele diverso. […] Se prendiamo i due gameti dalla stessa popolazione, troviamo una stima della differenza genetica entro la popolazione. Per una popolazione relativamente piccola (di qualunque origine razziale) troviamo che questa differenza è di 30%; cioè 30 volte su 100 troviamo che i due gameti hanno un allele diverso dello stesso gene e 70 volte su 100 lo stesso allele. Ciò indica che esiste una notevolissima variazione genetica in una stessa popolazione. Anche una popolazione piccola e isolata mostrerebbe una variazione poco inferiore; per quanto isolata e inincrociata, una popolazione umana è ben lungi dall’essere geneticamente pura.

Se, invece, prendiamo un gamete da una popolazione di una razza e uno da una razza diversa abbiamo una stima della differenza tra le due razze. Si osserva che questa differenza è solo di poco superiore a quella fra due individui della stessa popolazione […]. Lo studio dell’insieme dei geni noti, scelti fra quelli polimorfici (che è oggi il modo migliora nostra disposizione per compiere una scelta rappresentativa di tutto il patrimonio genetica mostra perciò che le differenze razziali sono relativamente modeste. L’uomo della strada ha invece l’impressione che le differenze siano grandi e ha, a suo modo, ragione. Come si risolve il paradosso? Il fatto è che le differenze razziali osservate dall’uomo della strada sono quelle che si vedono facilmente e queste sono tutte, per definizione, differenze «superficiali».

Abbiamo appena visto come la superficie del corpo abbia sviluppato grandi differenze «razziali» come risposta alle grandi differenze climatiche. Vi è un’elevata correlazione tra quello che l’uomo della strada vede (la superficie del corpo) e la parte del corpo che risponde al clima. Le differenze che vediamo sono perciò, in effetti, piuttosto cospicue, ma sono solo una piccola parte, altamente selezionata, di tutte le differenze che esistono tra le razze, mentre quelle complessive che possiamo studiare attraverso i polimorfismi genetici sono invece, in media, modeste. Né potrebbero essere grandi, dato che il tempo a disposizione per sviluppare queste differenze è stato poco; l’uomo moderno, in seno al quale si sono sviluppate le differenze razziali che vediamo tra i gruppi umani oggi viventi, non sembra avere più di 50.000 o 60.00 anni di vita. In un arco di tempo di questo genere le differenze genetiche che si possono sviluppare sono scarse. […]

Vi è un’altra considerazione a cui si è giunti per via teorica e che differenzia l’evoluzione cul­turale da quella biologica, oltre alla maggiore velocità di cambiamento: mentre le differenze biologiche tra individui di una popolazione sono grandi, quelle culturali sono piccole, esiste cioè una elevata omogeneità culturale tra gli individui che appartengono allo stesso gruppo so­ciale. E stato dimostrato che il meccanismo di trasmissione culturale smorza considerevolmente la variazione tra individui e la mantiene al di sotto di un livello piuttosto basso. Ove l’inse­gnamento avviene, in prevalenza, a opera dei genitori, o in genere di poche persone, la varia­zione è più elevata; se vi contribuiscono molte persone e, soprattutto, quando pochi insegna­no a molti (come, ad esempio, gli insegnanti nelle scuole) l’omogeneità è più grande. […]

Sorge così l’enorme eterogeneità di costumi e di lingue che osserviamo non appena usciamo dal nostro ristretto ambiente e abbiamo occasione di notare le abitudini e la vita degli altri. Al­cuni di questi contrasti non finiscono di stupirci. In certe culture si ritiene che sia giusto e do­veroso mangiare il cadavere dei propri parenti morti, in altri si inorridisce all’idea; alcuni grup­pi sono convinti che la moglie ideale sia la figlia della sorella, altri ritengono una tale unione incestuosa. Gusti, pregiudizi, costumi e linguaggio differiscono da una cultura all’altra, ma en­tro una stessa cultura le divergenze sono poche. Ciò rende possibile la vita sociale di gruppo ma, inevitabilmente, crea incomprensioni fra i popoli. Il giorno in cui ci renderemo conto di come tali differenze possono originarsi, di quanto superficiali esse possono essere, quando ci convinceremo tutti che queste differenze non ne celano altre più profonde e inalterabili per­ché di origine biologica, impareremo a guarire dalla malattia chiamata razzismo e a rendere più gradevole e distesa la vita sul nostro pianeta.

 

Esercitazione

1. Da dove derivano, secondo Cavalli Sforza, le differenze fìsiche tra i gruppi umani, gene­ralmente additate come tratti fondanti la di­stinzione in razze?

2. Che cosa differenzia l’evoluzione biologi­ca e quella culturale?

3. Le differenze genetiche vengono studiate mediante l’analisi degli alleli. Come viene con­dotta l’indagine?

4. II razzismo è definito da Cavalli Sforza «una malattia». Quale riflessione può curare una si­mile malattia?


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