Salvatore Palidda, Elementi di sociologia della devianza e mutamento sociale

by gabriella

carcereScheda per il corso di Sociologia della devianza del corso di laurea in Scienza della comunicazione dell’Università di Genova.

Questa prospettiva di studio si fonda su un’accezione della devianza che comprende non solo la trasgressione o violazione delle regole e delle norme socialmente condivise, ma anche tutto ciò che contribuisce alla produzione e alla riproduzione di essa come fenomeno insito nei mutamenti sociali. Si propone quindi una prospettiva di interpretazione della devianza attraverso lo studio delle sue molteplici manifestazioni e delle numerose reazioni che queste suscitano in diversi momenti storici, in diversi contesti sociali e politici. Si potrà allora comprendere come ogni mutamento sociale è mutamento dell’ordine della società, ossia cambiamento del controllo sociale e del disciplinamento dei comportamenti collettivi e individuali e quindi cambiamento di ciò che si considera deviante.

In accordo con alcuni autori classici e anche recenti che hanno analizzato la storia di diverse congiunture, simili a quella attuale, si può affermare che ogni riassetto dell’ordine sociale produce l’effetto delle “innovazioni distruttive”, ossia una nuova selezione e quindi una nuova chirurgia sociale che include alcuni ed esclude altri [Oltre a L. Chevalier (1976), a Foucault (1976), a Delumeau (1979) e ai volumi di Bauman e di Dal Lago, per la storia italiana faccio riferimento anche a J. Davis (1989), a Pavarini (1997) e a Montaldi (1961). Il concetto di “distruzione creatice” si rifà a Schumpeter].

L’attuale processo di passaggio alla “seconda grande trasformazione” (postfordismo, sviluppo di un liberismo violento, delocalizzazioni su scala mondiale, nuovo disordine globale) ha provocato ancora più distanza fra ricchi e poveri, gravissimi disastri nelle società subalterne e un processo di incanalamento nella delinquenza, nella criminalizzazione e nell’auto-criminalizzazione di una parte degli esclusi (in tutti i paesi). Inoltre, la differenza fra le passate congiunture di riassetto sociale e quella attuale sta nel fatto che il modello di sviluppo odierno non prevede il recupero degli “scarti umani” che esso stesso produce, ma ne fa il “nemico sociale” alimentando –come suggerisce Bauman- lo spettro della xenofobia che si aggira sul pianeta. Studiare la devianza in relazione al mutamento sociale significa quindi affrontare le questioni inerenti le libertà e la sicurezza, ossia le caratteristiche dell’organizzazione della società e le pratiche della cittadinanza o di produzione della non-cittadinanza.

 

Che cos’è la devianza ?

Devianza è l’atto, il comportamento o l’espressione, anche verbale, che la maggioranza dei membri di una collettività o entità sociale considerano come uno scostamento o una violazione più o meno grave delle norme o regole condivise da questa maggioranza. La sociologia applicata alla devianza si propone lo studio di tutto ciò che ha attinenza con la dimensione sociale di questa. La differenza principale fra la sociologia della devianza e gli altri approcci sta nel fatto che la prospettiva della ricerca sociologica si prefigge di scoprire e analizzare tutti gli aspetti ed elementi che in una data società sono direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e riproduzione della devianza. Al contrario gli altri approcci, quali per esempio la psicologia, la criminologia o l’antropologia clinica, la psichiatria o anche la psicanalisi, prediligono lo studio della devianza come fatto o comportamento interno ad un processo individuale. La sociologia della devianza non ignora né trascura i processi individuali ma cerca sempre di comprenderne i nessi o le interazioni con i processi sociali.

Emile Durkheim (1585 - 1917)

Emile Durkheim (1585 – 1917)

ortopedia sociale

ortopedia sociale

La sociologia della devianza nasce alla fine del XIX sec. e si sviluppa soprattutto nel XX. Il paradigma sociologico che si afferma a partire della prima metà del XIX sec. costituisce la tradizione della sociologia strutturalista che ha il suo iniziatore e maggior esponente in Durkheim. La sociologia del XIX sec., erede della prospettiva illuministica e quindi del “mito” della razionalità, è una scienza interessata al funzionamento normale (secondo le norme) dell’organismo sociale (assimilando la società all’organismo -vedi organicismo sociologico). Essa è quindi impegnata nella definizione delle c.d. “patologie” e delle “anomalie” secondo una visione positivistica-razionalistica che ancora ragiona in termini di “igiene del corpo sociale” e pretende “sanare” le “malattie sociali” inseguendo il mito di una società perfettamente razionalizzata (“normalizzata”).

Ne consegue che ogni questione sociale è trasformata in questione patologica se non in questione criminale; così i meccanismi che producono e riproducono esclusione sociale e quindi il sistema di dominio che li produce, perché si fonda su di essi, non sono messi in discussione (su questi vari aspetti si veda Dal Lago; 2000). La teoria durkheimiana può essere considerata come la teoria dell’integrazione sociale, ossia una concezione ancorata al mito di una razionalità che pretende condurre alla ragione (o alla norma) ogni anomia e devianza. Comunque, la prospettiva interpretativa durkheimiana stabilisce una netta demarcazione rispetto agli approcci pre o anti-sociologici cioè antitetici con il fondamento stesso della sociologia, cioè con il paradigma del “fatto sociale” come risultato o prodotto di un processo di costruzione sociale. Così, non solo l’eugenetica, ma anche la psicologia, la psichiatria e la criminologia clinica o l’antropologia criminale si situano in posizione a-sociologica poiché propongono un’interpretazione della devianza o della criminalità come esiti di dinamiche individuali accantonando di fatto ogni dimensione sociale.

I limiti se non il fallimento analitico di questi approcci –per non parlare del loro uso al servizio di operazioni di “pulizia etnica” o di genocidi- è messo a nudo dal fatto stesso che la devianza può riguardare qualsiasi essere umano a prescindere dalle sua “natura”, dalle sue origini, a prescindere cioè dalle sue caratteristiche biologiche oltre che sociologiche. E’ anche assai rivelatore che oggi tutti i vari approcci cercano di inglobare gli apporti proposti dalla sociologia che a sua volta si caratterizza sempre più per la ricerca di pluridisciplinarietà. Ne consegue che la ricerca sociologica nel campo della devianza implica sempre più il ricorso all’articolazione fra diacronia e sincronia, fra micro e macro (fra qualitativo e quantitativo) e alla comparazione, quindi agli apporti di diversi approcci fra cui in particolare la storia sociale e l’etnografia sociale.

 

Società, devianza e controllo sociale

In quanto “animale sociale” (o politico) ed “essere pensante”, l’essere umano vive insieme con altri suoi simili in società, costituendo così delle entità sociali. La vita sociale, quindi le relazioni tra gli individui e tra ciascuno di essi e la collettività, sono organizzate secondo regole volte al disciplinamento della società che la maggioranza condivide anche se sono state pensate o imposte dai più forti cioè dai dominanti. La definizione formale delle regole, quindi la loro codificazione scritta, le trasforma in norme istituite che insieme costituiscono l’ordinamento dell’organizzazione politica della società, cioè lo stato, come organizzazione della disciplina sociale. Si può tuttavia distinguere tra regole informali (non scritte) e norme (codificate e istituzionalizzate) al fine di comprendere quando le regole socialmente condivise si conciliano o coincidono con le norme e quando invece se ne discostano. I soggetti sociali che non riescono o non vogliono conformarsi alle regole e alle norme (anche perché a volte non hanno potuto partecipare alla definizione di queste) sono suscettibili di essere considerati devianti. La diffusione della devianza corrisponde quindi alla capacità di inclusione nelle regole e nelle norme e alla capacità di “gestione delle regole del disordine” o di “dare un posto al disordine” (ossia alle “categorie elementari del sociale”, ai “demoni”, cioè agli elementi e aspetti a-razionali – cfr. infra). Il controllo sociale nasce insieme all’affermazione stessa delle regole e poi delle norme come attività volta a reprimere gli scostamenti o le trasgressioni o violazioni delle regole e delle norme.

Per controllo sociale “endogeno” si intende quello esercitato spontaneamente dalla maggioranza dei membri della società, mentre per controllo sociale “esogeno” o “dall’alto” si intende quello esercitato dalle istituzioni preposte a tale scopo. Il controllo sociale può quindi essere esercitato da ogni singolo membro della società, da più membri o dalla maggioranza della società nei confronti di coloro che commettono atti o adottano comportamenti o espressioni anche solo verbali percepiti o considerati come devianti rispetto alle regole e norme socialmente condivise. Il controllo sociale comincia quindi con lo stesso sguardo e/o l’uso degli altri principali sensi umani (udito e olfatto) : tutto ciò che allo sguardo, all’udito, all’olfatto appare diverso o “a-normale” rispetto a ciò che si considera “normale” è percepito o considerato come una deviazione se non come una trasgressione o violazione o addirittura un crimine. Con l’organizzazione politica della società secondo norme codificate e istituzionalizzate, il controllo sociale legittimo (in base alle leggi) è esercitato solo da istituzioni o agenzie preposte a tale scopo, ossia le polizie e l’autorità giudiziaria. Le polizie sono quindi le uniche ad avere la facoltà legittimata dalla legge di reprimere ogni atto deviante o criminale anche con la violenza. In uno stato di diritto spetta all’autorità giudiziaria la competenza di comminare pene, cioè punizioni dell’atto deviante.

 

L’utilità politica della devianza

La devianza e la sua punizione acquistano un’utilità straordinaria per la regolamentazione della società perché possono permettere di mostrare il confine tra normale e a-normale. La pena viene comminata non perché sia in sé giusta o utile, ma per riaffermare la legittimità dell’organizzazione politica della società sulla base delle norme vigenti e quindi la legittimità del potere che punisce. L’idea della correzione del deviante corrisponde alla visione razionalista che pretende “normalizzare” l’intera società se non “guarirne” le sue “patologie”, come se si trattasse di un organismo malato.

“Il concetto di devianza non esprime altro che l’opposizione formale tra una presunta integrazione della società e una presunta differenziazione. Ma i confini tra integrazione e devianza non sono mai stabiliti così che le aree dei comportamenti deviati vengono volta per volta allargati ai confini dell’intera società (come avviene nelle teorie dei conflitti, ad esempio), oppure ristrette a disfunzioni locali o individuali (come nelle teorie funzionaliste). (Dal Lago)

Si può quindi osservare che la questione è capire sino a che punto si tratti di diversità o di devianza e quando la prima viene classificata nella seconda (si veda significato e meccanismi di categorizzazione e di classificazione o, nel caso delle polizie, il meccanismo che trasforma la discrezionalità in discriminazione).

“La società produce strutturalmente situazioni di anomia … Criminalità e devianza non sono fenomeni patologici di cui sia possibile valutare scientificamente le dimensioni e analizzare le cause, ma sistemi complessi in cui determinati atti e comportamenti vengono definiti, amplificati, riprodotti e utilizzati per difendere interessi e sistemi di mantenimento del controllo” (Dal Lago).

 

Crimine, criminalità, criminologia

Il termine crimine è spesso utilizzato quando ogni atto o comportamento percepito come deviante viene considerato e classificato come “reato” o “delitto” che merita la comminazione di una pena. Secondo alcuni autori, la prima teoria “criminologica” moderna fu quella prodotta nell’ambito razionalista dell’illuminismo del XVIII secolo, ossia una teoria della criminalità che si inquadra nella visione utilitaristica e quindi volontaristica.

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham

cesare beccaria

Cesare Beccaria (1738 – 1794)

L’avvento della modernità (incarnato in particolare dallo sviluppo dell’industria e dell’urbanizzazione) appare come il trionfo delle capacità razionali dell’essere umano (calcolo razionale e atto volontario come elementi-motore delle scelte razionali-utilitaristiche e dei comportamenti corrispondenti). Ne consegue che il comportamento criminale viene interpretato come atto razionale che terrebbe conto del calcolo del guadagno e del rischio, ossia della punizione di esso che quindi deve essere misurata in proporzione al danno che tale atto arreca. I due principali teorici di questa teoria criminologica” moderna sono Cesare Beccaria (1764) e Jeremy Bentham (1789).

L’opera di Beccaria (Dei delitti e delle pene) divenne presto famosa in tutto il mondo e la sua traduzione francese fu pubblicata nel 1766 con il commento di Voltaire. Ovviamente, la teoria di Beccaria fu attaccata dagli ecclesiastici dell’inquisizione essendo segnata da influenze umanistiche e liberali che conducevano l’autore ad essere il primo grande giurista-criminologo a condannare la tortura e la pena capitale. Bentham è ricordato soprattutto come il teorico del panottico, ossia di una struttura carceraria in cui i guardiani possono costantemente osservare i detenuti senza essere visti perché posti in una torre centrale intorno alla quale sono disposte le celle. Grazie a tale struttura, secondo Bentham, i detenuti erano indotti all’autocontrollo a causa dello stesso timore di essere costantemente sorvegliati. Il panottico è quindi un modello di controllo sociale applicabile, con opportuni adattamenti, a tutte le strutture dell’organizzazione sociale (caserma, fabbrica, manicomio, ospedale, scuola, o anche al caseggiato o al quartiere).

Michel Foucault (1926 - 1984)

Michel Foucault (1926 – 1984)

Studiando l’opera di Bentham e i molteplici casi ed aspetti del controllo sociale, Foucault (1975) costruisce la sua “microfisica del potere”, come analisi della tecnologia di disciplinamento composta dalle molteplici procedure per inquadrare, controllare, misurare, ammaestrare o educare o inculcare agli individui comportamenti atti a renderli docili e utili.

 

Il positivismo

Claude Henry de Rouvroy conte di Saint-Simon

Claude Henry de Rouvroy conte di Saint-Simon (1760 – 1825)

Auguste Comte

Auguste Comte (1798 – 1857)

Il positivismo è un indirizzo filosofico che sorse in Francia nella prima metà del XIX sec. Il termine era stato coniato da Saint Simon e poi adottato da Auguste Comte come stadio “scientifico” del sapere umano in contrapposizione a quelli precedenti definiti da questi come “teologico” e “metafisico”. Il positivismo si rifà innanzitutto alle conoscenze e ai metodi delle scienze che si erano sviluppate (matematica, fisica, chimica, biologia) quindi alla ricerca delle “leggi” della natura. In Inghilterra lo sviluppo del positivismo si ha con Darwin che elabora il principio dell’evoluzione biologica, e con Spencer che aveva proposto una teoria della legge universale dell’evoluzione (dall’omogeneo all’eterogeneo).

Herbert_Spencer

Herbert Spencer (1820 – 1903)

Nello studio della criminalità, fra i primi e più importanti autori positivisti figurano A. Quételet (1835) e A.M. Guerry (1833). Si deve al primo un’elaborazione statistica fondata sull’idea di norma statistica che lo conduce a teorizzare il concetto dell’uomo medio rispetto a cui misurare le deviazioni (sulla base dei criteri biometrici e antropometrici).

Cesare Lombroso (1835 - 1909)

Cesare Lombroso (1835 – 1909)

In Italia, il primo e principale autore positivista in questo campo fu Cesare Lombroso che teorizzò il concetto di “delinquente nato” come residuo dell'”uomo primitivo”, ossia come “atavismo“. Da notare che Lombroso e altri autori di questa corrente di ricerca venivano considerati come progressisti mentre di fatto la loro teoria fu usata per giustificare il razzismo colonialista e poi anche quello nazista. Un celebre discepolo di Lombroso fu Enrico Ferri che invece tentò di arricchire la teoria lombrosiana con elementi sociologici teorizzando la “sociologia criminale”.

 

Funzionalismo

Indirizzo dell’antropologia sociale e culturale del novecento che pone alla base dell’analisi empirica e teorica l’esigenza di studiare ogni società come una totalità di strutture sociali e culturali, costumi, credenze, associazioni, riti, tecniche, ecc., tra loro interdipendenti, ciascuna delle quali fornisce un particolare contributo, detto funzione. 5

Il funzionalismo si è affermato durante gli anni ’30 nell’antropologia sociale britannica. Antecedente diretto del funzionalismo è l’organicismo sociologico del XIX sec. con il suo parallelo tra funzioni organiche e funzioni sociali. Il funzionalismo è stato criticato per le seguenti ragioni : a) il suo astoricismo, l’inclinazione a ragionare solo in termini sincronici con risultati insoddisfacenti sul piano della ricerca empirica; b) l’orientamento conservatore, il primato attribuito allo statu quo nella società; c) il peso eccessivo attribuito ai ruoli istituzionali insieme all’incapacità di comprendere i fattori interni di mutamento dei sistemi sociali; d) l’assenza di rigore metodologico. Tra i principali teorici del funzionalismo vi sono T. Parsons e R. Merton.

Talcott Parsons (1902 - 1979)

Talcott Parsons (1902 – 1979)

Secondo la teoria di T. Parsons, la crisi di un ordine normativo riguarda il sottosistema culturale, poiché egli considera che la massima forza coesiva di ogni sistema sociale dipenderebbe dall’adesione ai valori e alle norme attraverso il processo di socializzazione e di controllo sociale. Eziologia (o etiologia) : dal greco o αιτια causa e λογος ragionamento o discorso è la scienza delle cause di una determinata classe di fatti o di fenomeni. Così in biologia è lo studio della genesi degli organi e delle loro funzioni; in patologia e più in generale in medicina è lo studio delle cause dei processi morbosi; in storia è la ricerca delle cause o dei concatenamenti causali da cui procedono gli avvenimenti.

Etichettamento o stigmatizzazione

Un importante sviluppo della nozione di devianza si deve agli autori che sottolineano l’importanza della sua definizione sociale, cioè il peso dell’etichettamento (o stigmatizzazione) e dei relativi effetti su colui che lo subisce (reagendovi con violenza o riconoscendovisi). In altri termini, un comportamento o un atto è considerato deviante in quanto socialmente stigmatizzato e non solo perché trasgressione ad una norma che in certi casi può anche essere poco condivisa dai membri della società. … (si veda Goffmann).

A torto, la teoria dell’etichettamento è stata attribuita ad alcuni autori o discepoli della scuola di Chicago (tra cui Becker) mentre questi sono caratterizzati innanzi tutto da una prospettiva di analisi che si focalizza sull’interazionismo (ossia sulla teoria interazionista della devianza -si veda fra altri introduzione di De Leo a H. Becker, Garfinkel, Goffmann, Giglioli-Dal Lago, Dal Lago e De Biasi).

Costruttivismo

Alfred Schütz (1899 - 1959)

Alfred Schütz (1899 – 1959)

Erving Goffman  (1922 - 1982)

Erving Goffman (1922 – 1982)

Il concetto di costruzione sociale è in realtà il fondamento stesso della sociologia; essa si distingue infatti dalle altre scienze umane proprio perché studia e analizza ogni aspetto, comportamento o elemento della società e degli individui o gruppi o entità come prodotto di un processo di costruzione sociale, cioè come l’esito di molteplici interazioni circolari tra le persone, il contesto e vari aspetti ed elementi che possono parteciparvi in modo diretto o indiretto (tra i principali autori dell’etnometodologia si vedano A. Schutz, E. Goffmann, P.L. Berger e T. Luckmann; tra i principali autori italiani: P.P. Giglioli, A. Dal Lago).

Berger e Luckmann

Berger & Luckmann

Dal punto di vista dell’approccio costruttivista, la devianza o la criminalità possono essere studiati come ogni altro problema sociale, cioè come risultato di costruzioni sociali che consistono in molteplici interazioni, sovrapposte o circolari, tra gli attori considerati principali interpreti del fenomeno (i devianti o criminali) e vari altri attori che in realtà sono altrettanti principali interpreti, in precisi contesti o anche attraverso vari contesti. Il fenomeno diventa fatto sociale di una certa rilevanza proprio perché più attori sociali, in particolari contesti, ne danno una definizione o categorizzazione più o meno condivisa socialmente che viene utilizzata anche nelle prassi adottate da vari attori istituzionali e non per identificare, classificare o anche solo descrivere le manifestazioni di tale fenomeno. Fra i principali autori si vedano P.P. Giglioli e A. Dal Lago;Garfinkel H.; Knorr Cetina K. e Cicourel A.V.; E. Goffmann; H. Becker; D. Matza; Kelly D.H., a cura di; Dal Lago e De Biasi, a cura di.

Anomia

durkheim

Robert_K_Merton (1910 - 2003)

Robert_K_Merton (1910 – 2003)

Nella Grecia antica il termine era usato per designare situazioni di illegalità o di sprezzo della legge. Secondo alcuni autori anomia è la deficienza o assenza di norme atte a regolare il comportamento sociale di individui o gruppi o entità sociali. Secondo Durkheim l’anomia si produce a seguito di un crollo delle regole, cioè la conseguenza di una deregolamentazione quindi l’opposto della solidarietà sociale poiché la concezione filosofica di questo autore è ancorata al mito di una società normale, cioè perfettamente regolamentata (per la critica di Durkheim cfr. Dal Lago, 2000/1998).

La crisi della capacità normativa, cioè l’anomia, tipica di alcune congiunture dei mutamenti economici, sociali, politici e culturali, si rifà quindi all’accezione di Durkheim (La divisione del lavoro sociale; Il suicidio) che parla espressamente di dérèglement, cioé “deregolamentazione” o crisi dell’ordine sociale. Si tratta quindi di una crisi che riguarda sia il controllo sociale “endogeno”, cioè quello che ogni segmento della società non affetto da destrutturazione produce per “autoregolarsi” e che spesso viene interiorizzato dalla maggioranza dei suoi membri, sia il controllo sociale “esogeno” o “dall’alto”, cioè quello esercitato dallo Stato, quindi dalle autorità preposte a tale scopo.

Sviluppando il concetto di anomia, R.K. Merton distingue tra struttura culturale e struttura sociale e, all’interno della prima, tra valori e norme di comportamento. L’anomia mertoniana é il crollo della struttura culturale nella sua parte normativa. Essa si produce quando agli scopi che la cultura dominante propone non corrispondono i mezzi per raggiungerli. In effetti questo accade perché la struttura sociale non ne permette l’accesso. Come osserva E. Pozzi, criticando Merton, le classi sociali subalternesono inchiodate nell’inferiorità socioeconomica” (quindi non accedono ai mezzi per raggiungere gli scopi) mentre vengono loro offerti modelli di successo o riuscita raggiungibili solo attraverso un eccezionale percorso legale individuale o illusoriamente per via criminale. Ne consegue che la criminalità usa mezzi socialmente devianti per perseguire i fini dominanti.

Scuola di Chicago

(si veda l’intervista di Becker in appendice al suo libro Outsiders, il libro di Giglioli e Dal Lago, quello di D’Eramo e Dal Lago, De Biasi) Sin dagli anni ’20 alcuni autori americani avevano realizzato vari studi su tale oggetto di ricerca. E’ in particolare la cosiddetta “scuola di Chicago” che favorisce lo sviluppo di quegli approcci che sembrano permettere meglio di spiegare il fenomeno. In effetti, il contesto sociale in cui si situano le ricerche svolte da vari autori di questa scuola ha molte similitudini con quello di tante altre città che in pochi anni conoscono un enorme sviluppo urbano. La sovrapposizione e la riproduzione dei problemi sociali, il loro aggravamento, talvolta drammatico, si manifestano anche in termini di violenze, conflitti, devianze, criminalità che riguardano in particolare gli immigrati -notoriamente gli immigrati italiani in America, le cosiddette minoranze e soprattutto i giovani-. Fra altri si vedano Sellin, Wirth, Thomas e Znaniecki, Southerland; H.S. Becker, Garfinkel, Cicourel, Goffmann, Kitsuse, Matza, Dal Lago, Giglioli e Dal Lago; D’Eramo; Dal Lago e De Biasi.

Le regole del disordine

Poiché gli esseri umani e quindi la società non possono che riprodurre differenze, diversità, comportamenti contraddittori, atti a-razionali e inevitabilmente disordine e conflitti, è ovviamente assolutamente illusorio pretendere una regolamentazione rigida della società innanzitutto perché si scontra irrimediabilmente con quanto c’è di più profondo nell’essere umano, ossia la spinta alla libertà di comportamento (oltre che le “categorie elementari del sociale”, secondo Weber, o i “demoni”, ossia l’a-razionalità). Ne consegue che il governo della società non può essere praticato che come gestione delle regole del disordine, ossia come savoir faire capace di “dare un posto al disordine”, di dare spazi vitali ad ogni espressione al fine anche di contenerla, limitarla e se possibile ricondurla al rispetto delle regole comunemente condivise. Questa gestione passa attraverso le mediazioni, la negoziazione, il compromesso (taciti o espliciti). Ben al di là del “dover essere” o di ciò che impone il rispetto formale delle norme istituite, le stesse polizie sono costrette a adattarsi e imparare le regole del disordine poiché sono istituzioni che vivono (e sopravvivono) grazie alla loro continua interazione con la società, sanno quindi che occorre “stringere o allentare le maglie del controllo” al momento opportuno.

Spezzare questo modus operandi, ossia negare le regole del disordine provoca inevitabilmente lo scontro o la “guerra sociale”. La saggezza del governante risiede quindi nel saper concedere riconoscimento sociale, se non politico, al disordine, ossia ai problemi, contraddizioni, questioni, conflitti e rivendicazioni sociali, attraverso le politiche sociali, ossia con risposte più o meno adeguate ed efficaci che comunque evitano lo scontro ossia la contrapposizione tra governo e società. Sono appunto i regimi autoritari che finiscono con lo “scavarsi la fossa” non senza dare dimostrazione di quell’orribile stupidità che, come scriveva Foucault, è capace di dare la morte. Sicurezza urbana “Città sicura” o “città serena” sono gli slogans accattivanti che in quest’ultimo decennio hanno spesso condotto al trionfo della parola d’ordine “tolleranza zero”. Il celebre storico francese Jean Delumeau, che ha studiato il ripetersi dei periodi di paure, del panico e dell’insicurezza, ci ammonisce ricordando che nel XVII sec. nel dizionario di Richelet alla voce “sicurezza” corrispondeva la frase:

“I predicatori, esaltando troppo la misericordia di Dio, rigettano gli umani nella negligenza e nella sicurezza”. Questo ammonimento –segnala l’autore- non veniva solo dai saggi della chiesa; Shakespeare, nel Macbeth, fa dire a Ecate : “La sicurezza è il nemico capitale dei mortali”. Continuando su questa scia, Delumeau cita infine una frase dell’illustre scienziato sociale (peraltro conservatore, ma liberaldemocratico), Jean Paul Aron, oggi ancor più illuminante : “Bisogna respingere l’utopia di una sicurezza generalizzata, di un asepsi universale, di una immunizzazione del corpo e dello spirito contro tutte le incertezze e tutti i pericoli” (Delumeau, Le sentiment d’insécurité dans l’Histoire, “Les Cahiers de la Sécurité Intérieure”, 1990, pp.19-26).

Il significato pratico di questi ammonimenti trova continuo riscontro nell’operato di quegli amministratori locali, come negli operatori sociali ed agenti delle polizie che hanno innanzi tutto buon senso anche a prescindere dalle loro opzioni ideologiche o politiche. Infatti, la constatazione assai semplice è che la società, ancor di più la società urbana, non può che riprodurre continuamente problemi, differenze, diversità, devianze rispetto alle regole e norme, contraddizioni, litigi e conflitti. Le ragioni di queste “anomie” sono dovute in gran parte allo squilibrio di opportunità, alle disuguaglianze, all’accentuarsi delle distanze tra ricchi e poveri, tra forti e deboli, ma anche all’irriducibile istinto alla libertà di comportamenti che è insita nell’essere umano. Tutto ciò è abitualmente definito “disordine” ed è proprio per questo che il governo concreto della società non può che tentare di adattarsi a “gestire le regole del disordine il meglio possibile” per “dare un posto al disordine”. In altri termini si tratta di quel sapere indispensabile per evitare, cioè per prevenire, la degenerazione delle anomie, dei conflitti, della devianza. Si tratta allora di cercare continuamente la soluzione pacifica, la negoziazione, la mediazione, il compromesso, per scongiurare il conflitto, lo scontro, la “guerra sociale” e quella politica. Il governante o la polizia che non operano con questo spirito pragmatico e, peggio, si illudono di imporre il loro ordine distruggendo ogni possibilità di mediazione finiscono inevitabilmente per essere travolti dallo scontro, non tanto con qualche deviante o con la criminalità, ma con buona parte se non con la maggioranza della società, benché possano avere l’impressione –effimera- di un ampio consenso popolare.

Da qualche anno nei paesi ricchi o neo-arricchiti s’è diffusa l’idea che ogni problema e malessere sociale siano solo una questione di sicurezza. In nome di questo inganno sono occultate le vere cause del sentimento di insicurezza degli abitanti delle città che stanno nel nuovo assetto economico sempre più dominato da logiche favorevoli solo ai più forti (vedi concetto di Unsichereit in Bauman). La sicurezza della città è così diventata solo difesa dei privilegi degli abbienti e sempre più precarietà, incertezza, disperazione e insicurezza degli esclusi. I privilegi di cittadinanza sono appannaggio solo di alcuni e si configurano così come antagonisti ai diritti universali che dovrebbero essere assicurati a tutti gli esseri umani. Il caporale che sfrutta al nero e schiavizza l’immigrato clandestino pretende la legittimazione del suo comportamento e della sua superiorità ed anche l’abolizione di ogni concessione sociale ai subalterni. Ma la città non potrà mai trovare sicurezza o “serenità” sin quando non assicura sicurezza dei diritti a tutti i suoi abitanti, anche ai non residenti, anche a quelli che oggi sono costretti alla clandestinità, non certo per loro vocazione, ma perché questa loro condizione produce profitti per attori sociali che spesso pretendono la … serenità di fare quello che vogliono, ossia la sicurezza dei dominanti che ricorda quella dei colonizzatori di ieri. Come in altre congiunture di altri periodi storici, oggi la dinamica liberista provoca rottura degli equilibri precedenti e quindi rottura del “contratto sociale” e pretende ristabilire un nuovo controllo sociale facendo ricorso alla violenza piuttosto che alla negoziazione pacifica.

Migrazione e comportamenti anomici

Riassumendo le riflessioni contenute nelle sue recenti opere, Zygmunt Bauman fa osservare che si parla sempre più del problema della “spazzatura”, cioè della sempre crescente produzione di rifiuti di ogni genere e tipo fra cui quelli che avvelenano gravemente l’ambiente. Ma la più prolifica e dolorosa delle innovazioni moderne sta nella continua crescita di scarti umani. Il primo settore che alimenta questo fenomeno è quello della produzione e della riproduzione dell’ordine sociale. Ogni sviluppo “creativo” porta con sé necessariamente una distruzione [Schumpeter parlava di creatività distruttrice ma in un senso piuttosto positivo, ossia come innovazione che passa attraverso il superamento del vecchio. In realtà questo autore nutriva tante illusioni sulla possibilità che lo sviluppo capitalistico potesse conciliarsi con la democrazia e il progresso umano in generale e in quanto liberaldemocratico “puro” condannò quindi la guerra come ogni autoritarismo, non osservando che in realtà lo sviluppo economico è sempre passato attraverso distruzioni violente non solo per le cose, ma per tutta l’umanità. E’ anche per questo che mi sembra opportuno distinguere il liberalismo democratico-al di là delle sue ingenuità o ambiguità- che ha avuto pensatori come Schumpeter, Galbraith, Wright Mills, dal liberismo contemporaneo caratterizzato dal ricorso alla violenza e alla distruzione come aspetti essenziali per il suo sviluppo].

L’affermazione del nuovo ordine sociale provoca la separazione, la segregazione, l’espulsione o l’eliminazione di quelle parti di “materia prima umana” che non si adattano al nuovo ordine. Il fenomeno non è nuovo; ma mai nella storia dell’umanità ha raggiunto la portata che oggi assume proprio perché lo sviluppo economico e sociale conosciuto in passato, oscillando fra crescita e recessione, finalizzava la chirurgia sociale al massimo recupero delle forze produttive in quanto indispensabili allo sviluppo della produzione e anche del consumo di questa [Si vedano al proposito soprattutto Foucault ed anche Chevalier] . Invece oggi lo sviluppo e la crescita dei profitti dipendono innanzitutto dalla distruzione nel senso che si producono merci per trasformarli subito in rifiuti e merci che servono direttamente alla distruzione e che si consumano distruggendo e distruggendosi (armi, armamenti, ecc.).

LeoniaSecondo Bauman i cittadini della società dominanti ricordano gli abitanti di Leonia, una delle Città invisibili di Italo Calvino; la loro passione è “godere delle cose nuove e diverse”, prediligono e provano quasi piacere per l’usa-e-getta, un consumo-distruttivo accessibile solo a chi dispone dei redditi offerti dal produttivismo liberista. Di questo consumo sono esclusi i marginali e i popoli poveri, diventati “eccedenza” inutile sia perché inadatti al nuovo sistema produttivo, sia perché assolutamente impossibilitati ad essere consumatori-distruttori.

L’industria postmoderna dello smaltimento dei rifiuti esclude il recupero o il riciclaggio (tranne in certi casi per produrre energia e merci per le società dominanti) e finisce per gettarli nelle terre della “materia umana eccedente” contribuendo così alla sua eliminazione. Ma, come osserva Bauman (ma anche Ulrick Beck, Dal Lago e altri), il “tallone d’Achille” della società attuale è l’Unsichereit, l’incertezza, l’insicurezza, la paura, l’angoscia di fronte ad una precarietà del destino che è sempre più forte mentre si pretende la garanzia di una sicurezza assoluta (Beck, 2000). L’11 settembre è forse la dimostrazione più clamorosa della estrema precarietà della sicurezza assoluta di cui pretendevano godere gli Stati Uniti. Attribuendo la colpa di ciò al terrorismo, l’amministrazione Bush ha “risolto” il problema scatenando la guerra infinita contro di esso, sino a pretendere la libertà di guerra preventiva contro chiunque possa costituire una minaccia per gli States (innanzitutto per gli interessi vitali della loro economia, cioè di quella delle lobbies dominanti), in qualsiasi parte del mondo e anche in deroga ad ogni norma di diritto internazionale. In realtà, in questa logica c’è ben poco di “preventivo” perché si esaspera l’azione violenta del più forte che è proprio ciò che ha provocato quell’odio folle dei kamikaze dell’11 settembre.

E’ questa stessa logica che su scala microsociologica conduce i cittadini zelanti, gli imprenditori del sicuritarismo, certi enti locali ecc., a prediligere la guerra per la sicurezza. Il nemico è presto identificato : non può che essere fra la “massa umana eccedente” che ovviamente e inevitabilmente è segnata da comportamenti diversi da quelli del cittadino perbene, cioè dall’anomia, dalla devianza, dalla criminalità. I soggetti che non sfuggono alla classificazione nel rango di questi nemici sono immancabilmente gli zingari, gli immigrati, i clochards, i tossicodipendenti, cioè tutti quelli che popolano le carceri dei paesi dominanti. Come era ben prevedibile, l’esasperazione della carcerazione di questi “nemici” e l’enorme dispendio per la “guerra sicuritaria” non affievoliscono l’insicurezza. Ciononostante, l’ascesa del sicuritarismo continua non solo perché costituisce ormai il business del XXI secolo, ma anche perché è la forma sinora più facile e comoda di distruzione dell'”eccedenza umana”. In effetti, si tratta di una pratica di dominio del disordine: la coesione sociale della società liberista si ricompatta con la guerra ad un nemico sociale che è tale perché non può e non deve avere posto fra gli inclusi pena la perdita dei privilegi di questi (al proposito Dal Lago, 1999, parla di “tautologia della paura”).

Emerge quindi la netta affermazione dei diritti del cittadino che partecipa all’ascesa del dominio postmoderno come prerogative antitetiche a qualsiasi riconoscimento di altri diritti di cittadinanza. In altri termini, la cittadinanza dei dominanti passa attraverso la produzione della non-cittadinanza degli altri, così privi di qualsiasi diritto umano. Il continuum fra guerra sicuritaria quotidiana nelle metropoli dei paesi dominanti e guerra infinita o permanente passa anche per la guerra alle migrazioni, poiché queste incarnano (nei fatti) una forma di rivolta contro il destino di “eccedente umano” che si vuole riservare alle popolazioni delle società dominate. Oggi più che mai, indipendentemente della consapevolezza o meno da parte degli interessati, le migrazioni sono l’espressione dell’aspirazione all’emancipazione economica e sociale che nasce proprio quando l’essere umano non riesce più a intravedere prospettive di soddisfazione delle sue aspirazioni e attese nella società dove vive e quindi finisce per partire.

La devianza fra i migranti si situa oggi in questo contesto di guerra alle migrazioni che è negazione della possibilità di emancipazione e protezione dei privilegi dei dominanti. Il migrante finisce per scivolare nella devianza per l’effetto perverso del proibizionismo che impedisce la migrazione regolare e pacifica, perché i modelli devianti sono più che mai diffusi nelle società di partenza e perché è sovente oggetto di discriminazioni, di razzismo e di una criminalizzazione che induce all’autocriminalizzazione se non all’autodistruzione (al pari di quanto succede ai marginali delle società dominanti). La correlazione fra guerra alle migrazioni, guerra sicuritaria locale nei paesi dominanti e guerra permanente su scala mondiale, corrisponde a ciò che è stato definito Full Spectrum Dominance, che nei fatti è non già la ricostruzione di un ordine frattale, ma piuttosto la pretesa di un dominio sul disordine o sul caos come suggerisce Alain Joxe (2002).

In questo nuovo contesto il termine guerra è forse improprio poiché si tratta piuttosto di un agire che è caratterizzato da una ibridizzazione fra poliziesco e militare sia su scala locale che su scala nazionale e mondiale.

Fra passato e presente

Tutta la storia delle migrazioni -così come tutta la storia delle classi subalterne- è segnata da comportamenti anomici, devianti o anche criminali di alcuni migranti sempre accompagnati da momenti od ondate di criminalizzazione da parte di una componente delle società d’immigrazione e delle polizie di queste società (cfr. Foucault, Chevalier, Bauman, Dal Lago, Noiriel, Bigo, Palidda). Limitandoci solo all’epoca della modernità, prima ancora che esistessero le migrazioni internazionali erano gli immigranti provenienti dalle vicine campagne a suscitare scandalo e un rigetto più o meno violento da parte di pezzi della società locale d’immigrazione (si pensi alle descrizioni dell’immigrazione nella Parigi del diciottesimo e diciannovesimo secolo –riportate da Foucault o da L. Chevalier- o ancora nell’Italia della fine del diciannovesimo –cfr. J. Davis, 1988- e persino nella Milano degli anni ’50 e ’60 quando gli immigrati venivano dalla “bassa”, dalle campagne venete, emiliane, toscane o piemontesi (cfr. Alasia e Montaldi, 1960, Montaldi, 1961; Fofi, 1967).

Tuttavia l’unica grande scuola sociologica che ha studiato in modo approfondito tale fenomeno è stata la cosiddetta Scuola di Chicago ed è ancora agli autori di questa scuola e soprattutto ai suoi discepoli che si deve gran parte degli strumenti interpretativi per affrontarlo anche oggi [Mi riferisco alle opere di Thomas e Znaniecki (1918); Anderson(1923), Park, Burgess, McKenzie (1925), Trasher (1927), Wirth (1928), Landesco(1929), Shaw, Zorbaugh, McKay, Cotrell (1929), Shaw (1930), Sutherland(1937), Withe (1943), Park (1950), Becker(1963), Lemert(1967), Garfinkel (1967), Matza(1969), Goffman, Cicourel (1968), Sacks (in Garfinkel), Katz (1988), Giglioli, Dal Lago(1983), Dal Lago (2001)].

Il caso dei migranti può essere considerato emblematico in quanto la loro condizione è palesemente segnata sia dal processo di destrutturazione della società di origine (fatto che li ha appunto indotti a emigrare), sia dalla destrutturazione o disorganizzazione sociale –come la definivano gli autori della scuola di Chicago- in cui vengono a situarsi nella società d’immigrazione (che ha bisogno di immigrati, ma che allo stesso tempo raramente accetta il loro inserimento pacifico e regolare) ed infine dalla discriminazione rispetto all’acceso alle mete o scopi che la società propone (a meno di essere fra i “fortunati” che riescono a raggiungere un inserimento pacifico e una riuscita economica e sociale soddisfacente). Tutte le correnti migratorie hanno sempre avuto una minoranza più o meno affetta dall’anomia, dalla devianza o addirittura da comportamenti criminali, raramente perché tali già nella società di origine ma più spesso a seguito dell’interazione sfavorevole o “negativa” con la società di arrivo. Non è un caso che alcuni psichiatri e criminologi hanno sostenuto che la migrazione corrisponde in genere all’instabilità psicologica o psichica proponendo quindi l’ovvia tesi conservatrice secondo la quale la “normalità” si sposa con la staticità, tesi evidentemente opposta all’aspirazione all’emancipazione che è insita nella migrazione che nasce appunto dall’insoddisfazione maturata nella società d’origine da cui l’emigrante parte quando non intravede alcuna possibilità di soddisfare le sue aspettative. Come mostra la letteratura più seria sul fenomeno, i comportamenti anomici o devianti dei migranti si producono in misura più o meno importante a seconda dell’esito delle interazioni fra i migranti e i contesti e gli attori con cui sono confrontati.

Schematizzando si può quindi dire che il migrante ha sempre avuto tre possibili percorsi: a) la migrazione e l’inserimento regolari sin dall’inizio (solo una minoranza tranne in periodi e per correnti migratorie sollecitate da datori di lavori e paesi di arrivo) b) la migrazione e l’inserimento irregolari che possono poi condurre alla regolarizzazione e anche alla riuscita legittima dell’inserimento oppure allo scivolamento nella devianza o anche nella criminalità (la stragrande maggioranza dei migranti di ogni epoca e di ogni origine è passata per l’irregolarità per poi approdare alla regolarità); la migrazione irregolare e l’inserimento diretto nella devianza o anche nella criminalità (solo una minoranza) che tuttavia non escludono un successivo approdo alla regolarizzazione e anche alla riuscita legittima dell’inserimento.

Le possibilità di passaggio da un percorso all’altro dipendono dal contesto più o meno favorevole e quindi dalle interazioni “positive” con attori che aiutano all’inserimento in un senso piuttosto che in un altro. Detto ciò i comportamenti o i casi anomici, devianti o criminali che in genere hanno sempre riguardato solo una minoranza dei migranti, sono sempre stati usati come pretesto o giustificazione del rigetto dei migranti, rigetto che in realtà corrisponde innanzi tutto alla negazione delle possibilità d’emancipazione sociale e politica per delle persone venute da “fuori” (a volte anche dalla vicina campagna) ma che possono invece essere tollerate a condizione di subire passivamente l’inferiorizzazione più o meno totale. Malgrado questi momenti ed episodi che a volte hanno provocato centinaia di assassinati fra i migranti (si pensi agli italiani vittime di assassinii razzisti in Francia o negli Stati Uniti nel XIX sec. e dopo), si può dire che da sempre le migrazioni si sono inscritte in modo più o meno coerente nello sviluppo economico, sociale e politico dei paesi d’emigrazione e ancor di più dei paesi d’immigrazione.

La grande maggioranza dei migranti ha dato un contributo indiscutibile se non indispensabile e a volte persino fondamentale allo sviluppo, cioè al “progresso” dei paesi d’immigrazione e di quelli d’emigrazione, migliorando allo stesso tempo la sua condizione sociale. Una minoranza dei migranti o le élites delle diverse diaspore sono arrivate a raggiungere una “riuscita” sino ad arrivare a far parte delle classi dominanti (cfr. Trevor-Roper, 1969). In altri termini, malgrado le molteplici vicissitudini e ostilità subite, quasi sempre le migrazioni hanno finito per essere tollerate, accettate e a volte anche lusingate oltre che incitate ed organizzate quando sono state indispensabili allo sviluppo economico e demografico dei paesi d’immigrazione (o come “carne da cannone” per le guerre condotte dagli eserciti di questi ultimi nel XIX e nel XX). Dagli anni ’70 la condizione delle migrazioni appare radicalmente mutata così come quella dello sviluppo economico, sociale e politico. In effetti, i mutamenti provocati dalla “seconda grande trasformazione” sembrano rendere le migrazioni inopportune, incongrue se non nefaste.

I cambiamenti nell’assetto economico dei paesi dominanti e su scala planetaria (innovazioni tecnologiche, declino industriale, delocalizzazioni e globalizzazione di ogni sorta di attività economiche, ecc.) così come i cambiamenti dell’ordine politico mondiale (fine del bipolarismo, ascensione dell'”impero globale”, costruzione dell’Unione europea, ecc.) sembrano corrispondere a un rinnovo della dominazione nella versione libérista postmoderna che si caratterizza innanzitutto per la negazione radicale e violenta su scala planetaria delle possibilità d’emancipazione sociale e politica, negazione considerata indispensabile per assicurare la sopravvivenza dei privilegi e dello statuto dei dominanti. In altre parole, la libertà totale d’azione degli attori più forti s’impone attraverso la negazione di ogni libertà per le classi subalterne e in particolare attraverso la guerra alle migrazioni poiché, oggi più che mai, queste incarnano l’aspirazione all’emancipazione sociale e politica in quanto fatto sociale totale (sta qui ciò che Sayad chiama la caratteristica politica delle migrazioni). Così, per la prima volta nella storia dell’umanità le migrazioni sono classificate nel registro delle minacce e dei nemici dell’ordine dei dominanti al pari delle mafie e dei terrorismi o dei tentativi di sovversione di quest’ordine. Per giustificare questa guerra e le enormi spese che essa implica (a favore della lobby militaro-poliziesca), certi epigoni della “scienza delle migrazioni” (la scienza usata dai dominanti per sapere come selezionare o reprimere o eliminare i migranti [Su questa accezione di “scienza delle migrazioni” e di “pensiero di stato” si veda Sayad (2002)] hanno fatto appello a far fronte al “clash delle civiltà”, altri hanno teorizzato che le migrazioni di oggi non possono essere che il fatto di una manipolazione delle mafie o dei terrorismi e altri ancora hanno affermato che, a differenza che nel passato, i migranti di oggi non possono che essere devianti se non criminali prima ancora di partire dal loro paese se non per nascita.

In realtà, nonostante gli effetti dei meccanismi di criminalizzazione e di autocriminalizzazione e nonostante il rinnovo delle condizioni di produzione e riproduzione della devianza e della criminalità nelle società di partenza e in quelle di arrivo (meccanismi simili a quelli che negli Stati Uniti colpiscono neri e latinos6 ), la grande maggioranza dei migranti di oggi è ancor più facilmente controllabile e controllata che in passato e, più che mai, non ha le possibilità e le capacità di mobilitazione anche per rivendicare i diritti più elementari; ma essa è senza dubbio assai utile all’economia dei paesi dominanti e ai loro singoli cittadini inclusi. Pur essendo–nei paesi dominanti- una quantità assai limitata rispetto alle migrazioni del passato (dell’interno e dall’estero, i migranti di questi due ultimi decenni sono molto utili e anche indispensabili non solo come servi dei privati, ma per assicurare i profitti di numerosi piccoli e medi padroni soprattutto nelle attività del sommerso. E’ anche per questo che i sanspapiers costituiscono una forza-lavoro particolarmente utile in quanto priva di ogni potere di negoziazione e dunque facilmente assoggettata all’inferiorizzazione più estrema. Il proibizionismo delle migrazioni serve allora a produrre clandestini, ad alimentare il business del traffico dei migranti e dell’accesso all’inserimento regolare, a saldare l’opinione pubblica dei paesi dominanti nella difesa dei privilegi e in particolare nella difesa di una cittadinanza concepita come antitetica ad ogni altra, i.e. come stato di diritto che non può esistere se non attraverso la negazione totale di ogni altro diritto o di ogni possibilità di accesso ai diritti da parte degli altri.

Così la pratica concreta della cittadinanza dominante è innanzi tutto una pratica di dominio molto redditizia per tutti gli inclusi: il singolo cittadino che sfrutta la/il serva/o clandestina/o, il piccolo padrone che fa lo stesso, l’opinion-leader e l’imprenditore morale che si impongono e vendono bene la loro “merce” attraverso le campagne di criminalizzazione dei migranti, così come il politicante, il giudice o il dirigente di polizia che fanno carriera grazie alle loro performances (a basso rischio e poco faticose) nella guerra alle migrazioni. In tale contesto non è sorprendente che alcune ONG religiose o laiche così come alcuni “umanitari” pro-immigrati arrivino a tirarne profitto aiutando comunque qualche immigrato, così come alcune ONG pretendono operare per il bene delle popolazioni dei paesi poveri raccogliendo innanzitutto le risorse finanziarie per la sopravvivenza della loro organizzazione e i salari a volta assai elevati dei loro funzionari. Come hanno osservato alcuni giuristi e ricercatori, le conseguenze delle scelte adottate dal governo americano e dopo dagli altri paesi dominanti in risposta ai fatti dell’11 settembre si traducono in un accentuazione della guerra alle migrazioni e della persecuzione quotidiana di cui sono oggetto tanti migranti in particolare gli originari dei paesi “islamici” o musulmani”. Anomia, devianza e criminalità dei migranti o attribuiti a questi Contrariamente a quanto viene agitato in certe campagne di “demonizzazione” degli immigrati e malgrado sia riservato a questi un trattamento più severo di quello accordato agli italiani, le statistiche di questi ultimi anni non mostrano alcun aumento della devianza e della criminalità degli stranieri. È invece emblematica la mancanza di dati sulla vittimizzazione dei migranti che secondo varie informazioni e testimonianze sembra essere aumentata.

È innanzitutto opportuno ricordare che in uno stato di diritto democratico l’attività delle forze di polizia e dell’amministrazione della giustizia non dovrebbe riguardare semplicemente la repressione della trasgressione delle norme del codice penale, cioè della delinquenza e della criminalità, ma più in generale tutti gli aspetti che competono al “governo” della regolarità e a quello dell’illecito, compresi la tutela dei diritti di tutti e la tutela delle vittime. In altri termini, tale “governo” dovrebbe garantire la “sicurezza dei diritti di tutti” piuttosto che il generico e spesso ambiguo “diritto alla sicurezza”, sovente strumentalmente agitato da alcuni attori forti a loro unico beneficio (Baratta, 2001). In materia di stranieri, ne consegue che le suddette istituzioni –oltre che le altre nazionali e gli enti locali– sono responsabili sia dell’accesso ai diritti, sia del controllo del rispetto dei doveri, come previsto sia dalle norme che disciplinano il comportamento di tutti, sia da quelle specifiche previste dalla legislazione sull’immigrazione. L’accesso ai diritti e il controllo del rispetto dei 6 cfr. Palidda, 1999; 2001 e 2002 e Wacquant, 1999. 13 doveri (quindi la “certezza” dei diritti) non sono sempre garantiti. Si produce ciò che in sociologia del diritto si chiama la “gestione – più o meno efficace e adeguata – delle regole del disordine”, ossia la soluzione “pragmatica” della molteplicità delle situazioni e casi, anche a prescindere dalle norme, secondo pratiche discrezionali che possono scivolare, a volte – ma non necessariamente–, nella discriminazione (“positiva” o “negativa”).

Questo governo concreto dell’applicazione delle leggi vale sia per gli italiani che per gli stranieri, ma –da sempre- diventa spesso più suscettibile di derive discrezionali quando si tratta di soggetti collocati in posizioni sociali marginali. È così che mentre alcuni stranieri riescono ad accedere ai diritti senza o con poche difficoltà, altri finiscono per rimanere o per scivolare nell’irregolarità. In effetti, com’è stato osservato anche in altri paesi, gli irregolari o “clandestini” non sono solo persone entrate clandestinamente, ma anche ex-regolari che non sono stati più in grado di rinnovare il loro permesso di soggiorno. Per inciso, negli Stati Uniti il numero d’irregolari è stimato a più di otto milioni (di cui quasi metà ex-regolari), in crescita rispetto a qualche anno fa nonostante l’enorme e costosissimo dispositivo militare e di polizia creato per il contrasto dell’immigrazione clandestina (in particolare dei latinos) e nonostante la regolarizzazione annuale di circa un milione di indocumentados. Va anche ricordato che sono proprio la precarietà della condizione regolare di tanti immigrati, la difficoltà d’accesso ma anche di rinnovo del permesso di soggiorno oltre che la quasi impossibilità d’immigrazione regolare a favorire quel consistente business di trafficanti, azzeccagarbugli e venditori di favori che raramente è oggetto d’indagini e condanne. In effetti, mentre una parte degli immigrati irregolari (ma non tutti anche perché la stragrande maggioranza lavora e quindi serve alle cosiddette economie sommerse che rappresentano circa il 30% del PIL) viene perseguita per i reati connessi a questa stessa condizione, assai scarsa sembra l’attenzione delle polizie (anche di quelle municipali) e dell’Autorità Giudiziaria (AG) nei confronti dei vari illeciti che riguardano il business che sfrutta appunto questa condizione. Si pensi, ad esempio, al mercato dell’alloggio “al nero” e al lavoro nero che in quasi tutte le città italiane (ed in tutti i paesi d’immigrazione) costituiscono due fra le più consistenti fonti di profitti illeciti, benché la maggioranza delle vittime sia composta da italiani anche se meno ricattati e ipersfruttati degli stranieri.

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