Claudia Torrisi, L’ideologia del decoro

by gabriella

Tratto da Wired.

Se c’è una parola che negli ultimi tempi è diventata buona per tutte le occasioni è “degrado”. Lo è un po’ dappertutto – basta fare una ricerca su Google per accorgersi di quanto questa parola sia penetrata in profondità nel dibattito pubblico – ma a Roma in particolare non si parla d’altro.

Specialmente dopo che il New York Times lo scorso 22 luglio ha pubblicato un lungo articolo dedicato al declino della capitale, tirando in ballo proprio quella parola lì. Nonostante si riferisca ad erba alta, metro a rilento e disagi solo nelle prime quattro righe––per dedicarsi poi a un altro tipo di declino, quello politico––il reportage del New York Times è rimbalzato sulla stampa italiana come una forte denuncia prevalentemente della sporcizia e incuria della capitale, a supporto della tesi che “la città fa schifo”. Qualcuno pur di strumentalizzare l’articolo si è spinto anche oltre, aggiungendo elementi a piacimento, mai citati dal New York Times : immondizia, buche, rapine, campi nomadi e profughi. Ma il degrado di Roma è diventato da tempo una costante della discussione politica – o anche solo da bar – della capitale, indicato persino come causa della morte del bambino caduto nella tromba dell’ascensore della fermata metro Furio Camillo lo scorso 9 luglio.

A parte gli storici paladini della questione – come il blog Roma fa schifo, che dal 2008 documenta cumuli di immondizia, parcheggi in doppia fila e quant’altro – l’ossessione per il degrado ha coinvolto tutti i livelli della società, diventando anche un genere giornalistico con una categoria apposita nei siti di cronaca locale, cui sono invitati a partecipare anche e soprattutto i cittadini, inviando foto di tombini, escrementi per strada, marciapiedi rotti, gente che dorme ai piedi di una vetrina. Praticamente ogni quotidiano ha una sezione del genere, a cui si aggiungono le pagine Facebook o i blog dedicati alla questione. La “lotta al degrado” è entrata così prepotentemente nelle nostre vite che l’altro giorno, mentre camminavo su via Casilina (nella zona sud est di Roma), ho notato un cumulo di rifiuti al lato della strada e ho automaticamente pensato “Questa andrebbe bene per Roma fa schifo.”

Proprio quest’ultima caratteristica del poter “partecipare” alla causa sembra essere diventata una sorta di collante sociale, un modo per sentirsi parte di una comunità con forte senso civico che, altrimenti, si farebbe comodamente i fatti propri. Qualche giorno fa Alessandro Gassmann ha lanciato su Twitter una “proposta ai romani che amano la propria città“: prendere scopa e paletta, indossare una maglietta con scritto #Romasonoio e “pulire ognuno il proprio angoletto di città”, perché, “basta lamentarsi, basta insulti, FACCIAMO.”

Nonostante Gassmann abbia assicurato la sua partecipazione da settembre perché al momento è in Sud America, molti romani hanno accolto l’appello, hanno applaudito all’attore come un eroe del popolo e qualcuno si è anche effettivamente fotografato con la scopa in mano intento a pulire perché “Roma è di tutti.”

Esperienze di cittadini che si organizzano già esistono a Roma, specialmente in periferia, ma per lo più si tratta di persone che si dedicano non al perimetro davanti al proprio portone di casa, ma che curano insieme uno spazio comune. Tuttavia, le maggiori obiezioni all’iniziativa non sono state su questo, quanto sul fatto che il compito di ripulire la città spetterebbe all’Ama – la municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti – e non ai cittadini, che pagano una tassa sull’immondizia.

Il problema di operazioni del genere, però, è l’esclusione dal dibattito dei reali motivi del perché, ad esempio, la spazzatura non viene raccolta e si trova per strada o trasborda dai cassonetti. Non si parla mai di cos’è successo con la chiusura della discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, e del relativo crollo dell’impero del suo gestore che per anni ha fatto profitti con l’immondizia dei romani. Né tanto meno si ricorda che Ama è un’azienda travolta dallo scandalo e che, secondo la relazione del prefetto Gabrielli, durante la giunta Alemanno risultava “appaltata a Mafia Capitale.” Eppure, il paradigma resta questo: se Roma è sporca, la colpa è di chi rovista nei cassonetti.

Lo stesso ragionamento si può applicare anche alle altre municipalizzate, ad esempio ad Atac e ai suoi disservizi: dopo venti giorni di disagi, sciopero bianco e reazioni anche violente, il nemico è diventato l’autista/macchinista. Fino a qualche tempo fa, invece, il problema più grosso del sistema trasporti era causato da chi viaggiava senza biglietto (e, ovviamente, da Marino). Condotta con modalità del genere, la caccia al colpevole condotta naturalmente mette in secondo piano il fatto che anche Atac è stata colpita da numerosi scandali, tra cui anche un’incredibile truffa multimilionaria di biglietti clonati.

Una delle immagini che ha tenuto banco negli ultimi giorni è quella di un uomo che fa i suoi bisogni nel piazzale della stazione Termini, ripresa e commentata da migliaia di persone. Ma a parte questo caso limite, basta una banale foto di una persona che dorme per terra a scatenare l’isteria. Qualche tempo fa sono finita alla presentazione di un volume realizzato da un’associazione di albergatori di via Veneto sullo stato di abbandono che affliggerebbe la strada. Alla voce degrado venivano fatti rientrare – dopo la piaga delle “magnolie selvagge” –

“i clochard che dormono sotto Porta Pinciana, che notoriamente fa parte dei percorsi jogging dei turisti americani.”

Quando ho chiesto quale sarebbe potuta essere allora una collocazione accettabile per queste persone mi è stato risposto solo seccamente:

“Non lì, ci creano problemi.”

Come si legge in Parlare Civile,

“l’uso di questa parola [ degrado] nel contesto del tema della povertà crea stigma perché associa questa categoria di persone ai ‘rifiuti’, considerato che l’uso classico del termine ‘degrado’ è collegato alle operazioni di sgombero della spazzatura.”

Allo stesso modo,

“la parola decoro svolge una funzione importante perché mettere l’enfasi sulla necessità di tutelarlo legittima il fastidio, l’insofferenza, l’avversione manifestati da gruppi di cittadini e apre la via a un’inversione delle priorità.”

In pratica, utilizzare queste categorie – non solo per chi dorme per strada, ma anche per esempio per i migranti accampati per le vie di Tiburtina lo scorso giugno – porta molto semplicemente alla rimozione dei problemi. Con la conseguenza che, in un posto come Roma, la richiesta di decoro trova risposte diverse: al centro con una raffica di ordinanze per salvare l’immagine del “salotto” della Capitale, in periferia, invece, è cavalcata e strumentalizzata da destre e razzismi vari. Spesso e volentieri, inoltre, la domanda di decoro urbano e la lotta al degrado vengono fatte coincidere con il grado di sicurezza di Roma. Il punto è intendersi sul significato stesso di degrado. Il gruppo RetakeRoma si dice

“impegnato nella lotta contro il degrado, per la valorizzazione dei beni comuni e per la diffusione del senso civico sul territorio di Roma Capitale”.

Nella pratica, organizza delle giornate di pulizia in cui vengono staccati adesivi, manifesti o cancellate scritte da pali o muri. Quindi un muro pulito significa una città più sicura? Potrò stare più tranquilla, insomma? Negli ultimi giorni, complice anche il fatto che la stampa americana ha parlato del degrado di Roma, si è tornati a invocare la teoria delle Finestre rotte quella per cui se c’è un palazzo con i vetri di qualche finestra spaccati e non vengono riparati, i vandali tenderanno a rompere anche gli altri, entrare nell’edificio, occuparlo o danneggiarlo. Quando era sindaco di New York, Rudolph Giuliani ha applicato questa teoria fino in fondo con la famosa “tolleranza zero“. Il suo operato fu applaudito dai più e considerato un grande successo. Secondo altre ricerche, però, la criminalità durante gli anni Novanta è diminuita in modo generalizzato – e non solo a New York – per l’aumento dell’occupazione e dei sistemi di welfare.

Il risultato dell’applicazione ferrea delle teoria delle Finestre rotte era stato semmai quello di ridurre la percezione psicologica del pericolo nei cittadini facendogli vedere un’amministrazione fisicamente presente, piuttosto che combattere effettivamente il crimine. Roma ha certamente un problema con la criminalità a tutti i livelli – specialmente i più alti – una situazione istituzionale che potrebbe crollare da un momento all’altro, periferie abbandonate, un’enorme tema accoglienza e marginalità. Certo, se la faccenda è sistemare la vetrina per il Giubileo, si può risolvere facilmente. Peccato che ci siano due o tre questioni ataviche per cui non basta una mano di vernice. Probabilmente, se a stazione Termini ci fossero i fiori e i muri puliti invece dei senzatetto ci sentiremmo molto più sicuri, ma la città sprofonderebbe ugualmente nel baratro. Solo un po’ più curato.

 


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