Durkheim

by gabriella
Emile Durkheim (1585 - 1917)

Émile Durkheim (1858 – 1917)

La società è anzitutto una forza morale, la cui coesione è concepita in termini di credenze religiose, politiche, morali.

Émile Durkheim, Il suicidio

Nato in Lorena da una famiglia ebrea, la vita di Durkheim fu condizionata in modo determinante dalla guerra. A causa della sconfitta francese nella guerra franco-prussiana (1870-1) e dell’annessione all’impero prussiano dell’Alsazia e della Lorena, la sua famiglia si spostò a Parigi per non passare sotto il governo tedesco. Nella prima guerra mondiale, della quale può essere considerato una vittima morale, perse poi l’unico figlio, numerosi allievi dei suoi corsi alla Sorbonne e l’inclusione in un paese che cominciava a stigmatizzare il suo cognome tedesco – proprio lui che nutriva forti sentimenti nazionalisti – oltre al suo ottimismo intellettuale circa la capacità di autoregolazione delle società moderne e la loro capacità di risolvere pacificamente i conflitti. Gravemente prostrato, ne morirà  nel 1917 a soli cinquantanove anni.

 

La sociologia come scienza

Émile Durkheim ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo della sociologia come scienza, alimentando un dibattito serrato sull’autonomia della disciplina dalla filosofia e dalle altre scienze umane e dandole dignità accademica, insegnandola per primo all’Università di Bordeaux (1857) – il corso prese il nome di Sciences sociales –, poi alla Sorbonne (1902), dove tenne fino al 1911 importanti corsi sull’educazione [L’éducation morale, 1902-3; L’évolution pédagogique en France, 1904-5; Éducation et société, 1922] da una prospettiva sociologica.

Negli anni, Durkheim ha concepito sempre più la sociologia come una scienza empirica ed esatta. Lo studioso ha insistito, in particolare, sulla specificità del suo oggetto di studio rispetto a ciò di cui si occupano le altre scienze. La realtà sociale, infatti, è irriducibile agli individui e li trascende, esercitando su di loro un’influenza irresistibile, imponendosi sulla loro volontà. Tale influenza, infine, ha caratteristiche distintive, perché penetra nella coscienza degli individui, instilla loro convinzioni che vengono, più o meno consapevolmente, interiorizzate e ne guida i comportamenti. La società, infatti,

«oltrepassa le coscienze individuali, e nello stesso tempo è loro immanente»,

sta al di fuori e al di sopra degli individui, ma anche dentro le loro teste.

 

Divisione del lavoro e solidarietà

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Parigi agli inizi del ‘900

Mentre, dal punto di vista biografico, la vita di Durkheim è stretta tra due guerre, da quello ideale è segnata dallo spirito della Terza Repubblica che, uscendo dai conflitti di una guerra civile [sfociata nella Comune di Parigi e nella sua repressione] e da rigurgiti reazionari, tra il 1879 e il 1885 si era data un profilo democratico, laico e anticlericale. Durkheim condivide gli obiettivi della Terza Repubblica e, ne La divisione del lavoro sociale [La division du travail social,1893] riflette esplicitamente sull’ordine sociale e sulle forme della coesione che si stabiliscono in un sistema liberale, basato sulla libera concorrenza e sul non intervento dello stato nelle attività economiche dei cittadini.

Durkheim evidenzia come la divisione del lavoro su cui si basa l’economia borghese, concorrenziale e individualistica, presupponga un elemento non ricavabile dal contratto, né riducibile agli egoismi dei singoli – l’individualismo non è dunque un tratto antropologico. Senza la presenza di un altro fattore, che lo studioso chiama solidarietà, una società siffatta dovrebbe disgregarsi e perdere coesione sociale più rapidamente delle società premoderne. Se ciò non accade è perché questo tipo di società si fonda su una solidarietà più evoluta rispetto a quella che opera nella società semplici.

Nelle società omogenee, prive di distinzioni e di divisione sociale del lavoro, opera infatti una solidarietà meccanica che tiene insieme gli individui grazie al dominio assoluto della coscienza collettiva su quella individuale. Nelle società moderne, popolose e differenziate,  opera, invece, una solidarietà organica, grazie alla quale individui diversi per attività e riferimenti valoriali si mantengono coesi a causa della reciproca interdipendenza. In questo modo, se la solidarietà meccanica si fonda sull’eguaglianza, come le molecole nei composti inorganici, la solidarietà organica si fonda proprio sulla differenza.

impiccagione

La funzione penale repressiva del diritto prescrittivo

Le società evolvono da un tipo di solidarietà all’altra per effetto della differenziazione sociale e della crescita demografica. Il tipo di solidarietà che in un dato momento vi prevale determina le forme della coesione sociale. Durkheim nota infatti nota come ad ogni società corrisponda un corpo di regole giuridiche e morali da cui gli individui dipendono.

Il diritto restitutivo opera con il concorso libero e autonomo del cittadino che riconosce la legge e si conforma ad essa

Il diritto restitutivo opera con il concorso libero e autonomo del cittadino che riconosce la legge e si conforma ad essa

Nella società premoderne si produce un legame tra segmenti sociali equivalenti (ordini, clan) e si accetta che la coesione sia mantenuta attraverso una funzione legale repressiva (diritto prescrittivo), in quella moderna, invece, il legame è stabilito tra individui che assolvono a funzioni specializzate (divisione del lavoro) e che cooperano in modo libero e volontario. Si sviluppa la contrattualizzazione delle relazioni sociali [gli individui e i gruppi negoziano i loro diritti e doveri], nasce lo stato democratico e la conseguente concezione dell’individuo come persona. Il diritto è di tipo restitutivo, vale a dire che si esercita con il concorso dell’individuo che coopera riconoscendo la legge e conformandosi ad essa in modo libero e autonomo.

La divisione del lavoro è quindi alla base dell’ordine sociale moderno, non solo dal punto di vista giuridico-economico, ma anche da quello morale: l’individuo infatti diventa consapevole di dipendere dalla società e del fatto che è da questa che vengono le regole che lo controllano e ne regolano la condotta [Michel Foucault noterà, un secolo dopo, che questo controllo e disciplinamento è addirittura costitutivo della soggettività degli individui].

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Il degrado morale della condizione operaia descritta da Émile Zola

Può accadere, però, che la velocità delle trasformazioni impedisca il funzionamento della solidarietà, ostacolandone l’azione sugli individui e dando luogo a fenomeni di anomia, [da a-nomos, senza norma] uno stato di forte disagio socioesistenziale che può sfociare nella devianza o nel suicidio. Si tratta precisamente della condizione sociale osservata da Durkheim, il quale assiste allo stesso drammatico degrado e sradicamento sociale degli umili descritta da Zola. Secondo lo studioso, lo sviluppo dell’industria è stato troppo rapido e non ha ancora prodotto un sistema di regole adeguato ad essa. Lo studioso confida che questo avvenga in futuro, normalizzando una situazione caotica e anomica dei rapporti tra capitale e lavoro.

«L’operaio viene irreggimentato, staccato per tutta la giornata dalla famiglia, vive sempre più separato da chi lo impiega, e così via» [La divisione del lavoro sociale].

Isolato nella specializzazione del suo lavoro, separato dalle relazioni personali più intime, l’operaio si riduce a macchina, osserva il sociologo in pagine la cui analisi converge con quella dei Manoscritti marxiani. Lo spirito con cui il sociologo francese osserva questo fatto è però ben diverso da quello di Marx. Mentre per il filosofo tedesco si tratta infatti di abbattere la proprietà per dar vita a un nuovo ordine sociale, una società libera e senza classi, per Durkheim, la divisione del lavoro, intesa anche come divisione tra proprietà e lavoro, va mantenuta e regolata giuridicamente.

Le associazioni di lavoratori in funzione antianomica

Le associazioni di lavoratori possono creare nuovi sistemi di regole in funzione antianomica, cioè paradossalmente di conservazione dell’ordine a cui si oppongono

Il sociologo ritiene infatti che lo sgretolamento delle regole giuridiche e morali causato dalla modernizzazione (anomia) potrà essere affrontato dalle corporazioni o i gruppi professionali, entità in grado di creare nuovi sistemi di regole e valori capaci di imporsi sugli individui con la necessaria autorità morale e forza vincolante. Qui Durkheim intravede genialmente (ed hegelianamente) nella nascita dei movimenti di protesta e nell’autoorganizzazione operaia un esito diverso da quello desiderato: la creazione di una solidarietà di classe che contenendo l’anomia e le spinte disgregatrici, sostiene l’intero sistema cementandone la coesione, piuttosto che sovvertirlo.

 

La teoria della devianza

Partendo dalla sua concezione della coesione sociale, Durkheim ha elaborato una particolare teoria della devianza nella quale il crimine è visto non solo come normale e ineliminabile ma, per molti aspetti, innovatore. L’infrazione alla regola infatti, spesso non è altro che un’anticipazione della morale futura e costituisce quindi un elemento dinamico funzionale al mantenimento dell’insieme. Anche trascurando questo aspetto, comunque, la devianza aiuta a mantenere la coesione, perché il suo sanzionamento acquista valore simbolico, rafforzando la coscienza collettiva.

La devianza quindi, paradossalmente non disgrega, ma compatta il tessuto sociale:

«il delitto avvicina […] le coscienze oneste e le concentra».

 

Il metodo della sociologia

Gli anni che seguono la pubblicazione di La divisione del lavoro sono molto importanti nella produzione complessiva di Durkheim. In questo periodo, egli giunge alla formulazione esplicita del metodo della nuova scienza – Le regole del metodo sociologico; Les règles de la méthode sociologique, 1895] – e svolge una ricerca empirica sul suicidio destinata a rimanere tra le più famose nella storia della sociologia – Il suicidio; Le suicide, 1897.

Nell’opera dedicata al metodo, Durkheim definisce la sociologia come studio dei fatti sociali, i quali vanno considerati come cose, cioè dati primi di cui le idee sono lo sviluppo. Un fatto sociale è

«l’integrazione degli individui in una comunità morale di significazione».

Per questo, come modo di agire, di pensare e di sentire, è esteriore rispetto alle coscienze e volontà individuali e coercitivo rispetto ad esse; in altri termini, gli individui non vi si possono sottrarre. Un fatto sociale è irriducibile a fattori biologici e psicologici, è un fatto collettivo, oggettivo, né psicologico, né mentale, e rispondente a leggi sociali, autonome dalla psicologia e dalla biologia.

«Quando adempio ai miei compiti di fratello, di coniuge o di cittadino quando onoro gli impegni che ho contratto, io eseguo dei doveri che sono definiti fuori di me e dei miei atti, nel diritto e nei costumi. Proprio quando sono d’accordo con i miei sentimenti più profondi e ne sento interiormente la realtà, questa non cessa di essere oggettiva; poiché i miei doveri non sono io ad averli fatti, ma li ho ricevuti con l’istruzione […] La caratteristica essenziale dei fatti sociali consiste nel potere che essi hanno di esercitate dall’esterno una pressione sulle coscienze degli individui. […] Un fatto sociale si riconosce dal potere di coercizione esterno che esso esercita o è suscettibile di esercitare sull’individuo» [Ivi, p. 18 dell’originale francese linkato. Traduzioni mie].

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La riprovazione collettiva, non il fatto in sé, gliele farà rimettere ai piedi

È dunque la coercizione (contrainte) sulla volontà dell’individuo che istituisce il fatto sociale. Posso decidere di portare le scarpe appese al collo, ma la riprovazione collettiva, non il fatto in sé, mi scoraggerà dal farlo. Nella società, è insomma «la forma del tutto che determina quella delle parti» – come si vedrà, Max Weber, opponendosi a Durkheim, muoverà dall’azione individuale per spiegare la società.

Durkheim rifiuta quindi lo psicologismo che affligge la valutazione dei fatti sociali.

«La società non è una semplice somma di individui, al contrario, il sistema formato dalla loro associazione presenta caratteri propri. Indubbiamente, nulla di collettivo può prodursi se non sono date le coscienze particolari: ma questa condizione necessaria non è sufficiente. Occorre pure che queste coscienze siano associate e combinate in una certa maniera; da questa combinazione deriva la vita sociale e di conseguenza è questa che la spiega. Aggregandosi, penetrandosi, fondendosi, le anime individuali danno vita a un essere (psichico, se vogliamo) che però costituisce un’individualità psichica di nuovo genere» [Ivi, p. 64].

Mogliettina

Mogliettina

Per questo motivo, bisogna astenersi dallo spiegare i fatti sociali come il prodotto dei fatti psichici degli individui. E’ vero casomai il contrario, cioè che i fatti psichici sono in molti casi il “prolungamento” di fatti sociali all’interno della coscienza. Ad esempio, è l’esistenza del matrimonio come fatto sociale a far nascere i sentimenti corrispondenti, e non viceversa.

Durkheim propone di guardare ai fatti sociali come a oggetti esterni a noi, ma è evidente il problema che sorge nell’indagine sociologica: gli individui hanno una familiarità con i “fatti sociali” che impedisce loro di distinguere un fatto interno da uno esterno (ad esempio, ci sembra istintivo, naturale e spontaneo – e non esterno – portare le scarpe ai piedi). La “familiarità” che ciascuno intrattiene con la sua società grazie a formulazioni “spontanee” (è naturale portare le scarpe ai piedi), cioè le prenozioni più o meno diffuse in società, sono, per Durkheim,

«il primo ed il più grande ostacolo»

alla comprensione scientifica dei fenomeni sociali, poiché sono esse stesse un fenomeno sociale. Inoltre, rappresentazioni e pratiche collettive soverchiano l’individuo non solo perché gli preesistono e gli sono trasmessi attraverso l’educazione, ma anche perché esercitano su di lui un ascendente, un’autorità morale.

 

Lo studio sul suicidio

Adolphe_QuételetIl lavoro empirico fondamentale di Durkheim è la sua ricerca sulle cause sociali dei suicidi, pubblicata nel 1897 in Le suicide, un lavoro basato su studi preesistenti, dati d’archivio del Ministero di Giustizia e una massa significativa di statistiche. Gli statistici avevano osservato da tempo che certe azioni, come i matrimoni, i suicidi, gli omicidi, nonostante vengano decise individualmente, mostrano nel loro complesso distribuzioni e andamenti caratteristici. Il belga Adolphe Quételet ne aveva dedotto che gli individui agiscono sotto l’influenza di fattori sociali, ipotizzando che una disciplina apposita, a cui diede il nome di «fisica sociale», potesse studiare  simili influenze – si tratta appunto dello studioso che aveva anticipato Comte, inducendolo ad usare il termine alternativo di «sociologia».

Durkheim parte dalle acquisizioni della statistica e dall’idea che il suicidio, pur essendo un atto individuale, dipende da fattori sociali ed è dunque un fatto sociale.

Se anziché scorgervi solamente avvenimenti privati, isolati gli uni dagli altri, che richiedono ognuno un esame a sé, si contemplasse l’insieme dei suicidi commessi in una determinata società, in una determinata unità di tempo, si constaterebbe che il totale così ottenuto non è una semplice somma di unità indipendenti […], ma un fatto nuovo, con una sua fisionomia e significato, di natura eminentemente sociale [Il suicidio].

Durkheim porta statistiche da cui risulta che il tasso di suicidi varia da paese a paese, e in ciascuno si mantiene costante nel tempo a meno che non intervengano profondi cambiamenti sociali. Dopo aver escluso il legame tra suicidio e follia e che siano cause rilevanti la razza, l’ereditarietà, il clima, l’andamento stagionale della temperatura e l’imitazione, arriva alla conclusione che i suicidi sono più probabili quando i legami sociali si allentano, l’individuo non è più integrato in una rete relazionale ed è lasciato in balia di se stesso, senza la guida morale della società. La particolare condizione in cui il controllo della società sull’individuo si indebolisce è, come si è visto, l’anomia. La totale assenza di norme è impossibile in società, ma possono crearsi momenti di forte disgregazione, in cui gli individui non hanno sufficienti riferimenti e sono sono come tagliati fuori (come marginali o esclusi) dal tessuto sociale. E in questi casi che il rischio di autodistruzione si fa elevato.

Durkheim nota che il tasso di suicidio è alto tra i protestanti, medio tra i cattolici e basso tra gli ebrei. Scartando la proibizione religiosa, nota che la comunità abraica e la più coesa tra le tre e che quella protestante è la più individualistica. Il suicidio è più frequente nelle società ad alto tasso di scolarizzazione, nelle quali l’integrazione sociale è più bassa e gli individui tendono ad avere una vita più solitaria. Le donne si suicidano meno degli uomini, perché partecipano maggiormente della vita familiare e religiosa. I grandi cambiamenti sociali ed economici possono aumentare o diminuire il tasso di suicidio a seconda di come agiscono sulla coesione sociale: se a una guerra o a una crisi economica le persone reagiscono rafforzando le reti di solidarietà, si vedranno diminuire i suicidi, l’opposto se questi eventi causano allentamento e disgregazione del legame sociale.

Suicidio altruistico [India, Sati si immola sula pira funebre del marito]

Suicidio altruistico [India, Sati si immola sulla pira funebre del marito]

Suicidio egoistico

Suicidio egoistico

Oltre al suicidio anomico, Durkheim descrive il suicidio egoistico, proprio delle società individualistiche nelle quali il suicidio è legato a fattori psicologici ed esistenziali, proprio perché la coscienza individuale prevale su quella collettiva; e il suicidio altruistico, caratteristico delle società semplici fondate, all’opposto, sul prevalere della coscienza collettiva sui quella individuale, dove l’individuo si annulla completamente nella società e tende ad uccidersi al venir meno della sua funzione sociale, come nel caso dei vecchi e malati ormai inutili alla società, o delle vedove che seguono il marito sulla pira funebre, o dei servi che seguono il padrone nella tomba.

 

Gli studi sulla religione

Negli studi sulla religione, il più importante dei quali è Le forme elementari della vita religiosa [Les formes élémentaires de la vie religieuse, 1912] Durkheim indica nella religione il fenomeno sociale fondamentale, un meccanismo che ha la funzione di distinguere e separare l’individuo dalla società, il profano dal sacro, indicando ai singoli l’autorità spirituale e trascendente a cui l’individuo deve sottomettersi. La religione è infatti

« è il sistema di credenze e riti relativo alle cose sacre, cioè separate, interdette».

La natura fondamentalmente idolatra del fenomeno religioso in cui la società adora se stessa

La natura fondamentalmente idolatra del fenomeno religioso attraverso il quale la società adora se stessa

Ogni religione positiva coglie la verità fondamentale che esiste una realtà che trascende gli individui ed è ad essi superiore, nessuna di loro però la colloca correttamente nella società, ma in un’entità spirituale alla quale vengono attribuite le caratteristiche della società, vale a dire il fatto che si impone sugli individui ed è l’elemento in cui si costituisce la loro coesione e la loro stessa esistenza [Comenio dice ad esempio: «c’è un allontanamento turpissimo da quel Dio in cui viviamo, ci muoviamo, siamo»] visto che non potrebbero vivere isolati dagli altri.

La dialettica del sacro e del profano costituisce perciò il fatto sociale fondamentale in cui il fenomeno religioso si esprime e che consiste nell‘adorazione che la società fa di se stessa.

Le forme elementari della vita religiosa contiene una teoria generale delle forme simboliche [la Divisione del lavoro sociale contiene invece una storia delle forme sociali] che mostra come lingua, segni, simboli, acquistino senso solo all’interno di un insieme sociale e storico che si dà come sistema di relazioni. Si tratta della prima enunciaizone del principio strutturalista, ed è per questo un testo di fondamentale importanza per tutte le scienze umane.

 


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