Il fascino dell’obbedienza

by gabriella
obbedienza

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Le recensioni[alcuni stralci da quella pubblicata su Alfabeta2 e l’intero commento di Kainós] a Il fascino dell’obbedienza. Servitù volontaria e società depressa, in cui Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Olivieri si chiedono che cosa rende così diffusa e convinta l’obbedienza al potere e per quale ragione gli uomini cooperino alla propria stessa oppressione. Gli autori trovano le risposte nel Discorso della servitù volontaria di La Boétie [e nel «disciplinamento» di Sorvegliare e punire] a cui riservo un commento in coda.

O popoli insensati, poveri e infelici, nazioni tenacemente persistenti nel vostro male e incapaci di vedere il vostro bene! […]
Colui che vi domina ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come oserebbe attaccarvi, se voi stessi non foste d’accordo?

Etienne de La Boétie, Discours de la servitude volontarire

»Eppure solo pochi tra quanti da mezzo millennio si accostano a questo testo brevissimo e straordinario (militanti, eruditi, filosofi, scienziati politici) evitano la tentazione di chiamarsi fuori; brandendo e deviando quel «voi» – di cui dovrebbero farsi carico in prima persona – contro il bersaglio retorico di turno.

Che cosa rende così diffusa e convinta l’obbedienza al potere? Perché gli uomini lottano per la propria servitù come se si trattasse della propria salvezza? Partendo da una rilettura del Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie, il libro di Ciaramelli e Olivieri ne ricostruisce dapprima il contesto originario (il passaggio dalla tirannia antica alla tirannia moderna, resa possibile da raffinate tecnologie di disciplinamento sociale), per poi mostrarne l’inquietante attualità nella nostra epoca, caratterizzata dal dilagare della depressione tanto socio-economica che psichica. La servitù volontaria, denunciata da La Boétie, non dipende dagli sforzi del tiranno ma dall’attività stessa dei dominati che si rivelano gli artefici del proprio asservimento. Allo stesso modo il diffondersi di demotivazione, disinteresse e sfiducia appare un fenomeno che la società democratica può imputare soltanto a se stessa, ma proprio questa sua “responsabilità” può renderne possibile il superamento.

Il fascino dell'obbedienzaNegli ultimi anni, man mano che il mito di un po’ di “profitto per tutti” (in termini di welfare, sicurezza economica, riconoscimento, beni di consumo) si sbriciolava impietosamente, il sostegno degli svantaggiati al sistema capitalistico è apparso sempre meno spiegabile. Si è così evocata la «servitù volontaria» per decifrare fenomeni di palese autolesionismo: il new management, teso a implicare emotivamente i lavoratori nel loro stesso processo di sfruttamento; le pratiche di cura di sé – alimentari, estetiche, sportive – nelle loro declinazioni più feroci; la distruzione ambientale; l’assoggettamento autonomo a prestiti e mutui; l’ostentata sudditanza a mass media, populismi, miti dell’uomo forte.

Gli interpreti, però, hanno letto queste servitù volontarie come «indotte» dall’alto: quasi mai si sono spinti a dire che i soggetti volessero davvero la propria oppressione. Eppure, dove altri sguardi vedevano inerzia e letargo, quest’ipotesi avrebbe permesso di scoprire energia e attività, certo autolesioniste, ma riconvertibili – magari – a fini emancipativi. A questo obiettivo mirano invece Olivieri e Ciaramelli (per i quali «a considerar bene le cose, […] il modo mSurveiller-et-Punireno partecipe e meno rispettoso di riferirsi ai comportamenti umani consiste nel vedervi solo l’automatica conseguenza di eventi esterni»). Così, affilati gli strumenti critici con un’analisi rigorosa (anche storico-filologica) del Discorso della servitù volontaria, i due autori si volgono senza scrupoli all’attualità, affrontando le sottomissioni a mafia, disoccupazione, disparità di genere.

È soprattutto sui due piani prefigurati dal termine «depressione» – quello psichico e quello socioeconomico – che la servitù volontaria può a loro avviso parlare alla nostra contemporaneità triste. Patologie depressive e sudditanza politica si rivelano fenomeni affini: fughe dolorose ma rassicuranti dall’azzardo e dall’indeterminatezza di ogni vita libera e aperta all’alterità. Analogamente, sul piano economico, è urgente defatalizzare l’«inevitabilità» della catastrofe economica in atto, smascherando il lato complice del nostro sentirci annientati e immobilizzati: il diffuso sentimento di «impotenza è un modo di interpretare la realtà asservendosi a essa»; un modo apparentemente insensato, ma che in realtà esonera dal dover immaginare un mondo altro.

Manca forse un solo passo all’attualizzazione del testo La Boétie: ed è raffrontare ai gesti dei suoi servi volontari («pali del ladrone che li saccheggia, complici dell’assassino che li uccide e traditori di sé stessi») le nostre infinite pratiche di esclusione e marginalizzazione dei più deboli; violenza domestica, bullismo, stalking, pogrom, piccole persecuzioni quotidiane: versioni moderne di quei meccanismi vittimario-sacrificali su cui da millenni si regge il precario ordine sociale delle collettività umana.

Lungi, con questo, dal reintrodurre linee di demarcazione troppo nette tra buoni e cattivi: ma anzi vedendo in quei gesti il complessivo e assurdo rivolgersi della società contro se stessa. Coglieremmo allora appieno «la verità che – secondo gli autori – siamo tutti convocati ad ascoltare» da La Boétie: e cioè che non esiste potere al di fuori del sostegno attivo dei dominati, ma che – proprio per questo – «per essere liberi basta solo volerlo».

 

Fabio Ciaramelli,  Il fascino dell’obbedienza

Ahi serva Italia, di dolore ostello, 
nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello!

Purgatorio, Canto VI, 76-78

Sordello da GoitoQuesto libro di Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Olivieri rilegge in maniera acuta ed originale un saggio cinquecentesco, Il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie, e allo stesso tempo scava nelle sottigliezze del nostro presente, dove le logiche di servilismo hanno puntellato momenti e fasi della storia d’Italia.

Come è noto, il Discorso di La Boétie è al centro di una lunghissima querelle interpretativa che ne ha contraddistinto le vicende editoriali, dal XVI secolo fino alla seconda guerra mondiale e oltre, tanto che lo stesso titolo dell’opera ha subito più volte modifiche e riletture, come attestano sia le edizioni nella lingua francese che italiana, inglese e tedesca. L’analisi della servitù volontaria denunciata dal giovane de La Boétie (avviato alla carriera giuridica e amico fraterno di Montaigne) è sconvolgente, perché a suo giudizio il desiderio di servire non dipende dalla volontà del tiranno ma dall’attività stessa dei dominati, che sono poi gli artefici consapevoli del proprio asservimento – come se il servilismo fosse insito nella stessa natura (contraddittoria) dell’uomo. La Boétie scrive negli anni che vedono l’acuirsi delle guerre di religione in Francia dopo il massacro degli ugonotti nella notte di S. Bartolomeo intorno al 1576 (anno presunto della pubblicazione), mentre cominciano a delinearsi le basi dello Stato assoluto: perché gli uomini, fatti per essere liberi, rinunciano con tanta naturalezza alla loro libertà? Perché la volontà di servire, come servitude volontaire, alberga nell’animo degli individui, come desiderio di identità e di riconoscimento e non è, invece, una costrizione che li piega al dominio del tiranno? Del resto, scriveva Simone Weil in un celebre scritto del 1937, Meditazioni sull’obbedienza e sulla libertà,

«la sottomissione dei molti ai pochi, questo dato fondamentale in quasi tutte le organizzazioni sociali, non ha mai cessato di sbalordire tutti coloro che ci riflettono un poco».

Ciaramelli e Olivieri, autori dei due rispettivi saggi che compongono il volume (La servitù svelata e Dal consenso alla legittimazione. Le vicissitudini della servitù volontaria ieri e oggi), ci riflettono con metodo storico-ermeneutico affermando preliminarmente che le logiche di asservimento volontario della moltitudine alla volontà del capo o del tiranno rappresentano sempre e comunque una minaccia per la democrazia. Da questo presupposto muove l’indagine, peraltro motivata dal paradosso semantico del titolo: il fascino dell’obbedienza che sembra essere il collante misterioso ed ineffabile della natura umana, sorretto dal sottotitolo, Servitù volontaria e società depressa.

 

leostrauss

Leo Strauss (1899 – 1973)

Senofonte

Senofonte (430 – 354 a. C.)

Nel primo saggio Olivieri esplora la figura paradigmatica della tradizione classica, ossia quella del tiranno, signore solitario della polis, che non esita a rivendicare la sua illimitata volontà di potenza rispetto al nomos, alla legge. Nel transito dall’epoca classica all’epoca moderna, la tirannide come negazione dell’umano è già reperibile nelle opere di Senofonte, di Platone e poi in Leo Strauss. Nel Gerone, che fu tiranno siracusano, Senofonte racconta dell’uomo stretto dalle maglie del potere, e dell’intrigo che rappresenta l’elemento distintivo della sua vita personale e politica. Senofonte descrive l’incontro tra il poeta Simonide e il tiranno Gerone, sviluppando il dialogo intorno alla questione della vita del tiranno, il quale è costretto a una costante dissimulazione, non potendo fidarsi neppure di coloro che gli sono più vicini. Ma l’elemento peculiare che si afferma nel dialogo è il problema del potere, su cui richiama l’attenzione nel 1948 un filosofo politico come Leo Strauss, che in un saggio sul Gerone vi ha voluto vedere la differenza tra la tirannia antica,

«ancora fondata sull’immagine della forza “naturale” come molla dell’obbedienza dei popoli e il totalitarismo moderno che ha a disposizione tecniche ed ideologie per organizzare attorno a sé il consenso dei dominati» (p.13).

Solo con Machiavelli il nesso comando/obbedienza subisce una curvatura tale da

«mettere in scena una forma politica come composizione mobile e aperta del conflitto, come sfruttamento dell’energia pulsionale e razionale del Principe per mantenere gli uomini all’interno di un’artificiale socievolezza» (p.17).

Machiavelli

Niccolò Machiavelli (1469 – 1527)

Le analisi del Segretario fiorentino sui fondamenti della politica moderna e in specie sulle ragioni del consenso da parte del popolo incrociano quelle del giovane umanista La Boétie; e in questo consiste forse il tratto più innovativo e più sconcertante dello scritto che anticipa la teoria moderna della sovranità e il superamento della dicotomia tra il Principe e il tiranno. Non stupisce che Il Principe e il Discours appaiono in un’epoca durante la quale il pensiero politico europeo sta elaborando una creatura nuova, lo Stato nelle sue varie declinazioni: moderno, assoluto, autoritario, leviatanico. La Boétie, contro ogni consuetudine, ci annuncia il suo giudizio di illegittimità di “ogni” potere:

«In tutta coscienza va considerata una tremenda sventura essere soggetti ad un signore di cui non si può mai dire con certezza se sarà buono poiché è sempre in suo potere essere malvagio, secondo il proprio arbitrio».

 

Olivieri ricostruisce con perizia filologica i vari strati del Discours,ne coglie la complessa strategia retorica e performativa, ne esplora il nocciolo misterioso ovvero il dono della servitù:

«se si vedono non cento né mille individui, ma cento paesi, mille città, un milione di uomini che non attaccano quell’uno solo che nel migliore dei casi li tratta come servi e schiavi, come chiameremo ciò?» (p.31).

La Boétie avverte che l’origine nascosta della tirannia, il suo fondamento, sta «nella possibile persistenza del desiderio di libertà in una situazione di latenza e di abitudine alla dipendenza» (p.35). L’abitudine impone all’uomo una sorta di seconda natura, una “natura artificiale” che lo plasma modificandolo integralmente. Nel Discours è dunque all’opera una concezione di natura tutt’altro che ingenuamente naturalistica, un concetto complesso, dinamico e aperto all’intervento dell’educazione e dell’abitudine; un intervento il cui esito appare tuttavia – almeno a questa altezza – molto più minaccioso che non positivo, poiché tende a far accettare passivamente la condizione di asservimento – come se essa fosse “naturale”, nel senso di immutabile perché inscritta in una essenza umana sempiterna. Ed è sulla abitudine come causa prima della servitù volontaria «proprio come avviene ai più indomiti destrieri», che Olivieri avvicina il suo sguardo con gli strumenti dell’analisi testuale al Discorso, che si espande persino come testo diagnostico del nostro tragico Novecento

«quando ritroviamo la bruciante modernità di un’osservazione sul ruolo dell’abitudine nell’acquiescenza alla tirannide, sotto mutata forma, anche nella riflessione politologica di Hannah Arendt sul totalitarismo» (p.37).

Claude

Claude Lefort (1924 – 2010)

Benché le differenze tra la tirannide all’alba della modernità e quella dei regimi totalitari siano notevoli, in La Boétie – spiega Olivieri – è sempre l’enigma del consenso attorno al potere che unisce le due tirannidi distanti nel tempo e nelle forme, una sorta di incantesimo quella che piega gli individui al dominio dell’uno e della sua immagine simbolica. Dopo l’abitudine, le vie maestre della servitù volontaria, di «questo vizio mostruoso che la lingua si rifiuta di nominare» solcano il terreno della politica moderna. E qui Olivieri richiama l’interpretazione di un grande studioso di La Boétie che è Claude Lefort, filosofo francese della politica e allievo di Merleau-Ponty, che segnala per noi lettori moderni la prorompente attualità del Discours, teso com’è a descrivere la fascinazione che il desiderio di un’unità originaria esercita su ogni individuo; ognuno tende ad identificarsi nel tiranno nella misura in cui vuole diventare signore di un altro. Identificandosi psichicamente e politicamente con tale idea, l’individuo atomizzato e frodato dalla crisi democratica trova un compenso alla sua derelizione e – in un’immaginaria ipostasi di potenza – accetta come un male minore, volontariamente, la servitù. Aggiunge Olivieri che dietro

«la costruzione dello stato moderno non c’è solo l’obbedienza dei sudditi, ma c’è qualcosa di più radicale e sconcertante: il loro ostinato desiderio di rispecchiamento nell’Uno» (p.46).

 Anche il saggio di Ciaramelli esplora molti punti paradossali del Discorso, posizionandosi su due questioni rilevanti: la prima è la relazione storicamente e concettualmente determinata tra l’opera di La Boétie e il totalitarismo novecentesco, la seconda riguarda il legame tra servilismo e depressione. Che il testo di La Boétie costituisca una dimora archetipica dell’obbedienza totalitaria è fuor di dubbio poiché

«la disposizione razionale ad obbedire si trasforma negli individui mobilizzati dai regimi totalitari in una vera e propria “sete di sottomissione”, per riprendere fin da ora l’espressione di Gustav Le Bon» (p.58),

fino a lasciare affiorare l’antica radice che il desiderio di servitù dei singoli individui sia un’inclinazione profonda delle masse, e la sottomissione collettiva la base dell’obbedienza totalitaria. Ciaramelli richiama esplicitamente la lezione arendtiana secondo cui le società totalitarie distruggono lo spazio pubblico e anche la responsabilità individuale al punto tale che ciascuno desidera sottomettersi in un “singolare connubio di disciplina e consenso” al tiranno, e il consenso medesimo si trasforma in una nuova forma di servitù. Tuttavia, a dire dell’Autore, l’obbedienza totalitaria è solo una declinazione attualizzante del testo di La Boétie, perché altre varianti si impongono: l’obbedienza, che sembra assurgere a icona o a simbolo dei nostri ultimi decenni

«è una forma di sottomissione protettiva e rassicurante, che sospende la libertà di iniziativa perché mette al riparo dagli effetti stressanti della ricerca inesausta di successo e riuscita personale, tanto nella vita privata quanto nello spazio pubblico» (p.62).

In questo modo l’obbedienza diventa una pratica tranquillizzante e benevola che solleva il soggetto da scelte e decisioni; una forma di sottomissione volontaria che si costruisce intorno all’identificazione tra obbedienza e disciplina con rapide deviazioni e digressioni, che rendono il Discorso sgorgante di annotazioni sulla disponibilità all’autoinganno, alla finzione, alle consuetudini della mentalità servile e perciò alla dismissione civile e morale da parte dei cittadini. Ma il punto focale del ragionamento di Ciaramelli è il legame tra depressione e servitù volontaria con tutti i risvolti psicoanalitici che ne conseguono, da Freud a Lacan. Al di là dell’ovvio cerchio del potere e della politica che ha visto l’alternarsi ad esempio nel nostro Paese di “tanti uomini della Provvidenza”, si apre il nucleo più profondo del Discorso che si origina dal senso di insufficienza, di privazione e di inadeguatezza dell’individuo. Scrive Ciaramelli che la servitù volontaria e la depressione

«appaiono accomunate dal fatto che in entrambe va visto l’esito di atteggiamenti, prese di posizione, modi di agire, che gli individui coinvolti non subiscono passivamente, ma nei quali è in gioco, sia pur in forma negativa, la loro libertà, la loro capacità di autodeterminarsi, la loro potenza d’agire» (p.72).

leopardi

Giacomo Leopardi (1798 – 1837)

Dietro questo nesso costitutivo tra indebolimento dell’autostima, fallimento delle capacità individuali e gratificazione nell’asservimento c’è la paura della catastrofe che l’individuo sente minacciosa su di sé. Del resto, fa notare Ciaramelli, già Leopardi in memorabili pensieri dello Zibaldone spiegava come l’assenza di amor proprio generi «indifferenza, inazione, insensibilità verso sé stessi» (p.73) con effetti assimilabili a quelli della depressione.

Che quest’ultima si saldi in maniera sorprendente con la servitù volontaria è il dato più impressionante dell’argomentazione di Ciaramelli nel senso che

«balza agli occhi la simmetria fra l’incapacità di assumere l’onere della libertà (incapacità che induce a desiderare la servitù) e l’inettitudine ad affrontare la vita (inettitudine che induce a desiderare la morte)» (p.73).

La crisi della democrazia sembra avere qui una propria origine, trova il terreno fertile nella società depressa o nella spinoziana epoca “delle passioni tristi” quando gli individui atomizzati e frodati si rassegnano all’inautenticità, all’interdizione di ogni parola che non sia nel copione che hanno ricevuto dal tiranno materiale o simbolico si chiami l’Uno, o il Padre, o il Capitale. A questo punto si potrebbe dire in modo non ovvio che la servitù volontaria diagnosticata da La Boétie riveli il suo lato estremo e radicale nella inopinata propensione verso l’autodistruzione da parte dei dominati, che

«si limitano a dar voce alla negazione del desiderio di esistere […] caratteristico di chi ha perso la voglia di reagire e andare avanti, perché ormai non crede più nella possibilità d’un rilancio del desiderio di libertà e di vita» (p.79).

Questo testo cinquecentesco, sempre in bilico tra stupore, amarezza e invettiva, incita alla riflessione critica, costringe il lettore a prendere posizione perché non si lasci a sua volta assuefare ai poteri dominanti e che non lasci assuefare la propria libertà, che è libertà dal potere e da ogni forma di tirannide. Occorre essere decisi e risoluti nel desiderare la propria libertà. Il Discorso di La Boétie, una volta demistificato il consenso come fondamento della dominazione sociale, parte esattamente da qui, ossia dai toni della sua denuncia per riuscire a dissolvere il misterioso amalgama di sottomissione e libertà che nutre il desiderio dell’uomo.

Sul Discorso della servitù volontaria

Steso da un autore non ancora maggiorenne – La Boétie aveva diciott’anni – questo celebre testo cinquecentesco si apre richiamando l’Ulisse omerico che dichiara all’assemblea dei greci: Dicours-servitude-volontaire

non è bene avere molti capi, se ne abbia uno solo, uno solo sia il capo, uno solo il re.

E’ esattamente l’opinione opposta a quella di La Boétie che sottolinea:

è terribile sottomettersi a un capo della cui bontà non si può mai essere certi e che ha sempre il potere di essere malvagio quando vuolec’est un malheur extrême d’être assujetti à un maître dont on ne peut jamais assuré de la bonté, et qui a toujours le pouvoir d’être méchant quand il voudra»].

L’obiettivo del saggio è infatti di rispondere alla domanda:

vorrei capire com’è possibile che tanti uomini, paesi, città, nazioni, sopportino spesso un solo tiranno che ha il solo potere che essi gli danno, che non ha il potere di nuocere loro se non attraversola loro cooperazione e che non potrebbe far loro alcun male se essi non preferissero soffrire piuttosto che contraddirlo [« je voudrais seulement comprendre comment il se peut que tant d’hommes, tant de bourgs, tant de villes, tant de nations supportent quelques fois un tyran seul qui n’a de puissance que celle qu’ils lui donnent, qui n’a de pouvoir de leur nuire qu’autant qu’ils veulent bien l’endurer et qui ne pourrait leur faire aucun mal s’ils n’aimaient mieux tout souffrir de lui que de le contredire »].

La risposta immediata offerta dal filosofo poggia sulla volontà :

Decidete di non servire e sarete liberi [« Soyez résolu à ne plus servir, et vous voilà libre » car « il ne peut entrer dans l’esprit de personne que la nature ait mis quiconque en servitude, puisqu’elle nous a tous mis en compagnie »].

Successivamente, definisce tre tre tipi di tirannia:

Alcuni regnano dopo essere stati eletti dal popolo, altri per la forza delle armi, altri ancora per successione dinastica. Quelli che sono eletti dal popolo lo trattano come un toro da domare, i conquistatori come una loro preda, i delfini come un gregge di schiavi che appartiene loro per naturales uns règnent par l’élection du peuple, les autres par la force des armes, les derniers par la succession de race». « Ceux qui sont élus par le peuple le traitent comme un taureau à dompter, les conquérants comme leur proie, les successeurs comme un troupeau d’esclaves qui leur appartient par nature »].

E’ vero che all’inizio si serve costretti e vinti dalla forza, ma i discendenti servono senza rimpianto e fanno spontaneamente ciò che i loro antenati hanno fatto per costrizione. Gli uomini nati sotto il giogo, poi cresciuti e allevati nella servitù si accontentano di vivere come sono nati senza guardare oltre e non pensano di avere altri beni né altri diritti che quelli che hanno trovato; prendono per loro condizione naturale quella in cui sono nati Il est vrai qu’au commencement on sert contraint et vaincu par la force ; mais les successeurs servent sans regret et font volontiers ce que leur devanciers avaient fait par contrainte. Les hommes nés sous le joug, puis nourris et élevés dans la servitude sans regarder plus avant se contentent de vivre comme ils sont nés et ne pensent point avoir d’autres biens ni d’autres droits que ceux qu’ils ont trouvés ; ils prennent pour leur état de nature l’état de leur naissance »].leonida

Il testo si sviluppa, quindi, come un invito ai popoli a non servire e a liberarsi dei condizionamenti psicologici che vilmente accettano, non avendo mai assaporato la libertà. La Boétie ricorda qui la risposta degli spartani ai persiani che propongono loro l’assoggettamento al «gran re»:

In ciò, persiani, potreste ben consigliarci; perché se avete assaggiato la felicità che ci promettete, non conoscete affatto quella di cui NOI godiamo. Voi conoscete il favore di un re, ma non conoscete il gusto dolce della libertà. Infatti, se voi l’aveste anche solo assaggiato, ci consigliereste di difenderla non solo con lo scudo e con la lancia, ma con i denti e con le unghieEn ceci Hydarnes (le Perse) tu pourrais nous donner un bon conseil ; car si tu as essayé le bonheur que tu nous promets, tu ignores entièrement celui dont NOUS jouissons. Tu as éprouvé la faveur d’un roi, mais tu ne sais pas quel goût délicieux a la liberté. Or si tu en avais seulement goûté tu nous conseillerais de la défendre non seulement avec la lance et le bouclier mais avec les dents et avec les ongles »].

La Boétie conclude che:

era altrettanto impossibile per i Persiani rimpiangere una libertà di cui non avevano mai goduto che per gli spartani che l’avevano provata piegarsi alla schiavitù [« était aussi impossible au Persan de regretter la liberté dont il n’avait jamais joui qu’aux Lacédémoniens qui l’avaient savourée d’endurer l’esclavage »].

Ecco dunque le ragioni dell’accettazione volontaria della servitù:

la prima è che i popoli nascono servi e sono allevati come talinaissent serf et et sont élevés comme tels »], la seconda è che sotto il tiranno la gente diviene facilmente pigra, molle ed effeminata [« sous les tyrans les gens deviennent aisément lâches et efféminés »].  Ne segue che la gente sottomessa non ha né ardore, né combattività nella lotta perché non si sente ribollire il sangue del desiderio di libertà che fa disprezzare il pericolo e dà voglia di conquistare l’onore con una bella morte tra i propri compagni. In effetti, la gente sottomessa, priva di coraggio e di capacità ha il morale a terra ed è incapace di ogni grande gesto. I tiranni lo sanno bene e fanno del loro meglio per annichilirli.les gens soumis n’ont ni ardeur ni pugnacité au combat » car « ils ne sentent pas bouillir dans leur cœur l’ardeur de la liberté qui fait mépriser le péril et donne envie de gagner, par une belle mort auprès de ses compagnons, l’honneur et la gloire ». En effet les « gens soumis dépourvus de courage et de vivacité ont le cœur bas et mou et sont incapables de toute grande action. Les tyrans le savent bien et font tout leur possible pour mieux les avachir ». Cyrus pour aliéner les Lydiens sans détruire leur belle ville de Sardes y « établit des bordels, des tavernes et des jeux publics et il, publia une ordonnance qui obligeait les citoyens à s’y rendre. »

BerlusconiPer dominare i Lidi senza distruggerne la città, Ciro aprì bordelli, taverne e giochi pubblici ed obbligò per legge i cittadini a servirsene – di qui il termine “ludico” che è ancora nel nostro vocabolario. Il fatto che oggi non sia necessario obbligare nessuno mostra quanta strada è stata fatta sulla via della servitù volontaria.

massimo-dalemaLa Boétie disprezza il popolo ignorante che è disposto a godere di piaceri che non ha onestamente conquistato, mentre resta insensibile davanti ai torti e alle sofferenze che può ingiustamente patirepeuple ignorant qui a toujours été ainsi : au plaisir qu’il ne peut honnêtement recevoir, il est tout dispos et dissolu ; au tort et à la douleur qu’il peut honnêtement souffrir il est insensible »] e offre infine il segreto della sua passività: non sono infatti gli armigeri a cavallo e le compagnie di fanti che difendono il tiranno, ma quattro cinque uomini che lo sostengono e gli sottomettono tutto il paese, corrompendone seicento che ne tengono alle dipendenze seimila a cui fanno dare il governo delle province o delle tenute per legarli a sé attraverso la loro aviditàrenzice ne sont pas les bandes de gens à cheval, les angelino-alfanocompagnies de fantassins, qui défendent un tyran mais toujours quatre ou cinq hommes qui le soutiennent et qui lui soumettent tout le pays ». Ces six ont sous eux six cents qu’ils corrompent autant qu’ils ont corrompu le tyran. Six  cents tiennent en leur dépendance six mille « à qui ils font donner le gouvernement des provinces ou le maniements des deniers afin de les tenir par leur avidité ».

vendola

bonannicamussoLuigi-Angeletti

 

 

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11 Responses to “Il fascino dell’obbedienza”

  1. Eh, il testo di La Boetié andrebbe imposto come libro scolastico…. gran libro, per quanto sintetico e semplicissimo.

  2. Disamina esemplare; come sempre del resto.
    Tuttavia, credo che La Boétie sia persino ottimista, in merito alla rimozione del giogo della servitù.
    La condizione servile da noi è tutto volontaria e intimamente vissuta come una sorta di “opportunità”, nell’illusione di una ipotetica cooptazione clanica tra le oligarchie dominanti: il servo furbo che aspira a diventare padrone; lo schiavo Stephen che è di gran peggiore del feroce Calvin Candie di “Django unchained” e condivide le sorti del suo padrone.

    La Boétie sembra credere in una struttura piramidale e gerarchizzata: eliminati i tasselli dominanti tutto il castello dovrebbe venire giù in una sorta di effetto domino a cascata. Magari fosse così semplice…!
    Gli italiani nella loro stragrande maggioranza il gusto della Libertà non l’hanno mai avuto. Amano la finzione, il melodramma… imbastiscono rappresentazioni teatrali più o meno grandiose, nelle quali fingono di servire fedelmente il padrone di turno; purché sia lontano, e soprattutto assente. Purché ometta di controllare e in cambio della fedeltà dei servi li lasci rubacchiare qua e là. Sono mezzadri “furbi” che fanno la cresta sul raccolto e che in realtà aborrono la tirannide in quanto tale perché presupporrebbe comunque un ordine ed una qualche forma di disciplina. In realtà, il loro ideale è il Re Travicello: un simulacro del potere. E come gli schiavi nella caverna di Platone sono innamorati delle loro catene e aborrono chiunque osi distoglierli dalle loro piccole, rassicuranti, meschinerie quotidiane.
    Quando gli italiani si ‘impegnano’ (parola grossa!), massimamente lo fanno secondo il modello di riferimento culturale prevalente: la tifoseria calcistica. Come è stato già fatto notare, sono fangirls riunite in club di followers.
    Fatte le debite eccezioni, temo siano irrecuperabili.

    • IL quadro che rappresenti con la consueta eloquenza è quello del dilagare, nell’ultimo ventennio, del cosiddetto familismo amorale al di là delle zone di endemica arretratezza economico-culturale.

      Fin dai tempi del “primo” ventennio, l’Italia non ha però mai avuto questa omogeneità: se i nostri nonni fossero stati tutti servi non avremmo visto la Resistenza, così come non vedremmo, oggi come allora, l’intelligenza e la solidarietà. Saremmo insomma già il paese di “stupidi funzionali” che descrivi (prova a rivederti la “zuppetta” di Nanni Loy per farti tornare in mente quegli anni http://gabriellagiudici.it/nanni-loy-la-zuppetta-specchio-segreto/).

      In realtà, temo purtroppo che le linee di tendenza siano quelle dell’imbarbarimento culturale e forse del definitivo collasso. Ma non mi spingerei oltre, però. Soprattuto non darei di una dinamica storica una lettura ontologica: non c’è ragione di naturalizzare i nostri difetti, fanno schifo abbastanza anche se li riconosciamo come conseguenze di scelte, politiche e prassi più o meno antiche.

      Saremmo poi, temo, in buona compagnia, visto che è ormai luogo comune additare le tante disfunzioni come un’inevitabile portato della nostra “tradizione”: fare le cose “all’italiana”; “siamo in Italia”… me ne riempiono così la testa i miei studenti da avermi reso patriota per reazione (decisamente, non era facile).

      Per concludere con La Boétie, si tratta di un autore lontano quattro secoli dalla scoperta della società (la Thatcher continuava ad ignorarne l’esistenza solo trent’anni fa) e dalla comprensione delle dinamiche collettive. Inevitabilmente guarda all’individuo e a meccanismi (pretesi) universali che oggi sappiamo storici, di qui l’ingenuità di credere che basti svelare l’inganno per incrinare un dispositivo (purtroppo) molto complicato.

      • ‘Sta cosa, tipicamente italiota, di parlar male del proprio paese è una ‘moda’ (antica e pessima); ora che me lo fai notare, personalmente mi ha sempre dato parecchio sui nervi… Se mi perdoni la metafora un po’ rozza, oltre ad essere una pessima attitudine è un po’ come pisciare controvento.
        Ovviamente, non posso che concordare con le tue osservazioni.

        Nel mio “pessimismo della ragione” temo però che la stupidità (dis)funzionale sia ormai la condizione prevalente di una involuzione culturale prossima all’irreversibilità. La degenerazione antropologica cominciata negli anni ’80, e portata al suo apice nel ventennio (non solo) ‘berlusconiano’, mi sembra un’infezione molto più grave e radicata di quanto non si voglia ammettere. In queste condizioni, a parità di fattori, oggi non ci sarebbe alcuna RESISTENZA, ma solo un mesto accomodamento secondo opportunità. Esattamente come avvenne nella Germania hitleriana, che ad eccezione di qualche effimera, circoscritta, e del tutto tardiva opposizione, una vera resistenza al nazismo non l’ebbe mai.

        Sarà che purtroppo, nel mio piccolissimo, non riesco ad affrancarmi da una certa visione “storicistica” della società..:)

        • Concordo tristemente Sendivogius, non possiamo certo minimizzare la catastrofe culturale in cui siamo sprofondati; d’altra parte però i cambiamenti sono sempre in corso e credo sia tempo di rimettersi a cercare le vie di fuga.

          Per i nazi, ricorda i comunisti berlinesi e Dachau: cerchiamo almeno di non dimenticarli.
          Ciao

  3. di La Boétie, io ho solo tradotto e aggiunto le immagini 🙂

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