Giorgio Mascitelli, Le Olimpiadi a scuola. Piero Bevilacqua, A che serve premiare il merito?

by gabriella

Una meravigliosa, semplice e persino breve illustrazione del significato profondo del rafforzamento della nostra meritocrazia scolastica.

E’ molto strano che, da quando ci si occupa di educare fanciulli, non si sia immaginato altro strumento per guidarli che l’emulazione, la gelosia, l’invidia, la vanità, l’avidità, il vile timore, tutte la passioni più dannose, più pronte a fermentare e più adatte a corrompere l’anima anche prima che il corpo si sia formato.

Jean-Jacques Rousseau

Se esaminiamo le politiche scolastiche degli ultimi anni, l’unica «idea pedagogica» rintracciabile, accanto a provvedimenti che hanno a che fare con logiche economiche, è quella di rafforzare lo spirito di competizione degli studenti e di far così trionfare la meritocrazia. La recente idea del ministro Profumo di istituire un premio in ogni istituto per lo studente dell’anno non è certo un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto il tentativo di dare una risposta sul piano simbolico, e quindi educativo, a questo tipo di discorso. Da un punto di vista storico non è una novità: tutte le società desiderose di introdurre forme di mobilitazione permanente dei loro cittadini hanno sempre utilizzato la scuola per finalità di questo genere.

Ciò che invece sorprende in questo tipo di discorso è che la scuola italiana è già molto competitiva: ha un sistema rigido di voti numerici, ottenere il massimo punteggio è più difficile che nella gran parte dei paesi OCSE, è uno dei pochi paesi in cui il voto finale dipende da una commissione parzialmente esterna, la maggioranza dei docenti e degli studenti è dell’idea che il raggiungimento di voti brillanti sia la finalità esclusiva dello studio e che esso esprima una realtà ontologicamente indiscutibile. Naturalmente è sempre possibile aumentare il livello di competitività, per esempio se si offrissero premi in denaro e, per i più abbienti, in giorni supplementari di vacanza, suppongo che ci sarebbe un incremento della competizione, ma anche adesso non è certo lo spirito competitivo che manca nelle nostre aule.

Il problema deve essere dunque relativo al tipo di competitività che evidentemente non piace alle nostre autorità scolastiche e ai loro referenti internazionali. L’aspetto probabilmente che rende inutile questa competitività ai loro occhi è la sua natura informale: i voti, cioè i numeri, sono semplicemente degli indicatori che riguardano il singolo studente. Che lo studente A abbia 7 o 9 in matematica, non interferisce minimamente con i voti dello studente B, in pratica questi voti non sono messi in nessuna graduatoria generale, ma identificano semplicemente un livello raggiunto. Misure invece come quelle dello studente dell’anno o la partecipazione obbligatoria per i migliori alle olimpiadi di italiano e matematica tendono a classificare nel senso sportivo del termine e a istituzionalizzare la competizione. Così come del resto si fanno graduatorie per le scuole e per i sistemi scolastici nazionali.

Questa sportivizzazione serve a rendere più sistematica, feroce e acritica la competizione, a quantificare i processi d’apprendimento e a semplificarli perché siano utili per ogni genere di operazione contabile. Non è superfluo aggiungere che una simile impostazione, soprattutto se vincesse non solo a livello normativo, ma culturalmente, renderebbe quasi inutile qualsiasi approccio didattico basato sulla consapevolezza critica o, più limitatamente, su un’idea analitica e non meccanica dei contenuti disciplinari. In una scuola caratterizzata da una cultura di questo genere il peso simbolico e psicologico dell’insuccesso sarebbe ancora più gravoso e pesante di quanto è già adesso per i più fragili, perché diventerebbe un giudizio assoluto sulla persona.

C’è da chiedersi se la scuola non rischi una metamorfosi come quella delle olimpiadi che nate con il decoubertiniano spirito dell’importante è partecipare si sono trasformate in una competizione di atleti professionisti. Con una differenza sostanziale, però: questi ultimi hanno scelto liberamente di partecipare alla loro gara.

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Sul merito a scuola vedi anche: Marco Lodoli, chi ha i soldi il futuro se lo compra o si prepara a meritarselo; Scuola: IoMerito; Tecnocrazia e merito; Mauro Boarelli, L’inganno della meritocrazia; Gigi Roggiero, Mistificazioni meritocratiche.

Piero Bevilacqua, A che serve premiare il merito

Ma come fa il sottosegretario all’Università e alla Pubblica Istruzione, Marco Rossi Doria – su Repubblica del 4 giugno – a lodare il ministro Profumo per le sue recenti proposte sulla scuola e sull’Università del merito? Ma non si accorge che quanto sostiene il suo ministro è il rovesciamento e il dileggio di tutto ciò che egli ha fatto per una vita come maestro di strada per i vicoli di Napoli?

Sostiene Profumo che nell’Università verrà premiata una piccola percentuale dei laureati più bravi, segnalata alle imprese che saranno incentivati ad assumere tra questi pochi eletti. E tutti gli altri? Tutti gli altri si devono sentire degli sconfitti, “demeritanti”, e devono accettare la loro condizione di senza futuro. È questa la grande trovata: l’incapacità odierna delle società capitalistiche di valorizzare le energie intellettuali di massa della nostra gioventù deve essere percepita come una colpa individuale da ciascuno dei perdenti. Così si neutralizzano le loro frustrazioni. Si capovolge la realtà e si rovesciano le responsabilità.

Ma lo sa Rossi Doria, lo sa Profumo che oggi migliaia di nostri giovani, detentori con pieno merito di lauree, dottorati, Ph.d, master ecc. sono gettati nella più cupa disperazione per mancanza di fondi di ricerca, borse di studio, assegni, oltre che per l’assenza anche della più modesta prospettiva di lavoro? Quali risorse ha messo a disposizione il ministero dell’Università per questo enorme potenziale di intelligenze e di energie che languiscono? Nulla. Crede, Profumo, che il riconoscimento del merito arriva oggi con lui e che i titoli accumulati dai nostri ragazzi negli ultimi anni siano frutto di clientelismo baronale? E come mai questi ragazzi primeggiano in tutte le Università e centri di ricerca appena mettono il naso fuori dai confini nazionali?

Ma il problema, in Italia, è premiare i più bravi, cosa che in realtà neppure avviene, o portare il più gran numero possibile di nostri ragazzi a diventare davvero bravi? Dov’è lo sforzo finanziario per rendere il premio al merito un riconoscimento degli sforzi individuali e non l’ulteriore consacrazione delle disparità di partenza dei ragazzi, delle differenze di classe, che in Italia confermano una spaccatura di fortune familiari fra le più laceranti dell’Occidente? Gli unici soldi promessi dal governo riguardano quelli annunciati dal ministro Barca per le scuole del Sud e per il terzo settore di quelle regioni. Non mi sembrano in cima alle preoccupazioni e agli sforzi del ministro Profumo. Perfino nel Pd se ne sono accorti, ed è un segno che dice tanto.

In cima alle preoccupazioni del ministro c’è in realtà la volontà di creare delle élite per il mercato – come ha ben ricordato Silvia Niccolai sul manifesto del 3 giugno – accrescendo la mercificazione del sapere, tutto finalizzato a rispondere alle esigenze delle aziende, a creare soldati scelti nella guerra per la nuova divinità che mangia i suoi figli: la crescita.
Ma l’idea dei “giochi olimpionici” della bravura nella scuola, l’istituzione della figura dello “studente dell’anno” costituiscono un’ipotesi davvero grottesca a cui non sono mancate le critiche. Al confronto i Littoriali della cultura e dell’arte, organizzati dal fascismo negli anni ’30, erano esibizioni meno individualistiche e competitive. Ma si è chiesto il ministro – portatore di una cultura inguaribilmente tecnocratica – che cosa succede alla formazione di bambini e adolescenti per i quali l’apprendimento deve diventare un mezzo per primeggiare, un modo per prevalere sui compagni? E che cultura è quella che deve servire a “vincere”. E che cosa accade nelle psicologia di questi ragazzi, quale torsione agonistica subisce la formazione in una fase della vita nella quale la coscienza dovrebbe essere plasmata dai valori della cooperazione e della solidarietà? Vogliamo avvelenare le comunità scolastiche con competizioni, invidie e soprusi? Vogliamo preparare i nostri ragazzi a diventare pescecani dai denti affilati per un mondo concepito come pura arena di competizione economica? Negli Stati Uniti, negli anni ’90, molte scuole elementari hanno abolito la pausa della refezione per non far perdere tempo agli allievi, per rendere i bambini more productive. Testuale. Si vede il gran successo che gli Usa hanno raccolto.
Il ministro Profumo vuole continuare su questa strada? Vogliamo che sin nelle nostre prime istituzioni formative siano diffusi i valori della gara, della competizione, della vittoria, simulazione e mimesi della guerra? Ricordo che sono queste idee che hanno dominato la scena negli ultimi 30 anni, hanno innervato i valori collettivi e hanno condotto le società al presente disastro. Eppure dovrebbe essere evidente che sono i paradigmi della cooperazione quelli che aiutano i gruppi e le società a conseguire i migliori risultati. Questo è evidente da tempo nel campo della ricerca e della scienza. È la concertazione fra vari saperi il segreto di scoperte e innovazioni e non la semplice genialità individuale. Allo stesso modo nelle imprese, che stanno tanto a cuore al ministro, dove si raggiungono risultati grazie al contributo cooperativo di tutti i reparti. E come non vedere che analoga logica fa premio nella società tutta intera?
Che pena, ministro Profumo! Vedere paesi tanto ricchi governate da élite con idee tanto povere, che esaltano, in mezzo all’opulenza e allo spreco, i valori guerrieri per tenere in piedi un progetto di società ingiusta e fallimentare. Quanto è sfortunata l’Italia, a cui, in tutta la storia repubblicana, è capitato in sorte, salvo qualche apprezzabile eccezione, un ministro della Pubblica istruzione peggiore del precedente.

http://www.ilmanifesto.it/dossier/la-scuola-nel-merito/piero-bevilacqua/


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