Anton Cechov, Il violino di Rotschild

by gabriella
Anton Cechov

Anton Cechov (1860- 1904)

Protagonista di questo racconto cechoviano sono il cinismo disperato di Jakov Ivànov – un uomo dalla miseria irredimibile guardata com’è con gli occhi calcolatori del borghese – e la sua conversione all’umanità, racchiusa nell’estremo dono del violino. La bellezza delle considerazioni finali lascia davvero incantati ma, oltre alla capacità di rappresentazione propria del grande narratore, colpisce in Cechov e negli altri autori russi del suo tempo, quel giudizio quasi metafisico su una condizione umana prodotta invece dalla diseguaglianza, come vedono chiaramente lo scrittore e i suoi personaggi. Questa dolente naturalizzazione del male – prima radice della sua perniciosa presenza nel mondo – era propria di un’epoca arrivata alle soglie della comprensione della natura storica delle esistenze individuali, conquistata a metà ottocento e sviluppata pienamente il secolo dopo. Oggi, suona familiare quello sguardo un po’ ottuso, impotente a comprendere, che quel tempo ci propone, anticipando drammaticamente il futuro.

La cittadina era piccola, peggio di un villaggio, e vi vivevano quasi soltanto dei vecchi, i quali morivano così raramente che era addirittura un dispetto. All’ospedale e alla prigione, di bare ne richiedevan pochissime. In una parola, gli affari eran cattivi.

Se Jakov Ivànov fosse stato fabbricante di bare nella città principale del governatorato, certamente avrebbe avuta una casa propria e l’avrebbero chiamato Jakov Matvèievic; qui in questa cittaduzza lo chiamavano semplicemente Jakov, e per di più i ragazzi di strada gli avevano dato, chissà perché, il soprannome di Bronza; ed egli viveva poveramente, come un semplice contadino, in una piccola casupola vecchia, nella quale c’era soltanto una camera, e in questa camera avevano posto lui, Marfa, la stufa, un letto matrimoniale, le bare, il banco da lavoro e tutto quel che occorre alla vita quotidiana.

 

Jakov faceva delle bare buone, solide. Per i contadini e i borghesi le faceva secondo la propria statura, e non si era sbagliato mai, perché più alto e più tarchiato di lui non c’era nessuno, nemmeno in prigione sebbene egli avesse già settant’anni. Per i signori e le donne le faceva su misura. Le ordinazioni di bare per bambini le prendeva assai malvolentieri e le faceva senza prender misure, con sprezzo, e ogni volta, ricevendo il pagamento del suo lavoro, diceva:

«Confesso che non mi piace occuparmi di stupidaggini.»

Oltre il suo mestiere, gli dava un piccolo introito anche il sonare il violino. Nella cittadina, quando c’era un matrimonio, sonava di solito un’orchestra ebraica, diretta dallo stagnino Moisèj Ilich Iaschkes, che si prendeva più della metà del guadagno. Poiché Jakov sonava molto bene sul violino specialmente le canzoni russe, Iaschkes qualche volta lo invitava a far parte dell’orchestra con la paga di cinquanta copeche al giorno, oltre le mance degli ospiti. Quando Bronza era in orchestra, prima di tutto sudava e gli si faceva paonazzo il viso; era caldo, si sentiva un puzzo d’aglio che soffocava, il violino strideva, al suo orecchio destro rantolava un contrabbasso, a quello sinistro piangeva un flauto, sonato da un ebreo, secco e rosso di capelli, con tutta una rete di vene rosse e azzurre sulla faccia, che portava il cognome del famoso riccone Rotschild.

Questo maledetto ebreo sonava lamentosamente anche le cose più allegre. Senza alcuna causa apparente, Jakov aveva a poco a poco sentito in sé odio e disprezzo per gli ebrei, e specialmente per Rotschild; cominciò a litigare con lui, a insultarlo con le peggiori parole ed una volta lo voleva perfino picchiare, e Rotschild si era offeso e aveva detto, guardandolo ferocemente:

«Se non vi stimassi per il talento, da un pezzo vi avrei fatto volare fuori della finestra.»

Poi s’era messo a piangere. Perciò Bronza lo invitavano nell’orchestra di rado, solo in caso di estrema necessità, quando mancava qualcuno degli ebrei.

Jakov non era mai di buon umore, perché gli toccava di sopportare continuamente perdite terribili. Per esempio, la domenica e i giorni di festa era peccato lavorare, il lunedì è un giorno pesante e in tal modo in un anno c’erano circa duecento giorni nei quali senza volere doveva starsene con le mani in tasca. Era un bel danno questo!

Se qualcuno in città celebrava le nozze senza musica, o Iaschkes non invitava Jakov, anche questa era una perdita. L’ispettore di polizia era stato malato due anni ed era deperito e Jakov aveva impazientemente aspettato che morisse, ma quello se ne era andato in città a curarsi ed era morto lì. Eccovi un’altra perdita, per lo meno di dieci rubli, perché la bara sarebbe stata di prezzo, con broccato. Il pensiero delle perdite travagliava Jakov specialmente la notte; egli si metteva accanto sul letto il violino, e quando gli passavano per la testa sciocchezze d’ogni sorta, toccava le corde, il violino dava un suono nell’oscurità, ed egli si sentiva meglio.

Il sei maggio dell’anno scorso, all’improvviso, si ammalò Marfa. La vecchia respirava pesantemente, beveva molta acqua e barcollava, ma ciò nonostante alla mattina accese la stufa lei stessa e andò perfino ad attinger l’acqua. Verso sera si coricò. Jakov sonò il violino durante tutta la giornata; quando fu buio del tutto, prese il taccuino, nel quale segnava le perdite giorno per giorno e, per ammazzar la noia, si mise a fare la somma di tutto l’anno. Ne risultò più di mille rubli. Questo lo scosse a tal punto che sbatté il pallottoliere in terra e si mise a calpestarlo. Poi lo raccattò e di nuovo a lungo lo fece schioccare sospirando profondamente e con sforzo. Aveva il viso paonazzo e bagnato di sudore. Pensava che, se questi maledetti mille rubli fossero stati messi in banca, avrebbero dato come interesse non meno di quaranta rubli. Anche questi quaranta rubli erano una perdita. In una parola da qualunque parte si voltasse soltanto perdite e più nulla.

«Jakov!» chiamò ad un tratto Marfa. «Muoio!»

Egli si voltò a guardar la moglie. Ella aveva il viso roseo per la febbre, insolitamente sereno e gioioso. Bronza, abituato a vederle sempre un viso pallido, timido e misero, si turbò. Pareva davvero che ella stesse per morire, e come se fosse contenta che alla fine se ne andava per sempre da quella casupola, da quelle bare, da Jakov… Ella guardava il soffitto e moveva le labbra, e la sua espressione era di felicità, come se vedesse la morte, la sua liberatrice e conversasse bisbigliando con lei.

Era già l’alba, dalla finestra si vedeva già ardere l’aurora. Guardando la vecchia, Jakov senza ragione si ricordò che durante tutta la vita non l’aveva forse accarezzata nemmeno una volta, non l’aveva mai compatita, non aveva mai avuto l’ispirazione di comprarle un fazzolettino o di portarle, ritornando da qualche festa di nozze, qualcosa di dolce, e che solamente aveva gridato contro di lei, l’aveva rimproverata per le perdite, le si era scagliato contro coi pugni chiusi: e vero, non l’aveva mai picchiata, ma pure l’aveva spaventata ed ella ogni volta era stata impietrita dalla paura.

Non le aveva nemmeno lasciato bere il tè, perché le spese erano grandi; e così ella aveva bevuto sempre solo acqua calda. Adesso egli comprese perché ella avesse una così strana e gioiosa espressione, e raccapricciò.

Aspettato il mattino, egli prese in prestito il cavallo da un vicino e condusse Marfa all’ospedale. Di malati non ce n’era molti, e perciò non ci fu da aspettare a lungo, soltanto tre ore. Con suo grande piacere, questa volta visitava i malati non il dottore, ch’era egli stesso malato, ma l’assistente Maksím Nikolàevic, un vecchio del quale in città si diceva che, sebbene bevesse e litigasse con tutti, se ne intendeva più del dottore.

«Che il Signore vi dia salute,» disse Jakov, facendo entrare la vecchia nell’ambulatorio.
«Scusate se vi disturbiamo sempre con i nostri stupidi affari, Maksím Nikolàievic.
Ecco, degnatevi di vedere, s’è ammalato il mio oggetto. La compagna della vita, come si dice, scusate per l’espressione…»

Aggrottando le grigie sopracciglia e accarezzandosi le basette, l’assistente cominciò a esaminare la vecchia, e lei stava lì seduta su uno sgabello, curva curva e magra; col naso affilato e la bocca aperta, somigliava di profilo a un uccello che vuol bere.

«Uhm… Così…» disse con lentezza l’assistente e sospirò.
«Influenza, ma forse anche febbre.
Adesso corre il tifo per la città.
Che c’è da fare?
La vecchia ha vissuto parecchio, grazie a Dio… Quanti anni ha?» «Uno ancora e saran settanta, Maksím Nikolàievic». «Beh, che fare? ha vissuto parecchio. È tempo anche di rassegnarsi.»
«Sì, certo, vi siete degnato di notarlo giustamente, Maksím Nikolàievic,» disse Jakov, sorridendo per cortesia, «e vi ringraziamo con sentimento per la vostra piacevolezza, ma permettetemi di esprimervi che ad ogni insetto piace di vivere.»
«Non è poco,» disse l’assistente con un tono come se da lui dipendesse se la vecchia dovesse vivere o morire.
«Beh, dunque, mio caro, le metterai sulla testa una compressa fredda e le darai queste polverine qui due volte al giorno.
E per adesso, arrivederci, bonjour.»

Dall’espressione della sua faccia Jakov vide che le cose andavan male e che nessuna polverina avrebbe giovato; per lui adesso era chiaro che Marfa sarebbe morta assai presto, se non oggi, domani.
Egli urtò leggermente l’assistente sotto il gomito, ammiccò e disse a mezza voce:

«E se, Maksím Nikolàievc, le applicaste le coppette?»
«Non occorre, non occorre, caro.
Prendi la tua vecchia e che il Signore ti accompagni. Arrivederci.»
«Fateci una tale grazia,» supplicò Jakov. «Voi stesso sapete bene che se avesse mal di pancia, o qualche cosa dentro, beh, allora le polverine e le gocce…, ma lei ci ha un infreddatura!
E per l’infreddatura prima di tutto bisogna cavar sangue, Maksím Nikolàievic».
Ma l’assistente aveva già chiamato l’ammalato seguente e nell’ambulatorio era entrata una contadina con un bambino.
«Via, via…» disse egli a Jakov, aggrottandosi.«Non c’è da far tante storie.»
«In tal caso mettetele almeno delle sanguisughe! Pregheremo Dio per voi!»
L’assistente si stizzì e gridò: «Basta di chiacchierare! Stupidone…»

Anche Jakov si stizzì e si fece paonazzo, ma non disse nemmeno una parola e presa Marfa sotto il braccio, la fece uscire dall’ambulatorio. Soltanto quando già s’eran seduti nel carro, egli guardò cupo e ironico l’ospedale e disse:

«Vi han messo qui voialtri artisti! A uno ricco gli avrebbero applicate le coppette, ma per un poveretto fanno economia d’una sanguisuga. Mostri!»

Quando arrivarono, Marfa, entrata nella casupola, rimase in piedi una decina di minuti reggendosi alla stufa. Le sembrava che, se si fosse messa a letto, Jakov le avrebbe parlato delle perdite e avrebbe cominciato a strillarla perché se ne stava a letto e lui doveva lavorare. E Jakov la guardava con fastidio e pensava che il giorno dopo era San Giovanni teologo, e poi domenica, poi lunedì – un giorno pesante.

Per quattro giorni ci sarebbe stato da lavorare e probabilmente Marfa sarebbe morta in uno di questi giorni; vuol dire che la bara bisognava farla subito, quel giorno stesso. Egli prese l’arnese di ferro, si avvicinò alla vecchia e prese le misure. Poi ella si coricò, egli si fece il segno della croce e cominciò a fabbricar la bara. Quando il lavoro fu finito, Bronza si mise gli occhiali e scrisse nel suo taccuino:

«Bara per Marfa Ivànovna – rubli 2,40.»

E sospirò.
La vecchia rimase tutto il tempo a letto in silenzio con gli occhi chiusi. Ma la sera, quando cominciò a far buio, ella all’improvviso chiamò il vecchio.

«Ti ricordi, Jakov,» domandò, guardandolo gioiosamente. «Ti ricordi che cinquanta anni fa Dio ci mandò una bambinella coi capellucci biondi? Noi allora stavamo seduti sul fiume e cantavamo delle canzoni… sotto il salice.»
E, sorridendo amaramente, aggiunse: «Morì la piccolina.»

Jakov sforzò la memoria, ma non poté in nessun modo ricordare nè la bambina nè il salice.

«L’hai vista in sogno,» disse egli.

Venne il prete che le fece fare la comunione e le diede l’estrema unzione. Poi Marfa cominciò a borbottare qualcosa di incomprensibile e verso la mattina morì. Le vecchie vicine la lavarono, la vestirono e la posero nella bara. Per non fare la spesa superflua di un sacrestano, Jakov recitò lui stesso il salterio; quanto alla fossa non gli presero niente perché il guardiano del cimitero gli era compare. Quattro uomini portarono la bara al cimitero, ma non per danaro, sibbene per rispetto. E dietro la bara andarono delle vecchiette, dei mendicanti, due idioti, e la gente lungo la strada piamente si segnava…
E Jakov fu molto contento, perché tutto era andato così decorosamente, onoratamente, senza spesa e senza che nessuno fosse offeso…
Salutando per l’ultima volta Marfa, egli toccò la bara e pensò:

«Un buon lavoro!»

Ma quando ritornò dal cimitero, fu preso da una forte malinconia. Qualcosa in lui non stava bene: il suo respiro era caldo e pesante, le gambe gli si piegavano e aveva una gran sete. E per di più cominciarono a riempirgli la testa pensieri d’ogni specie. Si ricordò di nuovo che durante tutta la vita non aveva mai avuto pietà di Marfa e non le aveva mai fatto una carezza. I cinquantadue anni che avevano vissuto insieme, nella stessa casupola, erano trascorsi così lunghi, ma chissà come, era successo che durante tutto questo tempo non aveva pensato a lei nemmeno una volta e non le aveva rivolto attenzione, come fosse stata un gatto o un cane. E pure ella ogni giorno aveva acceso la stufa, cucinato, fatto il pane, era andata ad attingere acqua, aveva rotto la legna, aveva dormito con lui nello stesso letto e quando lui ritornava ubriaco da qualche festa di nozze, ogni volta lei attaccava il violino al muro e metteva lui a letto, e sempre in silenzio, con un’espressione timida, premurosa.

Incontro a Jakov, sorridendo e inchinandosi, veniva Rotschild.

«Io vi andavo cercando, ziuccio!» disse egli. «Moisèj Iaschkes vi fa salutare e vi prega di andar subito da lui».

Jakov aveva altro per il capo. Avrebbe voluto piangere.

«Lasciatemi!» disse egli, e andò oltre.
«Ma come è possibile?» si agitò Rotschild, correndogli avanti. «Moisèj Iaschkes si offenderà! Ha ordinato che veniate subito!»

Jakov senti disgusto perché l’ebreo ansava, batteva gli occhi e aveva tante lentiggini rosse. E gli faceva schifo guardare la sua giacchetta verde con le toppe scure e tutta la sua figura fragile, delicata.

«Cosa ti immischi negli affari miei, aglio puzzolente?»gridò Jakov. «Non mi seccare!»
L’ebreo si irritò e gridò anche lui: «Parlate più piano, per favore, se no vi faccio volare oltre lo steccato!»
«Levati di sotto ai miei occhi!» urlò Jakov e si scagliò su di lui coi pugni chiusi: «Non si può neanche vivere con questi rognosi.»

Rotschild si sentì tramortire dalla paura, si lasciò cadere e agitò le braccia sulla testa come per difendersi dai colpi, poi saltò su e scappò via a perdifiato. Correndo saltellava e roteava le braccia; si vedeva come la sua schiena lunga e secca sussultava tutta.
I ragazzini tutti contenti dell’occasione si gettarono dietro di lui gridandogli:

«Ebreo! Ebreo!».

Anche i cani si misero a corrergli dietro abbaiando. Qualcuno rise, poi fischiò; i cani abbaiarono più forte e più concordemente… Poi un cane dovette aver morsicato Rotschild. perché si sentì un urlo disperato e doloroso.

Jakov passeggiò su e giù per la spianata, poi si avviò verso la periferia lontano lontano, e i ragazzini gridavano:

«Passa Bronza! Passa Bronza!»

Ed ecco il fiume. Qui le beccacce volavano sibilando, le anitre gridavano. Il sole era rovente e dall’acqua veniva un tale riflesso che faceva male a guardarla. Jakov prese il sentiero lungo la riva e vide una signora grassa dalle gote rosse uscir dal bagno, e pensò:

«Guarda che lontra!»

Non lontano dal bagno i ragazzini pescavano i granchi con un pezzetto di carne; vedendolo, si misero a gridare con cattiveria:

«Bronza! Bronza!»

Ed ecco un grande e vecchio salice con una enorme incavatura e alcuni nidi di corvi… E all’improvviso nella memoria di Jakov, come fosse viva, sorse la bambinella coi capelli biondi e il salice di cui aveva parlato Marfa. Sì, questo era proprio quel salice -verde, tranquillo, triste… Come era invecchiato il poverino!

Jakov si sedette sotto l’albero e fu afferrato dai ricordi. Su questa riva, dove adesso era una marcita, a quell’epoca c’era un folto boschetto di betulle e là, su quella montagna nuda che si vede all’orizzonte, azzurreggiava allora una vecchissima selva di pini. Sul fiume passavano delle barche. E adesso tutto era uguale e piatto, e sulla stessa riva c’era soltanto una piccola betulla, giovine e snella come una signorina, e sul fiume soltanto anatre ed oche, e non sembrava nemmeno possibile che una volta ci fossero passate delle barche. Anche le oche in confronto di allora sembravano meno.

Jakov chiuse gli occhi e nella sua immaginazione immensi stormi di oche bianche volavano l’uno incontro all’altro. Egli non riusciva a rendersi conto di come fosse accaduto che negli ultimi quaranta o cinquanta anni della sua vita non fosse mai stato sul fiume o, se c’era stato, non vi avesse mai fatto caso. Il fiume era pure un fiume come si deve, non una cosa da nulla; sarebbe stato possibile organizzarci delle pescaie e vendere il pesce ai mercanti, agli impiegati, al ristorante della stazione, e poi depositare il danaro in banca; sarebbe stato possibile andarci in barca da villa a villa e sonare il violino, e gente d’ogni ceto avrebbe per questo dato del danaro; sarebbe stato possibile provare di nuovo a gettarvi delle barche – sarebbe stato meglio che far bare; alla fine sarebbe stato possibile allevarvi delle oche per poi ucciderle e mandarle d’inverno a Mosca; soltanto con le piume ogni anno ci sarebbe stato da ricavare una decina di rubli. Ma egli s’era lasciato scappare le occasioni, non aveva fatto né questo né quello.

Quali perdite!
Ah, quali perdite! E a far tutto insieme – e pescare, e sonare il violino e affittar barche e uccider oche – che capitale ne sarebbe risultato!

Ma nulla di tutto ciò era stato neppure in sogno, la vita era passata senza utile, senza alcun piacere, era finita inutilmente, senza nemmeno il vantaggio di una presa di tabacco; a guardarsi innanzi, niente; a guardarsi indietro, niente altro che perdite e così terribili da far rabbrividire. Perché l’uomo non può vivere in modo da non aver tutte queste perdite e danni? Ci si domanda, perché hanno tagliato il boschetto di betulle e la selva di pini? Perché il pascolo serve soltanto per passeggiarvi? Perché gli uomini fanno sempre ciò che non serve? Perché Jakov per tutta la vita aveva litigato, ringhiato, s’era scagliato coi pugni chiusi, aveva offesa sua moglie e, ci si domanda, per quale necessità aveva sempre spaventato e offeso l’ebreo? Perché in generale gli uomini l’un l’altro si guastano la vita? Non ne derivano che delle perdite! E che terribili perdite! Se non ci fossero l’odio e le malvagità, gli uomini ricaverebbero l’uno dall’altro un enorme vantaggio.

La sera e la notte egli vide in sogno la piccolina, il salice, i pesci, le oche uccise e Marfa, simile di profilo ad un uccello che vuol bere, e il pallido, pietoso viso di Rotschild, e certi brutti musi comparivano da tutte le parti e borbottavano di perdite.

Egli si rotolava ora su un fianco ora su un altro e cinque volte si alzò dal letto per sonare il violino. La mattina seguente si alzò con sforzo e andò all’ospedale. Lo stesso Maksím Nikolàievic gli prescrisse di mettersi sulla testa una compressa fredda, gli diede delle cartine, e dall’espressione del suo viso e dal suo tono Jakov capì che le cose andavano male e che nessuna polverina avrebbe giovato.

Andandosene a casa egli rifletté che dalla morte non sarebbe venuto che un utile: non sarebbe stato necessario mangiare né bere, né pagare tasse, né offender la gente, e poiché l’uomo giace nella tomba non un anno, ma centinaia, migliaia di anni, a fare il conto, l’utile sarebbe stato enorme. Dalla vita all’uomo non deriva che perdita, dalla morte vantaggio. Questa considerazione è certamente giusta, però è amara ed offende: perché nel mondo c’è questo strano ordine che la vita, che è data all’uomo una volta sola, passa senza utilità?

A Jakov non dispiaceva di morire, ma appena a casa, vide il violino e gli si strinse il cuore e gli dispiacque. Il violino non è possibile prenderlo con sé nella tomba ed esso sarebbe rimasto orfano e ne sarebbe successo quel che era successo del boschetto di betulle e della selva di pini. Tutto in questo mondo è andato e andrà perduto.

Jakov uscì dalla casupola e si sedette sulla soglia, stringendosi il violino al petto. Pensando alla vita perduta e piena di perdite, si mise a sonare senza saper nemmeno lui che cosa, ma ne venne fuori una musica lamentevole e commovente e le lacrime gli scorsero giù per le guance. E quanto più fortemente egli pensava, tanto più tristemente cantava il violino. Il saliscendi scricchiolò una prima e una seconda volta e dal cancelletto comparve Rotschild.

Passò una metà del cortile arditamente, ma, vedendo Jakov, ad un tratto si fermò, si raggricciò tutto e, forse per paura, cominciò a far con le mani certi segni come se volesse mostrare sulle dita che ora era.

«Vieni, vieni,» gli disse affettuosamente Jakov, e gli fece cenno di accostarsi. «Vieni!»

Guardandolo sospettoso e impaurito, Rotschild si avvicinò ma si fermò alla distanza di un paio di metri.

«Ma voi fatemi la grazia di non picchiarmi!» disse egli, facendo una riverenza. «Mi manda di nuovo a voi Moisèj Iaschkes.
Non aver paura, dice, va di nuovo da Jakov e digli che senza di lui è impossibile.

Mercoledì c’è un matrimonio… Sìii!

Il signor Iliapovàlov sposa la figlia a una brava persona… E le nozze saranno ricche!» aggiunse l’ebreo e strizzò un occhio.

«Non posso…» disse Jakov, respirando pesantemente. «Sono malato, fratello mio.»

E di nuovo si mise a sonare, e le lacrime sprizzarono dagli occhi sul violino. Rotschild ascoltava attentamente, standogli a fianco con le braccia incrociate sul petto. L’espressione spaventata e incerta del suo viso si andò a poco a poco mutando in un’espressione di dolore e di sofferenza, torse gli occhi come se provasse un entusiasmo tormentoso ed esclamò: «Vaach!» E le lacrime lentamente gli scorsero giù per le guance e gocciolarono sulla sua giacca verde.

Poi durante tutta la giornata Jakov rimase in letto, con l’animo triste, angosciato. Quando la sera il prete, confessandolo, gli domandò se non si ricordasse di qualche peccato speciale commesso in passato, egli, sforzando la memoria indebolita, ricordò di nuovo l’infelice viso di Marfa e il disperato grido dell’ebreo morsicato dal cane e disse con un filo di voce:

«Il violino datelo a Rotschild.»
«Va bene,» rispose il prete.

E adesso in città tutti domandano: di dove ha avuto Rotschild un così buon violino? L’ha comprato o l’ha rubato; o forse gli è stato dato in pegno? Egli già da un pezzo ha lasciato il flauto e suona adesso soltanto il violino. Di sotto al suo archetto vengono fuori gli stessi suoni lamentevoli che una volta dava il suo flauto, ma quando egli si sforza di ripetere quel che sonava Jakov seduto sulla soglia, gli vien fuori qualcosa di così triste che chi ascolta si mette a piangere, ed egli stesso verso la fine torce gli occhi e dice:

«Vaach!»

E questa nuova canzone piace tanto in città che Rotschild è continuamente invitato da mercanti e da impiegati che gliela fanno sonare fino a dieci volte.


2 Responses to “Anton Cechov, Il violino di Rotschild”

  1. Ieri è venuto il medico a vedere la mia influenza. A fine visita il discorso è caduto inevitabilmente sui figli (tre a testa), tutti giovani disoccupati per i quali siamo, naturalmente, preoccupati. So che avrei dovuto evitarlo, perché conosco il punto di vista, ma febbre e debilitazione ti mettono in svantaggio: ebbene, dove si dirige la rabbia dei genitori di figli senza prospettive? Ovviamente non su chi gliele ha tolte, ma su chi gli rappresenta la realtà, demotivandoli, abbattendoli e privandoli dell’unica cosa che gli resta, la speranza giovanile and so on. Niente da dire, ripulire i cervelli da questa miseria ideologica sarà un lavoro lungo, speriamo almeno non venga in mente a qualcuno di aspettarmi sotto casa per avergli risvegliato il figlio dal roseo mondo delle soap (che poi non è affatto roseo, ma serve appunto a dirottare su altri drammi il pathos quotidiano). Pollice verso.

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