Cinque domande per orientarsi nella filosofia moderna

by gabriella
René Descartes

Réné Descartes (1596 – 1650)

1. Come sorge la domanda sul valore della conoscenza nella filosofia moderna? 

La domanda sul valore della conoscenza torna a proporsi nella filosofia moderna con Cartesio che concepisce innovativamente il pensiero come il contenuto delle nostre rappresentazioni (idee). Se le idee sono rappresentazioni soggettive, contenuti della mente, sorge il problema della loro corrispondenza con la realtà, che nelle Meditazioni metafisiche il filosofo sottopone al vaglio del dubbio.

Nella classica interpretazione hegeliana, il dubbio cartesiano identifica il momento della frattura tra verità e certezza, essere e pensiero, che Cartesio ricompone temporaneamente ricorrendo alla dimostrazione (di sapore medievale) dell’esistenza di Dio, provata dall’esistenza dell’idea innata di un essere infinito di cui la nostra mente finita non può essere causa. E’ Dio quindi a garantire la perfetta coincidenza dei contenuti della mente (idee) con la realtà (cioè a ricomporre la frattura), ma l’opposizione (problematica) di essere e pensiero, rapidamente risolta da Cartesio, diviene definitiva meno di un secolo e mezzo dopo, quando Kant escluderà ogni prova razionale dell’esistenza di Dio, dichiarando inconoscibile la realtà profonda delle cose.

La svolta cartesiana, coincidente con la comprensione del ruolo del soggetto nella conoscenza, rappresenta dunque, l’atto di nascita di una filosofia completamente nuova, dominata dal problema della conoscenza, della sua origine, dei suoi limiti, del suo valore.

 

      2.    Come impostano la risposta gli empiristi e con quali conseguenze?

John Locke (1632 - 1704)

John Locke (1632 – 1704)

Anche per Locke il pensiero consiste nel contenuto delle nostre rappresentazioni (idee). A differenza di Cartesio, però, il filosofo inglese insiste sull’origine empirica delle idee e sull’assenza di contenuti innati nella nostra mente. Ora, se la nostra conoscenza è interamente empirica, perché proviene dalla percezione delle qualità semplici delle cose (idee semplici) poi aggregate dalla riflessione in idee complesse, ciò che non ha natura sensibile è inconoscibile.

Nasce qui quella teoria dei poteri limitati della mente (criticismo) il cui primo documento può essere considerato l’Epistola al lettore del Saggio sull’intelletto umano.

 

3. A quale risultato approda Hume e perché?

David Hume (1711 - 1776)

David Hume (1711 – 1776)

Hume continua a riflettere nel solco avviato da Locke. La sua attenzione si concentra in particolare sull’oggettività delle legge di causalità e delle conoscenze da questa ricavate. Poiché tutta la conoscenza ha origine empirica e, come tale, non può mai essere generalizzata alla totalità dei fenomeni (sul piano dell’esperienza non si può infatti escludere l’incertezza e la novità: ogni conoscenza di questo tipo è valida solo a posteriori) ogni nostra conoscenza è priva di necessità e prodotto della sola abitudine alla successione di due fenomeni che trasforma un da post hoc in un propter hoc, da mera successione di fenomeni a causazione di un fenomeno ad opera di un altro.

 

4. Qual era il punto di vista razionalista sulla conoscenza e quali esiti paradossali la metafisica aveva raggiunto al tempo di Kant?

Per i filosofi razionalisti la conoscenza, cioè la capacità di comprendere razionalmente il mondo, è una capacità dell’intelletto umano. Come tale, non ha origine dall’esperienza, ma si risveglia a contatto con essa e rappresenta la condizione di pensabilità del mondo. Prima dell’esperienza, rispondeva Leibniz a Locke, la mente non contiene nulla, salvo l’intelletto stesso (Nuovi saggi sull’intelletto umano).

Ai tempi di Kant, il leibniziano Christian Wolff, riflettendo nel solco dell’identità essere-pensiero propria dell’impostazione razionalista, era giunto a sostenere che tutto ciò che era pensabile senza contraddizione (cioè formalmente possibile) era reale (cioè esistente). Su questa base, durante il Medio Evo, la scolastica aveva sviluppato alcune delle prove dell’esistenza di Dio, ma ora a Kant sembrava evidente il dogmatismo di un approccio che dimostrava l’esistenza di qualunque oggetto incontraddittorio, anche manifestamente immaginario, quale l’ippogrifo, un animale mitologico.

 

5. Quale soluzione ai problemi sollevati da Hume Kant inizia a delineare nella Dissertazione del 1770?

Kant

Immanuel Kant (1724 – 1804)

Kant nota che Hume deduceva rigorosamente le proprie conclusioni dalla premessa empirista dell’origine sensibile della conoscenza. Se tutto ciò che sappiamo ha origine dall’esperienza, nulla infatti può essere conosciuto con certezza. Il risveglio dal sonno dogmatico (vale a dire dai sogni razionalistici) che, nei Prolegomeni, Kant attribuisce alla propria lettura di Hume, consistette dunque nella comprensione che l’unica soluzione al problema della conoscenza era di dimostrare che almeno una parte della conoscenza non aveva origine empirica, cioè contingente e certa solo a posteriori, ma razionale, cioè necessaria e dimostrabile a priori. Questa soluzione comincia ad essere tratteggiata da Kant undici anni prima della Critica della ragion pura (1781), nella dissertazione sulla Forma e principi del mondo sensibile e del mondo intelligibile (1770) nella quale allude a quelle forme a priori della soggettività che individuerà successivamente nello spazio e nel tempo, quali forme pure dell’intuizione (Estetica trascendentale) e nei concetti puri e nell’Io penso quali forme a priori dell’intelletto (Analitica dei concetti, Logica trascendentale).

 

Il problema della conoscenza nella filosofia moderna

1. Il ruolo di Cartesio

  • Concepisce innovativamente il pensiero come l’insieme delle idee che sono in noi (x Platone il pensiero è la perfetta coincidenza con la realtà vera)
  • Attivando il meccanismo del dubbio (prima meditazione) osserva che se il pensiero è l’insieme delle nostre rappresentazioni, queste potrebbero non coincidere con la realtà (opposizione problematica essere/pensiero)
  • Nella terza meditazione, risolve l’opposizione ponendo Dio (la cui esistenza è provata dall’idea innata che ne abbiamo) a fondamento della corrispondenza del pensiero con la realtà.

 

2. Il ruolo degli empiristi: Locke e Hume

  • Locke (ri)avvia (nella modernità) una tradizione filosofica che dichiara l’origine empirica della conoscenza
  • Se l’esperienza è l’origine di ogni cosa che sappiamo, essa è anche il suo limite (ciò che non viene dall’esperienza è inconoscibile): nasce il criticismo (entro quali limiti possiamo conoscere?)
  • Con Hume, il presupposto empirico dell’origine della conoscenza raggiunge esiti scettici: se tutto viene dall’esperienza, nulla può essere conosciuto con certezza (l’esperienza è per definizione, incompleta e aggiornabile, come sa il povero tacchino induttivista)[1]

 

3. Il ruolo dei razionalisti

  • Da Cartesio a Leibniz, si dicono razionalisti quei filosofi che insistono sulla natura originaria, innata, non empirica della conoscenza.
  • Leibniz: «non c’è nulla nell’intelletto che non venga dai sensi, salvo l’intelletto stesso». Il che significa che la conoscenza passa per i sensi, ma senza l’intelletto non potrebbe prodursi (nel linguaggio kantiano: l’intelletto è la condizione di possibilità della conoscenza)
  • Per questa ragione, i razionalisti avevano sviluppato ai tempi di Kant una gnoseologia piuttosto ottimistica, secondo la quale, tutto ciò che può essere pensato senza contraddizione è anche indubitabilmente (esiste ed è pensabile: identità essere/pensiero)

 

4. Kant

  • Kant inizia a prendere le distanze dal razionalismo, cioè ad incrinare l’identità essere pensiero, negli scritti precritici (L’unico argomento possibile per una prova dell’esistenza di Dio: differenza tra opposizione logica e reale: posso pensare qualcosa di contraddittorio, come un corpo in quiete e in movimento nello stesso tempo perché oggetto di due forze fisiche opposte; 1 + -1 dà una realtà che ha valore zero non impossibile da pensare).
  • Dai Sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica, Kant avvia una critica sistematica della metafisica razionalista: la conoscenza che oltrepassa l’esperienza è indimostrabile e fumosa
  • Il suo risveglio dal dogmatismo razionalista è attribuito a Hume (Prolegomeni): è stato Hume infatti a dimostrare agli occhi di Kant che se tutta la conoscenza viene dall’esperienza (cioè se il legame tra una causa e il suo effetto è a posteriori, cioè empirico, e non colto dall’intelletto come regola vera, universalmente) allora nessuna conoscenza è possibile.
  • Kant osserva che per evitare l’esito humeano, occorre dimostrare che almeno una parte della conoscenza non è empirica (a posteriori), ma a priori.
  • Era infatti paradossale in un momento in cui i successi delle scienze della natura erano così evidenti che la filosofia dovesse dichiarare impossibile la scienza. Kant osserva che il problema è spiegare SE la metafisica (conoscenza dell’oltresensibile) è possibile, non SE lo è la scienza. In questo caso bisogna solo indicare COME ciò sia possibile.
  • La rivoluzione copernicana consiste nel fare perno sul soggetto (cioè sulle forme pure dello spirito: gli a priori della sensibilità e dell’intelletto) e non più sugli oggetti per spiegare la conoscenza.
  • Gli a priori dello spirito sono dunque la componente non empirica della conoscenza che Kant cercava per dichiarare possibile, cioè oggettiva e universale, la conoscenza umana.
  • La loro esistenza fa sì però che ciò che possiamo conoscere siano esclusivamente i fenomeni (cioè ciò che ci appare attraverso le forme a priori) e non la realtà in sé.

[1] L’induzione è la generalizzazione di una conoscenza empirica, cioè l’estensione di una osservazione a tutti i  casi possibili. Secondo Hume, ogni generalizzazione, ogni legge di natura è ricavata dall’abitudine. E’, cioè, a posteriori, empirica, ricavata da un’esperienza che domani potrebbe mutare, non una legge razionale (dunque oggettiva e universale) ricavata dalla comprensione della verità dei fenomeni.



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