Daniele Giglioli, Stato di minorità

by gabriella

topoPresentazione di Stato di miniorità, appena uscito per Laterza, su Le parole e le cose.

In trappola

Tre gabbie, tre topi. La scena che segue è molto triste. Alle povere bestie vengono somministrate scosse elettriche; non mortali, ma comunque dolorose. Il primo topo ha la possibilità di uscire dalla gabbia. Il secondo non può, ma gli è stato affiancato un altro topo su cui sfogare aggressività e frustrazione. Al terzo entrambe le opportunità – fuga e conflitto – sono precluse. Sottoposti a controlli, i primi due non accusano sintomi. Al terzo, che ha subìto impotente il sopruso, vengono diagnosticate perdita di pelo, ipertensione arteriosa e ulcera gastrica. L’impossibilità di agire fa ammalare.

Ma anche l’agency, la possibilità di azione, concessa alle due cavie più fortunate, è solo una forma di reazione disperata: fuga o aggressione non sono che una misera alternativa. Per i topi – animali sotto molti altri aspetti ripugnanti – sentiamo inequivocabilmente compassione. Ma ogni compassione contiene in sé, diceva Rousseau, un germe di identificazione. L’esperimento ci turba perché ci rappresenta, dice una nostra possibilità, o impossibilità, dà voce a un’esperienza condivisa, a un generale senso di impotenza, di mancata presa sugli eventi, di inibizione alla prassi.

Se gli esseri umani sono stati definiti da Aristotele animali politici, che ne è della loro stessa essenza nel momento in cui la politica attiva sembra ormai scomparsa dal loro orizzonte? All’interrogazione tra euforica e angosciosa che ha dominato il postmoderno – ma esisterà poi davvero quella cosa che chiamiamo realtà? – ha dato oggi il cambio una risposta sconfortata: la realtà esiste e io ne so qualcosa. Ne avverto tutto il peso, solo non riesco a farci granché, per non dire nulla, col dubbio semmai se non sia io a non esistere davvero, a non esistere cioè in modo significativo. Che io ci sia o non ci sia è del tutto ininfluente. Altri agiscono, altri decidono. Wall Street, Bruxelles, il rating, gli algoritmi. I terroristi, le intelligence, i grandi network. Paura che si trasforma in desiderio nell’aspirazione indotta ma sincera a un demiurgo, a un leader carismatico: qualcuno che decida, almeno lui, e fa lo stesso se non è né una realtà né un simbolo (un rappresentante), ma un simulacro e peggio ancora un surrogato.

Immanuel Kant (1804)

Immanuel Kant (1804)

Hannah Arendt (1906 - 1975)

Hannah Arendt (1906 – 1975)

Nell’idea di cittadinanza si è aperto un vuoto. Il cittadino passivo è una promessa non mantenuta. Una promessa che dalla polis antica alle rivoluzioni moderne, passando per l’ingiunzione di Kant a uscire dallo stato di minorità e arrivando a quel Ventesimo secolo che ha identificato, spesso con esiti tragici, politica e destino, suonava così: il proprio del genere umano, il suo ìdìon, ciò che lo caratterizza, ciò che lo determina al punto da entrare nella sua definizione, è la possibilità di realizzare e trascendere se stesso nella prassi. La prassi è qualcosa di costitutivamente pubblico. L’umano, scriveva Hannah Arendt in Vita activa, è davvero tale quando ha la possibilità di agire politicamente in mezzo agli altri umani; altrimenti è puro «metabolismo», biologia, animalità. Si può discutere su quanto ciò sia vero; non su quanto sia diventato difficile verificarlo. Certo è comunque che l’impossibilità di agire rende meno umani.

 

Emergency room

Non stupisce perciò che il tema della frustrazione politica sia il denominatore comune di molta letteratura contemporanea. Tale è la sua urgenza che anche scrittori già affermati si sono visti offrire dal suo trattamento una maturità più alta e non prevista. Gli esempi sono tanti, e illustri. Pensiamo a Philip Roth, tipico esponente di quella che David Foster Wallace chiamava la «me generation» (autocentrata, narcisista, esibizionista, impudica nello spiattellare in pubblico turbe private e grattacapi sessuali), che con la cosiddetta trilogia americana, tutta ispirata al tema del conflitto politico – Pastorale americana, La macchia umana, Ho sposato un comunista – ha raggiunto i suoi risultati più alti. O a Don DeLillo, che da Libra a Mao II ad Underworld ha abbandonato la sua vena più derealizzante, tributaria di Antonioni e di Godard, per immettersi nella carne e nel sangue della storia contemporanea. O a uno scrittore svedese come Per Olov Enquist, che con Il medico di corte narra la parabola tragica e bellissima di Johannes Struensee, medico personale del re Cristiano di Danimarca, che introdusse le riforme illuministiche prima di finire sul patibolo. O ancora alla straordinaria serie di allegorie politiche cominciata nel 1994 con Cecità, cui José Saramago ha dedicato la sua ultima e maggiore stagione.

Ma il fenomeno è leggibile a contrario nel rimpianto evidente con cui anche autori più giovani guardano alla storia spietata del Novecento. Basti pensare a Le benevole di Jonathan Littell. Al Laurent Binet di HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, che ricostruisce l’attentato al governatore nazista di Praga. Al Laurent Mauvignier di Degli uomini, che riapre la ferita della guerra d’Algeria, rievocata anche da Jérôme Ferrari in Dove ho lasciato l’anima. A Zona di Mathias Enard, che sul nastro di un’unica frase lunga quattrocento pagine fa scorrere il ventennio dei conflitti balcanici e del terrorismo internazionale. O al più recente L’arte francese della guerra di Alexis Jenni, in cui un veterano ripercorre le guerre dell’Armée francese, Resistenza, Indocina, ancora l’Algeria. Tutti libri pluripremiati.

Non accade solo in Francia. Che dire altrimenti del successo di Javier Cercas con Soldati di Salamina (guerra civile spagnola) e Anatomia di un istante (fallito golpe Tejero, 1980)? E di William T. Vollmann in America? E del magistero esercitato da Sebald? Anche molti italiani rispondono all’appello: Adelchi Battista, Alessandro Bertante, Helena Janeczek, Davide Orecchio, Giacomo Sartori, il collettivo Wu Ming… A nessuno di loro sfugge quanto il Novecento sia stato un secolo di ferro e di fuoco. Ma era anche il secolo dell’azione: lì sì che c’era qualche cosa da narrare. Perfino il dolore più atroce aveva un senso, quel senso che ora sembra evaporato. Agli uomini e alle donne del Novecento era toccato in sorte di meglio, dovesse pure quel meglio essere costato una catena interminabile di lutti. Il vero lutto, si direbbe, è la paralisi di oggi. Non è più in gioco qui l’«effetto nostalgia» che secondo Fredric Jameson è un ingrediente fondamentale della poetica postmodernista. Per questi e altri autori, il Novecento recita un ruolo di kathèkon.

Che cosa è un kathèkon? L’espressione, che in greco antico significava in origine «azione giusta» e che Cicerone ha tradotto con officium, dovere, ha conosciuto nella Seconda lettera ai Tessalonicesi attribuita alla cerchia dell’apostolo Paolo quella torsione angosciosa e un po’ enigmatica che Carl Schmitt ha messo al centro della sua teologia politica. Kathèkon è ciò che impedisce, che trattiene, che ritarda lo scatenarsi di qualcosa. Di che cosa? Dell’Anticristo, pare volessero dire se non Paolo i suoi interpreti, che variamente vedevano il kathèkon come figura della Chiesa o dell’Impero; quell’Anticristo che nella lettera viene definito come «l’uomo dell’anomia» («o anthropos tès anomìas»). Anomia è assenza di nomos, e cioè di legge, senso, misura. Ma quale nome migliore per l’odierno scatenamento senza freni della più cieca e insensata irrazionalità mercantile e finanziaria? Insofferente a regole e frontiere, deriva in apparenza inarrestabile che nessuna morale (la Chiesa, ovvero l’ideologia) e nessuna spada (l’impero, ovvero la politica) riesce più a trattenere. Nel Novecento si lottava ancora. Il politico prevaleva sull’economico. La lotta è persa, l’Anticristo è arrivato? «It is the economy, stupid!», lo slogan della campagna elettorale di Clinton, è il brontolio sordo che continua a riecheggiare a dispetto di tutti i tamburi di guerra richiamati frettolosamente in servizio dopo l’11 settembre 2001.

Dove la letteratura denuncia frustrazione o tradisce rimpianto, un nuova forma di narrativa batte invece la strada del risarcimento e della compensazione. In molte serie televisive americane, prodotti commerciali di enorme successo e spesso di fattura superiore a quella del cinema mainstream, si mette in scena un mondo non ancora disertato dall’azione. Quanto meno succede sul divano, tanto più accade sullo schermo. Non conta che siano di argomento politico (Homeland, House of Cards), poliziesco (True Detective), criminale (Broadwalk Empire, Ray Donovan), medico (Dr. House, Grey’s Anatomy), fantastico (Games of Thrones), storico (Vikings). Ad accomunarle c’è una rappresentazione del soggetto umano inteso come qualcuno che non solo sente e patisce, ma agisce e decide. Né si tratta del classico «fai la cosa giusta» con cui Hollywood ha reinterpretato a suo uso e consumo il precetto della Poetica di Aristotele: è proprio di tutte le tragedie avere desis e lysis, nodo e scioglimento. Non si sceglie una volta per sempre: si sceglie sempre, ogni giorno è teatro di una decisione impegnativa, urgente e radicale. La vita è una continua E.R. (abbreviazione per Emergency Room, in italiano Medici in prima linea, negli anni Novanta capostipite del nuovo medical drama). Le serie combinano l’interruzione tragica e il continuum dell’epopea – non del romanzo, e sbaglia chi sostiene che la narrativa seriale è l’equivalente del realismo ottocentesco: il romanzo vive di un’alternanza di stati roventi e stati tiepidi; non c’è guerra senza pace. E visto che funzionano, tanto peggio per la teoria. Ma poiché ciò è in palese contraddizione con la verosimiglianza (nella vita le cose non vanno così), quale prova migliore che siamo in presenza della realizzazione immaginaria di un desiderio? Lo stesso desiderio, prima ancora di quello narcisistico ed esibizionistico, che conferisce ai talent show quell’aura di prova iniziatica, tra l’incontro col fato e il giudizio divino, si trattasse anche solo di cantare una canzonetta o di cucinare una pasta. Potenza del fantasma, impotenza della realtà.

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Note

Traduco il termine anglosassone agency, che non ha un vero equivalente in italiano a parte l’orribile «agentività», con «possibilità di azione». Sul concetto, uno dei più dibattuti della filosofia e della teoria politica contemporanea, cfr. Etienne Balibar, Sandra Laugier, voce Agency, in Barbara Cassin (a cura di), Vocabulaire européen des philosophie. Dictionnaire des intraduisibles, Paris, Seuil-Robert, 2004.

Descritto da Henri Laborit, quello dell’Elogio della fuga, in L’inhibition de l’action, Montréal, Masson, 1986. Sono grato a Enzo Guerini che me lo ha fatto conoscere.

Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 2008, p. 81.

David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Torino, Einaudi, 2005.

Fredric Jameson, Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, Roma, Fazi, 2007.

Carl Schmitt, Il nomos della terra, Milano, Adelphi, 1991. Del persistente interesse della filosofia contemporanea per la categoria del kathèkon sono testimonianza Roberto Esposito, Immunitas, Torino, Einaudi, 2002, Paolo Virno, E così via, all’infinito. Logica e antropologia, Torino, Bollati Boringhieri, 2010, Massimo Cacciari, Il potere che frena, Milano, Adelphi, 2013, e Giorgio Agamben, Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo Sacer, II, 2, Torino, Bollati Boringhieri, 2014.

San Paolo, Lettere, Milano, Rizzoli, 2009, p. 468.

Aristotele, Poetica, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 53.


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