Il brigantaggio

by gabriella

Nella collana «Strumenti» della Biblioteca Digitale della Direzione Generale per gli Archivi è disponibile il primo volume della Guida alle fonti per la storia del brigantaggio. Il primo volume della Guida, arricchita da una premessa di Mario Buonajuto e da una introduzione di Alfonso Scirocco, prende in esame l’Archivio centrale dello Stato e gli Archivi di Stato di Napoli, Avellino, Bari, Benevento, Brindisi, Campobasso. Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, I, Roma 1999, pp. XXXVIII, 568 (Strumenti, CXXXIX).

Sergio Pasquandrea, Il brigantaggio postunitario

 

brigantaggio1

Le cause

– aumento della pressione fiscale sui ceti più poveri;
– mancata redistribuzione dei latifondi (riforma agraria);
– privatizzazione delle terre demaniali;
– piemontesizzazione dell’amministrazione pubblica;
– leva obbligatoria.

Chi erano

– Contadini, braccianti, pastori, nullatenenti;
– ex-soldati borbonici;
– delinquenti comuni;
– renitenti alla leva.
Il loro numero èstimato fra i
30 e i 50 mila
uomini, divisiin centinaia di“bande” indipendenti.

Chi li appoggiava

– legittimisti filoborbonici;
– parte del clero (propaganda contro i Piemontesi “massoni e senza Dio”);
– lo Stato Pontificio;
– il governo borbonico in esilio, capeggiato dall’ex-re Francesco II di Borbone e da sua moglie, Maria Sofia di Baviera;
– spesso, i contadini più poveri.

Cronologia

Autunno 1860: primi casi di insurrezioni e disordini.
Luglio 1861: il generale Enrico Cialdini viene inviato a Napoli con poteri speciali per sedare la rivolta.
1862-1866: fase più acuta della lotta al brigantaggio.
1866-1871: gli ultimi focolai di rivolta vengono repressi.

Dati

Intorno al 1865, almeno 100mila soldati piemontesi erano di stanza nel Meridione.
In tutto, si calcola che, per la lotta al brigantaggio, lo Stato italiano abbia impegnato più di 200mila uomini.
Di questi, circa 8000 morirono in combattimento, disertarono o furono dati per dispersi.

Le perdite dei briganti sono difficili da valutare:
– circa 50mila morti in combattimento o fucilati con processi sommari;
– circa 50mila arrestati e condannati a pene detentive.
A questi, vanno aggiunti i morti tra la popolazione civile.

La repressione

Michelina Di CesareI metodi di Cialdini furono brutali: arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di case e beni, incendi di interi paesi. I cadaveri dei briganti uccisi venivano spesso esposti nei paesi e le loro fotografie fatte circolare per testimonianza e monito. Fra i briganti, vi furono anche molte donne, che spesso combatterono insieme agli uomini, come Michelina di Cesare, (1841-1868), compagna del brigante “Rafaniello”, uccisa durante uno scontro con i soldati piemontesi.

La strage di Pontelandolfo e Casalduni

Il 14 agosto 1861, i due paesi di Pontelandolfo e Casalduni vennero attaccati e rasi al suolo, come rappresaglia per l’uccisione di 45 soldati piemontesi. L’attacco avvenne all’alba; molte case vennero incendiate mentre gli abitanti dormivano.  Gli uomini vennero passati per le armi, le donne seviziate e violentate. In assenza di dati ufficiali, la stima dei morti oscilla tra 100 e 1000.

Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava… Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava.

La Legge Pica

Il 15 agosto 1863 venne prmulgata la Legge 1409, nota come Legge Pica, che rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865. Essa prevedeva, fra gli altri provvedimenti:
– la proclamazione dello “stato d’assedio” nelle province meridionali, con sospensione dei diritti costituzionali garantiti dallo Statuto Albertino;
– i pieni poteri alle autorità militari, anche nei confronti della popolazione civile;
– la possibilità di fucilare sul posto chiunque fosse sospettato di collusione, appoggio o complicità con i briganti;
– la qualifica automatica di “brigante” per chiunque fosse sorpreso in un gruppo armato di almeno 3 persone;
– l’istituzione di taglie e premi in denaro per la cattura e la denuncia di briganti;
– la punizione collettiva estesa a parenti, amici e persino compaesani;
– la repressione della renitenza alla leva;
– pene varie (carcere, lavori forzati, deportazione, domicilio coatto) per reati minori.

La legge Pica istituiva anche la “censura militare”, ossia il divi\eto da parte della stampa di fornire notizie delle operazioni militari compiute. Ci furono persino tentativi (non riusciti) per inasprirla, ad esempio negando agli imputati per brigantaggio il diritto alla difesa. Si calcola che, per suo effetto, furono emesse quasi 15mila condanne, oltre 2000 delle quali alla pena capitale.

L’eredita della priora

Sceneggiato trasmesso dalla Rai nel 1980. Ambientato nella Lucania dei primi anni dopo l’Unità, racconta la storia di tre ufficiali borbonici che si uniscono alle bande dei briganti. Rappresenta con notevole realismo la brutalità della lotta al brigantaggio. La colonna sonora, curata dal gruppo Musicanova di Eugenio Bennato, comprende il brano “Brigante se more” (Bennato/D’Angiò), dedicato alla figura del brigante Carmine Crocco.

Carmine Crocco

CroccoFu uno dei più celebri briganti dell’Ottocento, soprannominato “il Napoleone dei briganti” per l’abilità strategica di cui diede prova in battaglia. Nacque a Rionero in Vulture (PZ) il 5 giugno 1830,  secondo di cinque figli, in una famiglia di pastori. Nonostante la povertà della famiglia, ebbe modo di imparare a leggere e scrivere. Nel 1836, il padre fu incarcerato per un’accusa (poi rivelatasi infondata) di tentato omicidio.Carmine dovette cominciare a lavorare per sostentare la famiglia. Servì quattro anni nell’esercito borbonico, dalla quale disertò dopo aver ucciso un commilitone in circostanze mai chiarite. Secondo altre fonti, si diede alla macchia dopo aver commesso un delitto d’onore per difendere la sorella dalle avances di un pretendete.

Arrestato nel 1855 per varie rapine e furti, riuscì ad evadere nel 1859.Nel 1860, con la speranza di ottenere l’amnistia, si unì ai garibaldini e combattè con loro fino alla battaglia del Volturno (26 settembre-2 ottobre 1860), raggiungendo il grado di sottufficiale. Al suo ritorno a casa, non ottenne l’amnistia e fu costretto nuovamente a scappare. Arrestato, venne rinchiuso nel carcere di Cerignola. Riuscì nuovamente ad evadere, forse aiutato da elementi filoborbonici, e si mise a capo di una nuova banda.Intorno a Crocco, si riunirono quasi duemila uomini, al comando di luogotenenti come “Ninco Nanco” (Giuseppe Summa), “Zi’ Beppe” (Giuseppe Caruso), “Caporal Teodoro” (Teodoro Gioseffi) e Giovanni “Coppa” Fortunato.

La banda di Crocco riuscì a tenere in scacco per anni le truppe italiane, sia grazie alla sua abilità militare, sia anche per l’appoggio di molte delle popolazioni locali, ostili ai piemontesi. Crocco si comportò spesso come un moderno Robin Hood, perseguitando i ricchi proprietari terrieri e aiutando i contadini. Nell’ottobre 1861, incontrò il generale catalano Josè Borjes, ingaggiato da Francesco II per tentare una spedizione militare contro l’esercito piemontese. Crocco mise i propri uomini al servizio di Borjes e conseguì numerose vittorie (Battaglia di Acinello, 10 novembre 1861). Borjes fu catturato e fucilato a Tagliacozzo, l’8 dicembre 1861. Negli anni successivi, Crocco continuò a combattere le truppe piemontesi e a dedicarsi a rapine ed estorsioni. Il 14 settembre 1863 Giuseppe Caruso decise di tradire Crocco e si arrese ai piemontesi, con i quali cominciò a collaborare. La banda di Crocco venne decimata e i suoi luogotententi catturati o uccisi. Egli cercò rifugio nello Stato Pontificio, ma venne arrestato il 25 agosto 1865. Nel 1872 fu condannato a morte, ma la pena fu commutata nei lavori forzati a vita.

Crocco vennne deportato a Porto Ferraio (Livorno), dove rimase rinchiuso fino alla sua morte, il 18 giugno 1905. Durante la detenzione, redasse un’autobiografia, che venne pubblicata nel 1903 con il titolo Gli ultimi briganti della Basilicata.

Nel 1999, alla sua figura è stato dedicato il film “Li chiamarono… briganti!” di Pasquale Squitieri. Il film, molto discusso e accusato di revisionismo, interpretava Crocco come un rivoluzionario difensore dei poveri. Fu ritirato dalle sale ed ebbe scarsissima distribuzione; non è stato mai trasmesso in TV.


3 Comments to “Il brigantaggio”

  1. Leggo a caso, con un sentimento fra la malinconia e il disagio:

    Pietro Tecce e Prisco Di Placido. Somministrazione di viveri e alloggio a banda armata nella zona di Mirabella. 1864 – 1866
    Panarese Antonio di S. Arcangelo. Discorsi sediziosi contro lo Stato. 1867
    Carlo Musto. Discorso proferito il 1 6 settembre, tendente a spargere il malcontento contro il governo. 1861
    Berardino D’Alessio di Pannarano. Cospirazione tendente a distruggere e a cambiare la forma di governo. 1861

    Una riga o due per ogni nome, pagine e pagine di nomi… Mi chiedo se per ognuno esiste da qualche parte una memoria meno avara che dia un po’ più senso al loro essere stati. Con l’impressione, leggendo, che ogni nome soffra il disonore di non sapere più evocare chi lo ha posseduto, e invochi la grazia della rimozione per essere anch’esso, infine, dimenticato.

    • Eppure a me questi nomi fanno l’impressione opposta di individui qualunque eternizzati da un epitaffio: “tenne discorsi sedizioni contro lo stato”, “cospirò per distruggere e cambiare la forma di governo”. In una riga, tutto il loro valore e le ragioni di un’esistenza.

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