Thomas More, Utopia

by gabriella

Thomas More (1478 – 1535)

Analizzando dunque e valutando dentro di me la situazione degli stati esistenti, non riesco a vedere altro – Dio mi perdoni – che una cospirazione dei ricchi, i quali, nel nome e per conto dell’autorità pubblica, non fanno altro che curare i propri interessi privati. […] I ricchi si avvalgono dei loro subdoli sistemi nel nome dello stato, cioè anche nel nome dei poveri, e così diventano legge.

Thomas More, Utopia, II

Il De optimo reipublicae statu deque nova insula Utopia (qui la versione italianaqui l’originale  inglese) è un dialogo in due libri pubblicato da Thomas More nel 1516 e divenuto subito notissimo non solo tra gli intellettuali umanisti ma anche tra gli anabattisti, che per i suoi contenuti politici lo inclusero tra i propri riferimenti dottrinari, e tra i luterani che, per le stesse ragioni, lo circondarono di ostilità.

Il termine utopia è un neologismo coniato da More che presenta un’ambiguità di fondo: Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione sia di Εὐτοπεία (eutopeia), frase composta dal prefisso greco ευ– che significa positività, bontà, e τóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), che di Οὐτοπεία, (outopeia) considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), cioè non-luogo, luogo inesistente o immaginario. Il significato del neologismo di Moro sembra essere quindi la congiunzione delle due accezioni, ovvero l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia.

utopiaL’autore dedicò l’opera a Peter Gilles, umanista olandese amico di Erasmo, che nel dialogo compare come un giovane in vista della città di Anversa, nella quale More si era recato per affari personali dopo essere stato inviato dal re d’Inghilterra a Bruges, nelle Fiandre, in missione diplomatica. E’ proprio Gilles a presentargli il forestiero Raffaele Itlodeo, un marinaio portoghese

«di una certa età, dal viso abbronzato ed una folta barba ed un mantello cadente su una spalla» – cito dalla (pessima) edizione curata da Franco Cuomo, Roma, Newton, 2010, p. 20 –

che dalle sue peregrinazioni in mezzo mondo aveva ricavato esperienze molteplici e straordinarie, la principale delle quali era un lungo soggiorno nell’isola di Utopia:

«i mostri – osserva infatti More – non fanno più notizia. Sembra che non vi sia luogo della terra che non sia popolato di spaventose creature, votate a terrorizzare gli esseri umani o a divorarli, mentre non è affatto facile trovare comunità socialmente evolute» (p. 23).Oggi diremmo Itlodeo – il cui nome, dal greco thelos, frottole, e daio, distributore, significa letteralmente contafrottole – un viaggiatore più che un marinaio, visto che era

«una specie di intellettuale, conosce[va] greco e latino, meglio il greco, avendo studiato a fondo la filosofia […] e[d era] portoghese, ma per desiderio di osservare il mondo lasciò ai fratelli tutto quello che aveva e se ne andò per mare con Amerigo Vespucci […]» (p. 21).

 

Il primo libro

Utilizzando la formula del dialogo, More dà forma alla sua visione dell’ottima repubblica, ponendola in stridente contrasto con la situazione sociale e politica dell’Inghilterra del suo tempo. Nel primo libro, infatti, dopo aver sentito Itlodeo parlare di Utopia – , Peter Gilles lo invita a mettere le sue conoscenze «al servizio di qualche re» perché le barbare e corrotte istituzioni del vecchio mondo possano essere emendate dal contatto con le fresche novità di Utopia. Itlodeo però declina adducendo ragioni tanto avvedute quanto moderne: prima di tutto, osserva,

«non sarei di nessuna utilità per il consorzio civile […] perchè la maggior parte dei re è più interessata all’arte della guerra […] che alle utili tecniche del tempo di pace» – vediamo qui la consonanza con il tema erasmiano della pace – inoltre, «quelli che dovrebbero consigliare i re sono o troppo saggi per aver bisogno di consigli o troppo presuntuosi per accettarne, ma in entrambi i casi propensi ad ingraziarsi i favori dei re appoggiandone i progetti più sciocchi – si tratta di una critica esplicita alla vanità e al servilismo degli yes men le cui dinamiche sono studiate oggi dalla psicologia sociale.

Insomma, davanti alle proposte si cambiamento, insiste Itlodeo, siffatti consiglieri invocherebbero subito il principio d’autorità:

«se questo andava bene per i nostri antenati, chi siamo noi per mettere in dubbio la loro saggezza? E detto questo sprofonderebbero soddisfatti nelle loro poltrone, come se avessere tratto chissà quale straordinaria conclusione. Quasi che non vi fosse maggiore catastrofe al mondo dell’apparire in qualcosa più evoluti dei nostri avi» (p. 25) –

La critica corrosiva per la quale è celebre il primo libro entra nel vivo nel discorso tra un avvocato, ospite di Gilles, e More sul tema delle misure giudiziarie contro i ladri:

«”Li stiamo impiccando dappertutto” – diceva. “Ne ho visti fino a venti appesi ad uno stesso patibolo. Ma quello che non capisco è come mai, finendo la maggior parte di essi sulla forca, continuano ad esserci tanti furti”. C’è poco da stupirsi, intervenni allora senza esitare ad esprimermi in tutta franchezza davanti al cardinale. Questo modo di punire i ladri è, oltre che ingiusto, socialmente inefficace. E’ una punizione spropositata rispetto al furto, e al tempo stesso insufficiente ad impedirlo. Non mi sembra che un semplice furto sia un tale delitto da meritare la condanna capitale, né credo che possa esservi una pena atta a dissuadere chi ruba per mangiare. Mi sembra che di fronte al furto ci si comporti, non soltanto in questo paese,come quei cattivi maestri che preferiscono picchiare gli allievi anziché educarli. Si applicano pene gravi, anzi tremende, contro chi ruba, mentre sarebbe bastato provvedere a che ciascuno avesse di che vivere anziché lasciarlo nell’aberrante condizione di dover prima rubare e poi morire».

Ed è qui che dopo aver fatto una lunga digressione sulla guerra e sull’incivile abbandono in cui erano tenuti i reduci, incapaci con le loro mutilazioni di provvedere a se stessi e dunque dediti al furto, More offre la propria intepretazione delle cause della delinquenza in Inghilterra

«Non è questa tuttavia la sola cosa – conclusi – che spinge gli uomini a rubare. Ci sono altri fattori, ritengo, tipici di questo vostro paese» (p. 29):

le enclosures. Seguono quindi i celebri passi sulle enclosures, le recinzioni che espellevano gli ex coloni o braccianti dalle loro case e dei loro campi nello storico passaggio dall’agricoltura al pascolo in supporto della nascente industria tessile.  Questi fattori di incitamento al furto, osserva More, sono le pecore, miti creature che avete fatto diventare carnivore. Il brano si conclude con osservazioni ispirate a un radicale costruttivismo sociale: chi ruba non lo fa perchè incline al vizio, non si può liquidare questo fenomeno accusando una natura umana necessariamente imperfetta, ma occorre guardare alle condizioni che determinano queste azioni:

«La miseria rende ladri, e quelli che ora sono soltanto dei disoccupati saranno presto anche dei ladri. E’ inutile se non sradicate tali mali, punire i ladri ricorrendo a una giustizia più eclatante che giusta o efficace. In definitiva voi lasciate che crescano fin da ragazzi in condizioni tali da essere fatalmente destinati ad una vita criminale, poi li punite. In altre parole, punite quei ladri che voi stessi avete creato» (p.32).

Ma la visione di More non si limita allo sdegno cristiano verso forme di oppressione dei poveri che inclinano al crimine, alcune pagine dopo il passaggio sulle enclosures, il filosofo affronta infatti alla radice il tema della diseguaglianza: non sono le recinzioni, quale forma particolarmente aggressiva di economia protoindustriale, a produrre ingiustizia e povertà, ma la proprietà tout court (aprire il link per leggere il brano intero):

«Ebbene, per dirvela tutta, mia caro More, io non vedo come possa esserci prosperità e giustizia finché dura la proprietà privata e tutto è valutato in funzione del denaro. A meno di non trovare giusto che le migliori condizioni di vita tocchino alla peggiore gente, e di considerare prospero un paese nel quale la ricchezza è divisa tra un’esigua minoranza, il cui benessere è commisurato alla miseria degli altri. […] In altre parole, io sono assolutamente convinto che nessuna equità nella distribuzione dei beni – e nell’organizzazione della vita umana – sia possibile senza l’abolizione della proprietà privata. Finchè ciò non avverrà la maggior parte del genere umano, ed anche la migliore, sarà inevitabilmente condannata a un’esistenza miserabile, faticosa, infelice» (pp. 51-52).

Mora affronta, nelle pagine seguenti, la logica dell’economia liberale mostrandosi convinto che se il denaro non può essere bandito, può almeno essere vincolato dalle leggi a garanzia del bene comune: la proprietà deve essere anzitutto limitata. Lungi dall’innescare un meccanismo virtuoso per il quale l’arricchimento di pochi sostiene il progresso complessivo della società (tesi liberale), More mostra come le enclosures e la concentrazione proprietaria della terra impoveriscano i molti a vantaggio dei pochi: per la legge della domanda e dell’offerta, i prezzi delle derrate infatti salgono, perchè l’allevamento ovino sostituisce la coltivazione della terra, ma cresce anche il prezzo della lana per effetto della speculazione e della capacità dei ricchi di sottrarsi alle leggi dell’economia che invece schiaccia inesorabilmente i poveri.

Consapevole della sconvenienza dei suoi discorsi, More si difende mettendo in bocca a Itlodeo il seguente discorso:

«Mica cerco di convincere nessuno ad adottare il sistema proposto da Platone nella sua immaginaria Repubblica, né quello vigente nell’attuale Utopia che, per quanto migliori del nostro, possono apparire eccentrici, dato che non prevedono la proprietà privata ma solo la comunione dei beni […] ma, che cos’ho detto che non potrebbe essere ascoltato da qualsiasi compagnia? Se dovessimo rinunciare a dire le cose che possono apparire controcorrente, bisognerebbe tacere, pur essendo in un paese cristiano, di tutto quello ch’è stato predicato da Cristo» (p. 49).

More conclude questo passo con una critica al cristianesimo secolare, ammansito e concorde.

Interessanti per lo studio che abbiamo intrapreso sono anche i passi del primo libro di Utopia sulla figura del sovrano, che permette di scoprire analogie con l’idea erasmiana di sovranità, e quelli sul ruolo politico di un filosofo visto come platonicamente responsabile della città, del suo benessere e della giustizia, piuttosto che intento all’aristocratica contemplazione del Bene.

 

Il secondo libro

Il meraviglioso mondo di Utopia

Propongo ora due dei brani più ironici e significativi del libro secondo di Utopia, dedicato da More alla descrizione del leggendario paese della giustizia. In questi passi il filosofo scherza con i nomi dei luoghi, degli elementi geografici, degli uomini, facendo descrivere ad Itlodeo (raccontatore di bugie) il governante di Utopia, Ademo (senza popolo) che con i suoi consiglieri si riunisce a Castellinaria presso la capitale Amauroto (città nascosta), bagnata dal fiume Anidro (senz’acqua).

Nel primo scorcio di vita utopiana Itlodeo parla della giornata lavorativa, del rapporto con i figli, con l’altro sesso e con il sapere dei cittadini dell’isola felice. Nel secondo, propone invece l’esilarante stupore antropologico (ben prima che Umberto Eco lo rendesse celebre in Diario Minimo) degli utopiani di fronte allo sfarzo degli ambasciatori del vecchio mondo, «agghindati come dèi» e adorni delle pietre preziose con cui le madri utopiane fanno giocare i loro infanti.

 

La vicenda biografica di More

Thomas More attende l’esecuzione nella Torre di Londra confortato dalla figlia

Nel 1535, l’autore di Utopia, già Lord Cancelliere d’Inghilterra, fu rinchiuso nella Torre di Londra e messo a morte (6 luglio 1535) per aver rifiutato di sottoscrivere l’Atto di sottomissione con cui Enrico VIII subordinava la Chiesa (anglicana) al Re. Decapitato, la sua testa fu esposta per un mese sul ponte di Londra fino a quando fu restituita alla figlia dietro pagamento di un riscatto.

400 anni dopo, nel 1935 fu canonizzato da Pio XI, il calendario cattolico lo venera come santo  il 22 giugno.

London Tower

London Tower

London Bridge

London Bridge


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