Joseph Ratzinger, Il culto del Natale da quello del sole invictus

by gabriella

ratzinger

Mentre si discute accanitamente di conservazione delle tradizioni e dell’identità cristiana e di diritto dei bambini al Natale della grotta e della cometa a scuola, può essere utile ascoltare la lezione dei teologi sull’origine di queste tradizioni. Tratto da Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo [Queriniana, 2006, pp. 97-103].

“Il mondo in cui sorse la festa di Natale era dominato da un sentimento che è molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il ‘crepuscolo degli dèi’ non era uno slogan, ma un fatto reale. Gli antichi dei erano a un tratto divenuti irreali: non esistevano più, la gente non riusciva più a credere ciò che per generazioni aveva dato senso e stabilità alla vita. Ma l’uomo non può vivere senza senso, ne ha bisogno come del pane quotidiano. Così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov’erano? Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della ‘luce invitta’, del sole, che giorno dopo giorno percorre il suo corso sopra la terra, sicuro della vittoria e forte, quasi come un dio visibile di questo mondo. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale, doveva essere commemorato come il giorno natale, ricorrente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti, garanzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio.

Le liturgie della religione del sole avevano molto abilmente assunto un’angoscia e una speranza originarie dell’uomo. L’uomo primitivo che, in passato, nelle notti sempre più lunghe d’autunno e nella forza sempre più debole del sole, aveva avvertito l’arrivo dell’inverno, si era chiesto ogni volta con angoscia: muore davvero il sole dorato? Ritornerà? O finirà, quest’anno o un altr’anno, con l’esser vinto dalle forze maligne delle tenebre, così da non ritornare mai più? Il sapere che ogni anno ritornava il solstizio d’inverno garantiva in fondo la certezza della rinnovata vittoria del sole, del suo sicuro e perpetuo ritorno. È la festa in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell’indistruttibilità delle luci di questo mondo. Quest’epoca, nella quale alcuni imperatori romani avevano cercato di dare ai loro sudditi, in mezzo all’inarrestabile caduta delle antiche divinità, una fede nuova con il culto del sole invitto, coincide col tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all’uomo greco-romano. Essa trovò nel culto del sole uno dei suoi nemici più pericolosi. Tale segno, infatti, era posto troppo palesemente davanti agli occhi degli uomini, in maniera molto più palese e allettante del segno della croce, col quale procedevano gli araldi cristiani. Ciononostante, la fede e la luce invisibile di questi ultimi ebbero il sopravvento sul messaggio visibile, col quale l’antico paganesimo aveva cercato di affermarsi.

Molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicembre, il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come natale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Essi dissero ai pagani: il sole è buono e noi ci rallegriamo non meno di voi per la sua continua vittoria, ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e aver forza solo perché Dio lo ha creato. Esso ci parla quindi della vera luce, di Dio. E il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente originaria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna forza da sola. Ma questo non è ancora tutto, non è ancora la cosa più importante. Non vi siete accorti forse che esistono un’oscurità e un freddo, nei riguardi dei quali il sole è impotente? È quel freddo che sorge dal cuore ottenebrato dell’uomo: odio, ingiustizia, cinico abuso della verità, crudeltà e degradazione dell’uomo…

Il bene otterrà senso e forza nel mondo? Nella stalla di Betlemme ci è offerto il segno che ci fa rispondere lieti: sì. Infatti, questo bambino – il Figlio unigenito di Dio – è posto come segno e garanzia che, nella storia del mondo, l’ultima parola spetta a Dio, a lui che è la verità e l’amore. Questo è il senso vero del Natale: è il «giorno in cui nasce la luce invitta», il solstizio d’inverno della storia mondiale. In mezzo all’altalena di questa storia ci è data la certezza che la luce non morirà, ma tiene già nelle sue mani la vittoria finale. Il Natale allontana da noi la seconda, più grande angoscia, che nessuna fisica può disperdere, la paura per l’uomo e dell’uomo stesso. Noi possediamo la certezza divina che la luce ha già vinto nella profondità occulta della storia e che tutti i progressi del male nel mondo, per grandi che essi siano, non possono assolutamente cambiare le cose. Il solstizio invernale della storia si è irrevocabilmente verificato con la nascita del bambino di Betlemme”.


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2 Comments to “Joseph Ratzinger, Il culto del Natale da quello del sole invictus”

  1. Non mi è chiara la sua premessa, ma non sono d’accordo con le sue conclusioni: mi pare dimentichi che la conoscenza non è il culto e non è il rito. Insegno antropologia e illustro le differenze religiose, il che non significa che spieghi il cristianesimo facendo il presepe.

    Ho ritrovato questo vecchio, ma insuperato commento di Stefano Machera che chiarisce il mio pensiero meglio di quanto potrei farlo io stessa http://gabriellagiudici.it/stefano-machera-capire-la-laicita/

  2. La discussione sul mantenimento o non mantenimento è assolutamente mal posta. Addirittura, probabilmente, si tratta di un’impostazione in malafede, non escludendo un sottile velo di oscurantismo. Solo il nulla non turba la sensibilità di nessuno. Così non v’è una sola mente sensibile che tema la conoscenza degli altri.
    A mio avviso, considerata la presenza di alunni di altre religioni, si dovrebbe semplicemente arricchire l’elenco delle attività scolastiche con approfondimento delle ricorrenze di quelle stesse altre religioni. Senza impoverirsi di nulla, cosa che avviene ogni volta che si evita l’ingresso in un museo, in un campo di concentramento, in una chiesa, in una sinagoga o in una moschea.

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