Riccardo Luna, Internet Neutrality di nuovo sotto attacco

by gabriella

Con un articolo su Repubblica, nella la rubrica Stazione Futuro, Riccardo Luna illustra il nuovo attentato alla libertà di Internet che passa per l’identificazione e la responsabilizzazione di chi posta contenuti in rete.


Qualche tempo fa per spiegare cosa è davvero Internet, si usava la metafora dell’autostrada: la rete è come una autostrada, si diceva, in cui tutti possono accedere liberamente e andare dove vogliono. Vuol dire che non c’è nessuno che al casello di entrata, quando ci logghiamo, ci chieda come la pensiamo politicamente, che orientamento religioso abbiamo, per chi votiamo o per chi tifiamo, se sappiamo che la Terra è rotonda o se invece crediamo che sia piatta.
Internet è sempre stata una rete magnificamente libera. Con il tempo in questa rete sono emersi alcuni grandi gestori: per le ricerche online Google, per i social la galassia Mark Zuckerberg con Facebook, Instagram e Whatsapp, per il commercio elettronico Amazon. Tecnicamente anche per questi gestori la rete è neutra: puoi cercare quello che vuoi, comprare quello che vuoi e postare quello che vuoi. Ma non lo fanno perché hanno a cuore la nostra libertà. Lo fanno perchè più stiamo in rete e postiamo, googliamo, compriamo, e più guadagnano.
Questa libertà ha un prezzo e il prezzo è stato il proliferare di cattiva informazione, la visibilità per terroristi o persone che in qualche modo fanno apologia della violenza, lo spazio per i truffatori. Intendiamoci, questi casi sono la stragrande minoranza di quello che accade ogni giorno sul web, ma si fanno notare, fanno notizia. E fanno danni, Per questo più volte è stato chiesto ai grandi gestori di controllare chi passa sulle autostrade di Internet, per limitare, stigmatizzare e in qualche caso escludere chi abusa della libertà della rete. È stato chiesto loro di essere non solo gestori, ma anche censori. Non più neutrali. Certe cose non si possono cercare, postare o comprare. Quali? Dipende. 

Donald Trump

Questa lunga premessa serve a spiegare quello che sta accadendo negli Stati Uniti (qui il Wall Street Journal) e perché ci riguarda: mercoledì scorso il dipartimento della Giustizia americano, due settimane dopo un executive order del presidente Trump, ha proposto al Congresso di modificare una sezione di una legge del 1996 che sostanzialmente dice che “i gestori” non sono responsabili dei contenuti. Questa norma per 24 anni ha fatto sì che chiunque oggi possa postare quello che vuole sui social (compresi YouTube e Twitter), senza un controllo preventivo. Se cade questa norma, cade Internet come lo conosciamo. Se cade, per entrare in autostrada ogni volta dovremmo fermarci al casello e far visionare il nostro contenuto affinché venga approvato. Da chi, come e quando non è chiaro, ma tenendo conto dei volumi di quello che carichiamo in rete ogni minuto, si formerebbero code infinite. Il traffico crollerebbe e anche il bello del web.

La novità, o meglio, la dichiarazione di guerra alla rete come la conosciamo, è stata innescata dalla clamorosa scelta di Twitter di evidenziare, improvvisamente, in due tweet di Trump, rispettivamente una balla sulle elezioni e un incitamento alla violenza a proposito del movimento anti razzista.

Le due osservazioni di Twitter erano sostanzialmente vere ma: spetta al gestore della strada fare anche la polizia stradale? Finora no, ed è stata la loro fortuna: quello che ha consentito di creare piattaforme che noi alimentiamo di contenuti senza che loro debbano preoccuparsi della qualità.
Del resto i gestori non possono disinteressarsi del fatto che nelle loro zone di competenza, abbiano sempre più spesso la meglio i bugiardi, i violenti, i truffatori; non possono farlo perché questo accade non per caso ma per come sono costruiti gli algoritmi che fanno funzionare il web e in particolare i social dove l’engagement viene prima di tutto per la semplice ragione che fa guadagnare più soldi agli stessi gestori. Sul brutto del web questi signori hanno costruito imperi commerciali e fortune personali.
Si tratta di una questione molto complessa da dirimere che non si può affrontare solo schierandosi pro o contro Trump a seconda delle simpatie politiche. Semplicemente per il fatto che magari fra sei mesi Trump non ci sarà più ma le regole con cui la rete funzionerà nella nostra parte di mondo, resteranno. Insomma è solo apparentemente una sfida americana: se cambia il senso dei social, se viene meno la libertà della rete, questa sfida riguarda tutti noi. 
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