Nadia Urbinati, Per la scuola non basta uno slogan

by gabriella

Il progetto privatistico della scuola di Renzi sotto la lente di una commentatrice liberale.

buona-scuola-renzi-gianniniIl Presidente del Consiglio lancia l’ambizioso progetto “la buona scuola”. Lo fa alla fine di una consultazione con i diretti interessati (alunni, docenti e famiglie) che egli stesso ha giudicato un evento unico, non solo nel nostro Paese. In una recente puntata di Piazzapulita si è avuto modo di capire che le cose non stanno proprio in questi termini: l’ascolto è stato pilotato e molti temi concreti che le scuole statali hanno urgente bisogno di discutere e risolvere non hanno avuto centralità, anche perché poco attraenti. In effetti, parlare della mancanza cronica di carta igienica nelle scuole statali di ogni ordine e grado, sapere che i genitori si autotassano ormai abitualmente per coprire le spese ordinarie degli istituti frequentati dai loro figli che lo Stato non copre: tutta questa concretezza non consente di fare spot attraenti sulla buona scuola del futuro. Tuttavia questi sono i problemi. Che non svaniscono con gli slogan: “Sì, serve la carta igienica, ma fateci sognare”. Semmai, si potrebbe dire al presidente Renzi che i sogni li dovrebbero poter fare le scuole, non il governo. E vi è di che dubitare che questi provvedimenti ben propagandati vi riescano.

Prima di tutto perché lo Stato ha dichiarato di non potere coprire le spese delle sue scuole. È come se dicesse: non possiamo garantire i diritti civili perché non abbiamo soldi a sufficienza per sostenere i tribunali. Non ci sono fondi a sufficienza. Ma se lo Stato (e i suoi organi amministrativi) finanziasse solo le sue scuole, come la Costituzione gli comanda, i soldi non sarebbero un problema così emergenziale. A fine gennaio l’Espresso ha dedicato al depauperamento della scuola statale un’inchiesta ben fatta. Eccone il senso:

“Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame”. Governatori e sindaci, continua l’Espresso, alimentano un fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico che si somma alla sovvenzione ministeriale. L’articolo 33 della Costituzione è raggirato, e non da oggi, con l’escamotage degli aiuti alle famiglie. La Costituzione sembra non avere forza, sembra parlare la lingua dei sogni, ma non di quelli che piacciono a chi la dovrebbe attuare.

E il progetto detto “buona scuola” non cambia questo trend privatistico, ma lo legittima, lo regolamenta e lo stabilizza. Lo ha confermato proprio il presidente del Consiglio in conferenza stampa:
«In futuro chiederemo autonomia anche dal punto di vista economico, così che una parte della dichiarazione dei redditi possa andare a una singola scuola».
Ovvero, chi non ha figli si sentirà libero di non dare alcun contributo alla scuola pubblica, trattata come la religione o i partiti politici: oggetto di libera scelta individuale. Benché la scuola sia un bene pubblico, non privato che si può scegliere o non scegliere. La logica che guida questo progetto è opinabile: prima di tutto perché associa la tassazione per beni pubblici al consenso individuale — questo è esattamente quanto dagli anni Settanta sono andati predicando i teorici liberisti; questa è stata la filosofia che ha guidato i governi Reagan. E il reaganomics è la direzione di marcia del nostro governo sulla scuola statale.
Lo Stato si impegna a istituire e sostenere scuole di ogni ordine e grado: lo Stato, non i singoli secondo la loro personale preferenza e decisione. È evidente che il governo cerca di vendere il prodotto appellandosi all’autonomia scolastica. Ma legare il destino della scuola statale alle preferenze individuali non è una condizione di autonomia ma di assoluta dipendenza dal privato. È stupefacente come non si crei un dibattito serio e ragionato su temi così rilevanti, come le rivendicazioni della minoranza nel Pd non sappiano tradursi in contro-proposte che incalzino la maggioranza con argomenti efficaci. La dialettica sarebbe di aiuto al governo che potrebbe voler accettare la sfida della discussione e migliorare la sua proposta. In questo momento, i cittadini restano fuori del palazzo, inascoltati e fortemente critici. Organizzano convegni, lanciano petizioni, firmano documenti, ma la loro voce non ha risonanza. Non hanno rappresentanti nei partiti e non hanno nel Parlamento un interlocutore. Politica costituita e opinione dei cittadini marciano su binari paralleli.

10 Comments to “Nadia Urbinati, Per la scuola non basta uno slogan”

  1. Non è un caso particolare, Redpoz, è la situazione di fatto (anticostituzionale ai sensi dell’art. 33 secondo comma) con la quale si giustifica il finanziamento (anticostituzionale, art. 33 terzo comma) a soggetti privati. Il tuo partito ne porta la responsabilità storica.

    Secondo e terzo comma art. 33:

    “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

    Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

    • Diciamo che praticamente ogni partito ne porta la responsabilità, salvo poche eccezioni.

      Quando scrivevo “è un caso particolare” probabilmente son stato poco chiaro, perché mi riferivo alla situazione delle scuole dell’infanzia in Veneto.
      Spero d’aver chiarito il punto.
      Detto per inciso, se il governo nazionale e l’amministrazione regionale iniziassero un progetto per portare la percentuale di scuole dell’infanzia pubbliche almeno alla media nazionale, sarei totalmente favorevole, senza riserva alcuna.

      Ciò detto, so bene anche io che i finanziamenti pubblici sono stati estesi ben oltre il dettato costituzionale.
      Tuttavia, sarei piuttosto cauto nel giudicare come “anticostituzionale” i finanziamenti pubblici a scuole paritarie quando, come nel caso che ti ho menzionato, esse svolgono di fatto un servizio pubblico che non ha alternativa (non ha alternativa!).
      Servizio del quale, peraltro, i contributi regionali o statali (parlo sempre del Veneto) non coprono neanche lontanamente i costi, scaricandoli quindi sulle famiglie…

      Dico questo (come nel mio primo commento), perché sono convinto che un serio ragionamento sui finanziamenti pubblici alle scuole paritarie (che son convinto possano e debbano esser ridotti) dovrebbe partire da alcune precise distinzioni sull’accessibilità dell’educazione pubblica nelle varie zone d’Italia e nei vari ordini scolastici.
      Ad esempio, a mio giudizio i finanziamenti a certe università o certi istituti liceali paritari sono assolutamente ingiustificati (anzi, deleteri per la qualità dell’educazione).
      Altrimenti, mi pare, si finisce sempre per fare un discorso generalista in cui ogni posizione è, in misura diversa, errata.

      • No Redpoz. “Finanziarie le private perché non ci sono strutture pubbliche” non è la conseguenza innocente della mancanza di risorse: è il cuore del dispositivo neoliberale, il motore di ogni privatizzazione (primo comandamento: non invertire la causa con l’effetto).

        Quando i predatori decidono di spolpare un settore pubblico, lo impoveriscono, lasciano che agonizzi e si riempia di contraddizioni, poi lanciano una campagna scandalistica che legittimi l’idea che il pubblico è inefficace o inesistente. A quel punto osservano che le carenze pubbliche possono essere colmate da privati, che i loro servizi possono SUSSIDIARE le amministrazioni, ricevendo in cambio supporto, agevolazioni, rimborsi.

        E’ il meccanismo codificato nel titolo quinto: sta distruggendo la scuola pubblica, ma è anche a monte di mafia capitale.. non so se devo continuare.

        PS: Mi dispiace, ma questo meccanismo è puro pd a denominazione d’origine controllata.

        • Vedi, Gabriella, il tuo ragionamento è giustissimo e lo condivido.
          Ma è un ragionamento generale, che non entra nella realtà delle situazioni locali.

          Mentre io cercavo di parlarti di una singola situazione locale.
          Ho provato ad illustrare che in un particolare contesto (le scuole dell’infanzia in Veneto), questa inversione delle cause non esiste. Perché le scuole pubbliche non son mai state create.
          Ovviamente puoi non credermi, ma se ti può interessare posso portarti svariati esempi utili ad illustrare la situazione veneta.
          Ed ho anche detto che se si iniziasse un programma radicale per crearle, ne sarei il primo sostenitore.

          Siccome non ho una precisa conoscenza dei sistemi scolastici di altre zone d’Italia (ma ce l’ho riguardo il Veneto), ho anche detto che in linea generale condivido l’idea che i finanziamenti siano stati estesi oltre quanto legittimo e necessario.

          Ma quello che appunto critico è un ragionamento generale che, per quanto giusto a livello generale, rischia di tradursi in errori ed ingiustizie non tenendo conto delle peculiarità locali.
          Sono convinto che la giustizia dovrebbe tenere in considerazione entrambe queste prospettive, secondo la massima di “trattare le situazioni uguali in modo uguale e le situazioni differenti in modo differente”.
          Il Veneto, rispetto alle scuole dell’infanzia, ha una situazione profondamente differente dal resto d’Italia.
          Ecco perché dicevo che sarebbe auspicabile un ragionamento più puntuale e differenziato in base alle realtà locali (forse ve ne sono altre da distinguere, forse).

          Spero d’esser riuscito a chiarire questo punto, perché ho l’impressione che stiamo alimentando incomprensioni che potremmo rapidamente dipanare (per mancanza di chiarezza da parte mia, senza dubbio).

          • Sei una cara persona Redpoz, forse talmente onesta da non prendere nemmeno in considerazione l’ipotesi che le cose stiano diversamente da come sembra.

            Il fatto che in Veneto non ci siano asili e scuole materne NON è un caso: è ancora stato della Chiesa, “astenersi educatori laici”. Stante la circostanza, prima NON si sono istituite scuole pubbliche “di ogni ordine e grado”; quindi si è risposto a chi lamentava la mancanza di servizi che poteva iscrivere il bimbo alla paritaria (che male gli fa un pater noster tra una versione di latino e una disequazione?). A quel punto era diventato LEGITTIMO finanziare le scuole private che c’erano già e dichiarare idealisti, faziosi o vittime di pensieri astratti tutti quelli che denunciavano questo meccanismo. A me lo ha spiegato Calamandrei non Carlo Marx.

            • Ok, e questo spiega quanto avvenuto 100, forse 50, forse persino 30 anni fa (per inciso, non ho detto, né penso che sia un caso).
              La situazione attuale è quella che è. E la politica deve lavorare con il presente.

              Allora, le opzioni sono tre: 1) sospendere ogni finanziamento alle scuole paritarie e scaricare i costi solo sulle famiglie; 2) proseguire come s’è sempre fatto; 3) istituire scuole pubbliche poi sospendere i finanziamenti alle paritarie.
              (le opzioni che io vedo, dopo magari ve ne sono altre…).

              Secondo me, se vogliamo ispirarci a principi di giustizia, attuare la prima di punto in bianco non sarebbe corretto. E la seconda l’abbiamo già ampiamente criticata.
              Non credo che in tema di giustizia e di politiche sociali sommare di ingiustizie renda equa la situazione.
              Credo, dunque, che la soluzione dovrebbe essere un impegno concreto nel realizzare la terza.
              (magari al contempo espropriando qualche proprietà ecclesiastica per recuperare i finanziamenti erogati in passato…)

              Chissà, magari arriveremo al punto in cui sarà l’UE a costringerci a farlo, perché qualificherà questi finanziamenti come “aiuti di Stato” (ma, ad occhio, non credo).

              Mi rendo conto che questa risposta potrà sembrare da politichese, ma sono anche convinto che i principi debbano poi esser calati nel concreto ed i problemi concreti debbano trovare risposte concrete.

              Ti ringrazio del compimento.
              Spero di non essermelo “giocato” con questa ulteriore risposta.

              • 🙂 la risposta c’è ed è semplice: istituire scuole di ogni ordine e grado è un dovere della Repubblica, non una scelta di politica nazionale. La repubblica DEVE istituire scuole e mettere a disposizione di tutti un insegnamento laico e imparziale. Solo così si costruisce la democrazia; un problema talmente serio che viene addirittura prima del necessario soccorso ai meno abbienti (a cui peraltro i voucher non vanno).

                PS: rinuncia a Satana, redpoz, quel partito non ti merita 🙂

                • Totalmente d’accordo.
                  Stavo proprio riflettendo in questi giorni su quanto incida sulla crisi della democrazia americana la diffusione di scuole private senza controllo e le differenze nei programmi scolastici fra i vari Stati.

                  Sulla mia rinuncia a satana…apriremmo un dibattito infinito, che spazia dalla presenza di reali alternative alla possibilità di cambiare il PD dall’interno.
                  Temo, tuttavia, che sia un dibattito trito e ritrito dal quale non verremo fuori.

                • Siete ancora in tanti meritevoli di rispetto in un partito corrotto e autoritario. Ma è il momento di prenderne atto, perché con i vostri voti il pd sta cambiando i connotati della repubblica. Che direte dopo questo disastro? Aspettete di cambiare dall’interno?

  2. Però ogni volta che leggo questi dati sui contributi pubblici alle scuole paritarie ho una reazione perplessa.
    Perché, purtroppo, raramente specificano quello che c’è dietro….

    Premetto che per me la scuola, di ogni ordine e grado, dovrebbe essere pubblica.
    Però in molte regioni (penso, soprattutto, al Veneto) le scuole dell’infanzia pubbliche praticamente non esistono (circa il 30% del totale). Ed è allora inevitabile che le scuole dell’infanzia paritarie ricevano finanziamenti, perché fanno un servizio di pubblica utilità che non ha alternative nel territorio….

    Ovvio che questo è un caso particolare, ma è un esempio utile per farci riflettere su questi dati.

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